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Cap. 1: L’autoritratto ferito

1.1 La ferita tra arte e psicologia

Ci sono infiniti esempi, che l’arte ci fornisce, di aggressioni al corpo. Sono molte e spesso difficilmente conciliabili, basti pensare alle innumerevoli immagini di Cristo sofferente, o anche alle ultime tendenze in ambito pubblicitario o nel campo della moda che vede un’esaltazione sempre maggiore dell’imperfezione e della traumaticità. E tra tutti i possibili esempi, quello più indicativo è forse il tema dell’autoritratto. Prima di rivolgersi al ritratto però dobbiamo trovare tutte le diverse relazioni tra arte, psicologia e ferita.

La psicologia indaga sui possibili significati che si nascondono dietro una lesione che compare nell’immagine e la ferita intesa come trauma mentale, ha un suo ruolo nella definizione psicoanalitica dell’attività creativa.

Anche Freud indaga sulla lesione nel suo trattato sui sintomi isterici. Se Charcot considera l’isteria come frutto di una disfunzione nervosa, secondo Freud l’isteria ha una causa principalmente psicologica. Nello specifico l’isteria è una patologia nevrotica dovuta al ricordo di eventi negativi radicati nel passato emozionale dell’individuo e incapaci di trovare una via d’uscita nello stato di coscienza. Del rapporto tra avvenimento traumatico e insorgere della malattia Freud dà un’esemplificazione dicendo che il ricordo del trauma agisce come un corpo estraneo e che dev’essere considerato come un oggetto efficiente anche molto tempo dopo la sua intrusione (pag. 2).

Così la lesione interiore è paragonata a quella esteriore, con l’unica differenza però che vede sostituirsi all’oggetto esterno che genera la lesione un oggetto interno, che attacca il soggetto come una spina nella corteccia dell’Io.

Quest’analogia non è solo una metafora funzionale a spiegare l’isteria, ma è proprio un concetto base della conversione isterica che mira a individuare i meccanismi psicologici che guidano alla formazione dei sintomi isterici. L’eccitamento psichico insieme ai ricordi traumatici si manifesta grazie a una compiacenza somatica nelle vie esterne del corpo, così l’emotività negativa viene ridotta, ma contemporaneamente ci troviamo davanti a un’ampia casistica di manifestazioni fisiche, che anche Charcot definiva “stigmate isteriche”.

Il corpo trova un suo spazio nell’ambito dell’interpretazione dei sogni, coincidente con l’autoanalisi di Freud. Come osserva Monique Schneider, l’approccio di Freud al corpo dà meno peso alla sua integrità a favore di una visione quasi “geografica” delle zone erogene del corpo, a favore di operazioni che lo smembrano, lo penetrano e lo animano. Sembra quasi che Freud riveda il corpo con gli occhi del neurologo, che era la sua prima attività in ambito scientifico, anche se, come precisa Didier Anzieu, il modello del corpo biologico viene meno, in favore di un’anatomia fantastica.

Analizziamo il sogno di Freud riguardante la preparazione di un reperto anatomico, circa maggio 1899, quello che si può considerare come un vero e proprio autoritratto ferito.

In questo caso la “dissezione del bacino” (pag. 4) viene a rappresentare l’interno mentale, la penetrazione dell’inconscio, riflettendo un modello di apparato psichico che prevede una sorta di scansione delle sue istanze, dalle più superficiali alle più profonde, e dove il nucleo fondante si trova nella parte più nascosta, più inaccessibile.

Del bacino Freud torna a parlarne nel paragrafo a proposito degli stati affettivi nel sogno, dove cerca di spiegarci il significato. Secondo lui la preparazione del bacino indica l’autoanalisi, che lui compierebbe con L’interpretazione dei sogni, un libro che però gli costa tanta fatica. È quindi praticamente la stessa cosa della dissezione psichica, solo che la si ottiene per intervento della deformazione onirica.

Sempre nell’interpretazione dei sogni Freud si riferisce all’attività settoria in relazione alla decodifica dei sogni. Si capisce come secondo Freud bisogni ripercorrere al contrario il processo che ci ha portato alla sembianza ultima dei sogni attraverso il contenuto manifesto, per poi giungere di fatto alla comprensione del significato soggiacente. Quindi non si deve analizzare il sogno nella sua totalità, bensì ci si deve concentrare su elementi definiti e specifici, che per ognuno dei quali il paziente dovrà fornire una serie di pensieri definibili come il sottinteso di questa parte del sogno.

