Storia della lingua italiana
Riferimenti bibliografici
- S. Bozzola, La lirica, Bologna, Il Mulino, 2012
- A. Afribo - A. Soldani, La poesia moderna, Bologna, Il Mulino, 2012
Esame scritto
L'esame scritto avrà 3 domande:
- Domanda di analisi linguistica (troveremo uno dei testi affrontati a lezione con la richiesta di soffermarci sulle particolarità)
- Nucleo teorico
- Nucleo teorico
Oggetto di studio
Lo studio riguarda la lingua poetica o della poesia in Italia nella sua dimensione diacronica (dal momento di formazione fino al Novecento). È interessante vedere lo sviluppo diacronico verso una soluzione comune e nazionale. A partire da una prima età di polimorfia, si passa a una situazione stabile che si codifica e dura poi nei secoli. La lingua poetica ha mantenuto una fisionomia di "eccezionale stabilità", come dice Serianni.
Nel suo periodo di formazione, la lingua è accompagnata dalla "questione della lingua", riflessione su quale sia la lingua da utilizzare (fondamentale nel ‘500). La lingua della poesia nasce e si inserisce all’interno dei versi e della metrica, di una forma stabilita in modo rigido, di regole metriche. Il metro non determina la lingua, ma sicuramente influisce.
Oscillazione tra allotropi
Serianni Luca, linguista, dà esempi lampanti. Lui chiede di considerare l'oscillazione tra due allotropi (= parole di forma diversa che hanno la stessa origine). Ad esempio:
- Anima (prosa/linguaggio parlato: trisillabo sdrucciolo) e alma (colto: bisillabo piano). Da un punto di vista di significato sono uguali, ma l’uso dell’uno dell’altro non è indifferente. La lingua viene condizionata dalla regola metrica.
- Stessa cosa avviene tra dove e ove: nel contesto di lingua poetica e costruzione metrica non è indifferente l’utilizzo. "Ove" ha possibilità di sinalefe (= possibilità di fondere in un'unica sillaba sia all’inizio che alla fine in quanto inizia e finisce con vocale), mentre invece "dove" non lo può fare.
La rima e l'osservatorio linguistico
La parola in rima, che occupa l'ultima posizione ed è inserita in relazione di rima con altri versi, è sempre un osservatorio privilegiato. La rima è sede di grande attendibilità linguistica. Per risalire alla matrice linguistica originaria, per capire cosa ha tentato di dire il poeta, la rima è fonte di attendibilità, in quanto il copista non ha potuto modificare più di tanto la parola in rima.
Stussi, altro linguista, propone un esempio in merito a questo. Se di fronte ad un'opera in versi dove si ha difficoltà, l’esame delle rime può dare una mano. Le parole "danno" e "mano" che rimano, dovremmo capire se il testo è toscano o è stato copiato in seguito. Stussi diceva che chi ha scritto il testo credeva che queste 2 parole potessero rimare. Quindi il fondo linguistico è settentrionale, poi un copista ha aggiunto la doppia, rendendo così imperfetta la lingua.
Anche per Dante la rima è per noi un osservatorio linguistico.
Strumenti per lo studio linguistico
Gli strumenti utilizzati per lo studio della lingua poetica includono:
- Manuali (come ad esempio Migliorini, Coletti, Serianni-Trifone): volumi che contengono la storia della lingua e sistematizzano informazioni dalle grammatiche
- Grammatiche storiche, sincroniche, normative (come ad esempio Patota, Castellani, ITALANT,...)
- Vocabolari: storici (aiuta nel documentare l’uso del significato e delle occorrenze di quella parola nei testi letterari). Ad esempio, "il Battaglia": il più grande vocabolario della lingua italiana, perché per ogni parola della lingua italiana il Battaglia scrive i vari significati e anche i contesti dove quella lingua compare
- Archivi elettronici (ATL, LIZ, TLIO, BIBIT)
Questi strumenti ci servono per effettuare lo spoglio linguistico, cioè la raccolta di tutti gli elementi utili per studiare la lingua di un certo testo. Luca Serianni definisce lo spoglio linguistico: "Uno dei passaggi irrinunciabili nell’esperienza di studio di uno storico della lingua è lo spoglio linguistico di un testo, vale a dire l’esame sistematico della sua compagine linguistica, strutturato secondo una griglia messa a punto già dalla fine dell'Ottocento. La successione dei fenomeni risponde a una sequenza rigida: grafia, fonetica (nell’ordine: vocalismo tonico, atono, consonantismo, fenomeni generali), morfologia, sintassi, lessico".
