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Le novità del XIX secolo

L'Ottocento è un travolgente succedersi di mutamenti. Si diffonde il romanticismo, un movimento di reazione all'illuminismo, quindi alla razionalità ed al primato francese. Il romanticismo è variegato a seconda delle aree geografiche e può essere elemento di avanzamento così come di conservatorismo miope. Recupera l'idea di nazione e il concetto di patria. Il romanticismo è stato rivoluzionario per la storia, perché porta a concepirla come sviluppo lungo e tortuoso e recupera i valori del passato storico e mitico.

Inoltre, questo secolo è caratterizzato dalla forte circolazione di idee, persone e novità con lo sviluppo dei trasporti, di nuove tecnologie e l'attività editoriale che raggiunge livelli mai visti. Si diffonde il romanzo, storico e popolare (Dickens, Zola, Hugo), e quello a puntate conquista l'attenzione del pubblico, anche di chi non sapeva leggere e questo permise una maggiore alfabetizzazione. Sorgono anche gli stati nazionali dove non ci sono più sudditi di un Re, ma cittadini di una nazione. I capitalismi si legano all'idea di nazionalismo, perché lo stato nazionale mette a disposizione un mercato nazionale, abbattendo i dazi.

È grazie al capitalismo che avviene la rivoluzione industriale che nasce dalla rivoluzione agraria. Si produce per vendere e non per solo per consumare e sopravvivere. L'Ottocento è anche il secolo della seconda rivoluzione industriale caratterizzata dallo sviluppo tecnologico, da nuove fonti di energia e dalla centralità delle industrie tessili e metallurgiche-meccaniche. Si diffonde la figura dell'imprenditore e per la prima volta si dispone di grandi capitali per grandi imprese, questo porta a crisi diverse (di sovrapproduzione, speculative, finanziarie…). Si parla infine di rivoluzione demografica, ciò che cambia è l'assenza di regressione in quanto cambiano le condizioni di vita per cui nascono teorie per una diversa organizzazione della società.

Il ruolo lavorativo delle donne nell'Ottocento

La donna lavoratrice è percepita come problema, viene considerata una lavoratrice imperfetta, perché lavorando per brevi periodi non sviluppa delle capacità specifiche. Il genere sessuale viene presentato come unico motivo di differenza tra uomini e donne sul mercato del lavoro. La ‘dottrina delle sfere separate’ viene delineata nell'Ottocento. Le donne prima della rivoluzione industriale lavoravano anche al di fuori di casa, domiciliando presso un padrone e il lavoro industriale quasi migliora le loro condizioni perché almeno tornavano a casa dopo una giornata lavorativa.

L'associazione delle donne a certi tipi di lavoro viene istituzionalizzata in vari modi nel corso del XIX secolo al punto da diventare assiomatica (es. dattilografe). Il salario di famiglia è il salario riconosciuto al maschio lavoratore che si presume poter anche mantenere le donne, i bambini e gli anziani. Le donne, come i bambini, non sono cittadini, non godono di diritti e perciò vanno protette. Il salario della donna è solo integrativo, non di sussistenza. La legislazione protettiva ebbe l'effetto di rafforzare la discriminazione tra donne e uomini. Il maschio ‘produce’ e ‘riproduce’ e la donna fornisce con il parto solo le materie prime, ovvero i figli, la forza-lavoro.

Il luogo di lavoro non è salutare, sicuro e morale per la donna che deve rappresentare la casalinga. I sindacati, che si basano sul principio di uguaglianza, guardano alle donne come concorrenti sleali e la donna non ha lo stesso salario dell'uomo, dunque non può entrare nel sindacato.

Elementi critici dell'unificazione italiana

Per unificazione si intende un fenomeno che ha origine nell'Ottocento a causa di una forte necessità di cambiamento politico. Si tratta di un processo molto rapido, che va dal 1859 al 1861, fatto insolito in quanto agli altri Stati erano necessari decenni, se non secoli. L'unificazione italiana è stata centralizzata, autoritaria e militare. L'unità italiana viene fatta da uno stato regionale: il regno di Sardegna (1815: Sardegna, Liguria e Piemonte). L'unificazione avviene a seguito della II guerra di indipendenza, quando il Piemonte con l'aiuto francese cerca di conquistare la Lombardia tramite l'impresa dei mille di Garibaldi.

Si vuole riportare il sistema piemontese in tutto il territorio italiano: si prende lo Statuto Albertino e lo si transa a livello nazionale. L'unificazione italiana avvenne con l'aiuto francese, quindi straniero. Inoltre, si basa sull'ambiguità politica sia piemontese, sia francese. Garibaldi di fatto con la sua spedizione conquista il Sud e lo consegna al Re Vittorio Emanuele II. Vittorio Emanuele II mantenne il proprio nome a indicare che era il secondo Re del Piemonte prima che il primo Re d'Italia. Più ci si spostava al sud più non ci si sentiva cittadini della nuova nazione.

