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Il fascismo e la guerra: la propaganda

Il regime e le guerre degli anni '30: musica e propaganda

Mussolini era un ex giornalista socialista (direttore dell’Avanti) ed era conscio dell’importanza dei mezzi di comunicazione di massa. Era molto attento al potere del canto inteso come elemento volto a creare aderenza sociale, quindi utilizza le enormi potenzialità insite nelle canzonette per cercare di organizzare il consenso intorno alle sue campagne (incremento demografico, idea della donna e della famiglia, ruralizzazione, sport e costruzione dell’uomo nuovo…).

Si tratta di produzioni discografiche di evasione (non marce ed inni programmatici) spesso realizzate dall’etichetta CETRA e a sua volta controllata dall’EIAR che è un ente di Stato. La popolarità delle canzonette, insieme al cinema, stampa e radio (URI, la prima radio del 1924), sono un buon modo per veicolare messaggi. Nell’ambito della radiofonia nel 1927 ci fu un primo passaggio epocale, infatti l’URI si trasforma e acquisisce la denominazione EIER.

La casa discografica di Torino CETRA, insieme alla radio e al governo, costituiscono una sorta di triangolo che insieme producono canzoni e canzonette. La tematica della demografia, molto importante e con diverse sfaccettature, viene spesso trattata nelle canzonette che parlano dell’idea di famiglia, della donna, della repressione del celibato (che infatti viene tassato), delle premiazioni del matrimonio, etc. A conferma di ciò sono moltissime le canzoni che parlano di come sia bello sposarsi piuttosto che rimanere scapoli. Ad esempio “Signorine sposatevi” di Daniele Serra.

Basti pensare all’inserimento della melodia della marcia nuziale, oppure il riferimento a Mussolini, il quale è preso come modello perché padre di sei figli. Un altro filone è quello dello sport, il quale al tempo era ritenuto importantissimo; basti pensare al numero degli stadi di calcio costruiti a partire dagli anni ’30. Gli sport andavano dal calcio, al ciclismo fino a tutti quelli in cui i campioni sono definiti come idealtipo. Il fascismo inaugura anche la tradizione di fare una canzone ogni anno in occasione del ciclismo, come “La canzone del girone”.

Guerra d’Etiopia (1935-1936)

A metà degli anni ’30 il regime usa le canzoni commerciali anche per garantire all’opinione pubblica le ragioni dell’aggressione dell’Abissinia. Diversi i motivi che spingono in questa direzione il governo:

  • Allinearsi ad Inghilterra e Francia in quel momento ancora alla testa di vasti imperi;
  • Riscattare l’umiliazione di Adua;
  • Distogliere l’attenzione degli italiani da alcuni temi, come il fatto che lo Stato corporativo, di origine medievale, si stava rivelando un fallimento;
  • Accreditare al nostro Paese l’idea di potenza militare forte, come ad esempio liberare l’Abissinia dalla schiavitù.

Ma l’“impresa etiopica” aveva estremamente bisogno di essere propagandata non come un mero progetto di espansione territoriale. Vengono utilizzati quindi argomenti di ordine pratico (possibilità di conquistare più terra e lavoro per i contadini italiani) e principi etico-morali: liberare l’Abissinia dalla schiavitù.

L’invasione dell’Etiopia si trasformava così in una missione civilizzatrice a beneficio di popolazioni ancora selvagge e i legionari italiani diventavano valorosi soldati, in lotta contro i soprusi e le ingiustizie. Nel 1935 vengono pubblicate ad arte notizie circa la schiavitù a cui sarebbero state sottoposte le giovani africane. Il poeta romano Giuseppe Micheli scrive Faccetta nera, un testo in romanesco, ma poco tempo dopo la canzone, musicata dall’autore preferito dal duce Mario Ruccione.

Al cinema-teatro Quattro Fontane di Roma, Faccetta nera viene cantata da Anna Fougez. In scena, compare in catene una giovane di colore, poi arriva la Fougez nelle vesti dell’Italia che la libera e le fa indossare una camicia nera. Un altro filone di canzoni sulla guerra d’Etiopia è quello che racconta il presunto sentimento che anima i legionari in partenza per l’Africa. Secondo i versi di quei brani le truppe non partono per affrontare una guerra sanguinosa ma per una avventura entusiasmante alla conquista di favolose terre lontane. Il più noto di questi brani è “Ti saluto vado in Albania”.

