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Letteratura spagnola I

Riassunti di letteratura

Le origini

Come nel resto d’Europa, anche in Spagna la letteratura tradizionale ha un carattere preminentemente orale e trae ispirazione sia da reali eventi storici sia dal sapere tramandato del popolo. La produzione letteraria spagnola inizia con le jarchas o canzoni mozarabiche (secoli XI e XII) e con il Cantar de mio Cid (XII secolo).

La poesia mozarabica: testi, lingua e stile

La poesia mozarabica è strettamente legata all’occupazione musulmana della penisola iberica, che si succede al regno visigoto e si instaura intorno agli anni 700-900 d.C. In questo periodo, la regione chiamata Al-Andalùs (che indicava non la moderna Andalusia, ma tutto il territorio dominato dai musulmani) conosce uno straordinario momento di fioritura lirica e intellettuale, che in parte è continuazione della tradizione della poesia araba classica e in parte dà luogo ad una nuova produzione in lingua araba volgare (con prestiti romanzi). In parallelo si svolge anche una lirica ebraica.

In questo contesto nascono le jarchas (dall’arabo KARGHA) che si presentano come piccole poesie inserite all’interno di quella che era una nuova forma lirica, introdotta nel 900 d.C. dagli arabi, che si chiamava MUWASSAHA. Essa aveva una struttura metrica molto particolare e seguiva lo schema: aa bbb aa, ccc aa, eccetera. L’ultima parte dell’ultima strofa ripeteva le rime del preludio iniziale e dei versi finali di tutte le strofe ed era appunto chiamata “kharga”.

Le jarchas si distinguono dal resto del componimento in cui sono inserite in quanto scritte in lingua mozarabe (ovvero la lingua parlata dai cristiani in suolo musulmano) mentre il resto della poesia era in arabo classico. Possiamo dire che si configurino come delle citazioni o dei piccoli ritornelli. Dal punto di vista tematico si caratterizzano per essere sempre dei testi di discorso diretto messi in bocca ad una donna, e per non avere congruenza con ciò che precedeva nel poema.

Le jarchas furono scoperte dallo studioso di origine ebraica Samuel Stern; oggi ne conosciamo circa 50 e le più antiche risalgono all’XI secolo.

Epica e mester de juglaría

Nel XII secolo, la letteratura si avvicina al popolo grazie all’opera dei juglares (giullari, menestrelli). Questi interpreti erranti intrattenevano il volgo con un repertorio composto da canzoni dai temi epici o lirici. Le opere eseguite erano di autori sconosciuti, poiché non esisteva ancora il concetto di autore come proprietario della creazione, e i menestrelli le adattavano di volta in volta alle loro necessità.

La loro attività comincia prima della nascita della lingua castigliana e sarà fondamentale nella trasmissione del sapere, dato il diffuso analfabetismo. Ad essi si deve anche la diffusione nella penisola di un vasto patrimonio narrativo derivante perlopiù dall’area francese o provenzale.

L’epica e i cantares de gesta costituiscono una porzione fondamentale del repertorio dei giullari. Nella maggior parte dei casi si tratta di cantares che narrano la vita di personaggi o avvenimenti importanti della storia nazionale. Da un punto di vista stilistico e metrico essi sono dominati da un evidente REALISMO e da una metrica IRREGOLARE. A seconda delle tematiche, i cantares si dividono in tre cicli: ciclo dei Conti di Castiglia, ciclo del Cid, ciclo francese (di cui ricordiamo soprattutto il Cantar de Roncesvalles → che deriva chiaramente dalla Chanson de Roland).

I poemetti giullareschi introducono nella letteratura spagnola il distico a rima baciata (metro della lirica cortese e della poesia didattica galloromanza) ma si distinguono per la misura incerta e oscillante: infatti, mentre nella metrica francese prevale l’ottonario, in quella spagnola non c’è una regolarità sillabica (anisosillabismo) e la rima è data perlopiù dall’assonanza.

Tra le opere più significative della produzione di questo periodo ricordiamo: Auto de los Reyes Magos (il primo componimento considerato «teatrale»), Vida de Santa Maria Egipciaca (1215 ca.), Disputa del alma y del cuerpo, Denuestos del agua y el vino, Elena y Maria (1280 ca.), Razón de amor (1205 ca, il più importante poemetto del periodo).

Auto de los Reyes Magos → da un racconto di san Matteo, si presenta come un frammento di testo teatrale liturgico medievale, di autore anonimo. È considerato il primo testo teatrale spagnolo in assoluto. Comprende tre monologhi dei Magi, la scena del loro incontro, la visita ad Erode, un adirato monologo del re e infine la discussione di Erode coi suoi dotti. Il frammento illustra bene la tecnica del teatro medievale. La parola “auto” designava in quei secoli l’azione drammatica, nella fattispecie di argomento religioso.

