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Riassunto esame pedagogia comparata

Docente prof.ssa Armenise, libro consigliato “Roberto Ardigò. La morale dei positivisti e la religione civile”.

Roberto Ardigò - La morale dei positivisti e la religione civile

Capitolo 1. Sul pensiero pedagogico di Roberto Ardigò

Roberto Ardigò nasce il 28 gennaio 1828 a Casteldidone (Cremona) per poi trasferirsi con la famiglia nel 35 a Mantova, dove intraprende la carriera sacerdotale.

Nel 53 sostiene l’esame di abilitazione magistrale e per diversi anni si dedica all’insegnamento negli istituti mantovani.

Nel 65, quando insegnava filosofia in un liceo, supera il concorso per l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche, che si affianca a quello di filosofia nei licei. Inizia da qui un forte interesse verso la filosofia e per la scienza e le nuove scoperte, diminuendo quello per la religione. Da qui una rottura, che lo porta ad abbandonare l’abito sacerdotale e successivamente convertirsi al positivismo (1869).

Il manifesto di questa nuova impostazione è “Discorso su Pietro Pomponazzi”, discorso con il quale sottolinea che il pensiero filosofico deve essere riconsiderato alla luce del metodo positivistico ed esprime una dichiarazione di contrarietà riguardo la definizione dogmatica dell’infallibilità pontificia di Pio IX.

Intraprende quindi una svolta teoretica, prendendo in considerazione Pomponazzi che rappresenta l’aristotelismo rinascimentale: il Rinascimento è visto come il predecessore della riforma protestante, dell’Illuminismo e della riv. francese, eventi che avrebbero preparato la civiltà moderna.

Nel 71 comunica al vescovo di deporre l’abito ritenendolo incompatibile con la sua nuova vocazione  egli sentì che l’infinito non è fuori dall’universo ma è nell’universo e che perciò il trascendente diveniva inutile e dannoso in quanto condizione per escludere l’infinito.

Dal 1881 è professore ordinario di storia della filosofia all’università di Padova dove resta fino al 1909, fino all’età di 81 anni, quando chiede di essere messo a riposo.

Nel 1913 viene nominato senatore del Regno; negli ultimi anni soffre gli attacchi alle sue opere che sfocia in una depressione che lo porta a tentare il suicidio dapprima a Padova nel 1918 e poi a Mantova nell’agosto 1920, tentativo quest’ultimo da cui non si riprende, morendo il settembre dello stesso anno.

Il filosofo cremonese è riconosciuto come il pensatore italiano più rappresentativo del pensiero filosofico del positivismo: egli ha sempre sostenuto come il positivismo non fosse solo una corrente filosofica e scientifica ma una nuova e valida concezione del mondo, una nuova impostazione dell’umanità in grado di oltrepassare tutto ciò che l’aveva preceduta e di spezzare le precedenti impostazioni metafisiche, idealistiche e spiritualistiche.

Il positivismo italiano, affermatosi nella seconda metà dell’800 (anni 70), aveva infatti contribuito alla realizzazione della concezione della pedagogia intesa come scienza e tecnica metodologica. Tutti i pedagogisti del positivismo avevano accolto il metodo e la ricerca scientifica positivista e quindi interpretato la pedagogia come una scienza: la scienza dell’educazione.

L’educazione era quindi da considerare come un fatto naturale, con leggi proprie. I filosofi positivisti considerarono quindi quegli aspetti che potevano essere sottoposti a verifica, insistendo sul metodo induttivo, sull’esperienza, sul ruolo delle consuetudini, tutti questi elementi potevano essere verificati e organizzati quantitativamente.

Positivismo italiano  perseguiva lo sviluppo e l’impostazione della pedagogia scientifica, avente come oggetto il comportamento umano e per metodo una tecnica d’insegnamento incentrata sull’osservazione e sull’esperienza diretta; una riforma del sistema scolastico con l’obiettivo di preparare le nuove generazioni alla società della scienza.

In tutto ciò non veniva messa da parte la cultura umanistica, ma la cultura tecnica e professionale viene considerata come subalterna a quella classica.

I gradi scolastici

Ardigò analizza i gradi scolastici e sostiene che:

  • La primaria è caratterizzata dal prevalere del gioco.
  • La secondaria vede l’esplosione del sentimento e gli adolescenti manifestano coraggio, benevolenza, sacrificio e entusiasmo per l’arte. Di qui, l’importanza per lui degli studi classici che aiutano a coltivare sentimenti nobili.
  • L’insegnamento superiore mira a sviluppare una forza logica e deve avere carattere eminentemente scientifico.

Considerando che, per diverse cause, alla fine dell’800 non tutti potevano frequentare tutti i gradi, la conseguenza era che la maggior parte degli studenti non riceveva un’adeguata educazione intellettuale e morale. Ardigò ritiene che poteva essere superato tramite  creazione di nuove scuole complementari con finalità tecniche e formative.

Anche il metodo ciclico  ogni disciplina insegnata in un corso inferiore doveva essere ripresa in quelli superiori con un maggior approfondimento; questo metodo ciclico doveva essere adottato anche all’interno dello stesso anno scolastico.

