Da Gand a Yust: la parabola di un imperatore europeo
Nel 1519, alla morte del nonno paterno Massimiliano I, ricevette i possedimenti. Sovrano di Castiglia, d’Aragona, dei Paesi Bassi, di Napoli, di Sicilia, della Sardegna e dei possedimenti austriaci della casa d’Asburgo, il nipote di Massimiliano riuscì a cingere la corona imperiale di Carlo Magno diventando così il quinto imperatore di nome Carlo.
Le radici fiamminghe
Il 24 febbraio del 1500 nasceva a Gand Carlo d’Asburgo, figlio di Filippo e Giovanna di Castiglia. La città di Gand (Belgio) era entrata a far parte dei possedimenti del duca di Borgogna Filippo d’Ardito. I suoi successori avevano aggiunto alla Borgogna vera e propria altri territori che avevano cercato di unificare nel tentativo di ripristinare l’antico regno di Lotaringia.
Nel 1477 la sconfitta del duca Carlo il Temerario aveva messo fine a questi sogni di grandezza e alla stessa dinastia regnante. I Borgogna erano signori di paesi che si collocavano nelle zone economicamente all’avanguardia dell’Europa e il loro spirito cavalleresco li portò a ipotizzare una crociata contro i turchi.
Alla morte di Carlo il Temerario la figlia e unica erede Maria sposò l’imperatore Massimiliano I d’Asburgo portandogli in dote i territori del ducato che erano di appartenenza dell’Impero, Paesi Bassi e Franca Contea, mentre la Borgogna passava sotto la sovranità del re di Francia.
Carlo era il secondogenito di Giovanna e di Filippo di Borgogna. Poiché dal matrimonio della sorella Eleonora non erano nati eredi Carlo divenne l’unico successore dei suoi genitori. Per le popolazioni europee era una cosa normale essere governati da sovrani stranieri, quindi secondaria appariva la conformità della nazionalità del sovrano a quella del suo popolo, come secondaria appariva l’omogeneità dei territori sui quali governava.
Era ritenuta una disgrazia essere governati da un re straniero, non perché questo fosse tale ma perché poteva risiedere fuori dal regno, servirsi di consiglieri stranieri e drenare le ricchezze del paese fuori dalla zona che le aveva prodotte. I re stranieri potevano diventare nazionali se la dinastia alla quale appartenevano fosse riuscita a mantenersi sul trono per un tempo apprezzabilmente lungo e avessero fatto residenza nel paese che governavano. Se questo fosse avvenuto il lealismo dei sudditi ne sarebbe uscito rafforzato.
Nel 1504 la morte della regina Isabella di Castiglia aveva fatto della figlia Giovanna e di suo genero Filippo i successori di quel trono. Due anni dopo, per la morte di Filippo, Giovanna divenne l’unica sovrana della Castiglia e Carlo il suo erede. Ma la regina diede tanti e tali segni di follia che a tutti parve chiara la sua incapacità a governare e furono perciò in molti a ritenere che il trono castigliano dovesse essere garantito a Carlo.
Carlo fu proclamato re a Bruxelles nonostante la legittima regina fosse ancora in vita. Si trattò di un vero e proprio colpo di Stato che per avere completo successo doveva ottenere l’approvazione delle cortes. Nel 1517 Carlo si recò in Spagna dove ottenne dalla madre la conferma del titolo a condizione che sugli atti ufficiali apparisse ancora il suo nome. Poi ricevette dalle cortes il giuramento di fedeltà.
Essendo morto il nonno materno Ferdinando nel 1516 Carlo fu proclamato re a Saragozza anche dalle cortes aragonesi e imparò lo spagnolo, sposò un’iberica e in Spagna generò il suo erede Filippo comportandosi a tutti gli effetti come un re di Castiglia e d’Aragona.
Come si trasmettevano le corone
A cavallo fra 400 e 500 la maggior parte degli Stati europei erano monarchie. Il principio che regolava la loro trasmissione era quello dinastico. Vi erano però monarchie in cui non era consentito alle donne salire al trono secondo la legge salica.
Non tutte le monarchie erano ereditarie: alcune di esse erano elettive, con un sovrano eletto da un particolare organismo che rappresentava tutto il paese. Alla fine dell’400 le monarchie elettive più importanti erano il Papato e l’Impero. Carlo IV nel 1356 con un provvedimento chiamato Bolla d’oro aveva dato forma stabile al collegio elettorale riservando a sette principi elettori la designazione del titolare della corona.
