Razionalità e scelte scolastiche
In ambito sociologico si è spesso dibattuto sul problema della razionalità, essendo questo strettamente connesso con uno dei temi centrali delle scienze sociali, quello dell’azione sociale e della possibilità di comprenderla o spiegarla.
Prima di affrontare il tema della razionalità in relazione alle scelte scolastiche e universitarie, vorrei chiarire cosa intendiamo dire quando affermiamo che un’azione è razionale, e soffermarmi su alcune delle tappe principali del dibattito sulla razionalità dell’agire sociale, che si è sviluppato a partire da Weber.
Il concetto di razionalità
Nel suo Dizionario di sociologia, Luciano Gallino scrive che possiamo dire che un’azione è razionale rispetto ad uno scopo o ad un valore «quanto più soddisfa le seguenti condizioni:
- a) Sono prese in esame tutte le alternative realisticamente possibili nella situazione in cui il soggetto agisce, ed esse sono scalate in ordine di preferenza, di utilità, di valore dal punto di vista del soggetto agente;
- b) Vengono individuate tutte le variabili esterne che possono influire sui risultati dell’azione, e di ciascuna è calcolata la modalità più probabile che conseguirebbe dalla scelta di ciascuna alternativa;
- c) Le conseguenze delle diverse alternative in diversi campi, sia a breve che a lungo periodo, sono individuate mediante metodi di induzione e deduzione logicamente e attualmente corretti;
- d) L’utilità o il valore di ciascuna conseguenza, prodotta dall’incrocio tra una data alternativa e una data variabile esterna, nonché la sommatoria di ciascuna colonna di conseguenze derivante in totale da ciascuna alternativa, sono calcolate e ponderate in modo comparativo;
- e) La scelta dell’alternativa che presenta per il soggetto la massima somma di utilità o il massimo valore […], è pur essa oggetto di criteri metodici di decisione […];
- f) Le conseguenze attese dall’alternativa scelta dopo aver compiuto le operazioni precedenti, non sono dovute al caso, bensì ad un’azione effettivamente e coscientemente intrapresa»
1 .
Questo modello di razionalità è stato ritenuto da molti autori la “strada maestra” per spiegare l’agire individuale: essi presumono che «le vicende umane non siano una inafferrabile irregolarità priva di un senso accessibile ad un osservatore esterno, ma che la loro fitta ed infinita trama sia l’effetto voluto o non voluto di azioni umane regolate da un principio che conferisce ad essa un qualche tipo di ordine […]»
2 ; questo principio è il principio di razionalità, che, nella formulazione dataci da Karl Popper, assume che gli individui agiscano in maniera adeguata o appropriata rispetto alla situazione, così come essi la vedono .
3
L’azione razionale secondo Di Nuoscio
Schematizzando, Enzo Di Nuoscio dice che si ha un’azione razionale quando:
- 1. L’agente percepisce come di tipo C la situazione problematica di tipo C nella quale si è imbattuto
- 2. L’agente, sulla base della sua saggezza assiologica, individua in S lo scopo da perseguire
- 3. Sulla base della sua saggezza nomica, l’agente ritiene che in una situazione di tipo C sia opportuno fare a per conseguire S.
- 4. L’agente fa a .
1 4
Weber e la teoria della scelta razionale
L’introduzione del principio di razionalità in sociologia per spiegare l’agire sociale si deve a Weber, secondo il quale l’azione sociale è prevalentemente razionale; tuttavia, solo nella seconda metà del secolo scorso (in particolare negli anni Ottanta) vi è stata una gran diffusione di quella prospettiva che ha inteso applicare il principio di razionalità pressoché ad ogni ambito della vita sociale: stiamo parlando della teoria della scelta razionale, che ha avuto esponenti quali Elster, Boudon, Coleman, Becker, ed altri ancora.
