Giovanni Verga
Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 e vi muore il 27 gennaio 1922. È stato
uno scrittore e drammaturgo italiano, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del verismo.
I suoi studi superiori non furono regolari, iscrittosi alla Facoltà di Legge, non terminò i corsi dedicandosi al
lavoro letterario e al giornalismo politico.
Poetica
Alla base della sua poetica c’è la tecnica dell’impersonalità. Essa viene vista come eclisse dell’autore, non
deve filtrare i fatti secondo la sua lente, ma deve mettere il lettore di fronte al fatto nudo e crudo. In relazione
a questo si delinea anche la teoria della regressione del punto di vista narrativo entro il mondo
rappresentato, i fatti cioè devono essere riportati con le medesime parole della narrazione popolare. L’eclisse
porta con sé la scarnificazione del racconto all’essenziale. Di qui deriva il rifiuto di una facile
drammaticità, degli effetti romanzeschi plateali, a cui si sostituisce una ricostruzione scientifica dei processi
psicologici, basata su una consequenzialità logica e su rapporti causa/effetto. È una concezione che rimanda
al positivismo, alla convinzione che tutta la realtà umana è retta da leggi ferree, che la ragione può
ricostruire.
Ideologia verghiana
Alla base della visione di Verga stanno posizioni pessimistiche. Secondo lui la società è dominata dal
meccanismo della lotta per la vita, in cui il più forte schiaccia il più debole. La letteratura non contribuisce a
modificare la realtà, ma ha solo una funzione conoscitiva. Verga ha una connotazione fortemente
conservatrice. Vi si associa un distacco per le ideologie progressiste contemporanee, democratiche e
socialiste. Il pessimismo conservatore assicura a Verga l’immunità verso il mito del progresso, centrale nella
cultura del tempo e verso il mito del popolo sia nella versione progressista e umanitaria che in quella
romantico-reazionaria e nostalgica.
Opere
Rosso Malpelo (1878)
Trama
Malpelo si chiama in questo modo perché aveva i capelli rossi e secondo le leggende popolari
sono segno di cattiveria, quindi tutti diffidano di lui. La madre non si fida del figlio, e quando torna a casa lo
accoglie picchiandolo assieme alla sorella maggiore. Si vergogna anche di farlo vedere in giro. Il ragazzo è
forte e sano, ma è testardo e aggressivo, e ama vendicarsi di soppiatto, prendendosi la colpa di tutto anche
quando non c’entra nulla. Lavora con il padre, Mastro Misciu Bestia, in una cava dove si estrae la rena a
Monserrato. Costui è un uomo mite, che si accontenta di sgobbare al posto degli altri pur di procurarsi il
pane. Lui e il figlio sono molto legati: Misciu è l’unico ad avergli dato affetto, e Malpelo, appena gli altri
operai deridono il pover’uomo, lo difende. Un giorno il padre deve terminare un lavoro preso a cottimo, per
eliminare un pilastro dalla cava, malgrado sia molto pericoloso. La sera tardi, mentre Malpelo gli sta dando
una mano, il pilastro cade all’improvviso addosso al genitore. Quando anche l’ingegnere e Zio Mommu lo
Sciancato vengono a sapere della disgrazia, è ormai troppo tardi perché sono passate tre ore e Misciu è già
morto. Nessuno invece fa caso al figlio, che inutilmente scava nella rena lacerandosi le unghie nello sforzo
di salvarlo. Dopo la morte del babbo pareva gli fosse entrato il diavolo in corpo... Dopo qualche tempo, nella
cava della rena viene a lavorare un ragazzino, piccolo e cagionevole, che prima faceva il manovale, ma
aveva avuto un incidente per cui si era lussato il femore. Per il modo in cui cammina, lo soprannominano
Ranocchio, e immediatamente diventa oggetto di sfogo
di Malpelo, che lo tormenta in cento modi: lo picchia, lo insulta, e se Ranocchio non si difende, lui
continua perché con la sua crudeltà vuole che impari a reagire. In realtà però Malpelo prova pietà
per lui, nonostante cerchi di nasconderla, e spesso gli dà la sua razione di cibo pur di non farlo
morire di fame, oppure lo aiuta coi lavori pesanti. Una volta, riempiendo i corbelli, si ritrova una scarpa di
Mastro Misciu Bestia, e alla notizia Malpelo si fa talmente prendere dall’ansia di scoprire anche il corpo del
padre, che devono tirarlo su all’aria aperta, quasi come se stesse per morire di crepacuore. Dopodiché, va a
lavorare in un altro punto della cava per non vedere altro. Infatti il cadavere viene rinvenuto, e la madre di
Malpelo riesce a rimpicciolire i pantaloni e la camicia per adattarli a lui.
