Riassunti filosofia politica
La metafisica dei costumi
La metafisica dei costumi è il penultimo lavoro di Kant, scritto negli anni '90 del 1700. Kant negli anni '90 dedica la sua attività principalmente a scritti politici e a scritti morali, questo perché in Francia era iniziata la rivoluzione francese. Nella quale accadevano forme di legittimazione politica popolare figlie dell’illuminismo. L’illuminismo si caratterizza per il fatto di non essere così originale dal punto di vista filosofico, eccezion fatta per Kant. L’ultima parte dell’attività intellettuale di Kant è dedicata a temi di natura filosofico-politica. Kant ha scritto diversi testi politici tra cui il progetto della “pace perpetua”, il fondamento per i pacifisti di oggi, e il conflitto delle facoltà dedicato al problema della libertà accademica nei confronti del governo. La metafisica dei costumi è dedicata a riflettere sul problema della legittimazione politica degli orientamenti sociali. È un tentativo di sistematizzazione.
Prefazione
Metafisica viene dal greco e significa dopo la fisica (appunti di Aristotele). La fisica fa parte della filosofia della natura. La metafisica è la branca della filosofia che si interroga sulle strutture fondamentali dell’essere e della conoscenza. La filosofia della natura si occupa delle strutture fondamentali della natura, mentre la metafisica delle questioni più fondamentali. Kant propone le domande metafisiche, e a ciascuna corrisponde una critica. Le domande sono: che cosa possiamo conoscere? Che cosa dobbiamo fare? Che cosa possiamo sperare? La metafisica segue alle critiche che sono il carattere distintivo e innovativo di Kant. Nel decennio precedente Kant era un razionalista.
Dibattito empiristi vs razionalisti
Per i razionalisti era sufficiente la ragione per conoscere la realtà ed era possibile grazie alla sua capacità deduttiva. Gli empiristi invece sostenevano che la ragione producesse forme vuote e che per comprendere la realtà sia necessaria l’esperienza.
Hume
Hume mette in discussione la certezza dei risultati della rivoluzione scientifica e lo faceva mettendo in discussione la relazione causa-effetto. Per Hume l’esperienza dice semplicemente che io sono abituato a vedere B dopo A, ma che non c’è necessariamente un legame, è solo abitudine che dipende da un’esperienza ripetuta. Per Hume non è possibile fare delle previsioni. Il problema è che Hume non riusciva a distinguere l’abitudine dalla causa-effetto, ma diceva qualcosa di molto importante: domandandosi come fosse possibile passare dall’esperienza alla causa effetto conclude che non è possibile perché non siamo in grado di costruire nel mondo conoscenza oggettiva.
Kant pensa che la critica di Hume sia molto forte ai razionalisti quando dicevano che era sufficiente dedurre correttamente per arrivare a costruire una struttura necessaria del reale e quindi a conoscere il reale. Questo perché Kant si rende conto che davano per scontato qualcosa che Hume non dava: che il mondo fosse costruito nella stessa maniera in cui sono costruite le nostre facoltà cognitive. Questo problema nel dibattito tra empiristi e razionalisti era stato affrontato. Tra le soluzioni si trova quella di Malebranche che adotta la chiave risolutiva del Deus Ex Machina: sostiene che il mondo sia costruito secondo strutture proprie sincronizzate ad hoc da Dio con le nostre strutture. Per Kant ciò non era valido.
Questa serie di problemi innesca in Kant un'operazione: la Critica. La critica fa una sorta di processo nel quale la ragione fa da Corte Costituzionale, non giudica i fatti ma le leggi della conoscenza, della nostra azione e così via. La critica si domanda come facciamo a sapere qual è la legittimità e la legittimazione delle nostre pretese cognitive nei confronti del mondo, domanda alla quale è necessario rispondere con un’argomentazione filosofica.
Rivoluzione copernicana
Kant grazie a Hume fa una rivoluzione copernicana, si è reso conto che non siamo in grado di produrre conoscenza oggettiva nel mondo, con la sola esperienza non siamo in grado di dare una rappresentazione oggettiva e inter-soggettiva del mondo.
