Domande

1) Alla notizia dell’incredibile avventura di Lucia, quali sono i commenti e i giudizi dei compaesani sui personaggi coinvolti?
La notizia della liberazione di Lucia, della conversione dell’Innominato e dell’incontro avuto da quest’ultimo con il cardinale Federigo diventa ben presto l’unico argomento di conversazione fra gli abitanti del paese. Ma anche il comportamento di don Rodrigo è oggetto di chiacchere e di giudizi. A proposito di don Rodrigo, in questa circostanza, le persone parlano liberamente perché in quanto accaduto vedono l’intervento della Provvidenza divina. Il cardinale e l’Innominato risultavano entrambi superiori a don Rodrigo quanto a fama e a potere, pur per opposti motivi. La gente passa in rassegna le violenze compiute da don Rodrigo, sottolineando come egli sia sempre stato solito tormentare le persone innocenti, perseguitandole e sottoponendole ad insidie. E questo odio esternato verso il signorotto del luogo si estende verso tutti coloro che gli stanno intorno: il Podestà che non ha mai sentito, visto o detto nulla a proposito delle malefatte di don Rodrigo; il dottor Azzecca-garbugli capace soltanto di intessere imbrogli ed altre persone che frequentano don Rodrigo. Tutti questi, per qualche tempo preferiscono non farsi vedere in pubblico, a causa della malevolenza con cui essi sono guardati dagli abitanti del villaggio.
2) La fuga di don Rodrigo: a chi viene paragonato? Quale funzione ha il paragone storico?
Don Rodrigo, venuto a sapere che il cardinale ha in programma di visitare anche il paese in cui si trova il suo castello, considerando che le circostanze richiedono che egli riservi al prelato una bella accoglienza, con lo scopo di mostrare che la sua famiglia è molto rispettata da un’autorità così importante, decide di trasferirsi per qualche giorno a Milano. A questo punto, lo scrittore fa un paragone con la vicenda di Catilina. Dopo la scoperta della congiura contro il Senato e le accuse mosse da Cicerone, Catilina fugge da Roma, promettendo di ritornarci alla testa di un esercito, ma morì nella battaglia di Pistia. Allo stesso modo, don Rodrigo non tornerà più, perché morirà di peste a Milano. Manzoni si serve di questo paragone con i grandi eventi storici per creare un effetto ironico.
3) Don Abbondio “uggioso in mezzo a tanta festa”: è in sintonia con il suo carattere questo atteggiamento?
Il cardinale sta per arrivare al paese di Lucia e tutti gli abitanti escono di casa per salutarlo e fargli festa. In questa atmosfera di gioia, don Abbondio dà prova del solito carattere. Si lamenta del rumore eccessivo, del brulichio della gente per le strade e per il fracasso che lo stordisce. Inoltre teme che le donne del paese, approfittino di questa occasione di incontro per parlare di quanto è successo e in cui anch’egli è coinvolto. DA notare che don Abbondio, in questo caso adopera il verbo “ cicalare”, col valore di “spettegolare”.
4) Lo “scomposto e violento” dei costumi del Seicento
L’espressione è utilizzata a proposito dell’accoglienza che la popolazione riserva al cardinale. La folla si accalca intorno alla persona del Cardinale in modo disordinato, se non violento. La stessa cosa era successa quando il cardinale fece il suo ingresso nel duomo di Milano, non appena nominato vescovo della città. Quasi soffocato dalla folla, alcuni gentiluomini che gli erano vicini, furono costretti a sfoderare le spade per respingere la folla poiché si era persino arrivato a temere per l’incolumità del prelato.
5) Lucia ed Agnese nella casa del sarto mantengono le loro caratteristich?
Entrambe si danno da fare per essere di aiuto alla famiglia del sarto: Lucia, ritirata nella sua stanza si dedica al cucito, aiutata a volte dalla madre che esprime le proprie congetture per il futuro: Renzo che si fa vivo, la possibilità di andare ad abitare tutti insieme, una nuova sistemazione per il ragazzo. Lucia è angosciata dal segreto di aver fatto un voto alla Vergine: i suoi progetti sono assai diversi da quelli della madre e soprattutto si abbandonava alla volontà della Provvidenza. In sintesi, Agnese continua ad essere la solita donna prammatica e concreta, Lucia, la ragazza, religiosa, timorosa e soprattutto sempre confidente nell’intervento divino.
