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Materia – Lezione n°115/10/2018

Data: 15/10/2018

Materia: Storia della medicina (Scienze umane)

Professore: Donatella Lippi

Introduzione

La Storia della Medicina da sempre, almeno in Italia, è incardinata nelle facoltà mediche. A Firenze, la Storia della Medicina nasce nel 1805 e prende il nome di Historia filosofica della Medicina. L’aggettivo filosofica vuole sottolineare che l’insegnamento di questa disciplina viene introdotto per svincolare la medicina clinica da un approccio troppo limitato, imposto dalla cosiddetta Medicina dei Sistemi. In questo nuovo contesto, dunque, lo spirito critico e l’autonomia del medico perdono progressivamente importanza. Ed è così che comincia a emergere la necessità di aderire a vere e proprie teorie. Dunque, nel 1805 viene fondata la cattedra di Historia della Medicina proprio per ricordare al medico di svolgere questo esercizio di “problem solving” autonomo.

La Storia della Medicina comincia a diffondersi come materia di studio nelle facoltà sia umanistiche che scientifiche, assumendo contenuti differenti a seconda delle priorità di insegnamento delle università. Nella facoltà di Lettere, ad esempio, si incentra prevalentemente sullo studio della storia della sanità e dell’assistenza. Mentre diventa uno studio della storia della Scienza presso la facoltà di Filosofia.

Nella Facoltà di Medicina, invece, la Historia della Medicina prende le distanze dagli altri insegnamenti, perdendo la sua componente filosofica e basandosi esclusivamente sullo studio della storia della Medicina, che viene insegnata dai medici stessi, una volta andati in pensione. I medici, tuttavia, pur possedendo numerose virtù, non risultano in grado di padroneggiare sufficientemente il metodo storico (proprio perché sono medici e non storici), riducendo questa materia, come riporta il filosofo Jean Starobinski, a una specie di raccolta di aneddoti, di curiosità e di storielle. Ma la Storia della Medicina non è questo. Non è una galleria di medaglioni con sopra raffigurati antenati, nelle case con un’antica tradizione. Perché, se si osserva la manualistica del passato, si riscontra una sequenza di date, di scoperte, di invenzioni e di nomi che ci costringerebbero ad affrontare domande del tipo “In che anno è successo questo?”, “Chi ha scoperto questo?”. Tuttavia, non è questo lo scopo dell’insegnamento di tale materia, bensì è quello di ragionare e di porsi domande che iniziano con “Perché?”.

Esistono precursori?

La prima domanda da affrontare è “Che cos’è una scoperta scientifica?”. La seconda domanda è “Come si può riconoscere la paternità di una scoperta scientifica?”. Infine dobbiamo chiederci “Esistono precursori?”.

È importante sottolineare questo concetto, poiché la Storia della Medicina del passato soffriva di una malattia che in gergo si chiama “il virus del precursore”. Pertanto la domanda che veniva più frequentemente posta era “Chi è stato il primus qui?”. Questa domanda non ha risposta. La scoperta scientifica non è come la dea Atena, che nasce dal nulla, armata di tutto punto, dalla testa di Zeus che soffre di mal di testa. Possono esserci più individui che hanno contribuito, nel tempo, a una determinata scoperta.

Ad esempio, la domanda “chi ha scoperto il diabete?”, non ammette una risposta univoca. Cosa vuol dire “Chi ha scoperto il diabete?”. Una risposta possibile potrebbe essere: “È stato Areteo di Cappadocia che ha usato la parola diabètes in greco, derivato da diabàino, che significa defluire, per indicare la profusione di urine che caratterizza la malattia.” Un’altra risposta è: “È stato il medico Paracelso, che nel 1600 ha avvertito un gusto zuccherino nelle urine dei diabetici”. La terza possibilità: “È stato Claude Bernard che nel 1855 ha descritto il lipogeno e la funzione lipogenica del fegato”. Oppure, “sono stati Banting e Best che hanno ricevuto il premio Nobel per aver utilizzato la terapia a base di insulina nella canina pancreatomizzata”. Quindi, “Chi ha descritto il diabete?” è una domanda mal posta.

