L’abisso dei social media - Nuove reti oltre l’economia dei like
Prepararsi a partenze insolite
L’internet libero e aperto è stato sostituito dalla versione digitale del capitalismo basato sul monopolio di Stato.
0.1 - L’arrivo del capitalismo-piattaforma
Dagli anni Ottanta a oggi siamo passati dall’ideologia della rete (decentralizzata e anarchica) alla cultura della piattaforma (centralizzata, dimora comune per tutti). Secondo Seemann, per liberarsi dalla dipendenza dalle piattaforme si devono costruire piattaforme decentralizzate. Il potere si sta trasformando in una scatola nera, anche grazie agli algoritmi. L’utente online si è trasformato culturalmente e da soggetto attivo e autocosciente è diventato soggetto sociale e ignorante. Per risolvere la situazione dobbiamo smantellare l’infrastruttura della sorveglianza, possibile solo creando una massa critica di organizzazioni non-profit di tecno-intelligence per importunare la mente borghese con un flusso ininterrotto di rivelazioni.
0.2 - Silicon Realpolitik
Secondo Thiel, le aziende non devono pianificare e quindi essere schiave di un progetto, bensì dovrebbero essere audaci e saper sperimentare.
0.3 - Un rapido aggiornamento sull’attenzione
Negli internet studies di approccio americano, si criticano i social media per la loro superficialità: gli scambi brevi e rapidi all’interno di circoli auto-gratificanti finiscono per provocare solitudine e difficoltà di concentrazione. L’approccio europeo invece è più preoccupato sul sovraccarico di informazione, sul multitasking, sulla perdita di concentrazione. Gli studiosi europei, tra cui anche Lovink, sottolineano l’ampio contesto culturale ed economico, e la crisi, del capitalismo digitale, con annessa produzione di effetti sulla salute.
Punto di vista interessante è quello di Morozov, che in Internet non salverà il mondo spiega il soluzionismo, tattica di marketing dell’info-tech: la tecnologia non potrà risolvere i problemi sociali. Su New Left Review propone di socializzare i centri di elaborazione dati. Google continuerà a dominare il settore finché i suoi rivali non avranno lo stesso livello di dati sugli utenti che controlla. L’Europa potrà avere qualcosa da dire solo quando riconoscerà che questi dati e gli strumenti che li producono stanno diventando gli elementi chiave per quasi ogni settore dell’attività economica.
Morozov suggerisce che a nessuna azienda andrebbe consentito di possedere dati personali: ai cittadini va garantita la proprietà dei propri dati, senza possibilità di rivenderli, in modo da promuovere una maggiore pianificazione comune della propria vita.
0.4 - Internet come inconscio tecno-sociale
La datificazione e la finanziarizzazione sono diventati i due pilastri della società del controllo neoliberista. Abbiamo bisogno di una nuova generazione di tecno-psicoanalisti per aggiornare radicalmente la disciplina ormai scomparsa della “psicologia di massa” per trovare una spiegazione a questi nuovi stati di inconscio collettivo, quelli dell’uso di internet come oggetto invisibile che ci distrae facilmente.
Bisogna progettare una sensibilità digitale in grado di dare vita a coinvolgimenti diretti e continuati con altri individui ancora sconosciuti. Dovremmo cristallizzare il sociale tramite “network win consequences”. La soluzione è creare gruppi di utenti, o reti organizzate, capaci di operare al di fuori dell’economia del “mi piace” e dei suoi deboli link. È possibile un rinascimento cooperativo su internet. Dobbiamo riconquistare il network come forma distinta e differente dal gruppo di lavoro, dal partito e dalle vecchie gerarchie all’interno di aziende, eserciti e organizzazioni religiose.
1 - Qual è il sociale dei social media?
Sin dall’inizio della cibernetica si studia la rete delle forze sociali che influenzano il comportamento umano, socio-cibernetica. Al contrario, secondo Kittler i computer eseguono calcoli, non interferiscono nelle relazioni umane. Prima dell’info-tech, anni Novanta, l’informatica progressista era impegnata a creare strumenti per promuovere la collaborazione tra due o più persone, non per “condividere”, ma per portare a termine il lavoro quotidiano. In realtà, il computer è stato sempre un ibrido tra il sociale e il post-umano.
1.1 - La questione social media
Oggi, durante la recessione economica mondiale, stiamo assistendo al ritorno o addirittura al rinascimento del sociale? Dalla crisi economica del 2008 va emergendo una maggiore coscienza sociale e di classe che impatta anche sulla scena digitale? I social media hanno risolto alcuni problemi organizzativi del sociale di cinquanta anni fa: noia, isolamento, depressione e desiderio? Oppure dovremmo leggere il simulacro del sociale come una sorta di agonia generalizzata?
Con il tempo il social web, siti web, si è trasformato in social media, anche smartphone e PC. Il sociale ha smesso di essere un riferimento alla società in quanto tale, questo disturba le persone che sono “radicate” in strutture culturali, locali e gerarchiche, in quanto è una libera raccolta di “legami deboli”. Il sociale è ciò che resta della distruzione della società fatta dal neoliberismo; allo spazio tra me, te e i nostri amici. Il sociale non punta quindi a istituzionalizzarsi, a diventare movimento o massa. La rete diventa quindi la forma concreta del sociale. I social media mantengono la promessa della comunicazione come scambio.
