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Teoria della percezione e psicologia della forma

Analisi della nomenclatura del corso

La teoria della percezione è analizzata in base alla percezione che abbiamo della realtà che ci circonda, seguendo un percorso a partire dall’elaborazione dei dati attraverso i sensi (maggiormente la vista, che raccoglie oltre il 90% delle informazioni), il sistema cognitivo legato ad essi dedite all’elaborazione, e tutte le nozioni base su cui si strutturano le leggi della Gestalt, come anche altre regole per improntare a livello compositivo un’immagine. Parte del percorso saranno anche i colori, strettamente legati sia alla nostra percezione che alla luce (in quanto sono frutto di essa).

Dall’Ottocento in poi diverse figure nel campo dell’arte, come ad esempio Ernest Kris, si sono avvicinati al contesto psicologico e neurologico, approcciando l’elemento estetico attraverso una valutazione “nuova”, volta a capire il meccanismo secondo il quale una persona si gratifica davanti ad un’opera d’arte. Molti sono stati gli studi medici, tra cui risonanze magnetiche funzionali, che hanno evidenziato che, davanti ad opere d’arte più note, l’attività cerebrale fosse più attiva in alcune zone, consumando più ossigeno ed aumentando la condensazione d’emoglobina. Tra tante aree attive, attirò fondamentalmente una parte precisa, l’amigdala (dedita al piacere). Questo concetto è rilevante, dal punto di vista scientifico: l’arte è considerata quindi un piacere, di tipo estetico in particolare.

Percezione visiva

La percezione visiva è un concetto molto più vasto del semplice “vedere”: è un’elaborazione costante del mondo che ci circonda, da cui prende il nome di mondo fenomenico (e si distingue dal mondo fisico, ossia la realtà così com’è). Questo è strettamente collegato alla visione soggettiva di ciascuno, in quanto gioca l’interpretazione. Attraverso il cristallino viene proiettata un’immagine sulla retina dalla luce, che le cellule fotosensibili traducono in impulsi nervosi. Il nervo ottico trasporta l’informazione al cervello, il quale da ultimo trasforma la rappresentazione nella visione dell’immagine.

In sostanza, l’immagine esterna viene proiettata capovolta sul fondo dell’occhio, in particolare sulla retina. L’immagine prodotta è quindi il risultato degli stimoli che arrivano alla retina trasmessi e rielaborati dal nervo ottico al cervello. Questa percezione però viene affiancata a tutti elementi che il cervello ha stipato come esempi e ricordi, attuando un’associazione soggettiva. Il mondo fisico, quindi, non cambia, ma muta l’elaborazione in base al momento, lo stato d’animo e alle associazioni che vengono effettuate dai vari substrati (culturale, ideologico etc.) presenti in noi.

Questo perché l’essere umano è abituato a confrontare con il conosciuto. Il concetto risulta ancora più evidente in un contesto astratto: se l’artista ha assimilato determinati elementi per fruttare un’opera d’arte di quel calibro, avrà una percezione totalmente diversa rispetto a – ad esempio, il lettore dell’opera, che non ha affrontato gli stessi concetti alla stessa materia, e quindi può non coglierli.

Riduzionismo

È la sintetizzazione di alcune forme, la tendenza a ridurre tutto ai minimi termini; per una persona che si pone attivamente al conoscimento, la visione sintetica – come può essere quella astratta, si applica a livello cerebrale, a causa delle forme non riconoscibili, un’elaborazione di tipo top down, ossia che si basa su processi cognitivi che coinvolgono attenzione e memoria, «guidata dai concetti», cioè basata sulle rappresentazioni contenute in memoria (al contrario il bottom up si basa principalmente sullo stimolo esterno e sulle sue caratteristiche percettive, a una modalità di elaborazione «guidata dai dati», che parte dai dati sensoriali, dalle singole parti dello stimolo).

In assenza di nozioni è più complesso dare un certo peso a queste informazioni, non trovando quindi senso. A sopperire questa carenza sopraggiunge una cultura più vasta, ampliando il bagaglio d’informazioni, così per elaborare più facilmente il contesto con i dati a noi giunti dai sensi.