Anche la domanda “Chi ha scoperto il glicogeno?” lascia spazio a varie interpretazioni. Che vuol dire: “Chi ha scoperto il glicogeno?”. Vuol dire “Chi si è immaginato che esistesse?”, “Chi gli ha dato un nome?” o “Chi è riuscito a isolarlo?”

Su tutti i manuali c’è scritto che la scoperta del glicogeno è associata a Claude Bernard, che nel 1855 tolse il fegato a un cadavere, lo tenne sotto l’acqua corrente per tanto tempo, e osservò che il fegato continuava a produrre una sostanza che Bernard chiamò matière glycogène. Ma non è stato lui il primo ad isolarlo, non è stato lui il primo ad ottenerlo perfettamente puro. Negli stessi anni, infatti, c’era anche una comunità scientifica che lavorava sul glicogeno. Poi, per varie ragioni, anche per ragioni politiche, cioè in base a quale fosse lo stato più forte che controllava la pubblicistica medica, la scoperta del glicogeno venne attribuita a Claude Bernard (perché su di lui erano confluiti i vari sforzi di un’intera comunità scientifica). Ma è riduttivo. Così come è riduttivo pensare all’unicità della scoperta scientifica.

Tante volte si sente dire “Chi ha inventato il telefono?”. Noi per spirito nazionalista diciamo che è stato Meucci, ma se lo chiedono a qualcun altro, rispondono che è stato Bell. Non ci interessa mai sapere se uno ha preceduto un altro di qualche mese. Di questi dilemmi ce ne sono tantissimi. Uno, per esempio, molto famoso e per giunta locale, è quello dell’individuazione del vibrione del colera. Nel museo anatomico di Careggi è presente un vetrino con il preparato istologico del colera con sopra scritto: “Vergato di mano dal professor Filippo Pacini, Vibrio cholerae 1854.” Quindi sembrerebbe lui l’artefice della scoperta.

Eppure si dice che, il vibrione del colera, sia stato scoperto da Robert Koch. Ciò perché Pacini vide il vibrione del colera, preparò il vetrino e pubblicò la notizia su una rivista diffusa solo a Pistoia. Robert Koch non lesse la pubblicazione di Pacini, studiò il colera nel 1883 e rivide il vibrione. Koch lo pubblicò in inglese sul British Medical Journal, rivista medica per eccellenza, dove venne letto da tutto il mondo. Dunque, proprio per questo, la scoperta del vibrione del colera, viene attribuita a Koch.

Tuttavia, a seguito di lamentele e di reclami degli spiriti nazionalistici, nella nomenclatura internazionale troviamo “Vibrio cholerae Pacini 1854”, per rendere giustizia all’intuizione di Pacini. Ma ciò che rese Koch vincente è stato il fatto che pubblicava in inglese e si faceva leggere da tutti. Queste discussioni sono più attuali che mai.

Perché non esistono i precursori? Perché se dico che Aristarco di Samo può essere considerato un precursore di Niccolò Copernico, tolgo qualcosa sia ad Aristarco sia a Copernico? Perché li strappo dal contesto in cui hanno vissuto, dal contesto in cui hanno lavorato, li allontano dagli strumenti che avevano a disposizione e creo un nesso che assolutamente non c’è. Quindi non possiamo parlare di precursori, perché la storia della scienza non è una sequenza asettica, ma è la storia dei rapporti che intercorrono nel mondo delle idee e nel mondo della realtà. Per questo dobbiamo ragionare sulla differenza che c’è tra progressione e progresso.

Se dicessi che insegno il progresso della medicina avrei già fallito come storico. Perché se utilizzassi il termine progresso mi ergerei a giudice, affermando che in questa fase della nostra vita, noi siamo un passo avanti rispetto a chi è venuto prima di noi. Darei, in questo modo, un giudizio. Ma noi non dobbiamo dare giudizi. Non sono le magnifiche sorti e progressive, che diceva Leopardi, per cui la storia è un’epifania della verità. Oggi siamo più bravi di ieri ma meno di domani. Quello che consideriamo l’angelo della storia ha la testa girata all’indietro, perché il suo obiettivo è quello di guardare da dove veniamo, per riuscire ad individuare i nostri obiettivi.

