Storia contemporanea
Non solo la storia è lo studio del passato, in realtà può essere assunta anche come lo studio del presente perché lo studio del passato è orientato da una bussola che fa sì che quando noi ci rivolgiamo al passato con domande, curiosità e i bisogni che sgorgano dal nostro presente, guardiamo indietro con curiosità ma anche con la necessità di capire il presente.
Questo è ciò che ha fatto sì che nella nostra tradizione si sia spesso guardato al passato con quest’esigenza e questo rapporto con la storia sia rimasto invariato attraverso i secoli, cioè noi abbiamo avuto un interesse di rivolgerci al passato per capire quanto questo condiziona il presente. La storia e lo studio del passato ha sempre avuto un forte rapporto con le forme di potere, questo è innervato nella storia della società europea ed è imprescindibile per comprendere lo spazio che ha la storia.
Si è pensato ad un passato come un qualcosa di lineare cioè come il succedersi di eventi e fatti nel corso del tempo, come se tutti questi eventi avessero un rapporto di causa-effetto tale per cui noi spesso siamo andati alla ricerca di presunte origini di eventi e di fatti storici è come se la concatenazione fosse una concatenazione a causale rigida, che la causalità sia qualcosa di rigido e di meccanico invece no, questo è uno degli elementi di maggiori difficoltà per gli storici cioè quello di ragionare su qual è la causalità storica e come comprendere fatti ed eventi.
La cultura storica nel corso del 900 è andata considerando che non vi sia una vera e propria dinamicità cioè una storicistica della storia e degli eventi storici ma che la storia proceda per salti cioè che ci siano eventi che ad un certo punto rimettono in gioco fatti ed eventi che sembravano seppelliti nel passato e che improvvisamente riemergono. Quindi una storia che non è più lineare e un approccio al passato non più storicistico in cui i nessi che possono spiegare non sono così evidenti e chiari ma come qualcosa che rimette in circolo e riattiva eventi lontani.
La rivoluzione francese
La rivoluzione francese è uno degli eventi sul quale gli storici si sono interrogati, da dove viene? Perché si arriva ad un evento tale di rottura? La storia è fatta di grandi eventi che accelerano il flusso della storia come ad esempio gli eventi politici, queste fiammate sulla superficie dell’oceano della storia prevedono anche le grandi profondità della storia dove si nascondono delle linee di tendenza che cambiano lentamente dove esistono correnti che cambiano il corso della storia.
Coloro che vivono in una determinata epoca non sanno cosa accadrà domani, non ne sono consapevoli. Stiamo attenti a non esser vittime del fatto che noi sappiamo come le cose sono andate a finire, gli uomini che vivono dentro la storia non sanno come sarà il loro futuro, e questa è una differenza fondamentale, non dobbiamo mai guardare al passato con la consapevolezza di ciò che è accaduto.
La caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la fine degli equilibri, la guerra fredda, la polarità tra Stati Uniti e Unione Sovietica conduce a partire dagli anni 90 a un mondo in cui si riaprono scenari di guerra, non solo della guerra fra stati ma anche guerre fratricide, ad esempio la guerra nei Balcani nella cosiddetta ex Jugoslavia che ha visto riproporsi immagini consegnate ormai alla storia del passato.
Queste immagini hanno fatto sì che il mondo abbia cominciato che la guerra sia un nuovo orizzonte possibile strumento a cui ricorrere in determinati momenti di crisi. Tutto questo per dire che questi strumenti di comunicazione sono strumenti, cambiano le modalità di relazione tra le persone e tra i governi e gli elettorati, in questo senso cambiano il corso della storia.
Scansione storica
La scansione tra storia antica, medievale serve a organizzare il discorso teorico e a segnalare come un’epoca si è rappresentata in forma attiva rispetto a quella che la precede. Dobbiamo pensare al fatto che questo tipo di scansione ha una struttura di comodo e che segnala delle diversità in base al fatto che un’epoca vuole distinguersi rispetto a quella che l’ha preceduta, per l’età contemporanea questo significa che da un certo momento in poi la portata innovativa delle creazioni che sgorgano dalla rivoluzione francese aprono un orizzonte nuovo e diverso alla storia dell’umanità.