Il modello di Stato piemontese è accentrato: il potere centrale arriva a livello locale grazie alla figura del prefetto. Nascono i regionalismi invece che un Parlamento centrato sull'importanza di costruire un senso comune. Il sistema elettorale del Regno è quello piemontese che fa votare il 2% della popolazione. Al nord la popolazione del sud veniva vista come inferiore e questa situazione venne risolta con la forza attraverso la legge Pica 1863, così che in pochi anni l'area si considerava pacificata.

Formazione dell'identità italiana

Già secondo Macchiavelli, lo Stato moderno si doveva basare sull'unità territoriale, politica e linguistica ed è evidente l'eredità politico-giuridica di Roma. Già secondo Foscolo è presente una spaccatura tra la lingua alta e i vari dialetti. La formazione della nostra realtà sociale e politica è caratterizzata da un continuo succedersi di regimi politici che hanno eliminato intere classi politiche e questo porta ad un diffuso scetticismo politico.

Si è cercato di formare il senso d'identità italiano dopo l'Unità attraverso l'esercito, la scuola e la toponomastica. L'esercito è un intreccio molto stretto tra identità di genere, identità nazionale e identità civica. Essere davvero uomini significa essere soldati. I valori dell'esercito sono quelli che devono fondare l'Italia unita. La scuola divenne obbligatoria fino alle elementari e venivano raccontati i valori proposti dall'esercito (Cuore di Edmondo de Amicis con credenda e miranda). La struttura scolastica riprendeva infatti quella dell'esercito. Vengono ribattezzate le vie e le piazze dando vita ad una "rivoluzione denominativa”.

La toponomastica deve quindi confermare e ricordare i miti italiani. L'unico monumento di successo è il monumento ai caduti che racconta la Prima Guerra Mondiale e la vicinanza con il dolore rende potente il messaggio monumentale.

Il patriottismo

C'è un grande dibattito circa l'elemento che identificherebbe noi italiani. Inoltre, è difficile attribuire al termine patriottismo una valenza positiva in senso democratico a causa del ricordo fascista. La musica lirica e il cinema sono due elementi di coesione tra cultura alta e bassa. La Grande Guerra è il primo vero momento di unificazione del popolo italiano, perché è anche il primo momento in cui tutti gli italiani combattono contro un nemico comune, fianco a fianco. Nella costruzione dell'identità nazionale quindi è fondamentale l'esercito, perché si diventa cittadini concreti e uomini solo quando si è prestato servizio militare.

La radio è stata un contributo potentissimo alla modernità perché trasmetteva programmi prevalentemente musicali. Il dopoguerra ha poi portato il fotoromanzo e la motorizzazione, infine la televisione ha completato l'unificazione linguistica. Molti storici laici hanno spiegato la mancata Unificazione con la mancata riforma religiosa. Ma la Chiesa ha una vocazione ecumenica universalistica, che le impedisce di sostenere una causa nazionale. Roma viene inglobata non perché il Papa lo vuole, ma per mano militare (breccia di Porta Pia 1870). Il Papa non consente ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana (“non expedit”).

Enrico Rusconi e Pietro Scoppola vedono nella Resistenza il principale oggetto di identificazione. Durante la Resistenza si sono scontrate l'idea di nazione antidemocratica e illiberale nazionalfascista e nazione democratica, la resistenza e la Costituzione nata avrebbero fatto vincere quest'ultima. Si oppongono a questa visione Ernesto Galli Della Loggia secondo il quale il PCI ha avuto un ruolo importante nella resistenza e nella stesura della Costituzione. L'8 settembre 1943 muore la patria e questa frattura è da imputare all'assenza di una componente religiosa. Marcello Veneziani afferma che se il fascismo fosse stato eliminato prima la resistenza non avrebbe avuto ragione di esistere. Renzo De Felice afferma che edificano la Repubblica le due forze antisistema dell'Italia liberale: cattolici e socialisti.

Elementi della storia della mafia

Negli anni ‘60 dell'Ottocento convivevano due accezioni del termine mafioso, una positiva (neologismo per indicare azioni e parole di chi vuole fare il bravo) l'altra negativa (mafioso era un bravaccio, bullo). All'origine del fenomeno siciliano vi sono fattori storici (assenza di uno sviluppo autonomo) ed economici (latifondo). Ci furono continue dominazioni straniere in Sicilia dal 1200 al 1860 e quindi un sentimento di sfiducia nei confronti di un potere imposto e avvertito come lontano, anche geograficamente.