Nel quadro di Paul Klee “Angelus Novus” vediamo il senso di questa dinamica della storia, di questa capacità di non giudicare, perché lo storico non giudica, ma guarda, considera e collega gli individui, le istituzioni, con le varie forme di pensiero, con la società, con la politica, con l’economia, con la sanità. Questa è la Storia della Medicina.

La medicina è la storia del rapporto tra individui

Perché parliamo di individui e non di persone? Pensiamo al medico e al paziente. Oggi come viene chiamato il paziente? Cliente oppure utente. Perché l’ospedale non è più un ospedale, ma un’azienda sanitaria, quindi noi siamo clienti o utenti di un servizio. Esiste una data di nascita di quando comincia ad essere usata la parola paziente? Quindi, perché individuo e non persona?

In greco individuo vuol dire indivisibile, mentre persona vuol dire maschera. È giusto usare la parola individuo e non persona perché noi tutti siamo fatti di un corredo biologico, fisico, ma siamo anche fatti di valori, di idee, di speranze, di passato, di passioni; quindi è difficile distinguere questi ambiti.

Partiamo da un triangolo che è stato formulato da Ippocrate, medico del V secolo a.C. Questi nel primo libro delle Epidemie scrive: “L’arte si compone di tre termini: la malattia, il malato e il medico”. Mette dunque in evidenza la relazione tra malato, medico e malattia.

Riflettiamo sulla pericolosissima parola “arte”. Il testo greco riporta la parola téchne, ma la traduzione con il termine ars ad opera di Seneca nel I secolo d.C. risulta solamente parziale. Ciò è accaduto anche col primo degli aforismi di Ippocrate: “vitae brevis ars longa”. Anche in questo caso ars è la traduzione latina di téchne in greco.

Ma quello su cui dobbiamo concentrarci è ciò che segue: “Il malato aiuta il medico a combattere la malattia”. In che ambito siamo se parliamo di combattere? In ambito bellico e di conflitto. E come si chiama il rapporto che lega due persone, in questo caso il malato e il medico, contro la malattia? Alleanza. Questa è una formulazione ante litteram dell’alleanza terapeutica, che sarà l’obiettivo del medico, il quale farà del suo meglio per sviluppare nel malato la capacità di reagire. Quindi il malato e il medico insieme hanno più forza per contrastare la malattia.

Come si dice “malattia” in greco? Nosos. Oggi per indicare la malattia invece bisogna prendere in considerazione tre termini:

  • Disease: il danno organico, ovvero la malattia che colpisce il nostro fisico. Il morbo di Parkinson, ad esempio, è “Parkinson’s disease”. È oggettivabile, si vede, è l’oggetto della scienza. È il danno che si vede a vari livelli sul nostro corpo.
  • Illness: il benessere psicologico. Tuttavia, noi possiamo stare bene fisicamente, ma non interiormente. Possiamo avere un vissuto problematico, complesso.
  • Sickness: la ricaduta sul sociale. Ad esempio, nella regione Toscana, che ha approntato diverse linee guida per la vaccinazione, per contrastare la diffusione delle malattie, non vengono messe in evidenza malattie come il morbillo, la parotite, l’epatite B, ma la malattia, gli aspetti sociali della malattia. Quindi quando si parla di malattia come conseguenza dello stile di vita e delle condizioni sociali si parla di sickness.

Nel corso della storia, in alcuni momenti è stata data più importanza al disease, in altri alla sickness. Il 1700 è il regno della sickness, mentre l’800 è dominato dalla ricerca per la malattia patologica, quindi il disease. Non è, dunque, difficile determinare il significato di malattia, poiché abbiamo a disposizione tante parole. È, senz’altro, più difficile definire cos’è la salute. Un filosofo tedesco, Hans-Georg Gadamer, ha scritto un libro che si intitola “Dove si nasconde la salute”. Questo perché ci accorgiamo di cosa sia la salute solo quando la perdiamo, quando cerchiamo di recuperarla.

La definizione di salute secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) è: “Uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”. Quindi niente disease, niente illness e niente sickness. Non è frequente trovare un contesto in cui una persona non abbia danni organici, problemi psicologici, e abbia tutte le condizioni sociali che le permettono di avere l’ospedale, il ticket accessibile, l’assicurazione. Questa salute è un’utopia. Sarebbe un obiettivo, ma in tanti contesti, come ad esempio nei paesi in via di sviluppo, non è realizzabile. Questa definizione dell’OMS lascia il tempo che trova.