6) Una coppia “d’alto affare”.
Si tratta di donna Prassede e del marito don Ferrante. La coppia appartiene alla nobiltà milanese e come tutti gli anni, è solita passare la villeggiatura in campagna, un periodo che si protrae però ben oltre l’estate, ossia fino ad autunno per poter assistere alle operazioni della vendemmia e della semina. Donna Prassede ha poche idee, ma molto solide e intransigenti; uno degli scopi della sua vita e di fare del bene, ma con un limite: scegliere, come mezzi per conseguire un fin di bene, dei comportamenti che possono piuttosto ottenere l’effetto contrario, cioè il male.
7) Le idee preconcette di donna Prassede nel suo giudizio su Lucia.
Fin dalla prima volta in cui ha sentito parlare di Lucia, donna Prassede si è fatta un’idea distorta della ragazza. Visto che si è fidanzata con un poco di buono come Renzo, su cui pende addirittura un mandato di cattura, per la donna è evidente che anche Lucia deve nascondere qualcosa di poco pulito. Essa, in pratica, applica il detto popolare “Dimmi chi pratichi, e ti dirò chi sei”. Per donna Prassede l’aspetto fisico e il comportamento lasciano immaginare qualcosa di poco buono, a tal punto che se è stata vittima di tante sciagure è perché Dio l’ha voluta punire per essersi innamorata di uno come Renzo. In sintesi, le idee di donna Prassede sono tutte imbastite di pregiudizi.
8) Come vuole apparire donna Prassede? Quale ritratto ne suggerisce il Manzoni?
Donna Prassede ci vuole dare l’immagine di una grande benefattrice che applica il concetto di carità cristiana. Invece per il Manzone si tratta di una donna che osserva rigidamente i precetti religiosi, guidata da tutta una serie di pregiudizi ed anche piena di presunzione ed arroganza in quanto si crede di essere l’unica a detenere la verità: le sue idee non vanno messe in discussione.
9) Il colloquio tra don Abbondio e il cardinale: scontro fra concezioni e scelte di vita, tra linguaggi diversi.
Il dialogo fra il cardinale e don Abbondio è un dialogo fra due interlocutori, destinati a non comprendersi, poiché la concezione della vita e la scelta operate sono diametralmente opposte. Dalle parole del prelato, emerge la figura di un uomo ligio al dovere che non deve mai essere eluso. Invece le convinzioni interiori del curato sono espresse tramite monologhi interiori, con le consuete espressioni di stampo popolare e volgari (“hanno vuotato il sacco”), mentre le risposte al cardinale sono sempre evasive e tortuose.
10) Il doppio registro espressivo di don Abbondio durante il colloquio con il cardinale.
Quando don Abbondio vuole giustificare il proprio comportamento, il linguaggio è molto formale, ossequioso e riluttante (= uso continuo di puntini di sospensione e quindi di pause). Quando, invece, lo scrittore vuole riportare il vero pensiero del curato, abbiamo un monologo interiore e lo stile indiretto libero. Il registro linguistico diventa più comune, crudo, disincantato e anche, a tratti, comico
11) Spiegare la similitudine del falco e del pulcino
Questa similitudine non deve essere intesa alla lettera, nel senso che don Abbondio sarebbe il pulcino e il cardinale il falco. Essa, invece, serve a rendere l’idea della vertigine e della paura di chi, come il curato, è abituato ad orizzonti terrestri molto limitati e improvvisamente si trova ad essere rapito nell’alto dei cieli, ossia dalla pura atmosfera di religiosità del prelato.
12) Indicare la risposta del cardinale alla frase di don Abbondio “Il coraggio, uno non se lo può dare”.
Innanzitutto il cardinale ricorda che il ministero sacerdotale richiede di essere continuamente in guerra con le passioni del mondo per cui chi ha operato tale scelta di vita, sapeva a che cosa sarebbe andato incontro. Prosegue poi sostenendo che non è questione di darsi il coraggio che in certe situazioni è necessario,, ma piuttosto di chiederlo a chi lo può dare, cioè a colui che dà il coraggio per aiutare ad adempiere gli obblighi del proprio ministero. Da notare che il cardinale usa ben cinque volte il termine “coraggio”. Alla fine, riporta l’esempio dei martiri i quali non avevano coraggio, per natura, ma Cristo glielo ha infuso, affinché diventassero testimoni della fede.

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