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Profilo di storia della letteratura latina

Storia letteratura

753 a.C. Data tradizionale della fondazione di Roma. (Fibula Praenestina ecc.) Inizia il periodo regio.

509 Fine del periodo regio. Inizio della repubblica.

495-272 – Guerre di espansione: dal Lazio contro Latini, Volsci, Equi, città etrusche sulla riva destra del Tevere) a tutta la penisola italica (guerre sannitiche: 343-290; guerra tarantina: 280-272).

493-300 Contrasti sociali (lotte tra patrizi e plebei) e loro graduale composizione:

  • 493: istituì tribuni della plebe;
  • 471: istituì comizi Tributi;
  • 451: leggi delle XII tavole;
  • 445: matrimoni misti (Lex Canuleia);
  • 367: ammissione dei plebei al consolato (Leges Liciniae-Sextiae);
  • 300: completa parificazione dei plebei nei diritti alle magistrature: i plebei possono accedere anche alle cariche sacerdotali compresa quella di Pontifex Maximus.

Primi documenti della lingua latina

Documenti preletterari

a) La poesia in versi saturnio:

  • Carmina popolari (scongiuri, giuramenti, ecc.);
  • Carmina religiosi (Carmina Salaria, Carmen Arvale, Carmen lustrale);
  • Carmina convivialia (gentilizi: per esaltare membri della “gens” resisi illustri per eroismo).

N.B. Sono messi in dubbio da alcuni storici e critici già nell’antichità.

Poesia comica e popolaresca: Fescennino, Atellana, Satura/carmina triumphalia (con frizzi salaci all’indirizzo del generale trionfatore).

b) La prosa:

Leggi regie, Annali, elogi (iscriz. funebri), laudationes funebres….

L’unico nome pervenutoci fra gli autori di opere preletterarie è quello di Appio Claudio Cieco (fine 3° - inizio 4° secolo).

264-241 Prima guerra punica.

La letteratura latina sorge quasi d’un tratto verso la metà del terzo secolo a.C. (240: esordisce Livio Andronico), dopo che Roma in breve tempo ha conquistato e unificato tutta la penisola italica e, vincendo la 1° guerra punica, si è affermata come potenza mondiale; l’avere una letteratura propria diventa necessario per il prestigio di una grande potenza egemonica.

Le forme letterarie sono desunte dai Greci, cioè dall’unico popolo che nel bacino mediterraneo aveva una cultura valida e universalmente diffusa; ma queste forme, trapiantate in Roma, si permeano dello spirito, del costume e delle antiche tradizioni preletterarie delle popolazioni latine e italiche. Del resto fra la civiltà romana in rapida ascesa e quella greca ormai in declino, vi era necessariamente una sfasatura, per cui l’imitazione non fu pedissequa e si ebbero profonde differenze nello spirito della produzione artistica.

Storia letteratura

219-201 a.C. Seconda guerra punica.

200-130 ca. Guerre di conquista in Oriente (Macedonia, Siria, Grecia, eredità di Pergamo).

149-146 Terza guerra punica (Scipione Emiliano).

133 Assedio di Numanzia (Scipione E.): vengono concluse le guerre in Spagna.

All’inizio la letteratura latina, per quanto favorita e incoraggiata dalla classe dirigente, non è opera di circoli intellettuali isolati dalle forze vive della società, ma ha sostanzialmente carattere popolare e democratico, con autori di grande genialità come Nevio (275-201 ca.) e Plauto (254 ca. –184), le cui commedie sono il frutto più significativo del contatto fra il mondo italico, ricco di energie vitali, e le forme letterarie e il costume di vita più raffinato del mondo ellenistico.

Plauto sembra apparentemente estraneo ai grandi avvenimenti di politica interna ed estera del suo tempo, ma in realtà la freschezza dell’invenzione, il gioioso ottimismo, la straripante fantasia alacre e grottesca delle sue commedie, sono il prodotto di una società in rapida espansione, che si affaccia a nuovi orizzonti di vita e di costume.

Dopo Plauto, la letteratura latina perde il contatto diretto con il popolo e gradualmente si pone al servizio dell’aristocrazia e dei suoi ideali, adempiendo ad una funzione politica e sociale ispirata dalle classi dirigenti. La letteratura di ispirazione aristocratica da un lato celebra le imprese dei grandi personaggi politici e le storie di Roma, dall’altro mira alla diffusione di un tipo di cultura raffinata di derivazione ellenistica.

Questa duplice tendenza è rappresentata in modo eminente da Ennio (239-169), che riveste la cultura nazionale aristocratica delle forme più evolute dell’ellenismo (vedi anche l’introduzione dello esametro omerico nell’epica latina: Annales).