Il Cantar de mio Cid: storia, temi, metrica e stile

Il poema narra le vicende del condottiero Rodrigo Díaz de Vivar, meglio conosciuto come “El Cid”, al servizio del re Alfonso VI. È il grande ROMANZO EPICO della lett. castigliana. L’opera, di cui non si conosce l’autore, è divisa in 3 parti e risale al XII secolo (1140 circa). Fu diffuso da giullari e poeti erranti che si spostavano di luogo in luogo. Ci è arrivato attraverso un codice del XIV secolo, copia di un altro del secolo precedente, conservato alla Biblioteca Nacional de Madrid.

In esso manca il primo foglio, contenente l’antefatto: circa 50 versi che sono stati ricostruiti attraverso la prosificazione del poema. Come ogni poema epico, il protagonista appare idealizzato, infatti la sua figura storica è ambivalente.

Struttura

Il poema è composto da 3733 versi. È diviso in tre parti: il canto dell’esilio, il canto delle nozze e il canto dell’oltraggio. Le caratteristiche formali del verso epico rispettano norme metrico-prosodiche precise → struttura in LASSE che si collegano tra loro tramite rime assonanzate (che seguono cioè i fonemi vocalici) e si raggruppano spesso intorno a una situazione o a un motivo. Ad ogni cambio di assonanza cambia anche la lassa e si ha il passaggio ad un’altra scena. Questo tipo di struttura viene in aiuto all’intreccio e ha una funzione mnemotecnica.

Un’altra caratteristica formale è l’ANISOSILLABISMO: significa che non c’è un numero di sillabe fisso all’interno di ciascun verso. Ogni verso è diviso da una CESURA centrale e quindi si scinde in DUE EMISTICHI. Emistichio = mezzo verso. Nel poema predomina la misura ottosillabica, quindi avremo spesso degli emistichi → 8+8.

Dal punto di vista prettamente stilistico il poema epico si caratterizza per il FORMULISMO → ci sono dunque sintagmi fissi, formule ricorrenti pregne di significato e un forte uso della DITTOLOGIA SINONIMICA (due elementi che hanno lo stesso significato). La tecnica narrativa è quella della DIEGESI con un NARRATORE ONNISCIENTE, ma c’è anche il discorso diretto, il dialogo tra i personaggi. La divisione delle sillabe deve seguire il principio della SINALEFE → un incontro vocalico che viene considerato come un’unica sillaba.

ES. SINALEFE: ALLÌ PIENSAN DE AGUIJAR AL | LÌ | PIEN | SAN | DEA | GUI | JAR

ES. FORMULISMO: “LLORAR DE LOS OJOS”, “BARBABELLIDA”, “LOS INFANTES DE CARRIÒN”

ES. DITTOLOGIA SINONIMICA: “EN VISTAS O EN CORTES”, “PUERTAS ABIERTAS E UÇOS SIN CAÑADOS”, “ELLOS AMAS A DÒS”, “LOS MANTOS E LOS PELLIÇONES”, “SIN PIELES E SIN MANTOS”

Il diverso dallo spagnolo moderno: Uso dei pronomi enclitici es → estàvalas

Il Duecento

Nel XIII secolo, mentre i poeti del mester de juglaría continuano a scrivere i cantares de gesta, nasce, grazie a monaci anonimi, un genere letterario incentrato sulla perfezione formale e sull’insegnamento morale, il mester de clerecía. Il suo principale esponente è Gonzalo de Berceo. Intanto, il teatro spagnolo muove i primi passi con le rappresentazioni liturgiche. Ma questo è soprattutto il secolo dominato dalla figura di re Alfonso X, il primo monarca realmente interessato alla cultura. Riunendo attorno a sé i saggi dell’epoca, compone e dà impulso a una sconfinata opera enciclopedica di carattere storico, scientifico e legale. Sono i primi passi della prosa castigliana.

Mester de clerecía: scuola, fonti e forme

È l’altro grande genere che ha segnato il medioevo ispanico. Era una scuola di poesia colta, dei sec. XIII e XIV, sorta in opposizione al mester de juglaría, di più antiche origini, e definita per la prima volta in una strofa del Libro di Alessandro (anonimo, XIII sec.), un poema di epica colta che narra le vicende di Alessandro Magno. L’autore, sicuramente un chierico o un monaco assai colto, si ispirò a fonti latine e francesi, e apre il poema con una quartina che rappresenta la definizione di questa scuola poetica.

MESTER TRAIGO FERMOSO NON ES DE JOGLARÌA
MESTER ES SEN PECADO CA ES DE CLERECÌA,
FABLAR CURSO RIMADO POR LA CUADERNA VÌA
A SÌLLAVAS CUNTADAS CA ES GRANT MAESTRÌA.

(Il mio mestiere è bello, non è quello di juglaría; è un mestiere senza peccato, perché è di clerecía: parlare in versi rimati secondo la cuaderna vía, a sillabe contate, è cosa di gran maestria).

