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Francesco d’Assisi – Franco Cardini

1. “Perché a te?”

Francesco d’Assisi muore la sera di sabato 3 ottobre 1226 (la chiesa romana fa iniziare il giorno dal tramonto perché l’alba è quella celeste) in un periodo (quello tra XII-XIII) tra i più sereni e prosperi dell’Occidente dopo l’anno mille (senza carestie o epidemie, anche se le rese agricole erano sempre più basse).

Francesco da morto ricorda il Cristo deposto dalla croce, perché smagrito, ulcerato e piccolo. Da circa sei anni prima della sua morte le cose all’interno dell’Ordine non erano chiare: Francesco si era ritirato lasciando il governo interno ad altri, con la sua morte ci si chiedeva cosa sarebbe stato dell’Ordine oltre che al preoccuparsi dei tumulti dovuti al sottrarre o smembrare il corpo del santo come di solito succedeva per prendere le reliquie.

Davanti alla Porziuncola la domenica si riuniscono genti di paesi vicini per piangere il frate Francesco. La salma venne fatta sostare a San Damiano dove risiedeva Chiara e le “povere dame”. Poi, giunto in Assisi, venne tumulato nella chiesa di San Giorgio (oggi incorporata con la basilica di Santa Chiara).

Nei giorni successivi frate Elia da Cortona inviò a tutti i ministri provinciali una lettera nella quale indicava le stimmate quale prova della conformità rispetto a Cristo. La pratica di canonizzazione durò una ventina di mesi, perché a marzo era stato eletto papa Gregorio IX, Ugolino da Ostia (protettore dell’Ordine), assistito come consigliere da frate Elia (per quanto il Capitolo dell’Ordine riunito ad Assisi nel 1227 avesse scelto come ministro generale Giovanni Parenti).

Il 19 luglio 1228 il papa pubblicò la bolla Mira circa nos con la quale si canonizzava Francesco. Nel 1230 le spoglie vennero traslate nella chiesa di San Giorgio e tumulate con una certa fretta nella cripta sotto l’altare maggiore (per evitare che le stimmate fossero oggetto di verifica), la chiesa era presso un dirupo nel luogo Vallis Inferni, orientata con l’ingresso rivolto ad est (come il Santo Sepolcro di Gerusalemme).

La pomposità della chiesa fu oggetto di critica per i rigoristi (che vedevano in Elia un potenziamento temporale dell’Ordine). Si sviluppò una polemica tra rigoristi e moderati. Le vicende dei francescani si intrecciarono con la situazione religiosa e politica italiana: propaganda dei gruppi ereticali (catari) e la lotta contro una Chiesa sempre più temporale.

La Chiesa si serviva dei frati minori come inquisitori e docenti nelle università. Altra polemica riguardava la povertà evangelica che si riversava nelle università e nelle piazze. Si diffusero idee che collegavano Francesco all’Angelo del Sesto Sigillo e all’alter Christus ripresi da scritti attribuiti a Gioachino da Fiore.

Le nuove polemiche tra “spirituali” e “conventuali” si avvertono nei Fioretti (raccolta di leggende sul santo assisano). Le due ali del movimento si ramificarono, si affrontarono sui temi dell’obbedienza e povertà: il Francesco fedele alla Chiesa è quello degli scritti di san Bonaventura e negli affreschi di Giotto nella basilica superiore, invece il Francesco povero è quello dell’XI canto del Paradiso di Dante.

Tra il 1200 e 1400 il movimento minoritico subisce numerose vicende: una battaglia contro la mondanità della Chiesa, la chiericalizzazione dell’Ordine, la mitigazione del primitivo messaggio del Fondatore per adeguarlo alle esigenze del papato.

Per ritornare all’Ecclesiae primitivae forma, cioè alla purezza originaria, vennero fatte riforme e rifondazioni, tra cui la “Osservanza” del Trecento che al contrario dei conventuali bonaventuriani volevano rinnovare gli entusiasmi popolari dei quali Francesco era stato al suo tempo oggetto. Dopo la Riforma il nuovo ritorno alle origini fu proclamato dai cappuccini, ulteriore famiglia minoritica.

Il successo dei Frati Minori è legato all’idea di Francesco in base alle società e ai tempi. Alla base della sua fama vi è la biografia di Bonaventura (Legenda maior) che fornì una ufficiale immagine del santo conforme alla Chiesa, oppure il ciclo di affreschi giotteschi, infine il binomio Francesco-Povertà di Dante (rivista nell’amor cortese perché si sposa con Madonna Povertà).

In Francia nel 1894 Paul Sabatier scrive “La vita di san Francesco d’Assisi facendo nascere la fortuna contemporanea di Francesco e facendo esplodere la questione francescana. Il Sabatier era pastore protestante e allievo di Ernest Rénan, continuò l’opera del maestro revisionandola molte volte fino al 1931 postuma.

