Psicologia clinica della devianza: Giovanni Lo Castro
Programma A: questione del godimento
Rapporto con la costruzione di un soggetto che questa triade trova nella terza parola il punto di arrivo: cioè come si costruisce un essere umano secondo questa prospettiva.
Massimo Recalcati, “Jacques Lacan: Desiderio, godimento e soggettivazione”, Raffaello Cortina Editore.
Primo capitolo
La follia di Narciso e il gesto di Caino
L’ispirazione ego-sartriana: come demolire l’Io
L'insegnamento di Lacan inizia con la frase: "L’Io non è padrone in casa propria" di Freud, cioè Lacan mette in scacco la nozione di Io e ogni supposizione di padronanza che essa comporta.
In questo suo primo passo riprende il pensiero di Freud che detronizzò l'Io riducendolo a "povera cosa" sottoposta a un triplice servaggio: il mondo esterno, la libido dell'Es, il rigore del Super Io.
Il suo primo ritorno a Freud viene influenzato dalla critica sartriana che svuota l’Io di ogni consistenza.
Sartre offre a Lacan una chiave di lettura per il suo primo ritorno a Freud, offrendogli una nuova ispirazione per provare a sganciare la nozione di soggetto da quella di Io.
Per Sartre il soggetto non coincide affatto con l’Io, è impossibile considerare l’Ego come centro. Questa rappresentazione dell’Io mette a soqquadro la versione razionalistico-cartesiana della soggettività come regolata dalla funzione dell’Io.
Lacan sostiene che l'Io non è il Soggetto, ma una mascheratura del soggetto dell'inconscio. È quello che nomina come moi (Io).
Anticipando le riflessioni di Lacan, Sartre definirà l’Ego come una struttura difensiva, un inquilino abusivo della vita preriflessiva della soggettività. Per Sartre "l'Ego non è proprietario della coscienza, ma ne è oggetto", non coincide con la vita del soggetto, non è al centro dei suoi desideri e dei suoi atti, ma solo una sua falsa rappresentazione.
Maschera e illusione
Massimo Recalcati: “L'Io - Maschera e illusione”.
L'Io non è padrone in casa propria perché è agito dal desiderio inconscio, dal soggetto dell'inconscio.
La psicologia dell'Io tende a riabilitare l'Io, a dargli l'illusione di essere padrone in casa propria. Questo è un atto di tradimento nei confronti di Freud.
L'Io moi non coincide con il soggetto dell'inconscio, il je. Tra il moi e il je, tra l'io e l'inconscio, esiste una differenza strutturale profonda.
Per Lacan la psicoanalisi non riabiliterebbe un "Io padrone", capace di diventare padrone della forza sovversiva dell'inconscio, piuttosto dimostra che il moi è un'illusione, un Arlecchino.
L'Io è costituito come una maschera, come una finzione. La sofferenza fisica ha come origine non un indebolimento dell'Io, ma un suo eccessivo rafforzamento.
La follia più grande è il credersi un Io, pensare di essere una identità costituita su se stessa: questa è la fonte principale della sofferenza psichica.
L'io non consiste di se stesso, è fatto da tratti di identificazione. Chi sono io? Io sono sempre un altro, sono il risultato di una molteplicità di identificazioni.
Lacan parla di un Io cipolla, l'Io non è nulla se togliamo gli strati, che non sono altro che le molteplici identificazioni.
La differenza tra l’Io (moi) e il soggetto (je)
Nel corso degli anni Trenta e Quaranta la rilettura di Introduzione al narcisismo di Freud, ispirata dal giovane Sartre, da parte di Lacan domina i primi seminari e i suoi primi scritti.
L’originalità del primo Lacan, in cui riprende "Introduzione al narcisismo" di Freud, consiste nel tracciare la differenza tra l'Io (moi) inteso come maschera narcisistica e il soggetto dell'inconscio (je), inteso come soggetto del desiderio.
Questa tesi dell'incompatibilità tra il soggetto dell'inconscio (je) e l'Io (moi) implica la rottura, da parte di Lacan, di ogni rapporto con le teorie postfreudiane che riducono il soggetto ad espressione della volontà dell'Io (Psicologia dell’Io).
Una psicoanalisi, essendo l'esperienza del soggetto dell'inconscio in quanto soggetto del desiderio, non può ridursi a una ortopedia dell'Io, a un suo progressivo rafforzamento e adattamento, poiché l'Io non è il nucleo sostanziale del soggetto, ma il "sintomo umano per eccellenza", la "malattia mentale dell'uomo".