Il significato è raggiungibile solo grazie all’aiuto del paziente e delle libere associazioni, dunque il compito preventivo dell’analista sarà quello di decostruirlo e scomporlo in piccoli frammenti.

La metafora della dissezione però trova ampia trattazione nelle opere di Freud e secondo Carlo Bonomi costituisce il fondamento del modello terapeutico freudiano. Freud infatti, spesso e volentieri fa un paragone tra gli analisti e i chirurghi che mettono da parte le loro umanità e i loro pensieri a favore di eseguire l’operazione nel modo più corretto possibile.

Inoltre la psicoanalisi concepisce la ferita come una metafora somatica, che allude a una condizione mentale negativa e collegata a uno stato di angoscia, mancanza o separazione.

Inoltre, nella psicoanalisi classica, la ferita è l’essenza del procedimento creativo, il simbolo di una condizione mentale alla base della creazione dell’arte.

Edmund Wilson, uno dei primi ad applicare i principi della psicoanalisi nella critica letteraria, nel 1941 pubblica una raccolta di saggi, La ferita e l’arco. Uno di questi saggi analizza il Filottete di Sofocle. L’eroe rappresenta il modello dell’artista il cui talento, rappresentato dal possesso dell’arco, è decisamente legato alla presenza di una ferita. La forza superiore che percepiamo nel Filottete è legata alla condizione di invalidità.

Nel discorso di Wilson la lesione è segno di un disagio psicologico, un trauma senza il quale l’opera non sarebbe pensabile. Il senso primo dell’opera è quello di concepire l’opera letteraria in stretta dipendenza con la condizione interna caratterizzata in senso problematico dal suo autore. Wilson così, intende la ferita come l’immagine di uno scompenso psicologico, di una nevrosi alla base della creazione artistica, e dunque concorda con la teoria psicoanalitica.

In un caso riportato in Studi sull’isteria manifestazioni isteriche e competenze artistiche si dimostrano congiunte. Nell’analisi del suo più grave studio di isteria, Cacilie M., Freud allude alla particolare capacità della donna di tradurre con efficacia e rigore filologico le impressioni derivanti dalle sue personali esperienze traumatiche in sintomi corporei; in alcuni casi spuntava fuori anche un talento innato artistico della donna. Freud riconosce un collegamento tra arte e nevrosi, ma in realtà non traccia un legame sistematico tra isteria e produzione creativa. Nonostante i processi sottesi alle due attività siano gli stessi, l’artista rivela i sintomi attraverso il corpo del suo lavoro, mentre nell’isterico i sintomi si manifestano direttamente sul corpo.

Un altro elemento su cui riflettere è l’influenza che teorie elaborate sia dalle teorie artistiche che quelle psicologiche hanno sul contenuto generale della cultura, e ovviamente sull’immagine che gli artisti hanno di sé.

Il binomio malattia/produzione artistica diventa un modello stesso che dal momento in cui viene formulato inizia ad agire sugli artisti. Con teorie del genere infatti essi si possono introiettare o consolare di aver trovato un rimedio “alto” alla loro nevrosi.

James Hillman affronta l’argomento in maniera più esplicita rispetto a Freud: secondo lui il talento creativo sorge spontaneamente dall’inconscio e la ferita ne è l’elemento chiave. Secondo Hillman l’artista coincide con l’eroe mitico ed è indissolubilmente legato alla figura del puer, anch’esso essere ferito.

Il puer appare come un essere menomato, in particolare alle estremità corporee, ma è dotato di un talento eccezionale e le lesioni che ha hanno un ruolo decisivo nello sviluppo delle varie vicende. Le ferite guidano le loro azioni.

La ferita secondo Hillman è la condizione, seppur dolorosa, per poter manifestare il talento. La ferita, in relazione alla psicologia dell’artista, può essere considerata come ricettività particolarmente sviluppata nei confronti dei fenomeni naturali e umani, come predisposizione per la psicologia del profondo, se vogliamo ricollegarci a Freud.