Nel corso del secondo secolo questi principi sono ulteriormente sviluppati dal circolo degli Scipioni, che adatta gli ideali della filosofia greca alle esigenze dell’imperialismo romano, dandogli una giustificazione illuministica, in nome dei principi di umanità, filantropia, pacificazione delle genti.

N.B. Il principale teorico del circolo degli Scipioni fu Panezio di Rodi, secondo il quale l’ideale stoico della repubblica universale, fondato sul principio che tutti gli uomini sono uguali per natura, si realizza nell’impero universale di Roma, che non è puro dominio imperialistico, ma protettorato, da parte del popolo che ha doti politiche superiori, sulle altre genti incapaci di governarsi saggiamente da sole. (Adattamento della filosofia dell’uomo “universale” al civis Romanus, che è anche miles e conquistatore).

Accanto a questo aspetto più strettamente politico dell’ideale di humanitas, nel campo morale, sociale e individuale Panezio dice che fra i doveri inerenti alla natura umana, oltre a quelli comunitari, vi è quello di sviluppare liberamente la propria natura individuale, dedicandosi quindi anche a una vita di puro studio se questa si confà ai gusti.

Sul piano del costume di vita e dell’arte, i nuovi ideali sono rappresentati da Terenzio (195 ca. –159), che alla vivacità comica e plebea di Plauto sostituisce un’arte delicata e aristocratica, portatrice di precetti di comprensione umana, di gentilezza, di cortesia. Il suo spirito universale di umanità supera largamente per profondità e commozione di sentimenti i modelli greci, ed apre la via a quella poesia dell’intimità e dell’introspezione che sarà una delle caratteristiche più originali della letteratura latina.

Mentre l’arte di Terenzio era ancora legata strettamente ai problemi del costume ed aveva una sua funzione civile, a poco a poco, dagli stessi ideali del circolo degli Scipioni, che pongono l’accento sui valori dell’individuo ed accolgono dall’ellenismo l’amore della cultura in sé stessa (vedi quanto detto di Panezio) – e contro i quali era rimasta senza successo anche l’opposizione di Catone, che alla fine della sua lunga esistenza (234 – 149) fu indotto ad una parziale conversione verso la cultura e il costume ellenizzante in Roma – nasce una trasformazione nella concezione dell’arte.

Storia letteratura

133-80 a.C. Dai Gracchi alla dittatura Sillana.

  • 133: Tiberio Gracco;
  • 123-121: Caio Gracco e fallimento dei loro sforzi per risolvere gli urgenti problemi sociali;
  • 111-85: Mario contro Giugurta, contro Cimbri e Teutoni e prima guerra civile tra Mario e Silla;
  • 90-89: guerra sociale: gli italici si sollevano contro Roma e ottengono la cittadinanza romana;
  • 85-80: Silla contro i mariani;
  • 80-79: dittatura di Silla.

N.B. Scipione l’Emuliano muore nell’anno 129 a.C.

La trasformazione si svolge parallelamente alla evoluzione della vita e delle consuetudini materiali e morali della classe dirigente romana: le occupazioni politiche e militari non assorbono più totalmente l’individuo, cresce l’amore per gli agi e per i piaceri del corpo e dello spirito, per l’otium; il costume tradizionale entra in crisi.

Mentre da un lato matura uno spirito critico e spregiudicato, che cerca forme d’arte più schiette e libere dal conformismo (vedi l’individualismo e la satira demistificatrice di Lucilio, il primo cittadino delle classi Alte che trascura dedicarsi alla letteratura), dall’altro la carriera politica per il riconoscimento del valore autonomo della cultura e dell’arte conduce al distacco delle lettere dalla vita della comunità e dal contatto col popolo; l’autore non soltanto mira ad affermare liberamente nell’arte la propria personalità e i propri sentimenti, com’è il caso di Lucilio, ma finisce coll’isolarsi completamente dalla vita sociale, concependo la poesia come divertimento dello spirito ed espressione di dottrina raffinata come sarà il caso di Lutezio Catulo e dei poeti lirici del suo circolo, complessivamente privo di profondi ideali e di energie creatrici originali.

80-44 a.C. Età di Cesare: la dittatura di Silla – dittatura personale! – dà inizio ad una serie di tentativi per instaurare un potere personale che si sovrapponga agli organi costituzionali: la ristretta oligarchia già dominante viene minacciata da singoli uomini potenti che si sottraggono alle regole del vecchio gioco costituzionale e cercano l’appoggio di nuovi strati sociali emergenti dal basso: la borghesia, i provinciali, i collegia degli artigiani.