Per Lacan l'Io è il prodotto di una molteplicità di identificazioni. L'Io non è affatto il soggetto, ma come aggregato di una molteplicità di identificazioni, non sa nulla dei desideri del soggetto, non è in contatto con il soggetto dell'inconscio, anzi è uno sbarramento, una negazione del soggetto dell'inconscio.
Freud, secondo Lacan, ha liberato il soggetto dall’ipoteca del cogito cartesiano che aveva stabilito una equivalenza ontologica tra il pensiero dell’Io e la certezza della sua identità ponendo a fondamento dell’essere l’attività stessa del cogito: cogito, ergo sum.
La sovversione freudiana del soggetto è sovversione di quella equivalenza: l’essere del soggetto non coincide più con il cogito. Il pensiero non può avanzare alcuna pretesa di catturare l’essere.
La sovversione freudiana del soggetto mette in luce che tra l’essere, l’esistenza del soggetto, e il pensiero si produce una divaricazione irrecuperabile: “Penso dove non sono, dunque sono dove non penso”, sintetizza Lacan.
Non dobbiamo dire “Io penso”, mettete in discussione tutto, ragionateci. Esattamente “Io sono dove io non penso”, “io penso” deve essere sostituito da “io sono laddove io non penso”.
L’io, diceva Freud, non è padrone in casa sua. Antonio Damasio, neuroricercatore, vi dimostra che la parte razionale della mente è la parte che ha meno peso nel funzionamento dell’attività cerebrale perché le neuroscienze ci dicono che l’area che prende le decisioni non sono i lobi frontali, la corteccia frontale, ma è l’ippocampo nella parte dove non c’è coscienza.
Lì c’è la nostra storia, la storia che non ci siamo scelti, che ci ritroviamo addosso senza conoscerla e che produce effetti su di noi perché noi portiamo in giro, come la collega la borsa, senza sapere il perché.
Noi non abbiamo mai pensato di uccidere i nostri padri e pensare in modo diverso, prendiamo un pensiero che non è il nostro perché non lo mettiamo in discussione.
Noi siamo i loro avatar, l’avatar è un corpo abitato dal desiderio di un altro.
Non siamo diventati stupidi, siamo normalmente stupidi cioè la condizione di stupidità è quella normale dell’essere umano, cioè l’essere umano è strutturalmente stupido, cioè facile a stupirsi, in termini nostri fermarsi all’immaginario, a non andare al simbolico, a non andare oltre perché l’immaginario è la cosa di base: lo stupore, idea, immagine visiva, linguistica sono quelli che incidono di più.
Noi siamo strutturalmente costruiti a livello immaginario, la prima cosa che si sviluppa nel neonato è di riconoscere il viso, l’immagine della madre.
Tutto il sistema è immaginario, ma così come ci ha insegnato Lorenz che l’imprinting è questa dimensione immaginaria, per cui per il paperello la prima cosa che vede è la madre, anche se vede il predatore che se lo mangerà, non pensa “questo ora mi mangia”, pensa che è sua madre e poi ci va tranquillo.
Noi siamo così, cioè la presa immaginaria è quella che funziona a primo livello nell’essere umano, quindi prendere qualsiasi cosa che a livello suggestivo ci attrae e ci conquista, dopo di che bisogna che si faccia il passo successivo, quello specificatamente umano che è introdurre l’elemento simbolico, l’interrogativo, il chiedersi il perché delle cose.
Chi non vuole interrogarsi sulle cose va benissimo l’orientamento cognitivista: classifica e si ordina. Dobbiamo imparare ad andare oltre il primo livello, immaginario.
La massa non è mai buona, è strutturalmente cattiva.
Questa cosa che stiamo mettendo in luce è cruciale: è il ribaltamento della formula più diffusa che nel funzionamento sociale in generale assegna all’Io la capacità di manipolare la realtà: “Io sono quello che penso”, “Io cogito ergo sum”, “io sono io”, viene totalmente ribaltato: “io sono laddove io non penso”.
E poi il rovesciamento del cogito ergo sum cartesiano che farà Lacan, cioè la verità è che noi non siamo dove pensiamo di essere: “io ho deciso, io voglio, io scelgo”, ma noi siamo precisamente dove non ci siamo noi.