Le periodizzazioni sono uno degli elementi chiave della storia, l’attività di periodizzazione e di costruzione di cronologie sono fatte in primo luogo in base alla storia politica di quell’epoca. La storia del 900 è come dotata di una sua autonomia connotata da eventi e da fatti che sembravano portarla all’attenzione più di altre epoche, uno degli elementi che più ha connotato il 900 è la grande centralità della lotta ideologica che ha caratterizzato il 20esimo secolo e anche della grande violenza che si è vista nel 20esimo secolo, che è il secolo delle due guerre mondiali che hanno avuto una portata distruttiva.
Il 900 non è un secolo breve ma va fatto iniziare nel 1870 con la nascita della Germania, simbolo insieme alla Francia degli stati nazione e di come gli stati nazione in una prima fase della loro storia hanno come obiettivo di organizzare il loro spazio interno, il fatto che quando gli stato nascono devono organizzare le comunicazioni interne ai confini dello stato nazione è fondamentale.
Possiamo assumere l’età contemporanea come un’età che si rivolge dal 1789 quindi la rivoluzione francese, anno assunto come anno simbolo di un processo e il 1989 con la caduta del muro di Berlino e la fine degli assetti che si erano evoluti fino ad allora. Questa periodizzazione individua un periodo storico di grande omogeneità interna e di strutture che hanno caratterizzato la vita delle nostre società, come ad esempio lo stato. L’età contemporanea è l’epoca in cui noi evochiamo il mondo del diritto.
Metodologie della storiografia
Una delle metodologie essenziali della storiografia è la costruzione di cronologie o periodizzazione: essa consente di collocare gli eventi all'interno di una linea del tempo e, contemporaneamente, favorisce l'interpretazione e la comprensione degli eventi stessi, tramite la loro collocazione in una sequenza, ossia in una relazione specifica l'uno con l'altro.
Introduzione sulla Rivoluzione Francese
È la rivoluzione francese il momento in cui possiamo fissare una fase di passaggio che apre una nuova epoca, un'epoca che possiamo definire omogenea: attraverso la rivoluzione si pongono degli elementi che formeranno poi un nuovo modo di intendere la posizione degli individui all'interno della società, nel rapporto tra di loro, con le istituzioni, con il potere e nel rapporto con i diritti, la grande novità che la rivoluzione segnala come via di accesso verso la cosiddetta “epoca dei diritti”.
Possiamo immaginare il 1789 come una vera e propria faglia storica, un momento determinato in cui vi è uno scontro tra “faglie”, tra mondi che si spostano: nello specifico, il mondo prerivoluzionario, delle monarchie, dei privilegi, del regime aristocratico (il cosiddetto “ancien régime”) si scontra con un nuovo mondo, quello post 1789, che nasce da una profonda frattura (la rivoluzione) e che rigetta il privilegio e lo stato assoluto, rivendicando i diritti e dando vita a un nuovo stato e a una nuova costituzione della società.
Il diritto degli aristocratici nell'ancien régime fondava addirittura diversi livelli di umanità: gli aristocratici avevano tutti i diritti, connessi al loro privilegio, laddove i non aristocratici erano completamente asserviti alla logica di potere e non godevano di alcun diritto; il privilegio era quindi qualcosa di profondamente radicato nel diritto. In questa società basata sul possesso del privilegio, ad essere escluso dai diritti non era solo il “popolino”, ma una grandissima parte della popolazione (più del 95%).
La dichiarazione dei diritti dell'uomo del 1789, affermando che tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge (un valore fondamentale anche nella società contemporanea), stabilisce che nessuno detiene diritti esclusivi e che il privilegio non esiste più, dando vita a una netta cesura nella storia.
Con la rivoluzione francese, e in particolare con la dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789, siamo all'origine di un discorso sulla cittadinanza. Con la dichiarazione viene rigettata la sudditanza a favore della cittadinanza: essere cittadini significa partecipare ad una civitas, essere inseriti in uno spazio politico e istituzionale in cui vengono riconosciuti i nostri diritti naturali (cioè i diritti dell'uomo in quanto uomo, e non i diritti conquistati attraverso lotte politiche), e significa collocarsi in una relazione dinamica con gli altri individui, quindi detenere anche dei doveri, contro qualsiasi forma di discriminazione.