La questione storiografica francescana era imperniata sul valore degli scritti e delle prime biografie del santo e sulla possibilità di redigere una vita filologicamente attendibile. Sabatier venne criticato per la sua svalutazione dell’elemento sovrannaturale, per l’esaltazione degli aspetti conflittuali tra Francesco e Chiesa e la distorsione operata dalla Chiesa del messaggio di libertà e di adesione al vangelo.

A Sabatier venne contrapposta la biografia francescana del danese Joan Joergensen nel 1907. Intanto nel 1926 Francesco venne eletto patrono d’Italia, facendo riavvicinare Stato e Chiesa nel ’29.

La figura di Francesco venne modificata e distorta nel corso del tempo (es. nel 1956 il cretese Nikos Kazantzakis nel suo libro Il Poverello di Dio dedica una biografia romanzata e un amore tra Francesco e Chiara), anche le stesse biografie scritte da Tommaso da Celano descrivono un Francesco diverso l’una dall’altra.

Per comprendere la figura di Francesco bisogna accostare le varie testimonianze e vedere fino a che punto ogni fonte ha l’esigenza di presentare un Francesco diverso o opposto rispetto alle altre.

2. “Come fa questo talvolta di Gange”

La città e il contado di Assisi alla fine del XII-XIII sec. avevano acquisito una autonomia all’interno del ducato di Spoleto (territorio conteso tra Impero e Chiesa), l’area era tra l’Appennino, la Tuscia e Roma e poco distante dalla Via Francigena (che la collegava a Roma) e la via che dal porto di Pisa arrivava a quello di Ancona.

In più l’area di Assisi era fortemente antropizzata (tra 11-16 mila persone) testimoniato dalla messa a coltura di zone montane, dai passaggi di proprietà e dai nuovi contratti agrari di mezzadria (di media durata, a canoni parziali). Le grandi signorie terriere erano in declino a favore dei ceti abbienti cittadini.

L’economia assisiana tra XII-XIII sec. era costituita da cereali, vigne, olivo, ma anche alberi da frutto (noci e fichi), oltre che orti, campicelli chiusi, ma anche boschi e pascoli. Mentre in pianura si combatteva contro la palude, in montagna si dissodava e si disboscava, ma il disboscamento limitava la caccia e la pastura dei suini, nonché la raccolta di legname e alberi da frutto.

Le carte dell’archivio della cattedrale di San Rufino ci parlano di mulini, della lavorazione della lana (già presente nei monasteri, come quello di Sassovivo presso Foligno). La manifattura tessile era caratteristica di quei gruppi di laici e religiosi, uomini e donne, che dalla fine del XII sec. si riunivano in comunità cittadine, rifiutavano il lusso nel vestire, l’astensione dall’usura, offerta ai poveri: questi gruppi sono noti come “umiliati” diffusi nell’Italia settentrionale e centrale, si aggregavano nei quartieri poveri della città vicino a gore d’acqua (per la lavorazione dei tessuti).

Le loro forme di vita erano simili ai valdesi o ai catari, per questo vennero visti con diffidenza dai pontefici (anche perché sostenevano l’illiceità del giuramento). Nel 1201 Innocenzo III approvò il propositum degli umiliati (ma non divennero un Ordine religioso), in questo modo si inserirono nella disciplina ecclesiale e divennero oppositori della propaganda ereticale.

La Assisi del XII sec. era modesta, non vi erano tantissimi mercanti, quindi il fatto che Pietro Bernardone fosse un mercante lo equiparava a un imprenditore di rilievo, in diretto contatto con una clientela d’Oltralpe e i “panni francescani” erano considerati con ammirazione, ma probabilmente non poteva vivere facendo solo il mercante, quindi è probabile fosse collegato al traffico di denaro (attività bancaria o usura, considerata negativamente dalla Chiesa).

La valuta dell’Umbria del XII-XIII sec. era il danaro argenteo coniato a Lucca che aveva sostituito quello pavese dalla discesa dell’imperatore Federico I e dei suoi collaboratori tedeschi (ma la moneta pavese era migliore di quella lucchese).

Il rialzo dei costi dei prodotti agricoli al dettaglio portò la fame e una maggiore mendicità, ma fu il differenziarsi socioeconomico ad aumentare la povertà. Ad Assisi alla fine del XII sec. si scatena la danza dell’argento: crescita dei prezzi, speculazione, usura, frode, avidità, ostentazione del benessere, avarizia, invidia, un indurimento dei rapporti sociali.