Epoca ellenistica si era affermata una teoria molto vicina all’esperienza, quella tolemaica. Tolomeo rappresentava il cosmo in maniera perfettamente aderente all’esperienza immediata, per lui tutto ruota attorno a noi. Copernico con la rivoluzione copernicana, pone la questione della prospettiva. Quindi quando Kant dice di fare la rivoluzione copernicana, sta dicendo che si pone in filosofia la questione della prospettiva.
Per Kant si può parlare di metafisica a patto che non la si tratti in maniera tolemaica (quindi dando per scontato che il mondo sia fatto come lo vediamo) ma diventando copernicani. Solo dopo aver risposto alla domanda della critica e avendo analizzato le possibilità e i limiti della conoscenza e del mio ragionamento morale, allora si può fare metafisica, ottenendo un’immagine del mondo magari più limitata ma più legittima. Kant con la rivoluzione copernicana si interroga sulla legittimità che abbiamo di applicare le nostre rappresentazioni a una realtà con la quale siamo in rapporto ma che non possiamo conoscere oggettivamente, e non è possibile perché la nostra conoscenza è mediata dalla nostra prospettiva.
Divisione della facoltà cognitiva
Kant divide la nostra facoltà cognitiva in 3 funzioni diverse:
- Sensibilità: si trova al livello più basso e introduce una conoscenza che Kant definisce intuitiva. Si tratta di conoscenza immediata. La sensibilità produce una serie di dati che sono immediati, soggettivi e ciechi.
- Intelletto: al di sopra della sensibilità. L’intelletto processa i dati forniti dalla sensibilità ed elabora dei giudizi. L’intelletto rende anche l’esperienza inter-soggettiva elaborandone i dati, giudicandoli e usando lo strumento delle categorie.
- Ragione: sopra all’intelletto c’è la ragione che critica. È la corte costituzionale della mente. La ragione fa delle critiche che permettono di misurare le nostre possibilità, i nostri limiti e stimolare la nostra conoscenza.
Dopo la critica ci si rende conto che con le nostre rappresentazioni non possono conoscere la cosa in sé. Della metafisica rimane una collezione di principi a priori che ci permettono di strutturare la conoscenza della natura (metafisica della natura) e la conoscenza morale (metafisica dei costumi). I costumi sono i nostri comportamenti. Kant prima della metafisica dei costumi fa una critica: “la critica della ragion pratica” che cerca di rispondere alla domanda che cosa devo fare? La critica della ragion pratica è una critica della ragione che si applica al problema dell’azione. Questa critica si chiede come sia possibile produrre una conoscenza morale, giudizi morali che non siano soggettivi ma che abbiano valenza per tutti. Dopo la critica Kant produce la metafisica dei costumi che si occupa dei principi a priori che strutturano i nostri giudizi morali.
Partizione sistematica
Kant divide la morale, quando parla di morale intende la collezione generica di tutte le norme dell’azione.
- Generico e specifico: partizione aristotelica; genere significa classe ampia, mentre la specie è più ristretta e si colloca all’interno del genere.
Kant divide la morale in due specie: il diritto e la dottrina della virtù (etica). Kant mette il diritto nella morale perché è un giusnaturalista.
Giusnaturalismo
Giusnaturalismo: dottrina per la quale si può costruire un modello di diritto che non si basa sul confronto con l’esperienza degli ordinamenti giuridici come li conosciamo ma su un’argomentazione razionale. La natura apparentemente sembra non centrare granché per capire bisogna rifarsi alla filosofia medievale nella quale natura aveva un significato particolare: non si intendeva la natura nel senso fisico del termine, ma si intendeva ciò che l’uomo può fare da sé con le proprie forze, con la propria ragione e senza la grazia divina. Il diritto naturale dei giusnaturalisti sosteneva la possibilità di fare un discorso oggettivo su cosa è giusto o non è giusto fare senza il bisogno di uno speciale soccorso divino. Il quadro dei giusnaturalisti erano le guerre di religione che mettevano in discussione la legittimità politica del Sacro Romano Impero che si basava sulla fede. Con Lutero ciò che legittimava la politica viene radicalmente messo in discussione. Con la pace di Vestfalia (1648) si sancisce il principio di “cuius regio eius Religio” che trasforma la religione in uno strumento della politica. Accanto alla pace di Vestfalia i giusnaturalisti mettono a parte la teologia e costruiscono forme di legittimazione e giustizia politica con la sola ragione. Il diritto naturale dei giusnaturalisti è quello che si costruisce senza bisogno della religione, un diritto naturale secondo ragione. Differenza tra giusnaturalismo e giuspositivismo è che: il primo dice ius quia iustum (diritto perché è giusto, non serve la coercizione, la norma deve essere razionalmente giustificabile) mentre il secondo: ius quia iussum (diritto perché comandato).