Con la rivoluzione lo spazio della cittadinanza diventa anche uno spazio politico, storico e culturale: la nazione, che delimita la fruizione e l'esercizio della cittadinanza (e quindi del diritto).
Lo stato, così come noi lo abbiamo inteso per gran parte della storia contemporanea, è uno stato nazione, fondato su un'idea di uniformità, sia del territorio definito dai confini, sia del popolo unitario che vive al suo interno. La forma di unitarietà dello stato che si afferma nel 1789 è una delle condizioni fondamentali della modernità politica: in questa unitarietà dello stato esiste un diritto che non può che essere unico, unitario e omogeneo.
A partire da ciò sono stati posti i pilastri del senso democratico della società contemporanea: se infatti dichiariamo che tutti sono cittadini, ammettiamo che nella società tutti sono ammessi ai diritti (anche se progressivamente). Così si dà vita alle società di massa contemporanee.
Cos'è la cittadinanza
Essere cittadini significa essere uguali, eguali doveri, inseriti all’interno di una società in uno spazio politico e istituzionale, dove l’uomo è l’uomo nella sua umanità. Vengono riconosciuti i diritti naturali, che non sono frutto di una dialettica politica, ma lo sono dell’uomo in quanto uomo. Significa partecipare in una civitas, doveva avere dei diritti insieme ad altri uomini che hanno anch’essi dei diritti.
La cittadinanza nasce contro il privilegio dell’Ancien Régime, inteso come ordinamento discriminatorio della società, contro qualsiasi ogni forma di discriminazione. Lo spazio della cittadinanza diventa uno spazio politico, storico che è quello della nazione. È la nazione che viene ad assumere la centralità che delimita la fruizione e l’esercizio della cittadinanza (e quindi la fruizione del diritto) e ogni cittadino deve essere in grado di difendere i propri diritti. Vi sarà infatti la leva obbligatoria per difendere la patria: la forma organizzativa è lo stato, infatti da allora si parla di stati-nazione.
La nazione
L’organizzazione della nazione è lo stato (stato-nazione), fondato su una idea di uniformità. Gli stati hanno un territorio unitario delimitato da dei confini, delle linee. Sono delle linee tra ciò che consentono la fruizione dei diritti e ciò che li nega. Il popolo deve essere da lì in poi omogeneo, dal punto di vista della natura politica e sociale. Occorre un potere statale che sia unitario.
Con il 1789 si accentua una forma di omogeneità che è una delle condizioni fondamentali della essenza politica. In questa unitarietà dello stato-nazione vi è un diritto che è unico, unitario, che supera la grande diversità di avversità e di altri diritti dell’Ancien Régime. Nasce l’idea del codice, cioè della raccolta armonica della omogeneità che vale per tutti i cittadini del territorio dello stato-nazione. La costituzione diventerà da lì in poi un elemento di riferimento, è una legge che ha sì una parte normativa, ma anche una tavola di valori. Stiamo parlando di alcuni cardini di democrazia tipici della società contemporanea.
Si comincerà davvero a parlare di libertà politica in un certo senso, siamo indirizzati verso quello che noi chiamiamo democrazia. Se noi ammettiamo che siamo cittadini, lo ammetteremo di fronte a dei conflitti e scontri, ma stiamo dando vita ad una società di massa. Con la rivoluzione francese inizia la leva di massa, tutti devono difendere lo stato, tutti devono partecipare alla vita dello stato-nazione.
Nella rivoluzione francese la Francia entrerà nella fase napoleonica. Le truppe napoleoniche che gireranno per l’Europa in seguito si porteranno gli insegnamenti della rivoluzione francese. La rivoluzione francese voleva uniformare le leggi, le leggi daranno vita ai codici, i quali sono ancora usati tutt’ora, o almeno in molti fanno riferimenti a questi canoni. Rappresenta il culmine di alcune fasi già iniziate a inizio secolo. La rivoluzione francese ha cambiato il corso della storia e l’ha indirizzata verso l’orizzonte democratico. La democrazia è diventata una forma di rapporti politici e sociali a cui si fa riferimento a quasi tutto il mondo.
La democrazia è un fatto storico ed è diversa a seconda delle epoche e a seconda di come gli uomini la interpretano: tutto questo non ci sarebbe se non ci fosse stata la rivoluzione francese.