Un altro filone legato alla guerra in Abissinia era legato al Negus, cioè al Re etiope. Le canzoni iniziano così a denigrarlo. L’obiettivo era di ribaltarne la figura presso l’opinione pubblica italiana. Infatti, il nostro paese fino a quel momento aveva intrattenuto cordiali rapporti con Hailè Selassiè, considerando l’imperatore d’Etiopia un capo di Stato saggio e capace. Ora, per screditare il negus vengono scritte diverse canzoni con i testi apertamente razzisti che ironizzano sulla sua figura. La dimensione razzista tocca il suo apice con il brano Topolino va in Abissinia.

Una scenetta-canzone che racconta di un gruppo di soldati in Africa Orientale che incontra Topolino, vestito da soldato provetto, il quale candidamente ammette quello che il governo italiano continua a smentire e cioè l’uso dei gas asfissianti contro la resistenza etiope. Dopo l’attacco all’Etiopia la Società delle Nazioni decreta le sanzioni all’Italia per l’aggressione dell’Etiopia, uno Stato membro. Fino a quel momento l’Italia aveva condannato le mire espansionistiche hitleriane insieme a Inghilterra e Francia (Conferenza di Stresa, aprile ’35).

Ma proprio in occasione di quelle sanzioni (tra l’altro non efficaci dal punto di vista economico) avviene l’avvicinamento tra Italia e Germania, unico paese a presentarsi come amico. Nell’ottobre ‘36 viene sancito il patto d’amicizia conseguenza dell’Asse Roma-Berlino. Sulle sanzioni economiche compaiono moltissime canzoni (La canzone delle sanzioni, Sanzionismo, ecc.) costruite intorno al tema dell’autarchia e del “me ne frego!”, uno dei più popolari slogan di regime. In realtà quelle misure economiche risultano di per sé stesse inefficaci perché non riguardano le materie prime e perché molte nazioni non le applicano. Uno dei brani più celebri è “Sanzionami questo”.

Guerra di Spagna (1936-1939)

Dopo la vittoria del Fronte popolare alle elezioni del 1936 in Spagna le tensioni tra destra e sinistra aumentano. La Spagna si trasforma in una polveriera. Il 13 luglio ’36 viene ucciso Stelo, capo dell’opposizione nazionalista, e si scatena la ribellione al governo da parte del generale Francisco Franco, a capo di alcune guarnigioni militari. Inizia la guerra civile spagnola. Mussolini si schiera con Franco perché ritiene il governo delle sinistre in Spagna una minaccia per il Mediterraneo e per l’Europa.

Germania e Italia inviano in Spagna armi e uomini in notevole quantità per aiutare l’esercito di Franco. Sull’altro fronte si impegna soprattutto l’Unione Sovietica che appoggia l’invio di una brigata internazionale di combattenti. Dopo tre anni di violentissimi combattimenti, il 28 marzo ‘39, Franco conquista Madrid. Per la sperimentazione di nuove strategie militari e per la netta contrapposizione tra le potenze europee, la guerra civile spagnola è considerata il preludio alla Seconda Guerra Mondiale.

Nei primi tempi le reali dimensioni dell’appoggio italiano a Franco vengono nascoste da radio e stampa anche se in Spagna si combatte duramente. Per contrastare l’avanzata di Franco verso la capitale, si formano tra le forze democratiche europee: la XII brigata internazionale “Garibaldi” (volontari italiani), il battaglione tedesco e il battaglione francese. Tra le varie operazioni cui il battaglione “Garibaldi” ebbe modo di partecipare, la più dolorosa fu sicuramente l’8 marzo ‘37 a Guadalajara dove si scontrano direttamente i volontari italiani contro le truppe inviate da Mussolini.

La linea di basso profilo mediatico non può essere gestita a lungo dal governo fascista perché il conflitto assume progressivamente dimensioni di livello europeo e l’ascolto clandestino si diffonde sempre più anche nel nostro paese. Per contrastare le stazioni democratiche europee il regime istituisce Radio Verdad (radio verità), una falsa stazione clandestina spagnola che in realtà trasmette da Roma. Dai primi mesi del ’37, i canali propagandistici italiani cominciano a parlare della presenza fascista in Spagna contrabbandandola in un primo tempo come una generosa campagna di soccorso nei confronti dei più deboli.

Canzoni del tempo di guerra (1940-1943)

Dopo il 10 giugno 1940 anche il mondo della canzone sottolinea positivamente l’ingresso dell’Italia nel conflitto a fianco della Germania. Il «Canzoniere della Radio» è una pubblicazione che dal ‘40 riporta i testi delle canzoni in voga all’EIAR, già ai primi di agosto pubblica il brano Vincere! Due mesi dopo esce un secondo motivo dal titolo Vincere! Vincere! Vincere!

