Il Ducato di Milano in mano agli Spagnoli
Francesco II Sforza duca di Milano, muore nel 1535 senza lasciare eredi. Il Ducato passa a Carlo V di Asburgo, nonostante il parere contrario degli altri Sati italiani e delle altre potenze europee1535, che vi insedia il figlio Filippo. La presenza spagnola nel Ducato viene ratificata, anche con l’accordo del re di Francia, Enrico II, con trattato di Cateau-Cambrésis, del 1559.
Il Governatorato di Milano
Fra i problemi più gravi che interessavano il territorio vi era la presenza dei bravi, cioè di mercenari a servizio dei signorotti locali; essi si occupavano della difesa dei beni del loro signore e dagli attacchi dei nemici in cambio di protezione. Lo sostenevano anche negli atti di violenza a cui esso era solito dedicarsi. Per questo motivo, i soprusi soprattutto nei confronti dei più deboli che non avevano mezzi per opporsi erano frequente. Per questo si rese necessaria la pubblicazione di appositi editti o grida per ostacolare tale dilagante fenomeno. Il capitolo I riporta il nome di alcuni governatori di Milano che si occupano del problema pubblicando appositi scoraggiare la presenza sul territorio di questi loschi individui. Si tratta di don Carlo di Aragona, di Juan Fernandez de Velasco, di don Pedro Enriquez de Acevedo conte di Fuentes, di Gomez de Figueroa duca di Suàrez, e di don Gonzalo Fernandez de Cordoba, quest’ultimo in carica all’inizio del romanzo. Tutti questi personaggi, responsabili della cosa pubblica hanno dei nomi altosonanti, ma sono incapaci di ottenere risultati significativi nella lotta al crimine: nei loro confronti,
Manzoni lascia trasparire un intento ironico: pur dandosi l’aria di grandi e potenti signori essi sono incapaci di combattere in male per cui la loro presenza nella società sui rivela inutile. Nel capitolo XXXII vengono citati altri due governatori: il marchese d’Ayamonte e Ambrogio Spinola. Il primo era stato governatore di Milano dal 1573 al 1580 e si era occupato di vari problemi fra la gestione del contagio della peste, scoppiata nel biennio 1576 - 1577 e che anticipa quella descritta nel romanzo. [Bisogna ricordare che i focolai della peste nell’Europa di quel tempo erano sempre più o meno attivi]. Ambrogio Spinola succede nell’incarico a don Gonzoalo e nel romanzo compare nel periodo della peste. Incapace e sprovveduto, bandisce pubbliche feste quando l’epidemia è già in corso e risponde negativamente alla richiesta di aiuto contro la peste rivoltogli dalle autorità milanesi. Lo scrittore lo condanna severamente, rimproverandogli di essere soltanto un valido condottiero, ma totalmente insensibile ai problemi del popolo. La risposta, nel romanzo fornita in spagnolo (= prouceré en el mejor modo que el tiempo y necesidades presentes permetieren) non ha alcun significato pratico e si tinge di una sfumatura ironica. E lo scritto, continua lo scrittore, era seguito dalla sua firma, a forma di girigogolo, illeggibile come era incomprensibile la risposta.
Don Antonio Ferrer
È il gran Cancelliere dello Stato di Milano. Per la prima volta, incontriamo il suo nome in calce ad una grida, firmata da don Gonzalo, che il dottor Azzecca-garbugli legge a
Renzo (= Vidit Ferrer). Successivamente apprendiamo che fa le veci di don Gonzalo, impegnato nella guerra del Monferrato ed è in questo ruolo che stabilisce i prezzi calmierati per il pane. Se la decisione trovò consenso fra il popolo che si affrettava a rifornirsi di pane non rese altrettanto contenti i fornai. Fu chiesto l’intervento di don Gonzale il quale, nominata un’apposita giunta, decise di procede al rincaro del pane, creando così scontento fra il popolo e gettandole basi della rivolta. Quando la folla inferocita prende d’assalto la residenza del Vicario di provvisione, don Ferrer, visto come il salvatore del popolo, interviene facendo credere di dover arrestare e punire il Vicario per il suo comportamento, ma in realtà per salvarlo dalla ferocia della folla. Anche nei confronti di don Ferrer, il giudizio dello scrittore è pesantemente negativo. Egli denuncia le sue capacità intellettive limitate (il calmiere era una misura inopportuna, contraria alle teorie economiche dell’Illuminismo) e la sua ipocrisia che si manifesta utilizzando un registro linguistico diverso: l’italiano per lusingare il popolo in rivolta e lo spagnolo per esprimere il suo vero pensiero.
Il Vicario di Provvisione
Nel Seicento, il Vicario di Provvisione era responsabile dell'approvvigionamento dei viveri. Il popolo di Milano inferocito per la carestia e per l’aumento esagerato del costo del pane, prende di assedio la sua casa, perché lo considera il capro espiatorio della situazione economica così grave. Invece di affrontare la folla, preferisce nascondersi e si salva soltanto grazie all’intervento di don Ferrer. È privo di coraggio perché alla fine dell’episodio, storicamente documentato, esprime la volontà di dimettersi dall’incarico e di rifugiarsi nella solitudine.
Il podestà di Lecco
Il podestà era, all’epoca, la figura amministrativa incaricata di amministrare la giustizia e quindi, in pratica, colui che avrebbe dovuto garantire di diritti dui Renzo e
Lucia contro il sopruso di
don Rodrigo. In realtà, una forte amicizia lo lega con il signorotto e passa quasi come un complice di quest’ultimo. Ben hanno capito gli abitanti del villaggio quando, dopo la conversione dell’Innominato, apprendono tutto il retroscena e esprimono odio nei suoi confronti.
Conclusione
In sintesi, si può affermare che negli amministratori della giustizia, lo scrittore vede dei personaggi negative, fatti di apparenze e di ipocrisia, le cui azioni hanno sempre come obiettivo l’interesse personale, a scapito dei più deboli, soprattutto se di origine spagnola.