L’Assisi romana venne ampliata e comprese tre nuclei storici di San Rufino, di Murorupto (rovine della cinta romana utilizzate come cava di pietre), e di Santa Maria Maggiore. L’autonomia di Assisi dal ducato di Spoleto venne concessa da Federico Barbarossa nel 1160 (affinché il congiunto non potesse godere di troppo potere), ma una vera e propria autorità imperiale in città si organizzò nel 1174 quando Assisi venne assalita e conquistata (dopo che l’Italia centrale insorse contro il potere imperiale rappresentato da Cristiano arcivescovo di Magonza).

Ad Assisi fu battezzato Federico II figlio di Enrico VI di Svevia e di Costanza d’Altavilla. A seguito della morte di Enrico VI, il papa Innocenzo III rivendicò i territori appartenuti in antico: Corrado di Urslingen duca di Spoleto e conte di Assisi offrì invano i suoi servigi al papato, nel 1198 gli assisani approfittarono della situazione per togliere l’ipoteca del potere ducale spoletino assalendo e smantellando la rocca e assalendo le case-torri dei milites o boni homines aristocratici filo ducali.

Innocenzo III diede la colpa a Perugia che era interessata al territorio ducale. Questa guerra civile riguardava i membri dell’aristocrazia (che facevano parte del consiglio comunale in qualità di consules) e i membri del ceto che si stava arricchendosi (gli imprenditori e banchieri facevano parte dei populares). Nel 1203 tra boni homines e populares si stipulò una charta pacis con la quale reintegravano gli aristocratici in quelle proprietà e prerogative dalle quali essi erano stati allontanati, ristabilendo gli hominitia (forme feudali tra due uomini liberi). Francesco assisté come membro più alto dei populares.

Che Francesco fosse nato tra 1181/2 lo deduciamo dall’atto di morte (doveva avere 44 anni), forse la casa natale era nell’area di Porta Santa Chiara, oppure di Porta San Giacomo, che la madre si chiamasse Pica e fosse una nobile francese è una informazione tardiva e discussa.

Più interessanti le notizie sui suoi studi con il vecchio prete della chiesetta di San Giorgio, doveva sapere un po’ di latino. Possiamo dedurre le sue letture e fantasie giovanili dal fatto che il padre mercante gli avesse portato da Oltralpe qualche testo di chanson de geste o romanzo cavalleresco.

Per quanto riguarda il nome la tradizione vuole che la madre lo avesse chiamato Giovanni e che il padre di ritorno dai suoi viaggi oltralpini avrebbe preferito cambiare quel nome in Francesco, è più plausibile (dato che Francesco alla fine del XII sec. è un nome strano) che fosse un soprannome magari dato dai compagni di giochi e amici connettendolo con quei “panni franceschi” che commerciava il padre.

Sicuramente avrà visto a 13 anni il battesimo di Federico II e verso i 14 anni avrà cominciato ad imparare la professione paterna, a 16 anni fu presente alla presa della rocca e all’espulsione dalla città di alcune tra le più potenti famiglie assisiane.

La sua conversione va dalla conquista popolana della cittadella alla guerra assisano-perugina del 1202/3 (dopo la quale l’Assisi sconfitta deve riprendere gli aristocratici esiliati).

3. “Non conosceva ancora i piani di Dio”

Tommaso da Celano entrò a far parte dei frati minori tra 1214/5, era un raffinato scrittore in latino, ma non conosceva da vicino Francesco, tuttavia frate Elia e Gregorio IX gli affidarono la stesura della biografia del santo.

Scrisse la Vita prima sancti Francisci fra il luglio del ’28 (canonizzazione di Francesco) e il maggio del ’30 (quando il corpo venne traslato da San Giorgio alla chiesa nuova costruita), dopo redasse un’epitome, la Legenda ad usum chori, nella quale sintetizzava l’evangelica perfezione del santo espressa da una perfetta regola evangelica.

Anni dopo l’Ordine esigeva un ripensamento della biografia francescana e Tommaso era entrato in contatto con i compagni di Francesco (Leone, Rufino, Angelo) e aveva letto le memorie degli intermediari (Filippo, Illuminato, Masseo, Egidio e Bernardo). Intanto frate Elia era caduto in disgrazia e nell’Ordine ferveva la disputa tra Regola e povertà.

Tommaso redasse nel 1246/7 un Memoriale in desiderio animae o Vita secunda sancti Francisci per incarico del Capitolo generale dell’Ordine minoritico tenutosi a Genova e per ordine del ministro generale Crescenzio da Iesi.

Nella prima biografia il Francesco giovane è mondano e peccaminoso (riprendendo “luoghi comuni” di Seneca e sant’Agostino), nella seconda biografia abbiamo un Francesco più umano e simpatico, un giovane con una vita gioiosa e intensa matura in se stesso i semi di un’esperienza più alta e alla quale era predisposto.