Il «Canzoniere della Radio», già dalle illustrazioni di copertina restituisce in modo fedele l’entusiasmo per l’ingrasso in guerra: la pubblicazione inizia a gennaio ’40 e fino al fascicolo n. 6 (giugno) si presenta al pubblico con disegni a carattere esclusivamente musicale. Con il n. 7 (luglio), cioè il primo uscito in edicola dopo la dichiarazione di guerra, le copertine iniziano a raffigurare immagini militari.

Le canzonette piacciono molto al grande pubblico quindi Mussolini decide di assegnare a questo genere uno spazio specifico all’interno della propaganda. Dopo la battuta d’arresto nella campagna contro l’Inghilterra sono tramontate le illusioni della “guerra lampo”, quindi queste canzoni devono restituire l’idea di una società che deve convivere col conflitto. Lo stesso Mussolini, quindi, indirizza il MinCulPop verso l’opportunità di separare in modo netto la propaganda cantata di guerra anche perché il pubblico si dimostra sempre più insofferente nei confronti della dimensione bellica e desideroso di serenità, distensione e divertimento.

Non a caso una circolare del Servizio Propaganda del PNF chiede a tutte le Federazioni di invitare i compositori delle rispettive provincie a comporre:

  • Un inno programmatico che esalti i valori del fascismo;
  • Una canzone del tempo di guerra, tipologia tenuta ben distinta dalla prima dove il fattore guerra, anziché rappresentare il soggetto delle canzoni, dovrà costituire soltanto il “clima” dei pensieri e dei sentimenti che le parole esprimeranno.

L’Esercito invia un dispaccio a tutti i Comandi per stimolare la raccolta e la trascrizione di eventuali canzoni purché «nate spontaneamente dal cuore e dalla fantasia dei soldati».

Viene avviato un progetto dal MinCulPop che prevede una Commissione selezionatrice composta da esponenti del mondo musicale, rappresentanti dell’OND e funzionari della radio i quali valutano l’idoneità delle proposte per destinare i brani scelti alla diffusione radiofonica nazionale in un’apposita rubrica denominata, per l’appunto, Canzoni del tempo di guerra, collocata nella fascia oraria di massimo ascolto (ore 20,30).

L’EIAR collabora non solo eseguendo le direttive del MinCulPop sulla diffusione dei brani nei tempi e nei modi programmati, ma interviene nella realizzazione stessa delle canzoni con una serie di indicazioni orientate ad ottenere una maggiore incisività propagandistica. Le canzoni però dimostrano di non cogliere lo spirito della consegna. La difformità è riscontrabile già nei titoli delle composizioni, troppe ancorate al tema bellico. Non a caso l’unico brano che passa tra le maglie della Commissione è Roma bella.

Ma in generale anche le produzioni degli autori più esperti faticano a scrollarsi di dosso il clima di quegli anni di guerra. Molte canzoni tendono infatti a unire alle classiche tematiche sentimentali i classici slogan mussoliniani. I titoli sono legati unicamente al tema militare.

Nemmeno la stessa stampa fascista, in certi casi, accoglie favorevolmente quel genere che risulta poco genuino (“Critica fascista”, “Sentinella fascista”). Le critiche vengono prontamente segnalate dalla direzione dell’EIAR al MinCulPop che prontamente richiama i periodici in questione (i direttori: la diffida del direttore e dopo due diffide la censura). Il Popolo d’Italia (8 marzo del 1943) è il giornale del regime. Visti gli scarsi risultati, sempre su disposizione di Mussolini, la trasmissione di canzoni di guerra scende a due motivi, si riduce ad una sola canzone «programmata in ore varie, generalmente alla fine di un giornale radio» nel novembre ’42, fino a spegnersi del tutto.

Il «Canzoniere della Radio», pur conservando la consueta rubrica dedicata agli Inni e canti della Patria in armi (canzoni militari), prende a riempire quello spazio con motivi concernenti un passato militare italiano sempre più lontano e dopo il 25 luglio (dopo la caduta del fascismo) muta la denominazione in Canti del Risorgimento e della Grande Guerra. Il fascismo è incapace di parafrasare la propria politica in un linguaggio genuino (in film, canzoni…) e rispetto ad altri totalitarismi quello italiano finisce prima. Il totalitarismo è imperfetto per la presenza della corona, del Vaticano, per la sovrapposizione di stato e partito e perché fu incapace di creare un consenso autentico, anche attraverso questi materiali del tempo libero (canzonette), così come Mussolini invece sperava.

