Introduzione
A volte, nel romanzo, Manzoni procede a dei richiami e a dei confronti della realtà attuale con quanto successo anni prima o nell’Antichità. Spesso lo scopo di tali similitudini è di ironizzare sul comportamento di un personaggio, ridicolizzando.
Paragone don Abbondio/principe di Condé
Il II capitolo si apre con il richiamo al principe Condé (Luigi II di Borbone) che il 19 maggio 1643, a capo dell’esercito francese, sconfisse gli spagnoli a Rocroi, nelle Ardenne. Aveva la fama di essere un giovane e valoroso nobile e l’accostamento per contrasto con
don Abbondio, anziano, sconosciuto e sempre in preda al timore crea un effetto comico. Il giorno prima della battaglia,
il principe aveva impartito tutte istruzioni ai suoi uomini per cui, molto stanco, si coricò e trascorse una notte serena. Invece, don Abbondio passò una notte insonne nell’attesa di non saper ancora in che modo affrontare
Renzo. Il confronto continua perché nel descrivere l’angoscia di don Abbondio, lo scrittore fa continuamente uso di termini che appartengono al campo semantico della guerra e dell’ambiente cavalleresco: l’indomani è definito giorno di battaglia, rimbombare, consulte angosciose, guadagnar tempo, ecc.
Paragone Don Rodrigo/Catilina
Nel capitolo XXV assistiamo alla fuga di don Rodrigo verso Milano. Ha saputo che il cardinale Federigo è in visita pastorale al paese e la regola, voluta dal conte zio, esigerebbe che il prelato fosse ricevuto dal nipote con tutti gli onori per mostrare in che stima fosse tenuta la propria famiglia da una così grande autorità. Per
don Rodrigo si trattava di qualcosa di molto noioso ed è per questo che decide di andarsene alla volta di Milano seguito dai bravi e da tutta la servitù. È a questo punto che nel testo lo scrittore inserisce il paragone Catilina, secondo quanto ci ha tramandato lo scrittore
Sallustio. Scoperta la congiura contro il Senato grazie alle accuse mosse da Cicerone, Catilina fuggi da Roma, ripromettendosi di ritornare con un esercito, ma a Roma non mise più piede perché fu sconfitto ed ucciso nella battaglia di Pistoia un anno dopo. La stessa cosa succederà a Rodrigo: non ritornerà più al suo castello perché, vinto dalla peste morirà nel lazzaretto abbandonato perfino dai suoi bravi. Esso viene de che impauriva tutto il personale di servizio scritto in modo ironico mentre se ne sta andando e sbuffando, nel giurare che presto ritornerà per vendicarsi
Paragone don Abbondio/Dante Alighieri nelle Malebolge
Nel capitolo XIII, durante il percorso verso il castello, compiuto a dorso di mulo, don Abbondio, impaurito dalla presenza dell’Innominato, si lamenta fra sé re sé di coloro che ritiene responsabili della situazione in cui si trova. Il sentiero sassoso e scosceso da un lato è fiancheggiato da un torrente e da alte balze ripide e disabitate, mentre dall’altro è abitato dai bravi dall’aspetto poco rassicurante. Il curato si viene a trovare quindi nella stessa difficile situazione in cui si trovava Dante nell’ottavo cerchio dell’Inferno o Malebolge, dove è accompagnato da dieci diavoli, probabilmente richiamati alla sua memoria dalla truce visione dei bravi.
Paragone padre Cristoforo/profeta biblico Nathan
Il giorno successivo all’incontro con padre Cristoforo, don Rodrigo si trova solo in una sala del castello dalle cui pareti pendano ritratti dei suoi avi. Si tratta di personaggi che in vita incutevano timore a qualcuno: l’antenato guerriero che faceva paura ai nemici, il magistrato, terrore dei briganti, la padrona di casa che metteva paura a tutto il personale di servizio, l’abate che incuteva timore ai monaci a lui sottomessi. Don Rodrigo non si dava pace nel pensare che un frate avesse osato minacciarlo con la celebre profezia “Verrà un giorno…”. Don Rodrigo, nel suo soliloquio, definisce come arrogante e presuntuosa l’atteggiamento (= prosopopea) del frate che assimila a quella assunta dal profeta biblico Nathan mentre accusa il re David di aver fatto morire Uria per poterne poi sposare la moglie Betsabea.