Secondo Max Weber, una delle caratteristiche principali delle società moderne è il fatto che il tipo di azione che egli definisce “razionale rispetto allo scopo” prevale non solo nel campo della scienza o in quello dell’economia, ma si estende in tutti gli ambiti della vita sociale. Ciò è dovuto al fatto che le società occidentali hanno subito negli ultimi secoli un processo di razionalizzazione, cioè di diffusione nella società del calcolo razionale e della scelta strategica; in particolare, si ha una razionalizzazione della sfera cognitiva, che corrisponde allo sviluppo delle scienze “empiriche”, caratterizzate dal ricorso all’esperienza per verificare gli enunciati, dall’analisi dei fenomeni in termini di rapporti di causalità, e dalla distinzione tra fatti e valori
5 . Obiettivo della sociologia weberiana vuole essere quello di comprendere l’agire sociale in base al suo senso, e alla luce di quanto detto sopra, ciò è possibile se consideriamo che le azioni umane sono il prodotto di una razionalità cosciente .
6
La prospettiva di Schütz
Alfred Schütz rimprovera a Weber di aver considerato l’agire significativo tenendo in mente soprattutto l’agire razionale rispetto allo scopo; in questo modo, secondo Schütz, si viene ad assimilare il significato attribuito ad un certo modo di agire con il motivo dell’agire stesso, cioè con la finalità dell’azione (motivo finale, nella terminologia di Schütz) o con gli eventi passati dati i quali è stata posta in essere l’azione (motivo causale).
Spiegare un’azione, in senso weberiano, vuol dire allora individuarne le finalità o, altrimenti, spiegare a causa di cosa si è agito; è questa un’operazione possibile ad un osservatore qualsiasi, purché conosca la situazione in cui si trova il soggetto agente .
7
Nella prospettiva di Schütz, tutto ciò non è teoricamente possibile, perché ogni azione è determinata dai vissuti significativi, cioè dalle esperienze passate del soggetto, in linea di principio inaccessibili ad ogni osservatore esterno. Il problema diventa ancora più complesso se consideriamo che quasi mai l’azione di un soggetto, così come è stata compiuta, coincide con il suo progetto: Schütz sembra dirci che piuttosto che spiegare un’azione, è preferibile cercare di spiegare il progetto di questa, essendo più vicino alle intenzioni del soggetto agente.
In definitiva, Schütz ritiene che l’agire sociale non sia improntato ad un modello di razionalità con le caratteristiche che abbiamo indicato sopra, ma consiste nel prodotto di ciò che si è appreso in passato. In una prospettiva schütziana, potremmo dire allora che vi può essere un’azione razionale, coerentemente con la definizione che abbiamo dato di razionalità, se il soggetto agente è stato socializzato ad agire in questo modo; ciò che abbiamo chiamato “principio di razionalità” è infatti qualcosa di storicamente e culturalmente determinato.
Le scelte parametriche e strategiche
Come accennavamo, negli anni Ottanta del XX secolo si è diffusa nelle scienze sociali la «teoria della scelta razionale», secondo cui ogni attore sociale agisce razionalmente ed intenzionalmente
8 . L’agire sociale è improntato al modello idealizzato di agire economico: si registra così una subordinazione dell’homo sociologicus all’homo oeconomicus
9 . Ogni scelta quindi per i teorici della scelta razionale è improntata a criteri di razionalità; ciò vale anzitutto per quelle scelte che gli individui fanno di fronte ad un ambiente indipendente dalle loro scelte (scelte parametriche).
Il discorso si complica quando l’individuo che deve fare una scelta deve tener conto di scelte fatte da altri, prima di decidere la propria azione: parliamo delle scelte strategiche (o interdipendenti), di cui si è occupato un settore particolare della teoria della scelta razionale, la “teoria dei giochi”.
Note
1 L. Gallino, “Razionalità”, voce in L. Gallino, Dizionario di sociologia, UTET, Torino, 1993, p. 553. 1
2 E. Di Nuoscio, Leggi e ragioni. Per una spiegazione individualistica e nomologica dell’azione umana, in R. Boudon et al., Filosofia dell’azione e teorie della razionalità, Luiss Edizioni, Roma, 2002, p. 153.
3 K. R. Popper, Modelli, strumenti e verità. Lo status del principio di razionalità nelle scienze sociali, in Il mito della cornice, Il Mulino, Bologna, 1995, p.222.
4 Cfr. E. Di Nuoscio, op. cit., p. 202.
5 Cfr. P. Demeulenaere, Le norme della razionalità, in R. Boudon et al., op. cit., p. 120.
6 Cfr. M. Weber, Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano, 1995, p.15. 2