La metafisica dei costumi contiene una serie di giudizi a priori, non derivanti dall’esperienza per questo non si trovano al suo interno delle norme effettivamente vigenti ma quando parla di norme pratiche per spiegarle ritiene necessario applicarle all’azione per questo propone una casistica empirica, che si basa su contenuti particolari, contingenti, mutabili ma li mette in separata sede perché la metafisica dei costumi e la dottrina del diritto non si occupano degli aspetti empirici ma di quelli a priori.
Critica di Garve
Kant risponde alla critica che gli viene mossa da Christian Garve esponente della Popular Philosophie (divulgavano la filosofia). Garve aveva lo scopo di far uscire la filosofia dalle aule e renderla accessibile al popolo, ma Kant nel testo sull’illuminismo mostra che non è molto d’accordo con questo approccio perché secondo lui la filosofia serviva a far uscire le persone dalla minorità rendendole capaci di pensare con la propria testa. Garve muove la critica a Kant di aver scritto il testo volutamente troppo difficile. Kant risponde che è d’accordo sui principi della Popular Philosophie e che la filosofia non sia solo per specialisti ma non può fare ciò che Garve fa, non può sensibilizzare. Per Kant la sensibilizzazione non si può fare perché confonderebbe il priori e il posteriori, il sensibile e il sovrasensibile. Il suo testo richiede una fatica da parte del lettore ma una volta impadronito di termini tecnici e ben definiti comprenderà la filosofia non da minorenne che ha bisogno di un divulgatore che gli spieghi. (Sostanzialmente Kant sostiene che non vada semplificata la filosofia per divulgarla al popolo ma che sia il popolo a dover uscire dalla minorità con la filosofia con le sue difficoltà).
Filosofia o Filosofie
Kant facendo la rivoluzione copernicana viene giudicato presuntuoso e arrogante. Per questo si chiede se può esistere più di una filosofia. Per Kant o c’è una sola filosofia o non c’è filosofia. Questo perché se la Filosofia è una scienza è necessario come presupposto un metodo comune: una serie di procedure dimostrative di vario tipo, che però siano condivise da tutti coloro che si riconoscono con quella disciplina. In filosofia per Kant tutti i filosofi pur avendo teorie diverse hanno cercato di costruire dei principi razionali (condivisibili, intersoggettivi e dimostrabili) per costruire un sistema (una visione strutturata, organizzata, interconnessa e coerente della realtà). Le visioni saranno anche diverse ma per sostenere che la filosofia è una scienza e non una collezione di opinioni allora non può che essere una come è una la ragione umana. Tutti gli studiosi di filosofia, così come tutti gli studiosi di qualsiasi altro campo si impegnano nel medesimo campo e nel medesimo scopo. Kant sostiene di non essere apparso dal nulla ed essersi posto su un piedistallo ma dice di essere uno dei tanti che interviene a lavorare in quel campo e che semplicemente ha prodotto un metodo di soluzione diverso, che si riferisce al metodo degli altri facendone tesoro e cerca di aggiungere un tassello in più.
Introduzione alla metafisica dei costumi
È un’introduzione generale che si occupa generalmente di morale e non specificatamente di diritto. Kant si domanda quale sia la facoltà dell’animo umano di cui si occupa la metafisica dei costumi.
La facoltà di desiderare
Kant la definisce come la capacità di essere causa degli oggetti delle proprie rappresentazioni. C’è la capacità di desiderare quando riusciamo a mettere in atto un’azione, un qualcosa che abbiamo in mente. Per Kant la capacità di desiderare funziona quando si ha la possibilità di agire in conformità con le proprie rappresentazioni e questo per lui è identico alla vita.