Che l’artista sia particolarmente dotato per l’analisi psicologica vista la sua capacità di andare oltre le manifestazioni fenomeniche di mondo ed individui è un dato analizzato da Freud nella Gradiva. Fondamentalmente Freud nega a sé stesso la scoperta dell’inconscio, attribuendola invece al poeta, con il quale dunque crea una sorta di affinità di interessi ma con una sostanziale differenza di metodo: l’analista vuole dare un ordine e individuare la causa di quelle manifestazioni psichiche, mentre l’artista si limita a inserirle nella propria opera senza andare a indagare più di tanto sul perché o sul come.

Se l’artista quindi si dimostra particolarmente attento all’interiorità e se è vero, come Bataille, che il lavoro dell’artista o meglio il suo occhio è simile a quello del chirurgo, in quanto entrambi devono svolgere un’operazione nell’interiorità, ne deriva che il genere ritrattistico sia per l’artista un soggetto privilegiato, perché può mettersi alla prova e testare la sua abilità nel rappresentare stati d’animo, emozioni e caratteri oltre i dati fisiognomici.

La ferita secondo Hillman però implica anche un punto debole, che nel caso dell’artista si manifesta in un rapporto non del tutto adeguato alle esigenze imposte dal mondo materiale, una forte tendenza alla trascendenza, che implica una mancanza di sviluppo e di senso della realtà. Lo stesso dice Freud nella Gradiva dove fondamentalmente ci fa capire che il mondo dell’artista non è il mondo di questa terra.

Inoltre secondo Hillman, la ferita è il segno della sua apertura, della sua estroversione: il puer che ha una ferita aperta, non si può nascondere, e se guardassimo dentro quella ferita capiremmo tutto di lui.

L’artista che si rappresenta ferito dunque rivela:

  • Una predisposizione innata che si traduce in un intuito psicologico innato
  • Un’autentica adesione al principio di piacere
  • Un’estrema disinvoltura nel pubblicizzare i propri complessi appesi alle pareti o esposti ai grandi uditori.

Se la ferita è dunque la creatività, ogni segno che va ad imprimersi sull’autoritratto ribadisce questa creatività, e quindi quella ferita originaria.

Per la psicoanalisi la ferita è un simbolo complesso che può significare diverse cose, dalla paura di una separazione, a una mancanza, alla paura della castrazione. Sempre il termine ferita viene usato nella psicoanalisi per evidenziare un particolare sentimento che denota una ferita al narcisismo di ciascuno di noi, cioè un qualche evento, un qualche trauma, che mira alla compostezza della nostra autostima, del nostro narcisismo appunto.

Inoltre la ferita o l’atto di ferirsi può indicare un tipo di linguaggio non discorsivo, analogo per funzionamento al pianto. Come mezzo alternativo di comunicazione il ferirsi diventa molto più efficace e utile per attirare l’attenzione di altre persone. Così troviamo che questa idea si sovrappone a Hillman che vede nella ferita l’apertura verso il mondo e quindi una maggiore facilità nell’esprimersi. Questa idea verrà ripresa anche se in un contesto diverso da Bataille, il quale sostiene che la ferita altro non è che una rottura, una distruzione, e che permette il superamento dei limiti individuali e dunque è la condizione per ogni comunicazione. La ferita diventa quindi come un elemento positivo, addirittura benefico se considerata come archetipo collegato alla vagina con le mestruazioni, simbolo di fertilità femminile.

Nell’ottica freudiana la ferita va essenzialmente considerata come paura dell’evirazione, della quale la morfologia dell’organo genitale femminile offre il primo immaginario riscontro. Per il bambino che inizia a esplorare la sua sessualità ed è convinto che tutti gli esseri abbiano un organo genitale uguale al suo, la scoperta della diversità dell’organo femminile costituisce un primo momento di shock. La mancanza di pene nella donna viene spiegata in due modi:

  • L’organo non è ancora sviluppato
  • Il pene c’era ma è stato tagliato lasciando così una ferita.

La ferita dunque strettamente legata da un lato all’organo femminile e ne definisce la sessualità e dall’altro l’incisione, il taglio, viene interpretato come equivalente simbolico di un atto di evirazione.