Guardate che non è una cosa qualsiasi, è rivoluzionario perché se noi lo applichiamo come sarebbe opportuno, per primi come psicologi dovremmo essere costantemente in una posizione di dubbio quando facciamo una scelta, quando decidiamo etc.
Quindi quando io dico: “Io ho scelto, io voglio, io ho deciso”, noi sappiamo che invece è la nostra storia, chiamiamola così in termini popolari, o il grande Altro con il termine tecnico, che ha deciso il nostro destino.
Dovremmo essere per primi accorti e interrogarci quando ci vengono a dire: io voglio, io ho scelto, perché non è così.
Poi m’interessava farvi notare un altro passaggio importantissimo, romantico, come definizione molto poetica, che il soggetto è il sintomo umano per eccellenza, cioè il dire “io sono io” è un sintomo nel senso della patologia dell’essere umano, è un sintomo nel senso di un artificio che abbiamo bisogno di costituire.
Per quale motivo? Per fare fronte a che cosa? Diciamo per metterci in rapporto all’altro.
Se noi immaginiamo un soggetto che coincide con l’Io lo abbiamo portato a livello dell’animale, quindi non è un giudizio negativo sugli orientamenti fondati sull’Io, però la particolarità umana è che tra la verità di ciò che noi siamo c’è una storia che ci sfugge e ciò che riusciamo a farne di questa storia, cioè l’Io, c’è uno scarto per cui l’Io è un sintomo, un’espressione, una manifestazione, un segnale di questo qualcosa che invece non è presente alla coscienza.
Rapidamente, per poter chiarire la questione dell’Io e del soggetto non potete non pensare allo “stadio dello specchio”. Infatti voi trovate la questione dell’io e del soggetto, “moi e je”, proprio specificati nel momento in cui il bambino che fino a quel punto ha un vissuto di sé in cui tra lui e questa entità che per lui fino a quel punto è esterna, cioè l’organismo che poi diventerà il corpo, non c’è coincidenza.
Tant’è che la frase che emblematicamente incolla e che il bambino dice quando mette insieme l’immagine di sé e sé, in francese è moi, noi diremmo “me” oppure potremmo dire di più “il soggetto”.
Questo è un aspetto fondamentale, ovviamente la parola soggetto anche nell’etimologia della parola rinvia ad una cosa molto importante, cioè colui che sottostà, soggiace, la parola soggetto viene dal latino soggiacere.
E quindi a che cosa sottostà l’essere umano in quanto essere umano che diventa soggetto? La categoria soggetto con l’animale non la utilizziamo, sottostà a che cosa? Alle leggi del linguaggio, della relazione con l’altro.
Nel momento in cui noi ci individuiamo come soggetti perdiamo una condizione di libertà originaria, solo l’animale è libero perché non si definisce come identità.
Noi invece, all’interno di una macchina, di un meccanismo, sottostiamo, siamo sotto il significante, cioè abbiamo tutti imparato una lingua, una scala di modelli di relazione.
Il Je è una percezione di sé in cui l’insieme corpo e soggetto non sono ancora perfettamente costituiti, Moi avviene quando si incollano le sensazioni propriocettive con l’immagine di sé, l’idea di sé che è una costruzione immaginaria che si ricava attraverso l’immagine di sé che viene dallo specchio.
Nell’esperienza del bambino lo specchio come oggetto fisico, ma in realtà lo specchio è l’altro per ognuno di noi, l’immagine che abbiamo di noi è sempre quella che ci torna dall’altro.
Ci torna sempre, come dice la legge della linguistica, in forma invertita: “io mi presento a te e dal modo in cui tu mi guarderai, dall’immagine di me che tu mi restituirai, per esempio gradita, non gradita, buona, cattiva, io mi farò un’immagine di me, avrò una conferma di ciò che io sono.
Wo es war, soll Ich werden
Risulta esemplare l’interpretazione di Lacan del celebre detto freudiano: Wo es war, soll Ich werden, con il quale chiude la lezione 31 dell’Introduzione alla psicoanalisi.
Con questa formula Freud voleva sintetizzare la finalità etica dell’esperienza della psicoanalisi, ma questo detto ha dato luogo a due interpretazioni conflittuali.
La traduzione italiana di Cesare Musatti “Dove era l’Es, l’Io deve subentrare” si basa sulla seguente chiave di lettura: secondo Freud la psicoanalisi si mantiene nel solco delle morali tradizionali che insistono sulla funzione governamentale dell’Io.
Idem per quella francese “le moi doit déloger le ça!”: l’Io deve sloggiare l’Es.