Governare con il consenso
La maggior parte delle monarchie europee del 500 disponeva di istituzioni rappresentative nelle quali risiedevano i ceti del paese e potevano essere unicamerali, che erano la maggior parte, o bicamerali, e avevano un’origine medievale nate per dare ausilio e consiglio all’imperatore.
Con il passare del tempo i ceti tesero a considerarsi i rappresentanti del regno e rivendicarono il diritto di resistenza al sovrano qualora egli avesse violato la costituzione del paese. Lo Stato per ceti non prevedeva dunque l’unità del potere statale e costituì un fattore che impedì la nascita di un organismo unitario nelle forme di sovranità.
Per svincolarsi da condizionamenti e limitazioni di un potere dualisticamente esercitato i sovrani tentarono di ottenere dai parlamenti l’approvazione all’introduzione di particolari imposte e la discrezionalità nel loro utilizzo. In questo modo, disponendo di risorse finanziarie adeguate, essi erano in grado di condurre una propria politica e di espandere il loro potere indipendentemente dalla volontà dei ceti.
I regni bellici
Nel 1469 il matrimonio di Isabella di Castiglia con Ferdinando di Aragona aveva portato all’unificazione della maggior parte della penisola iberica sotto un solo sovrano. Della corona aragonese facevano parte alcuni territori italiani, la Sardegna e la Sicilia, mentre il regno di Napoli era retto da una dinastia cadetta della casa d’Aragona.
Valladolid era la sede della corte, altra città importante era Siviglia che conobbe un periodo di grande sviluppo e Toledo era la più importante sede episcopale spagnola. L’economia castigliana era basata su:
- L’agricoltura;
- La pastorizia;
- La manifattura.
Il grande sviluppo del commercio della lana era dovuto a una grande domanda e al grande numero che il paese possedeva di bestiame. Gli allevatori e i proprietari di greggi erano riuniti in un’associazione, la Mesta, che godeva di privilegi reali che consistevano nell’utilizzare gran parte del territorio per il pascolo. Questo andò a discapito dell’agricoltura che si vide diminuire le terre.
Frequenti erano perciò i conflitti fra agricoltori e pastori e di usurpazione da parte di questi ultimi di terre non destinate al pascolo. La conseguenza fu che la Castiglia non fu più in grado di nutrire la sua popolazione in crescita. Meno dinamica si presentava l’economia aragonese basata su prodotti tessili e beni alimentari; era stata danneggiata però dalla scoperta dell’America e dalle nuove priorità che l’inserimento in una monarchia più vasta comportava.
Dal punto di vista sociale i paesi iberici conoscevano la stratificazione tipica di tutti i paesi europei del tempo:
- Nobiltà articolata;
- Clero;
- Una borghesia agraria, mercantile, manifatturiera e intellettuale;
- Anche il mondo contadino era abbastanza articolato, si andava da contadini proprietari di piccoli appezzamenti di terra che gestivano in proprio, ai semplici braccianti.
Una notevole quantità di terre era di proprietà degli ordini militari cavallereschi.
L’arrivo di Carlo in Castiglia produsse malcontento nelle città castigliane le quali compresero che l’inserimento del paese in una più ampia monarchia avrebbe comportato l’appannamento della sua identità e lo avrebbe coinvolto in una politica che solo in maniera mediata avrebbe tutelato gli interessi nazionali.
Numerosi erano i conflitti al loro interno fra borghesi e nobili o quelli fra i rappresentanti dell’autorità regia e i consigli comunali locali. Per questi motivi diverse città castigliane costituirono nel 1520 una Junta e insorsero contro il potere reale chiedendo nuove forme di partecipazione politica:
- Chiesero che le cortes fossero riunite ogni tre anni;
- Che fossero ridotte le spese di corte;
- Che non fossero assegnate cariche pubbliche agli stranieri;
- Che si desse vita a un decentramento amministrativo;
- Che fosse il regno e non il re ad essere titolare della sovranità.
Quella dei comuneros, come venne chiamata, si configurava quindi sia come una rivoluzione costituzionale, sia come una rivoluzione sociale dati i conflitti che erano sorti fra nobiltà e ceti medi. Di questa divisione approfittò Carlo V che chiamò alcuni grandi aristocratici a governare il paese in suo nome favorendo in questo modo il passaggio della nobiltà dalla sua parte.
La sconfitta dei comuneros decretò il fallimento della rivoluzione ma servì da lezione al sovrano che da quel momento in poi fu più attento agli interessi del paese e si servì di consiglieri e di uomini di governo castigliani.