La terra è la fonte primaria di produzione e potere (se possiedi la terra sei potente, se hai potere possiedi la terra). I proprietari sono nobili generalmente assenti dalla loro proprietà che hanno deciso di trasferirsi nelle città perlopiù a Palermo e gli intermediari fra nobili e contadini sono i gabellotti. I gabellotti, secondo il contratto di Gabella, ottenevano le rendite dai contadini per poi consegnarle al proprietario e tenersene una parte. Il gabellotto esercita il potere al posto del feudatario: è questa la posizione che fa di lui il nascente borghese e il futuro mafioso.

La mafia è in origine un fenomeno soprattutto di tipo sociale proprio a causa della stratificazione della società siciliana di fine Ottocento: nobiltà baronale, ceto medio e classe contadina. L'origine del fenomeno mafioso coinciderebbe con un momento di forte instabilità politico-sociale, ovvero la sovrapposizione del sistema statale, basato sul monopolio legittimo della forza fisica ad una realtà ancora fortemente legata ad una logica feudale che si appella all'onore, alla fedeltà e alla solidarietà. La mafia vuole sostituire lo stato e garantire sicurezza ed ordine. Quindi il gabellotto si inserisce all'interno del sistema della doppia morale.

I notabili siciliani e il loro seguito mafioso appoggiano l'azione “liberatoria” di Garibaldi sperando che creasse un nuovo governo che non si occupasse degli affari dell'isola, ma il nuovo governo unitario è accentratore e non vuole delegare la sovranità. A causa della tassazione e della leva obbligatoria aumenta il brigantaggio, lo Stato risponde con la legge Pica del 1863, ovvero con lo Stato d'eccezione nelle aree meridionali interessate dal brigantaggio e dopo 5 anni l'area si poteva dire pacificata, anche se in realtà si stava combattendo una guerra civile.

Si rafforza così solo il nesso tra potere mafioso e brigantaggio perché anche ai mafiosi non va bene che i lavoratori siano portati via dai campi per la leva. Qualche funzionario statale è anche siciliano e quindi pian piano il potere statale locale e quello mafioso iniziano a coincidere. 5 questori si succedono a Palermo tra il 1862-66 e con l'inchiesta “Sonnino-Franchetti”, relativa alla condizione economico-sociale siciliana, si nota l'organicità della mafia rispetto al sistema di clientele e alla natura particolaristica dei rapporti sociali, che alimentano la fedeltà verso un gruppo ristretto di individui mimando il consenso e la fiducia nei confronti delle istituzioni e del bene comune.

Malusardi, dopo che la sinistra rinuncia a provvedimenti speciali, diventa il nuovo prefetto e indaga con un metodo moderno il fenomeno mafioso, avvalendosi dell'accumulo di dati per individuare arricchimenti, cambiamenti di status e movimenti sul territorio, indici di un legame con il sistema mafioso, infatti a muoversi sono solitamente i gabellotti. Nel 1877 il brigantaggio classico è tendenzialmente in via di scomparsa. La mafia diventa un fenomeno pluridimensionale e arriva ad agire politicamente, basti pensare all'assassinio di Notarbartolo (ex sindaco di Palermo).

In sua memoria un corteo numerosissimo costituisce una delle prime manifestazioni civili in risposta alla mafia e alla sua impunità, si può dire che qui comincia una storia dell'antimafia. I Fasci siciliani sono organizzazioni proletarie, un moto spontaneo di protesta contro le condizioni economiche siciliane e contro la tirannia dei ‘galantuomini’ nelle amministrazioni locali. Crispi proclama lo stato d'assedio facendo arrestare i capi dei fasci e di conseguenza li sciolse. Sono un caso di lotta organizzata contro la mafia in quanto proponevano una riforma del lavoro e delle amministrazioni locali, escludono dai loro statuti la partecipazione di esponenti della mafia locale e criminali, accogliendo solo piccoli criminali in un'ottica di recupero sociale. I Fasci sono sottoposti a repressione sia da parte dello Stato che della mafia vedendoli come una forma di ribellione.

Agli inizi del Novecento vi erano pressioni sia da parte dei cattolici che dei socialisti per smantellare il latifondo siciliano. Pur di arginare la situazione, la mafia si schiera addirittura con il fascismo, il quale ovviamente ne sfrutta l'appoggio elettorale per poi, una volta al potere, adottare una politica aggressiva estromettendo la parte più autorevole della classe dirigente siciliana inserendo personale di fiducia fascista. Le recenti valutazioni dimostrano come la dura repressione abbia portato alla scomparsa di alcune associazioni di stampo mafioso. Il prefetto Mori dal 1925 conduce una campagna antimafia con una repressione violenta e con una lotta serrata per eliminare fisicamente gli esponenti e una meno sanguinosa per sbaragliare gli ambienti mafiosi nella gerarchia fascista. Mori era convinto che servisse un rafforzamento della presenza dello Stato in Sicilia, anche infondendo nei siciliani fiducia nelle istituzioni. Di fatto non furono intaccate le fondamenta da cui

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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