Le fonti

Se quindi la storia della medicina è la storia delle idee, la storia del concetto di salute e di malattia nel corso del tempo, come faccio a ricostruirla? Utilizzando delle fonti, degli elementi di prima mano che servono per ricostruire il passato. Per ricostruire la storia della medicina servono tre tipi di fonti:

  • Le fonti letterarie, che sono sia i testi scientifici che non, come “Specchi di carta”. E sono il "core" della storia della medicina.
  • Le fonti artistiche, che servono per l’iconodiagnostica, che è una disciplina e non una scienza.
  • I resti umani, ovvero la base della paleopatologia.

L’iconodiagnostica è una disciplina e non una scienza perché non è oggettivabile e non è riproducibile, però è affascinante. Adesso l’iconodiagnostica, cioè la ricostruzione della patologia nelle opere d’arte, è assunta a metodologia didattica che si chiama Visual thinking strategies. Una psicologa cognitivista si è accorta che per il giovane studente, ma anche per il medico, guardare l’opera d’arte con occhio attento e critico, serve a sviluppare l’occhio clinico. Questo è fondamentale, perché, se viene nel nostro studio una persona che non abbiamo mai visto, osservandola, si possono trovare le “maniglie diagnostiche” per fare una diagnosi gestaltica. Bisogna dunque esercitare una delle poche facoltà che avevano anche i medici del passato, ovvero l’osservazione. Infatti, a forza di fare questo esercizio, l’occhio clinico si allena, guarda al di là del visibile.

Il pittore che dipinge non ha le competenze che gli permettono di comprendere se una persona presenta un disease. Egli ritrae solo quello che ritiene di vedere. Inoltre gli artisti sono fortemente influenzati dal proprio stile. Infatti, se è vero che sulla base della ricerca dell’iconodiagnosi, bisogna cercare il problema fisico in un’opera d’arte, è anche vero che, se si osserva, ad esempio, “Les demoiselles d’Avignon” di Picasso, non possiamo individuare un vero e proprio disease, poiché queste donne sono tutte strabiche, hanno nasi affilati e contorni del corpo taglienti. Egli non ha raffigurato delle donne simili, ma vuole denunciare che la bellezza è ovunque e che si sta preparando a realizzare “Guernica” per denunciare la dittatura franchista. Se questo è quello che vuol intendere Picasso, in questo caso non possiamo chiederci di che disturbi soffrano queste donne.

Se invece andiamo a considerare la “Venere" di Willendorf, sappiamo che è sempre stata considerata appunto una Venere, ovvero l’immagine della bellezza femminile. Tuttavia, sul volto non sono presenti i lineamenti. Gli storici dell’arte ci hanno ripensato e mettendo in evidenza il seno molto grande, gli attributi femminili, il ventre prominente e i fianchi larghi hanno capito che la “Venere” non rappresenta un ideale di bellezza, ma di fecondità. Perché nelle società antiche, ovvero matriarcali, la donna era garante della prosecuzione della specie, la cellula forte della famiglia. Quindi nella “Venere” di Willendorf l’artista ha voluto raffigurare ciò che contraddistingue una donna da un uomo: mammelle per allattare e aspetto ginoide.

Nei nostri giorni ovviamente questa concezione di fecondità non rispecchia quello della “Venere”. Quindi, ciò che per l’artista del passato era positivo, un obiettivo da raggiungere, quello di avere un fisico (come quello della “Venere”) che permettesse di allattare molti figlioli ed avere una progenie molto ricca, ai giorni nostri non è considerato fisiologico.

Consideriamo la “Maddalena” di Donatello. Cos’ha voluto raffigurare l’artista? Un’anoressica? Col naso affilato, gli occhi infossati, gli zigomi sporgenti e i fasci muscolari in evidenza. Oppure ha voluto esprimere il simbolo della mortificazione di una donna che asciuga i capelli di Cristo con i suoi capelli e va nel deserto a fare penitenza?

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Scienze mediche MED/02 Storia della medicina

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