Le monarchie composite
I sovrani che come Carlo erano alla testa di una monarchia composta da più regni dovevano affrontare alcuni problemi: dovevano rispettare i profili istituzionali delle realtà sulle quali regnavano ma allo stesso tempo non potevano soddisfare il primo requisito che richiedeva la costituzione di ognuno, ossia la presenza fisica del sovrano.
Carlo non poteva essere dappertutto e pertanto cercò di supplire alle sue assenze con una seria impressionante di viaggi. In Castiglia e nei Paesi Bassi si servì di governatori-reggenti che appartenevano alla famiglia; nei territori tedeschi fu il fratello Ferdinando a rappresentarlo. I reggenti di sangue reale erano veri e propri sovrani mediati.
I parenti comunque non servivano solo a fornire reggenti ma erano utilizzati attraverso lo strumento del matrimonio per acquisire nuovi territori o per tessere alleanze. Negli altri regni che componevano la monarchia furono inviati dei viceré che rappresentavano in tutto e per tutto l’imperatore che aveva comunque l’ultima parola nella gestione degli affari pubblici.
Gli alter ego del sovrano non facevano dimenticare alle popolazioni soggette che la loro era una condizione di subordinazione, che il centro della monarchia era altrove e che era in un altro stato che arrivavano le direttive e le istruzioni che dovevano regolare il comportamento e l’attività dei reggenti.
La presenza di consiglieri spagnoli, la composizione del consiglio di Stato in cui sedevano solo spagnoli e l’abbandono della cura degli affari tedeschi al fratello testimoniano lo spostamento del baricentro della monarchia imperiale verso la Castiglia. Ma per lungo tempo era stata l’idea di impero a orientare l’attività di governo dell’imperatore. Carlo per impero intendeva un insieme di stati europei indipendenti sotto la sua egemonia e la sua autorità morale.
L’America
I nuovi territori erano di pertinenza della sola Castiglia. Ma il primo problema che si pose ai sovrani spagnoli fu quello di determinare i fondamenti giuridici della conquista del Nuovo Mondo. Qui non si potevano accampare i diritti dinastici e così valse il diritto di scoperta secondo cui le zone disabitate o abitate ma nelle quali non era chiaro chi fosse il sovrano potevano essere occupate da colui che li avesse scoperti per primo.
Gli immensi territori del Nuovo Mondo aggregati alla Castiglia non vennero ritenuti colonie ma parte integrante della corona asburgica e perciò organizzate in vicereami. In America Carlo aveva il diritto di patronato, ossia di nominare le principali cariche ecclesiastiche.
Carlo V non ritenne opportuno aggiungere ai suoi titoli quello di imperatore della nuova Spagna. Egli era un sovrano europeo e fulcro dei suoi interessi era in Europa: tuttavia da imperatore cristiano si preoccupò di difendere gli indios, vittime di una politica di sterminio da parte dei conquistadores e poi delle peggiori forme di sfruttamento praticate dai coloni.
Conseguente a questo suo modo di sentire fu una legislazione protettiva nei confronti degli indios nel 1542 che pose veri limiti allo sfruttamento degli indios ridotti ormai alla condizione di schiavi. Era comunque molto difficile applicare nelle lontane Americhe leggi emanate nel cuore della Castiglia.
La Francia
Francesco I di Valois salì al trono nel 1515 e contro Carlo egli combatté diverse guerre che non gli fecero conseguire alcun risultato se non quello di mantenere l’imperatore occupato sul fronte italiano, renano e mediterraneo e di frantumare ancora di più l’idea della Repubblica cristiana, si era alleato con i turchi e i principi luterani, e di ottenere il possesso della Borgogna.
L’esito vittorioso della guerra dei Cent’anni aveva espulso dalla Francia gli inglesi facendola tornare una potenza europea e riuscì a rafforzare il potere della monarchia. Segnati da insuccessi erano stati i tentativi dei predecessori di Francesco I di impadronirsi dei territori italiani accampando ragioni dinastiche in base alle quali sia Napoli che Milano dovevano essere sotto la loro sovranità in quanto legittimi discendenti degli Angiò e dei Visconti che nel passato avevano dominato quei territori.
La Francia era il regno più vasto e popoloso dell’Europa centroccidentale e sembrava dotata di inesauribili risorse militari, economiche e finanziarie. L’economia francese era basata sull’agricoltura fortemente regionalizzata. Nel settore secondario spiccavano le manifatture di panni di lana e di seta e la metallurgia. L’ampia e diversificata facciata marittima favoriva i traffici con i più diversi paesi. All’incirca un decimo della popolazione viveva in città.