Percezione

Percezione (dal Latino perceptio) significa prendere coscienza di qualcosa, o in altri termini elaborare i dati sensoriali forniti al nostro corpo. Possiamo vederla anche come un processo psichico che sintetizza i dati sensoriali in una forma con un determinato significato. Il risultato, quindi, è la derivata di sensazioni e percezioni, raccolte dal sistema visivo ed elaborati in quello cognitivo.

Il primo obiettivo del nostro sistema è sopravvivere, facendoci attuare in campo comportamentale e di adattamento diversamente in base ad ambiente e situazione. I nostri sensi si sono evoluti per captare al meglio solo le informazioni più utili per la sopravvivenza, eliminandone molte ridondanti o inutili. Ma non è solo questo semplice meccanismo: le informazioni sono elaborate rapidamente e in molteplici aree, perciò ogni azione che compiamo è collegata a diverse e complesse associazioni che attua il sistema cognitivo molto prima di agire.

Il nostro cervello è capace di molteplici cose: può capitare che sensazioni e percezioni non siano sullo stesso piano, ma che si compensino quando viene in gioco una carenza. Così come la percezione può limitare, e il lato sensoriale ricostruisce grosso modo una forma in base ai dati ad esso forniti, alla stessa maniera il lato percettivo può andare ad integrare una porzione ricostruita in modo incompleto dalle sensazioni.

Ad esempio, l’esperienza visiva è una lettura sia conscia che inconscia delle immagini suscitate all’occhio, molto spesso ricostruite da delle rievocazioni nel sistema cognitivo della propria esperienza. Nella sensazione riceviamo semplicemente le impressioni dall’esterno (come vedere un colore, sentire un rumore); è l’effetto semplice e immediato del contatto dei nostri recettori sensoriali con l’ambiente. La percezione richiede l’intervento del sistema nervoso centrale, che elabora le informazioni sensoriali e le organizza in un’esperienza complessa.

È importante sottolineare che le emozioni, o più in generale l’umore, può modificare radicalmente l’interpretazione della realtà: in base al proprio “mood” l’essere umano ha la capacità d’interferire sulla percezione delle cose. Da alcuni studi è emerso che le strutture cognitive maggiormente responsabili sono l’ippocampo e l’amigdala: il primo sembra giocare un ruolo primario nella formazione della memoria a breve termine, raggrupperebbe informazioni processate da altre aree cerebrali sintetizzandole in un’unica configurazione di stimoli sensoriali esterni. L’amigdala, invece, consente il controllo dell’informazione sensoriale e l’attribuzione di un particolare significato affettivo e/o emotivo a tale informazione.

In sunto, l’esperienza e la memoria cambiano la percezione per ciascuno. Andiamo più nel dettaglio ad analizzare le condizioni della percezione: lo stimolo distale, quello prossimale, ed infine il percetto. Lo stimolo distale è il primo passo, l’inizio: ciò che noi otteniamo dall’impressione della luce in maniera sintetica. Lo stimolo prossimale è quel processo da cui noi dobbiamo ricavare informazioni da aggiungere alla sintesi per arrivare al percetto. Infine, il percetto è la risultante acquisita, l'oggetto della percezione, senza alcun riferimento alla cosa fisica da cui proviene lo stimolo.

Neuroestetica

La neuroestetica è un'area di ricerca scientifica che unisce due mondi differenti: le scienze cognitive e l'estetica; con un approccio neuroscientifico, quindi, si analizza il valore estetico delle opere d'arte. Negli anni '90 un artista, Lamb, ed un professore di neurobiologia, Zeki, firmavano insieme l’articolo The Neurology of Kinetic Art: per la prima volta l’arte veniva criticata da un punto di vista scientifico, e nacque una nuova disciplina, interessata fondamentalmente allo studio del cervello stimolato visivamente dalle opere: la neuroestetica. Attorno a questa nuova concezione gravitano, anche, altri studi, come quelli sulle leggi di Gestalt ad esempio.

La percezione: un ulteriore approfondimento

L’essere umano, durante la sua vita, registra un patrimonio di forme comuni, usato ogni volta il cervello abbia bisogno d’interpretare il mondo fisico. Così riconosciamo una mela come tale, attraverso forma, colore, l’elaborazione dei dati sensoriali in generale, che acquisisce un significato attraverso l’esperienza. Inoltre, esperienze e memoria possono cambiare la nostra percezione su questo patrimonio comune: per esempio, ad una persona la stessa mela potrebbe essere vista negativamente perché correlata ad un ricordo d’infanzia (si parla quindi d’immagini mnestiche).

