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Domande aperte: scienza delle finanze

1. Il teorema di Barone

Teoria elaborata dall’economista napoletano, Enrico Barone, nel 1912 che dimostra l’inefficienza economica delle imposte indirette che producono effetti distorsivi dei prezzi dei beni sul mercato.

Partendo dalla curva di indifferenza, Barone riuscì a dimostrare che un’imposta sul reddito colloca il soggetto su di una curva d’indifferenza inferiore rispetto a quella sulla quale si trovava prima dell’imposta, ma comunque superiore alla curva di indifferenza su cui finirebbe allorché subisse un’imposta di consumo di eguale ammontare di un’imposta sul reddito.

Ne discende che, a parità di gettito, le imposte dirette sono preferibili a quelle indirette. Le prime infatti, non alterando i costi marginali né i prezzi, non provocano distorsioni nell’allocazione delle risorse; inoltre, per la stessa ragione, richiedono un minor sacrificio del benessere del contribuente. Le seconde, invece, introducono un effetto sostituzione ossia distorsivo del consumo.

2. Progressività e proporzionalità delle imposte

Le imposte possono suddividersi in: fisse, proporzionali, progressive e regressive. L’imposta si dice proporzionale quando varia nella stessa proporzione della base imponibile, essendo costante il rapporto fra imposta e base imponibile (aliquota). In tal caso, se l’aliquota è del 30%, chi ha un reddito di 100 milioni paga 30 milioni di imposta.

Il principio della progressività è sancito al secondo comma dell’art. 53 Cost., che statuisce: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Si tratta di un criterio di imposizione in virtù del quale l’aliquota d’imposta cresce all’aumentare dell’imponibile.

La progressività di un’imposta può essere tecnicamente attuata con diverse modalità:

  • Per detrazione: quando si colpisce con un’aliquota costante la base imponibile, dopo aver detratto da questa un ammontare fisso;
  • Per classi: quando ad ogni classe imponibile corrisponde un'aliquota costante, che cresce passando da una classe più bassa ad una più alta;
  • Per scaglioni: quando la base imponibile è frazionata in fasce di reddito comprese tra un valore minimo e uno massimo (definite scaglioni). A tali fasce si applica una diversa aliquota, che è maggiore ogni volta che lo scaglione di reddito diviene più elevato. Tale metodo è quello adottato dal sistema tributario del nostro paese e risolve gli inconvenienti generati dalla progressività per classi;
  • Continua: quando l’aliquota aumenta in misura continua all’aumentare della base imponibile.

3. La capacità contributiva

Il principio della capacità contributiva è, insieme al principio della progressività, uno dei principi basilari del nostro sistema tributario. Esso è sancito all’art. 53 della Costituzione che stabilisce: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

Per comprendere il significato del principio della capacità contributiva occorre rilevare che all’art. 2 Cost. vengono riconosciuti dalla Repubblica i diritti inviolabili dell’uomo che è, però, tenuto ad adempiere ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Il dovere di concorrere alla spesa pubblica (di pagare i tributi) si pone come un dovere di solidarietà in ragione, appunto, della capacità contributiva.

I primi studi sull’art. 53 Cost. attribuirono al concetto di capacità contributiva un significato piuttosto vago ed indeterminato. Pertanto si impose la necessità di determinare il significato di capacità contributiva.

Secondo dottrina e giurisprudenza la capacità contributiva è l’idoneità economica dell’individuo a concorrere alla spesa pubblica e si misura in relazione a fatti che possono formare oggetto di valutazione economica. I fatti non economici, per contro, sono dunque esclusi. Pertanto, non possono essere imposti dei tributi sulla base dell’appartenenza ad una religione, razza o stato civile. Ciò detto, il concetto di capa

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/03 Scienza delle finanze

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