Indice

  1. Saba - biografia e opera
  2. Proposte poetiche - Goal
  3. Analisi della poesia Goal
  4. Trieste

Saba - biografia e opera

Umberto Saba nacque nel 1883 a Trieste, allora ancora parte dell’impero austro-ungarico, da madre ebrea e padre cattolico. Il padre abbandonò la moglie prima della nascita del figlio, il quale portò il cognome del padre, Poli, fino al 1910 quando assunse il cognome Saba, che in ebraico significa “pane”. Saba visse un’infanzia caratterizzata da un’educazione alquanto rigida e da non poche difficoltà economiche. Da qui, e dai contrastanti modelli culturali e religiosi (ebrei e cattolici), nascono le nevrosi che accompagneranno l’intera esistenza del poeta, diviso tra una madre che incarnava il senso del dovere e della responsabilità e un padre che seguiva il principio del piacere e dell’irresponsabilità. Su questo tema della scissione tra i due princìpi, materno e paterno, Saba ha scritto versi di grande profondità.
Dopo gli studi ginnasiali a Trieste, Saba visse a Firenze tra il 1905 e il 1906 cercando di entrare in contatto con il mondo letterario fiorentino, considerato più moderno e vivo. Quel mondo, però, considerò Saba poeta troppo tradizionale e distante dalla sensibilità poetica dominante.
Quando nel 1911 il poeta inviò alla rivista fiorentina “La Voce” un articolo intitolato Quello che resta da fare ai poeti, proponendo una poetica senza fronzoli, “onesta” e veritiera, secondo il modello manzoniano, contrapposta a quella “disonesta” e piena di “orpelli” di D’Annunzio, lo scrittore e poeta del momento, la rivista rifiutò l’articolo, che fu pubblicato postumo.
Tra il 1907 e il 1908 Saba compì il servizio militare tra Firenze e Salerno e nel 1909 sposò a Trieste Carolina Wölfler, la “Lina” a cui dedicherà tante poesie e da cui ebbe una figlia, Linuccia. Nel 1910 pubblicò a proprie spese il suo primo libro di versi, Poesie, seguito nel 1912 dal secondo libro, Coi miei occhi, che prenderà il titolo definitivo di Trieste e una donna. L’anno seguente Saba si trasferì con la famiglia a Bologna e poi a Milano. Dopo la fine della Prima guerra mondiale (Saba fece il militare con funzioni amministrative) tornò nella sua Trieste ormai italiana.
A Trieste Saba acquistò una libreria antiquaria che gli diede da vivere e che rappresentò il “cantuccio” in cui sopravvivere negli anni cupi del fascismo. Nel 1921 raccolse tutte le sue poesie in una prima edizione del Canzoniere.
Nel 1929 iniziò una terapia psicoanalitica con Edoardo Weiss, traduttore e corrispondente di Sigmund Freud, per far fronte alla malattia nervosa che periodicamente lo perseguitava. Saba fu tra i pochi in Italia a leggere precocemente Freud e a comprendere la funzione liberatrice della psicoanalisi. Nel 1938 il poeta, figlio di madre ebrea, fu colpito dalle leggi razziali volute dal fascismo e dovette lasciare la gestione della libreria.
Dopo l’8 settembre 1943 fuggì da Trieste e riparò clandestinamente prima a Parigi, poi a Firenze e in seguito, nel gennaio 1945, a Roma, città in cui assistette con entusiasmo alla liberazione dal nazifascismo. Si avvicinò al Partito comunista italiano, ma con la consapevolezza che non si può sperare in una vera liberazione dell’uomo senza considerare il vissuto personale e i rapporti concreti tra gli individui. Sempre nel 1945 Saba si trasferì a Milano e uscì per Einaudi una nuova edizione del Canzoniere che vinse il premio Viareggio. In una lettera alla figlia scrisse: “La mia poesia è – come ogni poesia – un’interpretazione totale del mondo”, rivendicando così l’importanza letteraria, analitica e conoscitiva del suo lavoro poetico. Nel 1946 pubblicò un libro di prose e aforismi, Scorciatoie e raccontini, e nel 1948 una sorta di auto interpretazione della propria poesia, Storia e cronistoria del Canzoniere. Deluso per la sconfitta del Fronte popolare alle elezioni del 18 aprile 1948, il poeta fece ritorno a Trieste. Qui la malattia nervosa riprese il sopravvento e fu ricoverato in clinica a Roma e a Gorizia, dove morì il 25 agosto 1957.
Nel 1961 uscirà l’edizione postuma del Canzoniere e nel 1975 il romanzo Ernesto, scritto nel 1953.

