La breccia di Porta Pia, la legge sulle Guarentigie e la reazione di Pio IX
La breccia di Porta Pia (20 settembre 1870) è l’avvenimento che segna la presa della città di Roma e la sua annessione al Regno d’Italia. Essa decretò la fine dello Stato Pontificio come entità storico-politica, ma comportò anche la rottura tra lo Stato Italiano e la Chiesa cattolica. L’anno seguente la città di Roma divenne capitale del Regno d’Italia. Nel maggio 1871 fu approvata la legge delle Guarentigie, che avrebbe permesso al pontefice di svolgere liberamente il proprio ruolo “spirituale” e riconosceva l’extraterritorialità per i palazzi del Vaticano e del Laterano. Allo Stato italiano e alla Chiesa cattolica veniva riconosciuta massima indipendenza.
Il pontefice Pio IX si dichiarava prigioniero politico, considerava inaccettabile la legge, in quanto un atto unilaterale, e anzi con l’emanazione di un’enciclica ribadiva che il potere spirituale e quello temporale non potevano essere separati. Nel 1874 vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno d’Italia.
Cosa distingueva il gruppo dirigente della Sinistra storica da quello della Destra storica
Con il termine destra storica si indica il raggruppamento politico che governò in Italia dal 1861 al 1876. Gli uomini che ne facevano parte si erano formati nella scuola cavouriana, quindi liberali moderati e conservatori. Questa classe dirigente si trovò a realizzare l’unificazione amministrativa, economica e civile del Paese.
A seguito di una spiacevole situazione venutasi a creare nel Sud, decisero per una politica centralista, dove a tutti i nostri stati annessi venne reso obbligatorio l’ordinamento piemontese su diversi fronti: pubblica istruzione, salute pubblica, giustizia, amministrazione periferica. Questo fu reso possibile da un duro sistema di tassazione del quale ne facevano le spese soprattutto i ceti popolari. Basti pensare alla tassa sul macinato introdotta nel 1868.
La Sinistra storica invece, al governo dal 1876, partendo da una base radical democratica si era poi allargata andando ad integrare anche altre forme democratiche, dimostrandosi più recettiva rispetto alle richieste di cambiamento espresse dal paese. Si occuparono soprattutto di importanti riforme politico-sociali. Nel 1877, per esempio, resero obbligatoria l’istruzione elementare con la legge Coppino. Concessero il diritto al voto a tutti i cittadini maschi con più di 21 anni.
Che cosa fu storicamente il “trasformismo”? In quale periodo della storia italiana si colloca questo fenomeno?
Il trasformismo è una pratica politica che riguarda il passaggio da un confronto aperto tra maggioranza e opposizione alla formazione di un unico blocco ministeriale. Il trasformismo storico nacque nel momento in cui Destra e Sinistra storica decisero di convergere in questo unico blocco cercando di emarginare le rispettive ali più estreme che, rimanendo radicali, andavano a costituire la vera e unica opposizione.
Cosa fu il fenomeno del brigantaggio durante il primo decennio post-unitario in Italia?
Il brigantaggio fu un fenomeno che interessò i territori meridionali ex-borbonici, mentre in pratica non si verificò nei territori di tutti gli altri Stati preunitari italiani annessi al Regno di Sardegna. Si trattava di una forma di banditismo caratterizzata da azioni di violenza che con il tempo assunse connotati politici opponendosi alle truppe del neonato Stato italiano. Erano legati ai gruppi dei borbonici e vedevano i nuovi “italiani” come degli invasori da combattere. La legge Pica nel 1863 mirava all’eliminazione del fenomeno che, nel giro di qualche anno, fu almeno controllato.
La Questione d’Oriente: cause e conseguenze per la Francia di Napoleone III
Questione d’Oriente è l’espressione che si usa per definire il problema dell’assetto politico della penisola balcanica, già soggetta al dominio ottomano che presentava segni di decadenza. Questo lo rese oggetto delle ambizioni di diversi imperi occidentali, in particolare Austria e Russia, mentre Francia e Gran Bretagna volevano che la situazione si conservasse tale e quale. L’impero era considerato un colosso d’argilla, tanto grande quanto fragile, che lo fece entrare nel protettorato della Russia.
La Gran Bretagna, all'epoca una grande potenza commerciale, aveva importanti interessi da difendere nel Mar Nero, anche perché l'Impero Ottomano era una via d'accesso alle proprie colonie in India. Per questo, l'intervento russo venne percepito come un insulto. La Francia di Napoleone III, invece, era alla ricerca disperata di gloria militare.