Lo stesso ragionamento si applica differentemente anche se ci approcciamo a dei neonati oppure a dei non vedenti: la loro percezione ragiona diversamente, identificando il mondo circostante in assenza di una grossa percentuale d’informazioni, che per un neonato è il bagaglio di forme comuni, mentre per un non vedente è lo stimolo visivo.

La nostra percezione cambia anche in base a diversi fattori: posizione del corpo, illuminazione, e così via; nella realtà tutte queste mutazioni avvengono un’infinità di volte nell’arco di una giornata, e non potendo elaborare costantemente tutte queste informazioni sensoriali, il cervello organizza uno stratagemma, più veloce e più semplice: lavora attraverso una semplificazione della struttura delle forme, dato il costante bombardamento di stimoli dall’esterno.

Non potendo interpretare tutti i cambiamenti rispetto a ciò che ci circonda, estrapola le informazioni che sono fondamentali, e da queste riesce poi a ricostruire la realtà nel modo più fedele possibile. Il 90% delle informazioni sensoriali che riceviamo sono di tipo visive, e sono anche quelle più rapide (per esempio è 60.000 volte più veloce di un testo letto); inoltre, l’essere umano memorizza l’80% di esse, mentre solo il 20% del letto e il 10% del sentito.

Il linguaggio grafico, su questo ambito, non solo comunica in tempo reale tramite un approccio visivo, ossia rapidamente e più facile da ricevere, ma semplifica a priori il lavoro del cervello sulle forme. Per esempio, un cartello testuale non è facilmente comprensibile ad alte velocità, mentre un lavoro grafico è più istantaneo da percepire, ed è standard per tutti (non legato alla società, ma comprensibile globalmente). Per questo sono utili per trasmettere informazioni fondamentali.

Stilizzare un’informazione non inficia sul suo riconoscimento, in quanto con pochi tratti il cervello può ricostruire una percezione completa di essa. Non solo supera la barriera temporale, ma ha la capacità di esprimere anche concetti di grande complessità (vediamo come si esprime un bambino tramite il disegno: due punti ed una linea possono riconoscere un sentimento ed un’emozione di una persona).

Arte e scienza hanno sicuramente un punto d’incontro, dall’origine sicuramente antica (basta pensare alle ricerche di Leonardo Da Vinci). Questo connubio va avanti da moltissimi anni, ritrovando – ad esempio, le immagini ambigue di Escher: l’ambivalenza del contesto grafico, a livello visivo, ci porta ad alternare la visione dei due soggetti. Non è un collegamento palese, nonostante possa sembrare semplice, e può essere facile perché possediamo quella determinata informazione nel nostro patrimonio comune; la familiarità col soggetto ci produce l’ambiguità.

La Gestalt e il completamento amodale

La psicologia della Gestalt è una corrente incentrata sui temi della percezione e dell'esperienza; uno dei discorsi affrontati è il completamento amodale: è un fenomeno percettivo secondo il quale possiamo innatamente percepire regioni distinte e separate di un’immagine completarsi e formare una singola forma. Questo completamento, acquisito in un momento non ancora chiaro, sopperisce alle perdite di informazioni degli oggetti interessati, così che il sistema visivo è in grado di completare le figure anche quando le forme completate non sono familiari.

Un esempio su questo fenomeno può essere il Triangolo di Kanizsa: non è nient’altro che un’illusione ottica di un triangolo bianco poggiato su tre sfere nere. Il cervello ha chiara questa forma, l’ha identificata, e perciò può ricostruire la sua forma in mancanza d’informazioni: si parla di conoscenza precedentemente acquisita. Questa elaborazione può avvenire anche in casi di paradosso.

L’ampliamento dei sensi ed i fattori extrasensoriali

La nostra percezione si basa non solo dai classici 5 sensi: quest’ultimi, infatti, possono essere ampliati fino a 13, e comprendono valori come quelli del movimento, la pressione, il dolore, la temperatura; in generale tutta una serie di stimoli sensoriali differenti e molteplici, che viaggiano assieme alla percezione visiva.