Fra queste emergeva Parigi che negli anni di Francesco stava assumendo il ruolo e l’aspetto di una vera capitale anche se il sovrano viveva nei suoi dintorni. Francesco I aveva iniziato il suo regno con la vittoria di Marignano contro l’esercito svizzero di Massimiliano Sforza duca di Milano, con la pace di Noyon, che gli assicurava il possesso del Milanese, e con il concordato di Bologna che gli concedeva il diritto di nominare alcune cariche ecclesiastiche di Francia.
Centralizzò fortemente il potere nelle sue mani e si fece assistere come Carlo V da segretari e oltre che dal Consiglio del re anche dal Consiglio segreto, emanazione del precedente ma più ristretto e senza la partecipazione dei principi. Convocati sempre più di rado erano gli Stati generali ai quali partecipavano i rappresentanti del clero, della nobiltà e della borghesia urbana.
Alla morte di Francesco I nel 1547 gli successe il figlio Enrico II che intraprese altre guerre in Italia contro Carlo V e gli consentirono di introdursi all’interno del Sacro Romano Impero.
La Germania
Il pluralismo politico che connotava l’impero costituiva un elemento di debolezza nel momento in cui si doveva confrontare con altre potenze europee. La frammentazione, a volte spinta all’eccesso, il peso eccessivo dei ceti e la presenza di un singolo principe su una molteplicità di territori impedirono che si costruissero forme moderne di statualità.
L’impero si estendeva ben oltre la Germania propriamente detta e contava all’incirca duemila entità più o meno autonome. Sovrani stranieri possedevano territori all’interno dell’impero mentre i principi dell’impero erano titolari di altre corone. Al di fuori dell’Impero ma nella sua area di influenza erano i possedimenti degli ordini militari e cavallereschi.
Praticamente indipendente dall’impero anche se giuridicamente continuava a farne parte era la Confederazione svizzera, formata da cantoni autonomi. Ad accentuare la divisione dell’impero concorrevano le città libere, molto numerose. Le città più popolose erano Colonia e Augusta.
Massimiliano I pur rispettando il potere dei principi territoriali e delle città indipendenti, cercò di razionalizzare il governo dividendolo in dieci circoscrizioni imponendo una tassa comune i cui proventi sarebbero confluiti nelle casse imperiali, imponendo un tribunale camerale e la pace perpetua.
Con lui l’impero tese a germanizzarsi e nel 1512 divenne Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca. Ma esso mantenne i caratteri di debolezza anche perché lo stesso Massimiliano I tese a perseguire una politica dinastica che avrebbe portato all’esaltazione della sua famiglia e al coinvolgimento dell’impero nei conflitti che la interessavano piuttosto che alla tutela degli interessi dell’intera Germania.
Per Carlo l’Impero era solo uno dei numerosi scacchieri su cui operava: si impegnò in Italia, nel Mediterraneo e nei Paesi Bassi e trascurò la cura degli affari tedeschi delegata al fratello Ferdinando. Furono lo sviluppo del movimento luterano e la conseguente scissione religiosa a chiedere l’intervento dell’imperatore che gettò tutto il peso della sua autorità per comporre la frattura religiosa, non esitando a combattere apertamente contro i principi protestanti riuniti nella Lega di Smalcalda.
Carlo tentò di riformare la costituzione imperiale con l’obiettivo di rafforzare il potere centrale e di ridurre i diritti dei principi territoriali, ma questo progetto cadde nel vuoto di fronte alla tenace resistenza dei principi cattolici e luterani. Negli anni successivi la ripresa della guerra contro la Francia indusse a conferire ulteriori poteri al fratello e a farsi da lui rappresentare nella dieta di Augusta del 1555 che sancì quello che Carlo aveva cercato di evitare, la divisione religiosa nell’impero.
L’Italia e il Mediterraneo centrale
In Italia Carlo possedeva la Sardegna, la Sicilia e il regno di Napoli.
Le complesse vicende delle guerre di Italia, iniziate nel 1494, con la discesa di Carlo VIII nella penisola, lo avevano portato prima a espellere i francesi dal ducato di Milano e poi nel 1535 a impadronirsene.
Controllare l’Italia significava per Carlo controllare un paese che era un luogo centrale dell’economia europea per la sua ricchezza, la sua civiltà, le sue città, la sua insorse contro il tentativo di introdurre l’Inquisizione spagnola; una congiura era stata ordita nel 1546 a Lucca per scalzare dal governo di
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