Per questo motivo decisero di scontrarsi contro la Russia nella guerra di Crimea, conclusasi dopo un anno. Le ostilità della guerra di Crimea si conclusero con il Trattato di Parigi, firmato il 30 marzo del 1856, ma la Francia di Napoleone III non ottenne risultati concreti, se non quello di presentarsi ai trattati di pace come una potenza dal grande prestigio.
La questione irlandese nel periodo dell'Inghilterra vittoriana e il progetto di Home Rule concepito da Gladstone
La questione irlandese affonda le radici nel momento in cui il Parlamento di Dublino venne soppresso (1829). La successiva carestia del 1845-1848 fece sprofondare l’Irlanda nella crisi economica che alla fine degli anni Settanta dell’Ottocento colpì gran parte dell’Europa. Alle difficoltà economiche fece seguito la crisi sociale e politica, con una serie di attentati terroristici ad opera di gruppi estremistici, mentre i rappresentanti irlandesi al Parlamento britannico chiedevano per l’isola la concessione di uno statuto di autonomia.
Il primo ministro Gladstone cercò di promuovere l’Home Rule che concedeva all’Irlanda un’ampia autonomia politica. Tale progetto fu però poggiato dai moderati e anche dall’ala sinistra del suo partito, provocando la caduta del suo governo.
Le guerre, la strategia diplomatica e la politica estera di Bismarck
Obiettivo principale del primo ministro prussiano era l’unificazione tedesca. I nemici che dovette fronteggiare per ottenere questo erano soprattutto Austria e Francia. La guerra contro l’Austria terminò in 15 giorni con la sconfitta dell’Impero Asburgico. La Francia fece guerra alla Prussia, ma il conflitto si concluse con la sconfitta francese.
Il 18 gennaio 1871 Guglielmo I fu proclamato imperatore di un nuovo stato unitario tedesco, alla cui guida rimaneva, nelle vesti di cancelliere, Bismarck. Il nuovo stato unitario vedeva la partecipazione di tutti gli stati tedeschi a guida prussiana. Nasceva così il Secondo Reich, che Bismarck avrebbe guidato come cancelliere per altri diciannove anni, fino al 1890.
Grazie al “sistema bismarckiano”, con il Cancelliere a muovere i principali fili della diplomazia, l’Europa non venne interessata da conflitti dal 1871 al 1914; il trionfo diplomatico di Bismarck avvenne soprattutto al Congresso di Berlino del 1878, che vide la Germania essere la grande mediatrice tra tutti gli interessi delle altre nazioni europee. Nel 1882 Bismarck portò inoltre a compimento, insieme a Austria e Italia, la stipula della “Triplice Alleanza”, un importante accordo militare di difesa reciproca tra nazioni che avrebbe retto fino allo scoppio della prima guerra mondiale.
L’abolizione della servitù della gleba in Russia e l’impatto sulle popolazioni rurali e sulle vecchie strutture sociali
Con l’abolizione della servitù della gleba, nel 1861, lo zar Alessandro II aveva previsto che i servi conquistassero la libertà personale e la piena parità giuridica come tutti gli altri cittadini. Altro diritto previsto era la possibilità di riscattare le terre che coltivavano diventando dei piccoli proprietari. Questa legge non portò nessun miglioramento delle condizioni di vita degli ex servi, pur rappresentando un enorme passo avanti per i diritti civili.
I contadini si videro assegnata una quantità di terra più piccola di quella coltivata precedentemente; inoltre la somma richiesta per l’acquisto dei terreni offerti era superiore al loro effettivo valore di mercato. Quindi molti contadini rinunciarono ad assumere lo status di piccoli proprietari e si trasformarono in proletari rurali.
La Francia della Terza Repubblica si trovò ad affrontare un difficile periodo quando le forze politiche conservatrici fecero fronte comune mettendo a rischio la sopravvivenza del sistema repubblicano. Il caso Dreyfus ne rappresentò l’acme. Lo si descriva brevemente.
Alfred Dreyfus era un ufficiale francese di origini ebree che era stato condannato ai lavori forzati in quanto accusato di spionaggio per i tedeschi. Dreyfus divenne un nemico da sconfiggere e sacrificare per l’affermazione della Nazione francese che odiava i tedeschi e che ora, secondo la stampa, erano stati aiutati da un ufficiale corrotto e per giunta ebreo.