Inizialmente Baudrillard crede che le reti siano spazi reciproci di espressione che spingono gli utenti a dire qualsiasi cosa, ma in seguito cambia idea, spiegando di non credere più all’aspetto emancipatorio del confronto con i media.
1.2 - Rivedere il processo della socializzazione
Secondo Hard e Negri, nulla può superare lo stare insieme dei corpi e la comunicazione corporea, quindi la vita sociale online rimane nascosta e non viene analizzata. L’incontro tra sociale e media non deve essere dato per scontato. La cancellazione del sociale ha contribuito a sminuire l’importanza della teoria sociale nei dibattiti critici su internet. I social media eliminano gli umani come amministratori, ma non saranno le macchine a operare in nostra vece, prescindendo dalla nostra volontà.
Spesso emergono sentimenti di sovraesposizione sia all’informazione in generale sia alle vite altrui: ogni tanto dobbiamo prenderci una pausa dal circo sociale. L’attività svolta sui social viene però vissuta come una potenzialità concreta. Il sociale è la capacità collettiva di immaginare i soggetti connessi come un’unità temporanea.
1.3 - Cibernetica 2.0
Su Facebook non siamo affatto amici, ma lo hanno deciso gli algoritmi in vece nostra. Oggi nessuno può più permettersi di assumere la posizione sciocca e sovrana di essere indifferente al sociale. I social si sono rivelati un bel trucchetto per stimolare la gente a parlare in continuazione. Per Baudrillard, il fatto che il computer assorba dati anche dai click o dai tasti digitati sulla tastiera è peggio dell’alienazione: il pubblico è diventato un database pieno di utenti.
Secondo Baudrillard il sociale diventa ossessionato con se stesso, tramite questa auto-informazione, questa auto-intossicazione permanente. Alle aziende non interessano le nostre opinioni, ma soltanto i nostri dati, pronti per essere analizzati, ricombinati e rivenduti per profitto. C’è bisogno di una cibernetica 2.0 per analizzare la logica culturale nei social media e chiedersi quali possano essere le architetture software in grado di alterare radicalmente e riorganizzare l’esperienza sociale online.
1.4 - Filosofia e cyber-identità
Secondo i sociologi, l’enfasi sui big data come rinascimento del sociale è la scienza positiva della società. Su Facebook veniamo invitati a tirare fuori il pensiero che ci passa per la testa in quell’istante, a prescindere dalla sua qualità e dalla relazione o meno con ogni altro pensiero. I social media verranno ricordati anche come la specifica forma storica del “non stare insieme” dell’epoca post-11 settembre.
Il segreto del Web 2.0 sta nella combinazione tra la possibilità di caricare, gratuitamente, materiale digitale e quella di commentare le produzioni altrui. Secondo Cree i social media sono formati di comunicazione per pubblicare contenuti generati dagli utenti che includono un certo livello di interazione. Confinati nelle gabbie del software di Facebook, Google e altri, gli utenti si vedono incoraggiare a ridurre la vita sociale alla “condivisione” di informazioni. Keen è uno dei tanti critici statunitensi che ci mette in guardia sugli effetti collaterali dovuti all’uso eccessivo dei social media.
2 - Dal clamore dei social media al sovraccarico d’informazione
Il dibattito pubblico sui social media si sta spostando dall’analisi degli effetti collaterali a come gestire la nostra vita così frenetica. Le interconnessioni online hanno facilitato invece che impedito la crescita dello stato islamico nel 2014. Sembra che internet sia diventata proprio quella creatura che tutti volevano evitare. Internet e smartphone sono destinati a restare tra noi e finiranno per integrarsi facilmente nell’era neoliberista in crisi, che ha come caratteristiche la stagnazione economica, l’ansia populista e lo spettacolo mediatico.
Dopo una iniziale attenzione sulla responsabilizzazione della rete, l’attenzione si è spostata sugli aspetti estetici della sanità mentale e fisica. Come fare per trasformare la nostra vita in un’opera d’arte in quest’epoca dove vigono beni di consumo e servizi standardizzati? Secondo Löffler, il declino della concentrazione e la difficoltà di leggere testi lunghi e complicati stanno cominciando a produrre effetti concreti sul futuro della ricerca, e i social media non fanno che aggravare la situazione. L’umanità appare destinata a peggiorare, tutta presa dal multitasking e dagli smartphone.
Il dibattito è andato rapidamente polarizzandosi, e la diversità di opinioni viene ridotta a uno scontro generazionale e ad accuse di tecnofobia. Ma lavorare quotidianamente al computer comporta malattie specifiche: problemi alla vista, deficit di attenzione, iperattività, sindrome del tunnel carpale, posture scorrette… Bisogna curarsi con il diritto alla distrazione, considerata come una vera rivendicazione di classe. Secondo Löffler, un certo livello di distrazione è necessario per una vita equilibrata, soprattutto in questo periodo di insicurezza e di transizione.