La ferita può anche essere interpretata come un momento di frattura, quando la madre partorisce il bambino e questo si separa da lei. Così la ferita mantiene il significato originario, ma non è più riconducibile a un sesso specifico, perché si determinano con il distacco dal grembo materno che avviene quando si viene al mondo. Come fa notare Eugenié Lemonie-Luccioni la donna è maggiormente predisposta rispetto all’uomo alla ferita, ha una suscettibilità psicologica a subire delle perdite reali che si traducono in altrettante ferite narcisistiche, tra le quali la più incisiva è appunto quella del parto con il suo esito naturale.

Davanti a un quadro dove compare una ferita e del quale non sappiamo assolutamente nulla, si può pensare che l’artista abbia voluto solamente registrare un episodio traumatico che lo ha colpito. Tuttavia altrettanto spontaneamente si può pensare che la ferita mascheri qualche evento doloroso, non solo fisico ma anche spirituale.

L’autoritratto ferito è dunque un’immagine simbolica, il riflesso di una condizione mentale, di uno stato d’animo di perdita o mancanza, visto che la stessa fisiologia ci insegna che la ferita rappresenta una rottura nella continuazione di un tessuto, dove quindi un pezzo di pelle ci viene privato a causa di eventi esterni traumatici.

Gli autoritratti di Francesco Clemente ci mostrano spesso ad esempio delle ferite ottenute allargando i normali orifizi del corpo oppure tramite tagli, mutilazioni … In molti di questi quadri, la dimensione psichica collegata alla ferita è resa esplicita dai titoli come ad esempio in Piccolo dolore.

In Autoritratto con un buco in testa, il colpo di proiettile visibile sulla tempia viene contrapposto da una rosa, visibile al centro del quadro. La rosa nel Medioevo era il simbolo araldico della Passione, del sangue del Salvatore e quindi del corpo di Cristo. L’iconografia cristiana è un riferimento molto frequente nei ritratti feriti, e allo stesso modo i lamenti di Clemente che si trasformano in ferite che rievocano il martirio cristiano non sono una novità nella storia dell’arte. La letteratura mistica ad esempio è piena di esempi che descrivono come il sentimento devoto diventi spesso motivo di sofferenza, poiché i devoti subiscono spesso tracce corporee; altrettanto spesso la metafora della carne trafitta viene usata per spiegare la devozione a Dio. Le stigmate anche che si presentano nelle anime più devote sarebbero testimonianza dell’esistenza di Dio, o come già nota nel 1875 il neurologo francese Bourneville, non sono altro che sintomi nevrotici frequenti negli isterici.

Questi fenomeni e quelli agenti nel caso dell’autoritratto ferito potrebbero avere dei punti di contatto: la lacerazione rappresentata nel quadro potrebbe essere il sintomo di una conversione: cioè, così come i sintomi nevrotici che si agitano nell’individuo trovano una rappresentazione somatica, l’autoritratto ferito rappresenterebbe un’analoga somatizzazione: da una situazione psichica travagliata, la tela diventa uno spazio d’espressione.

Ma la ferita non è solo espressione dell’inconscio in un linguaggio simile a quello del sintomo. Secondo Ferrari alcuni artisti che si cimentano nell’autorappresentazione mirano a fare di sé e della propria faccia un correlativo di sentire universale, seppure nella disperazione più estrema intendendo così che il pittore, attraverso la ferita, non esprime solo la propria condizione esistenziale, ma quella comune a tutti, andando a evidenziare come prima cosa la fragilità della corporeità e dunque la facilità con cui possiamo essere feriti.

In questo caso l’autoritratto ferito sarebbe vicino alle autorappresentazioni che denotano la presenza di un teschio, che si incontrano spesso nella dimensione pittorica, fino a diventarne quasi un topos iconografico.

Tuttavia il rapporto tra autoritratto e memento mori risulta avere delle contraddizioni. Infatti la presenza incombente della morte si scontra con il fine ultimo dell’autoritratto e cioè vincere la morte diventando immortale. Forse in questa contraddizione sta la pratica dell’autoritratto ferito, o forse troviamo una sorta di tendenza esorcistica volta a rappresentare ciò che di fatto temiamo. È un intento difensivo che corrisponde anche al fine dell’arte secondo la psicoanalisi. Freud vi si riferisce analizzando I dolori del giovane Werther di Goethe. L’autore avrebbe usato infatti la storia di un giovane suicida realmente esistito per proiettare i propri ricordi e le personale

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Darcy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Ferrari Stefano.
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