La Francia degli anni '80 e l'Ancien Régime
Ancien Régime → Sistema di governo che aveva preceduto la rivoluzione francese, cioè la monarchia assoluta dei Valois e dei Borboni di Francia. Una delle caratteristiche principali è un ordinamento sociale in tre ceti, la cui appartenenza è perfettamente definita fin dalla nascita:
- Clero
- Nobiltà
- Terzo stato
La Francia degli anni '80 è un paese prevalentemente rurale (almeno 85 per cento della popolazione risiede nelle campagne). La nobiltà e l’altro clero hanno delle prerogative che sono quelle fondate sul privilegio e appartengono solo a loro, e dominano sulla società francese; oltre un terzo della terra era di loro proprietà. Nobiltà e clero avevano un accesso a cariche, a ruoli e ad onori. Godevano di esenzioni fiscali molto ampie, che gli permettano dunque di arricchirsi nel tempo. Erano anche coloro che esercitavano una giustizia nelle loro terre.
Privilegio, infatti, non è solo il raggiungimento alla ricchezza, ma anche l’idea del dominio, l'essere al perno del funzionamento del controllo totale della società. A fianco alla nobiltà e al clero, vi era il terzo stato, cioè la quasi totalità della popolazione francese, esclusa dalla quasi totalità delle cariche e dei diritti.
Si trattava di ordine gerarchico e rigido, discriminante e discriminatorio. Questa società di tipo feudale e rurale si basava su una forma politica che è quella dell’assolutismo: il re è ritenuto una figura sacra, che è tale per diritto divino, ed è un re assoluto, ma non inteso come uno che controlla proprio tutto: il re è sì sacralizzato, è sì al centro dell’organizzazione del potere, ma in realtà per la tenuta dell’apparato statale deve trovare equilibrio economico e sociale con i ceti privilegiati, in primo luogo gli aristocratici. Luigi XIV, ad esempio, cercò, senza mai riuscirci, di armonizzare l’esistenza di tante diverse regole e norme locali in un unico codice, uno statuto unico.
Nel quadro di una società del genere, le difficoltà economiche e finanziare che si svilupparono in quegli anni, unite alle ingiustizie derivanti dal privilegio, aggravarono la situazione. Si sviluppò una crisi di quel sistema che era fondato su un equilibrio detto immutabile e giustificato da una forma di sacralizzazione del potere; il sistema perse la sua legittimazione e iniziarono a nascere aspirazioni al diverso (si pensi agli illuministi, che volevano proporre un’idea di rinnovamento).
Tutto ciò portò a un collasso, una crisi dall’interno che diede a sua volta vita ad una crisi organica, cioè che comprende tutta la società. La situazione appare talmente in uno stallo, in una impossibilità a muoversi, che uno dei ministri di Luigi XVI decide di convocare gli Stati Generali (maggio 1789), cioè l'organo rappresentativo dei tre ordini, che affondava nelle pieghe della storia francese. Gli Stati Generali non si riunivano dal 1614: questo ci dice molto sulla gravità della crisi che stava investendo la Francia, tale da arrivare a richiedere un coinvolgimento di tutte le parti della società per risolvere la situazione.
Se i tre ordini sono chiamati ad un’assemblea in cui devono discutere e devono trovare una soluzione, significa che non è più il re che può risolvere i problemi: il re, comunque, accetta la convocazione degli Stati Generali. La nazione viene chiamata a prendere la parola sulla fiscalità, di conseguenza sull'aspetto del privilegio e della giustizia, dato che i nobili e il clero erano esentati dal pagamento delle tasse. Molto importante è l'immagine che raffigura la “Riunione degli stati generali”: vediamo la rappresentazione di tutte le parti dello stato francese che si siedono insieme per trovare una soluzione, dall'altra parte l’impossibilità della monarchia di trovare una reale soluzione.
La nazione si va profilando al centro, si prefigura, prende corpo, si profila nella sua sovranità sullo spazio politico francese. Non è il re che troverà le soluzioni, ma è la nazione che è investita di trovare la soluzione nel confronto tra le sue varie componenti. L'immagine evoca un mondo che sta cambiando. Gli stati generali sono accompagnati da un'ampia mobilitazione.
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