Nel suo Testamento Francesco stesso dice che la vita giovanile era in peccatis, ma intende vita mondana, vissuta prima della “chiamata” (conversio, metanoia: momento nel quale egli coglie in modo chiaro e centrale il senso della propria missione e cambia vita), e comunque non si pente della giovinezza passata perché forse faceva parte degli iuvenes (persone non sposate, coraggiosi e robusti che potevano permettersi la guerra, invece in Francia è colui che ha ricevuto le armi attraverso la cerimonia dell’addobbamento).

L’avventura nel XII-XIII sec. è una fase iniziatica del giovane guerriero che ha come scenario la foresta. Secondo le consuetudini solidaristiche del tempo esistevano nei centri urbani delle brigate (societates iuvenum) contraddistinte da un nome, una insegna, da usanze e statuti, armate e talvolta pericolose.

Sappiamo che Francesco non era un cavaliere (miles: colui che assume le armi e insegne del suo rango nel corso dell’addobbamento o chi aveva ottenuto una “collata”, schiaffo o pugno fra collo e spalla, con valore iniziatico, in entrambi i casi aveva il titolo di “messere” o dominus; la cerimonia dell’addobbamento entra a far parte di un vero documento liturgico, il Pontificale di Guglielmo Durand vescovo di Mende), ma sicuramente avrà preso parte alla società aristocratica assisana partecipando alle loro brigate o organizzando feste (nella brigata c’era anche il rex iuvenum che aveva una bacchetta/virga, oggetto a metà tra scettro e bastone di comando, ma simile alla mazza dei giullari).

La mentalità di Francesco era talmente dentro l’idea feudale da rendere anche Dio un buon signore per il fedele vassallo, è un Dio “cortese” come nei romanzi di cavalleria; Francesco ha la mentalità del laico che ambisce a crescere in rango e considerazione sociale e che interpreta valori e gerarchie sociali in analogia con la suprema divina Maestà (secondo Chiara Frugoni all’inizio della conversione Francesco continuava ad adorare se stesso).

Sicuramente Francesco avrà sentito il ciclo arturiano dai giullari, oppure dalle sculture cavalleresche della vicina Narni (in tutta Italia, dai mosaici di Brindisi al duomo di Verona, era possibile vedere collegamenti col ciclo di Rolando), ma a dispetto degli eroi arturiani lui si definisce una “gallina nera”, basso, mingherlino, scuro di pelo e carnagione, ma sicuramente aveva fascino, giovane ed intelligente.

4. “Diventerò un grande principe”

Tra 1202/3 Francesco montò a cavallo contro i perugini, ma venne sconfitto nella battaglia di Collestrada (o di Ponte San Giovanni) e venne fatto prigioniero nelle carceri perugine, probabilmente in una cella diversa dei populares e sicuramente insieme a quei boni homines che non si erano ritirati dopo il 1198 (sicuramente i perugini si aspettavano un buon riscatto da Pietro Bernardone).

Data la paura dei compagni di prigionia, Francesco ripescò in quell’occasione tutta la sua vitalità. Nel 1203 si stipulò la pace tra Perugia e Assisi e si strinse un patto di riconciliazione tra boni homines e populares assisani, gli aristocratici esiliati potevano rientrare in città ed essere reintegrati nei possessi e prerogative anteriori al 1204.

Intanto nel 1204 i crociati partiti da Venezia nel 1202 per riconquistare Gerusalemme avevano assalito la cristianissima Costantinopoli (cavalieri francesi, piemontesi e mercanti veneziani divennero padroni di isole nell’Egeo o città intere in Grecia), poi Federico II (ancora minorenne) non riusciva a mantenere l’ordine quindi lo aiutò Innocenzo III inviando in Puglia il cavaliere Gualtiero di Brienne (che aveva sposato la figlia di Tancredi conte di Lecce e che quindi rivendicava i diritti feudali), quest’ultimo cercava guerrieri disposti ad un ingaggio mercenario.

Cosa analoga accadde ad Assisi dove reclutava armati un conte di nome Gentile (forse Gentile dei Paleari conte di Manoppello, vicario pontificio per il Mezzogiorno d’Italia). Da quest’ultimo Francesco si aspettava la cintura e gli sproni dorati. La spedizione in Puglia abortì da sola.

Tutte le vite del santo sono concordi nel dire che da questo sogno di gloria matura in lui la conversio. Nella Vita Prima Tommaso da Celano il sogno prevede la casa paterna piena di armi e non di merci, quindi gioendo del nobile cambiamento che presagisce gloria futura.

Nella cronaca detta dei Tres socii (Tre compagni: Leone, Angelo e Rufino) narra che gli apparve quidam che lo guidò nello splendido palazzo della promessa

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/08 Letteratura latina medievale e umanistica

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