Lacan si discosta da queste traduzioni che tradirebbero il detto freudiano riducendolo a una celebrazione dei poteri dell’Io e avanza verso una nuova lettura.
Per Lacan non si tratta di far subentrare l'Io come istanza di controllo là dov'era l'Es, ma di ricondurre questa falsa padronanza alla sua radice immaginaria e narcisistica, e per indicare, invece, che il luogo dove si costituisce il soggetto, al di là dell'Io, è proprio il luogo del soggetto dell'inconscio come soggetto del desiderio.
La ripresa di “Introduzione al narcisismo” di Freud
La ripresa della sovversione freudiana del soggetto costituisce il filo rosso di tutto l’insegnamento di Lacan. Il suo sforzo consiste nel riattraversare uno snodo classico e tormentato del pensiero freudiano.
L'insegnamento di Lacan s’inaugura, così, come una meditazione sul gesto di Narciso.
Riferimento narcisismo: il termine prende il nome dal celebre personaggio della mitologia greca creato da Ovidio nelle Metamorfosi.
Il racconto narra di un giovane di rara bellezza e di straordinaria vanità, figlio del dio Cefiso e della ninfa Liriope, così preso da sé da rifuggire il mondo e l’amore degli altri.
Di Narciso si innamora perdutamente la ninfa Eco, la quale viene però sdegnosamente respinta e in preda al dolore e alla vergogna per il rifiuto subito vaga per valli e caverne fino a quando il suo corpo si consuma e di lei non resta che la voce.
La dea Nemesi, per punire la superbia del giovane, lo condanna ad un amore impossibile: quello per la propria immagine che egli vede, per la prima volta, riflessa nell’acqua di uno stagno.
Nel disperato tentativo di raggiungere e congiungersi con questa immagine Narciso annega. Al suo posto nasce un fiore che prenderà il suo nome.
La parola narciso deriva dal greco narkè, sopore, stupore, una fissità che, come insegna il racconto di Ovidio, può rivelarsi mortifera.
Il mito e le sue suggestioni, di carattere etico ed estetico, hanno trovato ampia risonanza nell’ambito filosofico, letterario ed artistico.
Nel linguaggio comune, la definizione di narcisista ha una connotazione negativa e si riferisce a persone con atteggiamenti eccessivamente egocentrici, poco empatiche e sostanzialmente disinteressate agli altri.
Con la psicoanalisi il narcisismo diventa un concetto centrale in quanto viene individuato come elemento costitutivo e originario della soggettività umana e, da Freud in poi, gli studi psicoanalitici sul narcisismo approfondiranno le sue possibili evoluzioni in senso sano e patologico.
Storicamente una prima lettura del narcisismo viene proposta in ambito psichiatrico dallo psichiatra tedesco H. H. Ellis nel 1892 al fine di descrivere un aspetto patologico della vita sessuale, legato all’autoerotismo, allorché un soggetto tratta il proprio corpo come oggetto sessuale fonte di desiderio e di piacere.
Successivamente nel 1899 lo psichiatra H. Näcke lo utilizzerà riferendosi alle perversioni sessuali.
In una prima fase, Freud riprenderà queste tesi in relazione all’omosessualità e all’eziopatogenesi della paranoia.
Nel suo studio sull’infanzia di Leonardo da Vinci, 1910, descrive il meccanismo per cui l’investimento libidico porta a una scelta omosessuale dovuta alla fissazione dei bisogni erotici della figura materna e attraverso l’identificazione con lei: “[...] il ragazzo mette se stesso al posto della madre, si identifica con lei e prende la sua stessa persona come un modello a somiglianza del quale egli sceglie i nuovi oggetti del suo amore [...] Egli trova gli oggetti del suo amore lungo la via del Narcisismo”.
Nella psicosi, Il caso Schreber, 1911, il narcisismo diventa la manifestazione patologica del ritiro dell’investimento libidico dagli “oggetti” e quindi dalla realtà esterna; Freud in questo senso concorda con quanto già sostenuto da K. Abraham, 1908, a proposito della demenza precoce.
Successivamente, Totem e tabù, 1912, Freud ridefinisce il narcisismo come fase intermedia dell'evoluzione sessuale che si colloca tra l'autoerotismo e l'amore oggettuale, tesi che riprenderà nel 1914 nel saggio Introduzione al narcisismo, il vero punto di svolta della sua teorizzazione che apre ad altre vicissitudini dell’Io quali
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