Giuseppe Compagnoni e la "Teorica dei Verbi Italiani"
Serianni nei suoi studi cita Giuseppe Compagnoni, con la "Teorica dei Verbi Italiani". Lui si preoccupa di scrivere una teorica dei verbi italiani regolari, anomali, difettivi e mal noti. Lui distingue i tratti linguistici:
- Comuni
- Antiquati
- Poetici
- Erronei
Alcune volte all’interno delle sue pagine lui scrive "Questa forma si scrive in prosa"... queste informazioni sono per lo storico della lingua di molto interesse. Chi scrive una grammatica di questo tipo ha presente che i tratti linguistici sono diversi a seconda che si scriva in prosa o poesia. Già Bembo aveva prescritto alcune forme per la prosa e per la poesia (es. niuno in poesia e nessuno in prosa). Più gli studiosi e i poeti si rendono conto che stanno utilizzando una lingua separata. Si crea una salda separazione della lingua poetica da altre forme. Alberto Varvaro commenta che per la storia della lingua la buona ricerca è un fondo di preparazione linguistica, una dose prevalente di interesse per la lingua letteraria, un’aggiunta di curiosità per le metodologie della critica letteraria, larga disponibilità per l’esercizio della critica e della storiografia letteraria.
La formazione della lingua poetica e il Duecento
Un'Italia plurilingue
Soltanto a Duecento già avviato si cominciano a richiedere agli amministratori e ai funzionari competenze di volgare, per poter redigere documenti comprensibili al popolo, ma la lingua ufficiale della burocrazia, della diplomazia e della cultura rimane il latino. Alla naturale differenziazione dei volgari si sovrapponeva la presenza di varietà alloglotte (cioè di provenienza diversa da quella prevalente o ufficiale), come ad esempio il francese e il provenzale nell’Italia settentrionale.
Il francese godeva di un grande prestigio letterario, ed era utilizzato spesso dagli scrittori italiani, che non trovavano una lingua locale dal medesimo spessore e con una propria tradizione letteraria:
- Brunetto Latini, il maestro di Dante, scrive il suo "Tresor" in francese
- Martin de Canal, veneziano, compose le "Estoires de Venise" in francese
- Rustichello da Pisa redasse il Milione di Marco Polo in francese con il titolo "Divisament dou monde"
Lo stesso deve dirsi per il provenzale, che era la lingua della poesia lirica anche per poeti italiani come Sordello da Goito, Lanfranco Cigala, Bartolomeo Zorzi. Lo sviluppo dell’economia mercantile faceva sì che spesso intere classi di persone come i mercanti venissero a conoscenza di varietà linguistiche differenti dalla loro lingua materna in ragione della loro mobilità sul territorio peninsulare ed europeo. Tra le lingue e le culture incontrate ve n’erano anche di non romanze, come il greco e l’arabo. Presto, per fronteggiare le necessità pratiche delle comunicazioni d’affari, si elaborarono delle lingue intermedie ("lingue franche"), assimilabili ai moderni pidgins.
Di tali varietà non esiste documentazione diretta, ma se ne conservano probabili tracce nel "Contrasto della Zerbitana", e nelle varietà del "veneziano de là da mar", una lingua mista che convoglia, su una base veneziana, elementi veneziani continentali, slavi, arabi, francesi, bizantini, e che si deve allo straordinario prestigio e alla grande diffusione del veneziano attraverso il mare e nell’entroterra, e del "franco-veneto", una lingua a base genericamente veneta, in cui si innestano elementi latini e toscani, mescolati con il francese.
Esperienza poetica della scuola siciliana
È su questo sfondo che si staglia la prima affermazione di una lingua poetica unitaria, che ha la sua origine in Sicilia. La storia della letteratura italiana si apre con questa scuola, prima esperienza poetica in lingua volgare. Questi testi sono le prime esperienze poetiche in lingua volgare, ma non i primi testi. La tradizione volgare contempla testi scritti ben prima del XIII secolo (ad esempio il Placito Capuano). Dobbiamo citare il "cantico delle creature" e la poesia in canto volgare umbro (che ha scopo religioso) è contemporanea a questa scuola. Dà inizio a una tradizione religiosa in area umbra.