Le scarpe, poi, le teneva appese a un chiodo sul saccone, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e
se le provava; poi le metteva per terra, ... e stava a guardarle... per delle ore intere.
Quando un asino grigio muore di stenti e il carrettiere lo getta nella sciara, Malpelo, avidamente
curioso, trascina Ranocchio con lui a vedere i cani mangiarselo.
Secondo lui, la morte è la liberazione di tutto, e per i deboli sarebbe meglio non essere mai nati. Ranocchio
invece gli spiega del Paradiso, il posto dove i vivi che sono stati brave persone vanno a riposare in eterno.
Non molto tempo più tardi Ranocchio, il quale già deperiva da un po’,
si ammala di tubercolosi. Non va più a lavorare nella cava, e a nulla serve la minestra calda o i
calzoni di fustagno prestatigli da il Rosso, a nulla serve metterlo accanto al fuoco o pregare per lui.
Il giorno della sua morte, quando Malpelo va a casa sua e vede la mamma disperarsi, non capisce il
suo dolore per la perdita del figlio. Quindi immagina che la donna si lamenti perché ha sempre avuto un
figlio così malridotto, mentre la sua, di madre, non ha mai pianto per lui perché non ha mai avuto timore di
perderlo. La vedova di Mastro Misciu Bestia e la sorella di Malpelo si sposano entrambe e vanno a stare a
Cibali, chiudendo la porta di casa e abbandonando completamente il ragazzo. La sua fine avviene
in quella stessa cava, come per il padre, ma in modo diverso: Malpelo viene mandato ad esplorare
un passaggio sotterraneo, e sparisce misteriosamente per non tornare mai più. La novella si chiude
raccontando come i ragazzi della cava abbassino la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, per
paura di vederselo spuntare davanti nell’oscurità, “coi capelli rossi e gli occhiacci grigi”.
Commento
Nella novella “Rosso Malpelo”, Verga racconta di un ragazzo siciliano orfano dai capelli rossi non visto di
buon occhio dal mondo circostante, che lo considera sporco, violento, al livello di un animale. Per questa
ragione, Malpelo si abitua ad essere così nel miglior modo possibile, per dare un’immagine estremamente
negativa di sé. Poi egli riesce a trovare un amico: si tratta di Ranocchio, un ragazzo claudicante conosciuto
sul posto di lavoro, una cava di sabbia. Malpelo si adopera per “istruire” questo ragazzo sulla base dei suoi
principi: il mondo fondato sulla “legge del più
Giovanni Verga
Vita
Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 e vi muore il 27 gennaio 1922. È stato uno scrittore e drammaturgo italiano, considerato il maggior esponente della corrente letteraria del verismo.
I suoi studi superiori non furono regolari, iscritto alla Facoltà di Legge, non terminò i corsi dedicandosi al lavoro letterario e al giornalismo politico.
Poetica
Alla base della sua poetica c’è la tecnica dell’impersonalità. Essa viene vista come eclisse dell’autore, non deve filtrare i fatti secondo la sua lente, ma deve mettere il lettore di fronte al fatto nudo e crudo. In relazione a questo si delinea anche la teoria della regressione del punto di vista narrativo entro il mondo rappresentato, i fatti cioè devono essere riportati con le medesime parole della narrazione popolare.
L’eclisse porta con sé la scarnificazione del racconto all’essenziale. Di qui deriva il rifiuto di una facile drammaticità, degli effetti romanzeschi plateali, a cui si sostituisce una ricostruzione scientifica dei processi psicologici, basata su una consequenzialità logica e su rapporti causa/effetto.
È una concezione che rimanda al positivismo, alla convinzione che tutta la realtà umana è retta da leggi ferree, che la ragione può ricostruire.