All’interno di questa strofa sono racchiuse parole chiave per la comprensione e la definizione di questo genere. Innanzitutto il nome, che deriva da CLERICUS, cioè da tutto ciò che è relativo ai chierici (ponendo attenzione sul fatto che al tempo la parola designava i dotti in generale). L’espressione “SEN PECADO” indica una poesia dai TEMI ELEVATI, per lo più RELIGIOSI, legata alle regole metriche della “CUADERNA VIA” (strofe quadruple appunto, QUARTINE MONORIME DI VERSI ALESSANDRINI, ciascuno dei quali diviso in DUE EMISTICHI SETTENARI che possono a loro volta dividersi in altre due sezioni → TETRASTICO MONORIMO) e l’uso del linguaggio dotto.

Il “CURSO RIMADO” indica il verso “ritmato” di tipo romanzo, diverso da quello latino e “A SÌLLAVAS CUNTADAS” fa riferimento alla conta delle sillabe, che fa capo alla DIALEFE come principio OBBLIGATO della versificazione in caso di incontri vocalici; ne consegue un ritmo più spezzato. Un’altra caratteristica di questo genere è il frequente uso dell’IPERBATO, un espediente che ricorda la sintassi latina poiché consiste nel posizionare un elemento sintattico in un posto artificiale rispetto all’ordine della frase. Viene subito messo in contrapposizione al mester de juglarìa poiché se ne distacca innanzitutto per la materia più elevata che tratta, e poi per essere praticata solo da uomini colti.

La storia di questa designazione è comunque complessa e di volta in volta gli studiosi hanno descritto la cosa in modo diverso:

  • Scuola poetica → insieme di persone formate alla stessa maniera che praticavano la poesia in modo convenzionato (Deyermond e Lopez Estrada);
  • Vero e proprio genere letterario → Salvador scrisse un articolo chiamandolo “marbete” (etichetta);
  • Tesi intermedia → è una scuola che sul piano formale si caratterizza per un determinato tipo di versificazione.

Il luogo di formazione di questa scuola poetica potrebbe essere stato L’UNIVERSITÀ DI PALENCIA, la prima università fondata in Spagna nel 1212 ca. Fu voluta dal vescovo Tello Téllez de Meneses sotto il regno di Alfonso VIII, poco dopo la vittoria nella Battaglia di Las Navas di Tolosa, quando il re chiamò dalla Francia e dall’Italia insegnanti di varie arti e delle scienze, mantenendoli a Palencia con stipendi elevati.

Tuttavia ebbe vita breve, la mancanza di sostegno finanziario e la vicinanza dell’Università di Salamanca fecero sì che chiudesse poco prima della fine del XIII secolo, probabilmente nel 1264, momento in cui l’università fu definitivamente trasferita a Valladolid.

A questa scuola poetica, oltre al famoso Gonzalo de Berceo, appartiene anche l’Arcipreste de Hita, che utilizzò la struttura formale di questo genere per il suo Libro de Buen Amor. Più tardi troveremo anche l’opera di Pedro de Ayala, che viene considerato l’ultimo poeta del mester de clerecìa.

Gonzalo de Berceo: vita, opere, metrica e stile

Nell’ambito del mester de clerecía incontriamo il primo poeta identificabile nella storia della letteratura spagnola, Gonzalo de Berceo. In netto contrasto con la tendenza all’anonimato del Medioevo, Berceo dimostrò sempre una profonda volontà di render nota la sua identità, fornendoci, all’interno delle sue opere, preziose notizie sulla sua vita. Sappiamo che nacque a Berceo e fu educato prima nel monastero benedettino di San Millán e poi nell’UNIVERSITÀ DI PALENCIA.

Conosceva il latino, ma non abbastanza da scrivere in questa lingua: le sue opere sono composte in un volgare ricco di arcaismi. Da alcuni documenti sappiamo che nel 1252 era ancora vivo, ma non conosciamo la data esatta della sua morte. Berceo si dedicò a tre tipi di opere: poemi agiografici, poemi dedicati alla Vergine Maria, poemi di svariati temi religiosi. Le vite dei santi (tra le quali ricordiamo: Vida de San Millán de la Cogolla, Vida de Santo Domingo de Silos, Poema de Santa Oria, Martirio de San Lorenzo) miravano a istruire attraverso l’esempio di personaggi che avevano praticato la virtù.

L’opera senza dubbio più significativa di Berceo è Milagros de Nuestra Señora (Miracoli di Nostra Signora), composta da 25 narrazioni di miracoli fatti dalla Vergine Maria desunti da leggende scritte in lingua latina (non si tratta di materiale originale). I peccatori presentati sono di vario genere, quasi sempre figure maschili. Le uniche donne che inc

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/05 Letteratura spagnola

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