Perciò, dalla dittatura di Silla all’avvento del principato di Augusto, la Repubblica è scossa da lotte civili, da rivolgimenti politici e sociali, che modificano radicalmente le strutture dello stato e le condizioni della vita politica:

  • 71: guerra servile (insurrezione degli schiavi guidati da Spartaco);
  • 63: congiura di Catilina, durante il consolato di Cicerone, che la sventa;
  • 60: 1° triunvirato: Cesare, Pompeo, Crasso;
  • 59: consolato di Cesare;
  • 58-52: Campagna di Cesare nelle Gallie;
  • 53: morte di Crasso;
  • 52: Milone uccide Clodio in uno scontro di bande armate. Pompeo è nominato Consul sine collega (praticamente è padrone del Senato e di Roma). Reazione di Cesare:
  • 49: inizio guerra civile fra Cesare e Pompeo;
  • 48: Cesare sconfigge Pompeo a Farsalo;
  • Perdona gli anticesariani;
  • Toglie l’Egitto a Tolomeo e lo passa a Cleopatra;
  • 44: Uccisione di Cesare. Antonio ne assume l’eredità politica, ma Ottaviano gli si oppone;
  • 43: battaglia di Modena, indi 2° triunvirato, vendette di Antonio e morte di Cicerone, che tra il settembre del 44 e l’aprile del 43 aveva osteggiato Antonio con le sue Filippiche (14).

La crisi in cui viene a trovarsi la classe dirigente, dalle cui file provengono nella massima parte i letterati, si riflette drammaticamente nella letteratura dell’epoca. Ma è crisi che favorisce il sorgere di grandi e originali geni e l’affermarsi di nuove forme letterarie: la lirica soggettiva d’amore (Catullo), il poema scientifico (Lucrezio), il dialogo filosofico (Cicerone), e l’epistolario intimo (Cicerone).

Si potrà dire che questi generi derivano dalla letteratura greca, ma i poeti dell’età di Cesare e i pensatori e gli storiografi acquistano un timbro e una voce nuovi e raggiungono una profondità e drammaticità sconosciuta ai Greci.

I poeti dell’età augustea raggiungeranno un maggior grado di equilibrio e di perfezione formale, ma i poeti dell’età di Cesare esprimono più immediatamente e in forma più vibrata il grido e l’appello della propria anima: la passione, la sofferenza e la ansia di Catullo e di Lucrezio sono vicine all’anima moderna.

Cicerone cerca di contemperare le contrastanti tendenze dell’epoca col suo ideale dell’humanitas, che è incontro della cura dello stato e dell’attività politica con l’attività intellettuale e culturale, per formare l’uomo completo.

Tuttavia, nonostante il suo sforzo di conciliazione, Cicerone lascia nella sua opera e ci propone nella sua persona e nei suoi errori storici e politici i segni delle contraddizioni e delle incertezze del suo tempo.

Solo Cesare sembra immune da incertezze nelle sue scelte politiche e nei suoi Commentarii; mentre Sallustio, seguace di Cesare, nonostante la notevole penetrazione dei fenomeni storici nell’acuta analisi delle cause politiche e sociali della crisi, è dibattuto fra aspirazioni mistico-moralistiche e passione per la vita politica.

Età di Cesare

La poetica dei “poetae novi” o “neoteroi” (alla greca)

Il gruppo degli intellettuali di avanguardia che, nell’età di Cesare, si appartano dalla vita politica e si dedicano al culto della raffinata poesia alessandrina, è denominato “poetae novi” perché così li definì Cicerone, che nel 45 li chiamerà addirittura con disprezzo cantores Euphorionis (Euforione = poeta greco ellenistico in cui prevale la ricerca di dottrina mitologica e di erudizione preziosa).

Fra tutti o su tutti spicca la figura di Catullo.

Poetica dei poetae novi

Gli ideali letterari a cui i poetae novi (o poeti neoterici) si ispirano sono sostanzialmente quelli di Callimaco e dei poeti alessandrini del terzo secolo a.C. Eccoli:

  1. Ripudio della poesia epica, e in genere della poesia solenne, gonfia, prolissa.
  2. Gusto della poesia breve e raffinata, di argomento tenue, delicata e ironica quindi, epigrammi, epilli, o brevia carmina: (epigramma = componimento assai breve, che esige intensità di sentimento e acutezza di concetti, di argomento vario e soprattutto amoroso. All’epigramma viene affidata l’espressione di sentimenti personali, ed è quindi la forma più soggettiva che sia giunta a Roma dalla poesia alessandrina. Ma solo in Catullo diventerà veramente l’espressione dei moti dell’anima.) (epillio = poemetto di soggetto mitico, che del mito sceglie aspetti non eroici, episodi secondari e poco noti, vicende patetiche o idilliche).
  3. Tendenza ad esprimere, o direttamente o sotto il velo del racconto mitologico, i propri sentimenti specialmente amorosi. (In questo senso Quintiliano aveva ragione di dire: “Nella elegia sfidiamo i Greci.” Infatti già nei poetae novi l’elegia alessandrina, che era la narrazione di una vicenda mitologica di soggetto amoroso e passionale, ma era solo narrativa (anche quando l’elegia era dedicata alla donna amata dal poeta, l’espressione di sentimenti personali d’amore trovava poco posto), diventa opera soggettiva e nei poeti elegiaci dell’età augustea sarà riservata alla effusione lirica del sentimento amoroso).
  4. Sfoggio dell’erudizione e cura scrupolosa della tecnica metrica e dell’eloquio (il poeta novus dev’essere doctus, cioè ricco di dottrina letteraria e mitologica, e capace di elaborare squisitamente la forma dei versi e del linguaggio).
  5. Mentre la poesia arcaica aveva tenuto d’occhio principalmente i grandi modelli della poesia greca classica, i neoteroi introducono definitivamente in Roma il culto della poesia ellenistica. E, nella loro ansia di amalgamare la cultura dell’oriente ellenizzato, benché fossero in politica anticesariani e conservatori, demolivano tuttavia le tradizioni morali e letterarie del partito conservatore (da qui l’antipatia di Cicerone per loro).
  6. Gusto per quello che di stringato, puntuale, sobrio, offriva Callimaco: quindi ripudio degli effetti vistosi e barocchi. È il corrispondente, in poesia, dell’atticismo della prosa d’arte: non per nulla Licinio Calvo, poeta novus e amico di Catullo, nella sua attività di oratore fu uno dei principali rappresentanti dell’atticismo.
  7. Gusto per la parola antica, rara, ben scelta: come una gemma preziosa incastonata nell’eloquio moderno.
  8. Edonismo: ispirato dalla loro giovinezza, più che per una precisa scelta filosofica di tipo epicureo. Il carattere del coetus (gruppo) dei neoteroi era quello della spontanea spensieratezza e della vigoria latina.

N.B. I poeti neoterici esercitavano un influsso duraturo sulla poesia augustea e postaugustea: i poeti del circolo di Mecenate, sebbene biasimassero i neoteroi, impararono da loro la diversa maniera di rivivere i classici della grecità (si pensi a Virgilio, allo stesso Orazio, che pur vantandosi di aver trasferito nella lingua latina i metri dei greci, deve moltissimo a Catullo nel campo della metrica, anche se nella metrica catulliana c’è ancora qualche impaccio strutturale; si pensi agli elegiaci dell’età augustea); e nel periodo imperiale, quando si torna agli ideali di una cultura romana ellenizzata, in superficie si rivendicano Virgilio e Orazio, ma in realtà l’occhio va al gusto, allo stile, all’esperienza dei neoteroi.

Cicerone oratore

106-43 a.C.

Cicerone fu un grande oratore, anzi il più grande del mondo romano, non solo perché fu un signore della parola e seppe crearsi una maniera di esprimersi tutta sua in un periodo ampio, solenne, musicale ma anche perché seppe dare all’eloquenza sostanza dottrinale e disciplina metodologica (=arte retorica).

Cioè, Cicerone fu grande oratore perché fu grandissimo rètore. Perciò è necessario vedere quale fu la preparazione retorica di Cicerone.

L’eloquenza in Roma

È proprio Cicerone nel Brutus a darci un’analisi minuta dell’oratoria del tempo.

Risalendo al 2° secolo a.C. troviamo i nomi di Emilio Paolo (il vincitore di Pidna nel 168 a.C. e padre di Scipione Emiliano), di Scipione Emiliano, di Lelio, (da cui Cicerone sottolinea l’eloquenza posata e garbata), di Servio Sulpicio Galba (appassionato e di grande effetto), di Caio Tizio (autore anche di tragedie, oratore di notevole arguzia, di vivacità narrativa, di limpida perspicuità).

E sempre in quel secolo, verso la fine, nell’età graccana, incontriamo negli oratori una maggior ricchezza di toni, un pathos più vibrante.

Pare che l’eloquenza di Tiberio Gracco fosse pacata, riflessiva, mentre quella di Caio

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher vventrella di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bari o del prof Dimundo Rosa Alba.
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