Alla facoltà di desiderare Kant collega il piacere e il dispiacere. Il desiderio può essere positivo o negativo ma il collegamento tra desiderio e piacere è unidirezionale: se c’è desiderio c’è piacere, ma se c’è piacere non necessariamente c’è desiderio. Non è sempre così perché ci sono due possibilità:
- È il desiderio a determinare il piacere, faccio qualcosa che ritengo essere giusta e una volta fatto sono soddisfatto.
- Oppure dal piacere non segue il desiderio, e si tratta di un piacere meramente contemplativo.
Kant qui sta implicitamente criticando la scuola dei moralisti scozzesi che sostenevano che per capire cosa è giusto fare fosse procedere empiricamente e vedere il sentimento morale delle persone (il senso di soddisfazione che si ha quando ci si comporta moralmente). Per Kant il sentimento morale non è invece constatabile empiricamente costruendo una teoria dell’azione umana, così come non si può raccogliere dati sul caffè per costruire una teoria gastronomica. Per Kant il sentimento morale esiste ma non è determinato dalla nostra struttura naturale (come il gusto per il caffè) ma è una cosa che può costruire una legge morale per tutti soltanto se ci si ragiona sopra. Se ci si basa solo sulla constatazione empirica del sentimento morale si può avere l’impressione che le regole morali siano universali ma in realtà il sentimento morale da sé dice poco. Per Kant non è sufficiente il sentimento morale per costruire un discorso razionale. Per Kant il sentimento, la relazione di dispiacere o piacere con l’oggetto contiene soltanto l’aspetto soggettivo del rapporto con una rappresentazione, il sentimento non ci dice cos’è l’oggetto ma solo l’aspetto soggettivo che ci lega all’oggetto.
Piacere pratico e tassonomia del desiderio
Kant si concentra sul piacere pratico: è legato come causa o effetto al nostro oggetto, quest’ultimo è una rappresentazione che con il desiderio vogliamo far venire ad essere. Fatte queste premesse Kant produce una tassonomia del desiderio (tassonomia=classificazione secondo una norma).
- Il piacere determina la capacità di desiderare: “desidero una cosa perché mi piace”, il piacere è causa del desiderio.
- Desiderio in senso stretto
- Se abituale è inclinazione
- Interesse dell’inclinazione: non è solo un’inclinazione ma si fa intervenire nel giudicare l’abitudine l’intelletto. Si connette l’abitudine a una regola e si cerca di giustificarla con una legge prodotta dall’intelletto.
- Il piacere è determinato dalla capacità di desiderare: “mi piace qualcosa perché la desidero” qui si ha a che fare con il sentimento morale.
- Piacere intelligibile, è dell’intelletto. È un piacere che segue l’aver fatto o scelto qualcosa di selezionato, che viene da un ragionamento e non dalla sensibilità.
- Se abituale è un’inclinazione affiancata dai sensi
- Interesse di ragione: consapevolezza sistematica della giustificazione razionale che do a questa mia scelta abituale. È un interesse puro che non dipende dalla sensibilità.
Rappresentazioni e concetti
Kant fino ad ora ha parlato genericamente di rappresentazione intendendola come qualche forma di costruzione del mondo che deriva dalla nostra collocazione in una prospettiva che inevitabilmente implica che noi ci relazioniamo con il mondo tramite rappresentazioni. Quando però parla di tassonomia del desiderio introduce una specificazione: le rappresentazioni di cui parla qui sono in forma di concetti. Il concetto viene definito come rappresentazioni unificate tramite la categoria. Le rappresentazioni quindi per Kant vengono dall’esperienza e i concetti sono l’unificazione di un'esperienza ripetuta unificata in categoria. L’organizzazione con la categoria e il concetto aiuta a superare la soggettività per raggiungere l’inter-soggettività nel presente e nel futuro.
Arbitrio, aspirazione e volontà
La facoltà di desiderare tramite concetti per Kant è la capacità di fare o tralasciare a piacimento. Essendoci una struttura di razionalità che guida l'azione, Kant riconosce che questa facoltà non è semplicemente un impulso cieco, ma un'azione mediata dalle rappresentazioni e concetti che coinvolgono l'intelletto e la ragione.
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