Nonostante le dimostrazioni della falsità delle accuse esposte anche dallo scrittore Emile Zola, lo stato francese continuò ad impegnarsi per nascondere la verità e depistare la magistratura. Un clamoroso errore giudiziario mosso dall’antisemitismo e dall’odio provocato dalla perdita dell’Alsazia e della Lorena subita ad opera dei tedeschi.
Il Parliamentary Bill e lo scontro fra la Camera dei Comuni e quella dei Lords nell’Inghilterra di Giorgio V
La camera dei Lords, roccaforte dell’aristocrazia, poteva, per convenzione, respingere le leggi della camera dei Comuni, ma tale facoltà non veniva esercitata. Questa consuetudine venne violata però nel 1909, quando i Lords respinsero il bilancio di David Lloyd George. Questo fece nascere un conflitto tra i due rami del parlamento.
Per uscire da questa situazione, i liberali presentarono un progetto di legge parlamentare che prevedeva l’esplicita eliminazione di quella regola sul veto che i Lords non accettarono di buon grado. Essi si opposero ma si arresero nel 1911 a seguito delle pressioni del re Giorgio V.
I conflitti fra le diverse nazionalità all’interno dell’Impero Austriaco. Quali furono le soluzioni messe in atto dalla Monarchia Asburgica nella seconda metà dell’800?
L’Impero austriaco si presentava come uno stato coeso soltanto dal punto di vista burocratico e militare, ma al suo interno le diverse etnie presenti erano sempre in tensione tra loro poiché non si sentivano parte di un’identità nazionale. Per cercare di trovare una soluzione nel 1867 fu adottata la soluzione dualistica, un compromesso tra la nobiltà ungherese e la monarchia asburgica.
In virtù di questa riforma l’impero prese il nome di Austro-ungarico che, sotto un unico sovrano, riconosceva l’esistenza di due regni di pari dignità. La soluzione servì, naturalmente, soltanto ad evitare temporaneamente l’esplosione delle rivalità nazionalistiche.
La guerra Russo-Giapponese del 1905. Quale fu il suo andamento e quali ripercussioni ebbe il conflitto nella società russa del tempo?
La guerra tra Russia e Giappone scoppiò nel 1904 per il controllo dell’Estremo Oriente asiatico, in particolare della Manciuria. I giapponesi attaccarono e sconfissero i russi, prima via mare, Mar Giallo, e poi sulla terraferma. La sconfitta russa non ebbe particolari ripercussioni territoriali, ma la sconfitta ad opera di un paese così piccolo come il Giappone danneggiò il prestigio dello Zar.
L’emergere degli Stati Uniti come potenza militare regionale: Theodore Roosevelt e la politica del Big Stick
Il presidente T. Roosevelt si occupò di avviare importanti provvedimenti federali a tutela dei lavoratori come ad esempio la durata della giornata lavorativa e l’impiego dei minori. In politica economica venne rivendicato il potere dello stato di controllare le dinamiche dell’economia nazionale. Tra queste norme basti pensare alla limitazione del potere dei monopoli industriali per poter tutelare media e piccola borghesia e la classe operaia.
La politica estera si concentrò sulla difesa dei diretti interessi americani e per questo avviò una pressione economica e la minaccia di interventi armati. Il Big Stick, politica del grosso bastone, ovvero la minaccia di un intervento militare statunitense, fu utilizzato per cercare di risolvere la situazione del canale di Panama a seguito della decisione della Colombia di non rinnovare la concessione ai lavori del canale del 1901.
Giovanni Giolitti ottenne il Dicastero dell’Interno nel Governo Zanardelli del 1901; quale fu la sua posizione nei confronti del rapporto fra Stato e le forze organizzate del movimento dei lavoratori?
Quando il governo Saracco fu costretto a dimettersi per il comportamento incerto tenuto in occasione di un grande sciopero generale indetto dai lavoratori genovesi, il re chiamò alla guida del governo, nel 1901, il leader della sinistra liberale Zanardelli che affidò il ministero degli interni a Giolitti.
Nei suoi quasi tre anni di vita il governo Zanardelli-Giolitti condusse in porto alcune importanti riforme.
- Estese le norme che limitavano il lavoro minorile e femminile nelle industrie
- Migliorata la legislazione sulle assicurazioni per la vecchiaia e per gli infortuni sul lavoro
- Costituito un Consiglio Superiore del lavoro, organo consultivo per la legislazione sociale
- Approvata una legge per la municipalizzazione dei servizi pubblici.