A questi fattori sensoriali, possiamo aggiungere anche altri fattori, extrasensoriali:

  • Selezione percettiva. Scegliamo l’importanza o la rilevanza delle forme, effettuando una scelta tra tutti gli stimoli che ci colpiscono.
  • Sensibilizzazione percettiva. Sia incontrollatamente che indotto, uno stimolo può essere favorito all’elaborazione, variando la rilevazione delle forme di un soggetto.
  • Modificazione percettiva. Sull’informazione ottenuta agisce un’influenza pregiudiziale, variando la propria interpretazione.

Il comportamento animale rispetto al sistema visivo

Se per l’essere umano l’apparato visivo è alla base della nostra analisi sensoriale, per il mondo animale può essere superato da altri sensi, come quello dell’olfatto o del movimento. Un esempio può essere la scimmia, nostro antenato: il loro sistema visivo è tricromate, ossia possiedono nella retina tre tipi di recettori (coni) della luce. Queste luci cromatiche sono quelle primarie: rosso, verde e blu; la loro unione crea il bianco, la luce naturale. A differenza di altri animali, che sono bicromati, percepiscono molti più colori nel loro spettro visivo. Difatti per un animale bicromate, in assenza di coni sensibili alle fasce di colori caldi, il range di visione coloristico è limitato.

Prendiamo ad esempio l’occhio di un gatto: dietro la retina (o in altri casi compenetrata ad essa) possiedono una seconda struttura oculare, chiamata tapetum lucidum, una specie di catarifrangente che aumenta la quantità di luce che arriva ai fotorecettori della retina. Si trova principalmente negli animali notturni con una buona visione al buio, e funziona in modo differente tra specie a specie. Anche la colorazione cambia (per quanto riguarda il riflesso nell’apparato visivo): nei felini e cani è più sul giallo, per i roditori rossiccio, per i pesci biancastro.

Per quanto riguarda invece la posizione dell’apparato visivo: nei predatori sono posizionati più anteriormente, mentre nelle prede sono posizionati più lateralmente. I primi necessitano di una visione migliore per l’inseguimento, mentre i secondi necessitano di una visione più globale per sfuggire; la vista, quindi, è correlata in base alla necessità della sopravvivenza, mutando il campo visivo.

Ad esempio – per un uomo è 180°, un cane 240°, un gatto 285°; la visione binoculare è data dalla visione con ambo gli occhi, esempio – per un uomo è 100° circa, per un cane 60°. Questo fattore inficia sul valore della distanza, ossia sulla visione stereoscopica, la porzione di vista che valuta le distanze. Più gli occhi si distanziano, più la visione binoculare diminuisce, abbassando la percezione esatta della distanza e la valutazione generale della tridimensionalità. Gli uccelli, invece, possiedono occhi ben sviluppati, e nella maggior parte delle specie sono posti molto lateralmente, permettendo loro una visione a “grandangolo” (ad alcune specie persino a 360°). Lo svantaggio è hanno un angolo relativamente piccolo di visione stereoscopica e, di conseguenza, la percezione della profondità di campo.

Negli occhi di diversi animali, possiamo trovare pupille delle più svariate forme: le nostre, per esempio, sono perfettamente rotonde, quelle dei gatti sono verticali e quelle delle capre orizzontali. Gli animali con pupille orizzontali tendenzialmente sono erbivori, in particolar modo, quelli i cui occhi sono posizionati esattamente sui lati della loro testa. La visuale, di questi animali, gli permette di avvistare prima i predatori, è importante anche che abbiano la capacità di vedere bene dove scappano.

I predatori passivi con occhi frontali sono quelli che presentano pupille verticali, che creano profondità visiva e una sfocatura, quando oggetti a distanze diverse diventano fuori fuoco. Infine, le pupille circolari sono proprie dei predatori attivi e si suppone possano essere correlate alle altezze. I nostri occhi, per esempio, sono troppo lontani dal suolo per beneficiare della visuale che possiede una capra o anche quella di un gatto.

Nel mondo animale, esistono diversi tipi di occhi e si differenziano anche per il loro modo di vedere i colori: c’è chi vede a colori e chi in parte in bianco e nero; insetti come le farfalle sono in grado di percepire la luce ultravioletta.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Asayuna di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria della percezione e psicologia della forma e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Accademia di Belle Arti di Napoli - Accademianapoli o del prof Di Fiore Lorenza.
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