Concetti Chiave
- La legge 93/1983 ha istituito la contrattazione collettiva per il lavoro pubblico, creando un sistema ibrido con decreti del presidente della Repubblica che ne garantivano l'esecuzione.
- Inizialmente, si dubitava del diritto di organizzazione sindacale dei lavoratori pubblici, con il contratto relegato a una posizione marginale rispetto alla legislazione parlamentare.
- Il movimento di opinione pubblica e l'azione delle confederazioni sindacali hanno portato a una crescente delegittimazione della legislazione parlamentare a favore del contratto collettivo.
- La transizione verso un modello privatistico nelle pubbliche amministrazioni è stata avviata con il d.lgs. 29/1993, seguito dal d.lgs. 165/2001, dopo il crollo della lira.
- Questi decreti hanno segnato un cambiamento significativo nella gestione del lavoro pubblico, integrando principi di privatizzazione nella contrattazione collettiva.
Evoluzione della contrattazione collettiva
Con la l. 93/1983 («legge quadro») si arrivò ad affidare la disciplina del rapporto di lavoro pubblico alla contrattazione collettiva ma, dando vita a un sistema ibrido, si prevedeva che gli accordi sarebbero stati recepiti e resi esecutivi mediante decreti del presidente della Repubblica. Veniva così accolto nel suo contenuto il principio della contrattazione, mantenendo però la forma dell’atto di supremazia statale. L’art. 17 della legge 400/1988 avrebbe poi inquadrato formalmente tali decreti fra le fonti secondarie con il compito di disciplinare «l’organizzazione del lavoro e i rapporti di lavoro dei pubblici dipendenti in base agli accordi sindacali», accanto ai decreti cui veniva affidato il compito di disciplinare «l’organizzazione e il funzionamento delle amministrazioni pubbliche secondo le disposizioni dettate dalla legge».
Dubbio e emarginazione iniziale
Per misurare il cammino compiuto bisogna tener conto che all’inizio si dubitava della sussistenza stessa del diritto di organizzazione sindacale dei lavoratori della pubblica amministrazione, e comunque si era partiti da una situazione di decisa emarginazione del contratto, lasciato nel limbo delle generiche intese in vista di una legislazione parlamentare. Per decenni, fino agli inizi degli anni Ottanta, la legge è stata l’unica fonte riconosciuta. Un movimento di opinione pubblica, la spinta delle grandi confederazioni sindacali, l’inchiesta della commissione parlamentare sulla «giungla retributiva» (1975), portarono a una progressiva delegittimazione della legislazione parlamentare, scaduta nella pratica delle «leggine» corporative a favore delle varie categorie del pubblico impiego.
Transizione al modello privatistico
Questa fase ebbe vita breve: con il d.lgs. 29/1993 – di attuazione della legge delega 421/1992, approvata per iniziativa del governo Amato dopo il crollo della lira – e con il successivo d.lgs. 165/2001 il modello privatistico è stato trapiantato nelle pubbliche amministrazioni.
Domande da interrogazione
- Qual è stato il ruolo della legge 93/1983 nella contrattazione collettiva per il lavoro pubblico?
- Quali erano le difficoltà iniziali riguardo al diritto di organizzazione sindacale per i lavoratori della pubblica amministrazione?
- Come si è evoluto il modello di contrattazione nelle pubbliche amministrazioni?
La legge 93/1983 ha affidato la disciplina del rapporto di lavoro pubblico alla contrattazione collettiva, creando un sistema ibrido in cui gli accordi venivano recepiti tramite decreti del presidente della Repubblica, mantenendo così una forma di supremazia statale (testo).
Inizialmente, si dubitava della sussistenza del diritto di organizzazione sindacale per i lavoratori pubblici, e il contratto era emarginato, con la legge come unica fonte riconosciuta fino agli anni Ottanta (testo).
Il modello di contrattazione è passato a un sistema privatistico con il d.lgs. 29/1993 e il d.lgs. 165/2001, segnando una transizione significativa nelle pubbliche amministrazioni (testo).