Vi è poi anche la poesia didascalica/moraleggiante, intento dei poeti settentrionali (lombardi) è moraleggiante. Vittorio Coletti scrive "il fatto stesso che la lingua di queste poesie sia oggi riconoscibile solo coll’ausilio dei glossari, che il suo studio alimenti non già la storia della lingua ma la dialettologia italiana ci dice che essa appartiene sì, e in pieno, alla storia delle lingue d’Italia e quindi a quella dell’italiano; ma che si iscrive solo provvisoriamente e senza successo in quella dell’italiano letterario. In questa, per altro, i contributi regionali saranno in parte recuperati e rivitalizzati, ma solo come varianti e manipolazioni stilistiche di una base linguistica che quasi subito li ignora e li respinge".
La poesia didattica/didascalica e la poesia umbra fanno parte di una tradizione minore e non hanno un fine puramente artistico, come quello della scuola siciliana. Se usciamo dai confini nazionali, la Francia ha già prodotto molti capolavori letterari, come la Chanson De Roland in lingua d’oil della metà dell’XI sec. oppure altri testi in lingua d’oc nella letteratura trobadorica. Vi sono quindi anche altre tradizioni parallele.
Nella corte di Federico II a Palermo, si assiste alla prima esperienza artistica. Quella siciliana è l'esperienza priva di intenti edificanti o moraleggianti. Per la prima volta un gruppo di poeti dà origine a questa scuola. Questi sono funzionari colti, che hanno studiato all’università di Napoli che esercitano la poesia come un elegante gioco sociale. La loro fonte di ispirazione primaria è la poesia provenzale che era un modello geograficamente vicino. Loro però decidono di sostituire il provenzale con la loro lingua, il volgare di Sicilia. Queste forme di continuità e di discontinuità risultano decisive per la tradizione della lingua e poesia italiana.
Inoltre il primato in ambito poetico è riconosciuto ai siciliani dai poeti successivi. Ad esempio, Petrarca nomina i siciliani nel testo "Trionfo d’Amore" (IV, 28-36):
Così, or quinci or quindi rimirando,
vidi gente ir per una verde piaggia
pur d'amor volgarmente ragionando.
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia,
ecco Cin da Pistoia, Guitton d’Arezzo,
che di non esser primo par ch’ ira aggia;
ecco i duo Guidi che già fur in prezzo,
Onesto Bolognese, e i Ciciliani
che fur già primi e quivi eran da sezzo.
Lui riconosce che sono primi nella poesia d'amore. Anche Dante nel De Vulgari Eloquentia I, 12 (dove cerca il volgare illustre, dove non lo trova nelle parlate italiane) parla anch’egli dei Siciliani riconoscendo un primato. Lui scrive:
"Liberati in qualche modo dalla pula i volgari italiani, istituiamo un paragone fra quelli che sono rimasti nel setaccio e scegliamo rapidamente il più onorevole e onorifico. E per prima cosa facciamo un esame mentale a proposito del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli Italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell'isola hanno cantato con solennità, [...] cosicché tutto ciò che a quel tempo producevano gli Italiani più nobili d’animo vedeva dapprima la luce nella reggia di quei sovrani così insigni; e poiché sede del trono regale era la Sicilia, ne è venuto che tutto quanto i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si chiama siciliano: ciò che anche noi teniamo per fermo, e che i nostri posteri non potranno mutare".
Vi è il riconoscimento di Dante dei Siciliani come nobili d'animo e quindi scrivono abilmente. I siciliani scrivono in un volgare raffinato, codice linguistico raffinato, depurato dai tratti del parlato. Leggeremo quindi una lingua emendata, raffinata. Scrivere in siciliano dimostra l'appartenenza ad un modo raffinato, colto, importante, aperto a culture differenti in un clima tollerante ed eccezionale. A questo codice linguistico (come Rinaldo D’Aquino, Giacomino Pugliese,...) aderivano anche poeti non siciliani. Questo conferma che è una lingua utilizzata in modo epurato, emendato dai tratti della lingua d’uso.