Il fascismo e il jazz

All’inizio degli anni Venti il jazz si diffonde anche in Italia, era funzionale ai balli degli anni ’20, infatti non viene considerato il suo linguaggio, ma viene considerato il suono swing. Il fascismo non osteggia la moda dei ritmi sincopati per la corrispondenza tra l’euforica vitalità del primo jazz e l’etica del dinamismo delle avanguardie moderniste vicine al fascismo. La musica sincopata viene recepita come ritmo per alcuni nuovi balli, non tanto per la sua essenza musicale.

Dalla metà degli anni ’30 comincia ad imprimere un indirizzo “nazionale” anche alla musica classica e leggera nel quadro di un generale ripiegamento su posizioni autarchiche. Dal ’38 inizia una campagna di stampa per condizionare il rapporto fra l’opinione pubblica e la musica d’oltreoceano. Il Popolo d’Italia scrive articoli serrati come fosse una rubrica jazz, ma non si raggiunge il vero proibizionismo della musica jazz. Fino a tutto il periodo di guerra (1940-1943 compreso), quindi il jazz in senso stretto è vietato solo in modo indiretto.

Nella Germania nazista invece, già prima dello scoppio della II Guerra Mondiale, viene varato un regolamento specifico riguardante il jazz (musica degenerata): riduzione al 20% dello swing nel repertorio orchestrale, preferenza di composizioni in tonalità maggiore (risolutezza e completezza), predilezione per il ritmo veloce a discapito del blues, divieto dell’uso di strumenti musicali estranei allo spirito tedesco (effetto boomerang: i tedeschi sono gli inventori del sassofono), divieto per il pubblico di alzarsi durante gli assoli, divieto per i musicisti di lanciare grida durante l’esecuzione.

Alla vigilia dell’ingresso in guerra, il Regio Decreto 6 maggio 1940 n.635 introduce il divieto di ballare o cantare in pubblico senza previa autorizzazione della Questura. Nasce il reato di “ballo clandestino” con interventi polizieschi e sanzioni anche detentive. Il divieto non è esplicitamente rivolto al jazz, ma al ballo in generale perché non si addice alla severità del momento. Dopo il Lend-Lease Act (11 marzo 1941) che prevedeva il prestito di rifornimenti di materiale bellico e materie prime ai paesi in guerra con l’Asse, parte l’offensiva del regime contro l’American way of life, gusti musicali compresi.

A partire da maggio ’41, numerose ordinanze hanno “divieto di esecuzione in pubblico di musica leggera inglese e americana” con risultati, comunque, piuttosto blandi. Alla fine del ’41, un provvedimento proibisce la vendita di dischi di canzoni ballabili americani o inglesi. Anche in questo caso, però, il provvedimento è indirizzato alla musica varia (canzonette ballabili o canti popolareschi). L’opinione pubblica italiana non recepisce i divieti nei confronti delle canzoni del “nemico” nemmeno dopo la dichiarazione di guerra dell’Italia fascista agli Stati Uniti (11 dicembre 1941).

Il 19 aprile 1942 entrano in vigore due leggi:

  • Legge 19 aprile 1942-XX, n. 615 (“Disciplina della diffusione del disco fonografico”): affida al MinCulPop la «vigilanza politica ed artistica sulla produzione fonografica nazionale» e, soprattutto, il controllo «in materia di importazione, esportazione e diffusione di dischi».
  • Legge 19 aprile 1942-XX, n. 517 (“Esclusione degli elementi ebrei dal campo dello spettacolo”): vieta l'esercizio di qualsiasi attività nel campo dello spettacolo a italiani e a stranieri o ad apolidi appartenenti alla razza ebraica nonché la circolazione e l’importazione di qualsiasi opera composta da autori ebrei o alla cui esecuzione abbiano comunque partecipato elementi appartenenti alla razza ebraica.

In una certa misura ricade anche sul consumo di jazz perché quella musica è largamente interpretata da afroamericani ed ebrei, sia nel campo creativo sia nel campo imprenditoriale.

Jazz-amatori in Italia nel periodo di guerra

Approssimazione generale che non guarda alla reale essenza artistica di quella musica ma la associa alla trasformazione dei costumi e dello stare insieme. Il fascismo dimos

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria000 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Colombo Paolo.
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