Proposte poetiche - Goal

Nel libro Storia e cronistoria del Canzoniere, che Saba scrisse in terza persona, pur essendo autobiografico, si trovano notizie sull’origine del singolare rapporto tra il poeta e il calcio:

Saba ed il gioco del calcio s’incontrarono per opera del “caso” [...]. Un suo giovane amico [...] gli cedette una domenica il suo biglietto d’entrata allo Stadio, dove [...] egli non poteva quel giorno recarsi. Saba era riluttante ad accettare. Non aveva, fino allora, nessuna simpatia per i tifosi. Tutto quell’entusiasmo e tutte quelle disperazioni per un pallone entrato o no nella rete, lo irritavano. (Avrebbe preferito – si capisce – che i triestini si entusiasmassero per le sue poesie, delle quali invece non facevano nessun conto). Ma era una bella giornata – proprio lo sfondo adatto per una poesia di Saba –, ed egli, anche per far piacere a sua figlia, e a un’amica di sua figlia, accettò di assistere, una volta tanto, ad una gara. La gara era fra la potentissima Ambrosiana e la vacillante Triestina; e si concluse con quel “nessun’offesa varcava la porta” della poesia “Tre momenti”; vale a dire con uno zero a zero. (Date le proporzioni delle forze in campo fu una vittoria della Triestina). Appena vide i rosso alabardati uscire di corsa nel campo fra il delirante entusiasmo della folla... il poeta si sentì perduto. L’amico che gli aveva regalato il biglietto disse poi che la cosa era stata da lui perfettamente prevista. [...] Egli si entusiasmò per le stesse ragioni per le quali si entusiasmavano gli altri; vi mise, di suo, una più chiara coscienza di quelle ragioni. (Umberto Saba, Storia e cronistoria del Canzoniere)

Analisi della poesia Goal

Il portiere è il protagonista di questo ultimo testo di Saba. C’è il portiere, in lacrime per aver preso un gol, che è invitato a sollevarsi da terra da un gesto di pietà fraterna di un compagno di squadra. C’è il portiere della squadra vittoriosa, che manifesta la sua gioia con un gesto circense (una capriola), rivendicando il desiderio di essere considerato nell’esultanza collettiva della squadra. In entrambi i portieri sembra prevalere una condizione di solitudine che contrasta con l’esultanza della folla presente nella strofa centrale della poesia.
Come scrisse Saba a conclusione del suo auto-commento alle Cinque poesie per il
gioco del calcio, “sono, nella loro semplicità, versi che vanno molto al di là del gioco del calcio; potrebbero essere capiti e commuovere anche quando gli uomini non giocassero più al calcio, e non si sapesse più nemmeno in che cosa consisteva quel gioco; e perché suscitasse negli spettatori tante passioni”.

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebbrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.
(Umberto Saba, Il Canzoniere 1900-1954, Einaudi, Torino 1970)

Note:
vana: inutile.
cela: nasconde.
rilevarsi: alzarsi, sollevarsi.
trabocchi: si riversi, dilaghi.
fratelli: i compagni di squadra.
pochi momenti... di vedere: sono pochi i momenti, belli come questo, concessi a quanti sono consumati dalle passioni dell’odio e dell’amore (i tifosi).

Trieste

L’autore di questa poesia, Umberto Saba, cammina attraverso le strade della sua città, ne scopre il carattere, come se fosse una persona, e sente che essa è il luogo ideale per la sua vita e per il suo desiderio di solitudine.

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

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