La distrazione non è una metafora, ma una fase concreta del corpo, uno stato mentale. Dobbiamo lavorare costantemente sulla nostra condizione mentale per mantenere la concentrazione, rimanendo allo stesso tempo aperti a nuove correnti. Anche se in futuro ci sarà l’esodo in massa da Facebook verso altre piattaforme, la costante migrazione da un servizio all’altro non fa venire meno la sensazione collettiva di irrequietezza. Secondo lo psichiatra Spitzer, l’uso dei social media a scuola porterebbe alla diminuzione delle capacità relazionali e alla depressione.
C’è bisogno di progettare rituali quotidiani di sovranità in rete. E di trovare fonti di disimpegno dal mondo virtuale. Come facciamo a perdere interesse in qualcosa che è stato progettato per essere indispensabile? Non esiste alcun sovraccarico di informazione: è tutta una questione di consumo consapevole. Secondo Baudrillard, rispetto alle informazioni che recepiamo online attiviamo uno scudo: è l’indifferenza passiva; l’esposizione ininterrotta ai media in tempo reale porta alla diminuzione della percezione temporale e all’affaticamento dell’attenzione.
Secondo Sloterdijk, che dice di riappropriarci con allenamenti costanti dell’offline, internet è descritto come un bazar universale, una cassetta delle verdure. Dobbiamo superare non la tecnologia, ma concrete abitudini consolidate, relative soprattutto alle applicazioni più diffuse che ci portano via tanto tempo. Bisogna riaffermare la propria indipendenza. Bisogna puntare sull’autodisciplina e non sulla rinuncia ascetica. Rheingold sostiene che dobbiamo risvegliarci dalla vita automatizzata.
Fondamentale su internet è il fact-checking, ovvero il controllo dell’informazione per capire se la fonte sia attendibile e veritiera l’informazione. Secondo Löffler, Adorno criticherebbe i media perché non lasciano spazio per riflettere sul modo di esistere nella società capitalista. Solo con la distrazione e con l’arte si scopre l’autonomia, la condizione che consente di erodere l’ordine capitalista.
3 - Il mondo oltre Facebook: l’alternativa di Unlike Us
Se l’ideologia originaria di internet promette sistemi decentralizzati, perché ci ritroviamo rinchiusi in giardini recintati e centralizzati? Invece di ripetere la formula delle start-up che diventano mega-corporation, è urgente reinventare internet come infrastruttura davvero pubblica e indipendente, in grado di difendersi contro il dominio imprenditoriale e il controllo statale. L’indifferenza è il grande motore dietro ogni liberazione. Perché creiamo reti? Si tratta del bisogno di creare una trama sociale protettiva per opporci all’isolamento?
La massiccia popolarità dei social non va vista come la resurrezione del sociale: il sistema online non è progettato per incontrare l’Altro. Oggi il sociale, che un tempo era attivo nei processi di emancipazione, è passivo e deve far fronte ai tagli, alle privatizzazioni e al depauperamento delle risorse pubbliche. Il “sociale” del web 2.0 non include alcuna forma di lotta di classe. Con il web 2.0 si passa ai contenuti generati dagli utenti. Il web 2.5 è quello sulle app, lontano o complementare al PC.
Le alternative a Facebook dovranno essere decentralizzate, non-profit e dovranno garantire la tutela della privacy tramite la crittografia. Un altro social network è possibile. Non basta eliminare le inserzioni; per diventare un’alternativa a Facebook bisogna essere anticapitalisti. Il giornale online Daily Dot scrive: “l’obiettivo di un social network non dovrebbe essere quello di costruire una rete sociale invece di puntare solo a fare soldi?”.
4 - Ermes sull’Hudson: la teoria dei media dopo Snowden
Oggi, dopo trent’anni, il computer è tornato a essere quel perfetto strumento tecnico del freddo apparato di sicurezza militare impegnato a individuare, identificare, distruggere l’Altro. Resistenza e sorveglianza sono aspetti inseparabili quando si parla di strumenti digitali. Secondo i tre autori di Excommunication, Galloway, Thacker e Wark, non spetta alla teoria dei media spiegare il mondo. È stata l’incapacità degli studi di decostruire le basi della nostra civilizzazione a provocare l’automarginalizzazione del mondo delle arti e delle lettere.
Non si può proporre una teoria dei media perché gli algoritmi sono diventati una scatola nera, fuori portata da ogni analisi. Secondo Strauss la persecuzione porta all’emergere di una letteratura indirizzata esclusivamente a lettori intelligenti. Infatti, secondo Strauss, la soppressione del pensiero indipendente tramite l’autocensura ha una lunga storia alle spalle. Qual è il tipo di discorso in grado di rivitalizzare la libertà nell’era digitale?
I tre autori puntano non a una condizione di post-media, quanto piuttosto a una di non-media. È possibile stimolare una intelligenza collettiva capace di formulare i principi stessi di un altro ordine di comunicazione? In Excommunication ci si interroga sugli atti di potere. Siccome tut
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