Il fatto educativo diviene il risultato di un processo regolato da intenzionalità, aiuto dell’arte alla natura, comprendente più discipline. Partendo da queste considerazioni Ardigò traccia il metodo di insegnamento intuitivo, impostato sui sensi e sull’esperimento.

Il giudizio e la fortuna di Ardigò

La teoria ped. ardigòiana presenta numerose suggestioni e problematiche come fatto notare anche da suoi allievi.

  • Marchesini, ne “La vita e il pensiero di Roberto Ardigò”, illustra il pensiero di A. in modo sistematico, ne esalta il carattere oggettivistico e neonaturalistico. Secondo lui i fondamenti ideologici del sistema teoretico di A. si ritrovano sul principio della formazione naturale e su quello della continuità della natura.
  • Limentani è tra tutti colui che rimane più fedele alla linea di insegnamento del maestro, nello spirito e nel metodo. Cerca di assegnare alla filosofia positivista una funzione di interrogazione delle specificità umane, partendo in particolare dai fatti dell’esperienza e indicando l’uomo come punto apicale del processo di formazione naturale, richiamando la centralità della coscienza e della consapevolezza del dovere nello svolgersi dell’agire umano. Secondo lui il valore dell’agire derivava solo dall’intenzione soggettiva e consapevole e non dai suoi risultati, quindi rifiuta di accogliere una valutazione oggettiva dell’agire etico-pratico. Rimaneva incerto sul determinare l’altruismo: è un dato originario oppure conseguenza di un certo sviluppo dell’individuo? Su questo problema si interrogheranno molti positivisti.
  • Discepolo di Limentani, Eugenio Garin traccia ne “Le cronache della filosofia italiana” un giudizio articolato su Ardigò. Riconduce il problema del significato dell’uomo e della libertà e lo riconduce in un monismo naturalistico. Mette al centro l’uomo e rifiuta l’estensione della validità della casualità fisica.
  • Rodolfo Mondolfo in “Da Ardigò a Gramsci” non si allontana mai dai legami con il positivismo di Ardigò e cerca di accordare il proprio pensiero con quello di A.  sostiene come A. abbia sempre contraddetto il materialismo degli scienziati e pretende di trovare spiegazioni ai fenomeni complessi attraverso fenomeni meno complessi. Per lui, Ardigò non accetta il materialismo e contraddice una visione del mondo come questa attraverso la sua teoria delle forme progressive di autonomia tramite la coscienza, forma attiva creatrice, in “La morale dei positivisti”.

Secondo lui domina in A. il principio dell’autonomia e l’esaltazione di tutti i valori dello spirito. L’uomo per A. nel suo agire segue l’ispirazione di una idealità, muta in atti qualcosa che non esiste traendola dal nulla: la sua opera è creazione. Nella sua formazione naturale, l’individuo rimane legato alla società tanto che la sua tendenza caratteristica è antiegoistica: la idealità sociale ne è l’affermazione.

  • Giovanni Gentile, come anche Papini, si impegna in una severa contraddizione del pensiero di Ardigò soffermandosi in particolare sulla “conversione” del filosofo, accusandolo di insensibilità religiosa e di sostenere una teologia laica contrapposta a quella cristiana. Critica l’opposizione di A. alla filosofia platonica prekantiana, opposizione che secondo lui non è seguita da una valida proposta di alternative. Gentile lo considera un “distruttore” di quel poco di platonismo ancora presente nella filosofia del tempo, evidenziando i limiti dell’approccio empirico – utilitaristico applicato da A. a finalità educative, cosa che critica perché a suo parere separato da ogni rapporto con scienze come metafisica e antropologia filosofica. Ritiene che A. non abbia una adeguata conoscenza della filosofia e né della scienza: critica il suo modo di vedere il processo educativo come acquisizione di abitudini quindi un pensiero conformistico e conservatore, legando abitudini al momento sociale e non soggettivo.
  • Benedetto Croce traccia un quadro più pacato di Ardigò, in occasione della sua morte. Ritiene che il suo positivismo era sorpassato ma che aveva posto le basi per una filosofia idealistica di cui lui e Gentile erano rappresentanti.

Ardigò, come Comte, Spencer, Montessori, guardano ad una pedagogia scientifica che affonda le radici nelle leggi della filosofia, della teoria dell’evoluzione e della sociologia positiva e che la traduca in termini educativi.

La scienza dell’educazione

È evidente come sia presente nel positivismo un richiamo al pensiero illuminista: è il momento per Ardigò di riorganizzare e assumere una nuova metodologia, quella positiva.

Per Ardigò pedagogia  scienza dell’educazione; per questo motivo il filosofo ritiene che l’uomo possa acquisire le abitudini del vivere sociale e divenire buon cittadino.

Non tutte le abitudini per lui valgono allo stesso modo e sono educative ma devono essere sensibili al decoro e nobilianti sul piano sociale.

Da un punto di vista didattico si privilegia

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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