Ma più importante delle singole riforme fu il nuovo atteggiamento del governo in materia dei conflitti di lavoro. Giolitti mostrò una vicinanza nei confronti dei lavoratori, decidendo di non fare più intervenire l’esercito in caso di manifestazioni popolari, purché non degenerassero in manifestazioni violente.
Il primo sciopero generale in Italia si ebbe nel 1904. Quali furono le motivazioni del movimento operaio e quale fu l’atteggiamento del Governo in proposito?
La decisione di indire uno sciopero generale fu presa dai sindacalisti e dal Partito socialista a seguito di una serie di stragi di contadini avvenute nel sud e nelle isole. L’ultimo eccidio, a Buggerru in Sardegna, provocò uno sdegno tale da fermare tutti i lavori a partire dal 16 settembre 1904. Lo sciopero si concluse il 21 settembre, quando un gruppo di deputati socialisti si impegnò a presentare una proposta di legge contro l’uso delle armi nei conflitti di lavoro.
L’impatto dello sciopero generale fu fortissimo e Giolitti ne approfittò. Sciolse il Parlamento e indisse nuove elezioni a novembre, con l'obiettivo di indire nuove elezioni allo scopo di mettere fuori gioco i socialisti. Era una svolta nell'ambito della sua politica che fu caratterizzata quindi prima dall’alleanza con le forze della sinistra e poi dal tentativo di contenere il mondo del lavoro.
In piena crisi politica, dovuta alla caduta del Governo Crispi, Sidney Sonnino esponente di spicco del Parlamento italiano di fine ‘800 coniò la famosa espressione “Torniamo allo Statuto”. Che questione voleva inserire nel dibattito con questa affermazione?
Sidney Sonnino con l’espressione “Torniamo allo statuto” propose di tornare ad un’interpretazione più restrittiva dello statuto albertino, in modo da rendere il governo responsabile solo di fronte alla corona e lasciare quindi al Parlamento solo compiti legislativi. Dal suo punto di vista, questo avrebbe neutralizzato le forze “antisistema” neutralizzandole ma senza reprimerle. A suo avviso questa opzione venne vista, dai conservatori, come necessaria per garantire l’ordine pubblico e tenere sotto stretto controllo ogni protesta sociale.
Il 1917 è un anno significativo nello svolgimento della I Guerra Mondiale! Quali importanti avvenimenti si verificarono durante quell’anno, tali da incidere fortemente sull’andamento del conflitto?
Il 1917 fu un anno molto particolare: da una parte la Russia, impegnata nella Rivoluzione d’Ottobre, uscì dal conflitto liberando Austria e Germania che poterono quindi concentrarsi sul fronte italiano sfondando le linee di Caporetto il 24 ottobre 1917. Gli Stati Uniti, già maldisposti verso la Germania per l’affondamento del transatlantico statunitense Lusitania nel maggio 1915, decisero di entrare nel conflitto il 6 aprile 1917 al fianco della Triplice Intesa.
Il dibattito fra neutralisti ed interventisti in Italia e la posizione della stampa e del Papa
La dichiarazione di neutralità fu accolta di buon grado dalla maggior parte degli italiani. Per alcuni era una decisione solo momentanea, per altri si trattava di una dichiarazione di neutralità. Il dibattito tra le due fazioni poteva avere diverse motivazioni utilizzate sia a sostegno degli uni che degli altri.
Gli interventisti erano costituiti da democratici e rivoluzionari di sinistra e liberali e nazionalisti di destra. I democratici erano ostili agli Imperi centrali, simbolo della vecchia Europa, dalle cui macerie doveva nascere una nuova Europa pacifica fondata sul principio di nazionalità. I rivoluzionari usavano la guerra come un pretesto funzionale all’esplosione di una rivoluzione che avrebbe segnato il trionfo della classe operaia. Per i nazionalisti, la guerra rappresentava lo strumento per far valere la voce dell’Italia nei rapporti internazionali. Per finire i liberali erano a favore dell’intervento nel conflitto ma contrari al presentarsi al fianco della Triplice Alleanza.
All’interno del gruppo dei liberali, però, alcuni uomini politici come lo stesso Giolitti, erano sostenitori della Neutralità. A sostenerla con piena convinzione anche il Pontefice Benedetto XV che condannò la guerra con un’enciclica ritenendola un’inutile strage. Anche il partito socialista era sostenitore della neutralità in quanto, a loro avviso, avrebbe portato dei vantaggi soltanto ai capitalisti. Ad ogni modo anche all’interno di questo schieramento politico non mancavano le voci
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