In Dante il termine "siciliano" non aveva una connotazione esclusivamente letteraria, ma denotava l’insieme della cultura politica e dell’assetto istituzionale della Magna Curia. Ciò spiega tra l’altro la qualifica di "siciliani" che egli utilizza per autori e testi che leggeva in una lingua sostanzialmente toscanizzata. È anche una lingua che presenta numerosi termini che derivano dal provenzale, quando analizzeremo i tratti linguistici di questa lingua vedremo che ci sono tratti siciliani, ma anche del provenzale, in alternanza con forme italiane. Nelle liriche possiamo trovare ad esempio sia "core", sia "coraggio" (suffisso tipico provenzale). Questo è dato dall'influenza della letteratura in lingua d’oc sulla Sicilia. La letteratura provenzale è colta, quindi prendere in prestito provenzalismo è un modo per rendere prestigiosa anche la lingua siciliana. Cercando di eguagliare la propria poesia all’altezza di quella poesia non può non trarre temi e parole.
Bembo e la "Prose della Volgar lingua"
Di questo è consapevole Bembo, nelle "Prose della Volgar lingua"; lui non riconosce un primato ai siciliani, ma lo accorda ai provenzali. Il testo è sotto forma di dialogo dove parlano diverse persone:
- Carlo Bembo (a cui Bembo affida le sue idee)
- Ercole Strozzi (latinista non convinto della dignità del volgare)
- Giuliano de Medici (sostiene la lingua fiorentina contemporanea)
- Federico Fregoso (ha il ruolo di portare all’attenzione i processi di evoluzione dal volgare)
Il primato se lo giocano i Siciliani e i Provenzali. Lui dice che non si conosce bene la poesia siciliana: noi sappiamo che tutto ciò che precede Dante era considerato siciliano; dei provenzali invece abbiamo più testimonianze e quindi sappiamo che i siciliani presero molto da loro.
Ma lasciando le doglianze adietro, che sono per lo più senza frutto, se la volgar lingua ebbi incominciamento ne’ tempi, messer Federigo, e nella maniera che detto avete, il che a me verisimile si fa molto, il verseggiare con essa e il rimare a qual tempo incominciò, e da quale nazione si prese egli? Con ciò sia cosa che io ho udito dire più volte che gl’italiani uomini apparata hanno questa arte, più tosto che ritrovata. - Né questo ancora sapere minutamente si può - rispose messer Federigo. - È il vero, che in quanto appartiene al tempo, sopra quel secolo, al quale successe quello di Dante, non si sa che si componesse, né a noi di questo fatto memoria più antica è passata; ma dello essersi preso da altri, bene tra sé sono di ciò in piato due nazioni: la Ciciliana e la Provenzale. Tuttavolta de’ Ciciliani poco altro testimonio ci ha, che a noi rimaso sia, se none il grido; ché poeti antichi, che che se ne sia la cagione, essi non possono gran fatto mostrarci, se non sono cotali cose sciocche e di niun prezzo, che oggimai poco si leggono. Il qual grido nacque perciò, che trovandosi la corte de’ napoletani re a quelli tempi in Cicilia, il volgare, nel quale si scriveva, quantunque italiano fosse, e italiani altresì fossero per la maggior parte quelli scrittori, esso nondimeno si chiamava ciciliano, e ciciliano scrivere era detto a quella stagione lo scrivere volgarmente, e così infino al tempo di Dante si disse. De’ Provenzali non si può dire così; anzi se ne leggono, per chi vuole, molti, da’ quali si vede che hanno apparate e tolte molte cose gli antichi Toscani, che fra tutti gl’italiani popoli a dare opera alle rime sono senza dubbio stati primieri, della qual cosa vi posso io buona testimonianza dare, che alquanti anni della mia fanciullezza ho fatti nella Provenza, e posso dire che io cresciuto mi sono in quella contrada. Perché errare non si può a credere che il rimare primieramente per noi da quella nazione, più che da altra, si sia preso."
Dante pensava che i siciliani avessero scritto non in dialetto siciliano, ma che avessero utilizzato una lingua sovraregionale, quindi credeva cioè che avessero portato in una lingua che raccoglie a sé tutti i tratti migliori dei volgari italiani. Andando in cerca del volgare illustre, lui si era convinto che avessero preso i tratti linguistici migliori di tutte le parlate e poi avessero scritto in questa lingua sovraregionale. Come mai Dante pensa che i siciliani che hanno un volgare evidente? In realtà lui non legge i siciliani in siciliano. Lui non le lesse nella loro forma autentica, ma in veste toscanizzata, quindi molto simile alla sua lingua. Questa lettura gli fa dire che i siciliani avessero utilizzato una lingua illustre.
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