Risposte aperte paniere di Psicologia clinica della disabilità
Scienze e tecniche psicologiche
Docente: Manzoni Gian Mauro
Lezione 2
06. Che cos'è la psicologia clinica della disabilità?
Il termine clinica deriva dal greco “cline” (letto), dunque la psicologia clinica alle origini si occupava del paziente «allettato» in quanto sofferente. Attualmente, la Psicologia Clinica rappresenta la disciplina che studia attraverso teorie, ipotesi e strumenti il funzionamento adattivo e disadattivo dell’individuo nel suo mondo interno ed esterno.
La psicologia clinica della disabilità studia il funzionamento adattivo e disadattivo dei soggetti disabili.
I principi fondamentali
L’intervento di psicologia clinica nell’ambito della disabilità deve considerare:
- La stretta interrelazione individuo-contesto, che vede l'oggetto d'analisi come incomprensibile senza considerare la rete relazionale ed ambientale nel quale è inserito;
- La necessità di fornire risposte multidimensionali su più livelli di intervento, biologico, psichico, sociale.
- L'importanza di un setting adeguato, co-costruito, ad alta integrazione socio-sanitaria;
- Il cambiamento, non più visto esclusivamente come «cura», ma come sviluppo dell'individuo verso modalità simbolico-rappresentazionali, e quindi comportamentali-relazionali, che possano essere più funzionali alla sua condizione di salute e al suo contesto di vita.
Lezione 5
03. Cosa si intende per modello bio-psico-sociale?
È stato elaborato da Engel verso la fine degli anni ‘70.
Il modello bio-psico-sociale in quest’ottica, la salute non è più vista solo come assenza di malattia ma come una condizione di benessere a livello:
- Biologico, integrità delle strutture e delle funzioni corporee.
- Individuale/Psicologico, la capacità di svolgere un’attività.
- Sociale, la possibilità di partecipare alla vita sociale.
Il modello bio-psico-sociale è un modello integrato della disabilità che propone la coniugazione del modello medico e di quello sociale.
Il modello biopsicosociale coglie la natura dinamica e reciproca delle interazioni individuo/ambiente e supera la prospettiva causa-effetto.
In altre parole, la disabilità non è spiegabile solo in termini medici o sociali, ma è necessario tenere in considerazione entrambi gli aspetti, comprese anche le caratteristiche psicologiche del soggetto.
Anche l’intervento si basa su un modello integrato, capace cioè di considerare la persona disabile nella sua totalità, tenendo conto dei suoi bisogni, ma anche delle risorse personali e dell’ambiente familiare, sociale e lavorativo. In particolare:
- Cure mediche e riabilitative tese a supportare la limitazione funzionale che caratterizza la specifica condizione di salute.
- Interventi basati sui vissuti esistenziali ed emotivi del disabile, sui suoi desideri da realizzare e obiettivi da raggiungere.
- Interventi di tipo sociale tesi ad eliminare o almeno ridurre le barriere architettoniche, sociali e culturali.
04. Quali sono gli strumenti principali del modello bio-psico-sociale?
La strategia più efficace per realizzare un intervento di tipo bio-psico-sociale consiste nel lavoro di équipes multi-professionali interagenti al proprio interno e con il paziente.
Questa strategia è fondamentale per due ragioni principali:
- Richiede competenze che non possono essere concentrate in un unico professionista;
- Ogni professionista si focalizza sul proprio settore: la salute fisica, medici, infermieri; la salute mentale, psicologi, psichiatri; la salute sociale, assistenti sociali, educatori.
Tra gli aspetti più importanti da considerare nella pratica clinica basata sul modello bio-psico-sociale ci sono:
- La vulnerabilità, diatesi, intesa come quell’insieme di fattori di rischio che possono rendere più probabile lo sviluppo di un disagio psicologico, ad es., la perdita di un arto dopo un incidente stradale accompagnata dalla mancanza di supporto sociale;
- Lo stress provocato da quelle situazioni che sono percepite dal soggetto come eccessivamente gravose ed eccedenti le proprie risorse, ad es. la perdita dell’autonomia.
- Le strategie di coping, cioè le modalità che il soggetto utilizza per far fronte alle situazioni di stress; tali strategie possono costituire un elemento importante dell’intervento e riguardare sia il soggetto, ad esempio, l’implementazione di strategie di problem solving, sia l’ambiente, ad esempio, la ricerca del supporto sociale;
- Le competenze, intese quali potenzialità e risorse che, attraverso l’intervento clinico, possono arrivare a costituire il bagaglio di abilità, fisiche, psichiche, sociali, che il soggetto ha a disposizione per la gestione della propria condizione di salute.
Lezione 6
11. Quali sono le linee guida del piano d'azione sulla disabilità?
(????)
La classificazione ICD-10, International Classification of Diseases and related health problems, e l’ICF sono i due sistemi classificatori che compongono la cosiddetta «famiglia delle classificazioni internazionali dell’OMS».
Questa famiglia di classificazioni si pone l’obiettivo di garantire la comparabilità delle informazioni di salute nei e tra i paesi, tra gli utenti, e gli addetti specializzati.
I principi generali alla base delle classificazioni sono che queste devono essere: scientifiche e internazionalmente valide nella loro essenza così da assicurare una concettualizzazione valida dei diversi domini, una buona applicabilità trans-culturale, e comparabilità di informazioni.
L’ICD-10 fornisce la diagnosi e una descrizione del processo e della eziologia della malattia.
L’ICD-10 risponde all’esigenza di cogliere la causa delle patologie, fornendo per ogni sindrome e disturbo una descrizione delle principali caratteristiche cliniche ed indicazioni diagnostiche.
L’ICD si delinea quindi come una classificazione causale, focalizzando l’attenzione sull’aspetto eziologico della patologia. Le diagnosi delle malattie vengono tradotte in codici numerici che rendono possibile la memorizzazione, la ricerca e l’analisi dei dati.
Eziologia --> patologia --> manifestazione clinica
L’ICD-10 e l’ICF sono due modelli complementari.
L'ICD-10 fornisce una diagnosi delle malattie, dei disturbi o di altri stati di salute e questo arricchisce poi delle informazioni offerte dall‘ICF, relative al funzionamento reale e quotidiano del soggetto.
Infatti, la diagnosi fatta con l’ICD-10 non ci fornisce le informazioni che ci servono per definire un piano di lavoro o una pianificazione sui bisogni.
L’ICF, invece, a fronte della diagnosi, permette di evidenziare come i soggetti convivono con la loro condizione di salute e come sia possibile migliorarla affinché possano contare su un’esistenza produttiva e serena.
Ad esempio, lo stesso tipo di funzionamento, non poter lavorare, può avere eziologie diverse, origine fisica, psichica o sensoriale oppure causa civile, di lavoro o di guerra.
12. Che cos'è ICIDH?
Prima dell’ICF, lo strumento proposto dall’OMS per la classificazione delle disabilità era l’International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps, ICIDH - 1, 1980.
L’ICIDH rifletteva un modello medico e sequenziale; infatti, esso distingueva tra:
- Menomazione, impairment. Qualsiasi perdita o anormalità a carico di una struttura o una funzione psicologica, fisiologica, anatomica, es., miopia.
- Disabilità. Limitazione o perdita, conseguente a menomazione, della capacità di compiere un’attività nel modo e nell’ampiezza considerati normali, es., non riuscire a guidare.
- Handicap. Condizione di svantaggio, conseguente a una menomazione o a una disabilità, che limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto, in relazione all’età, al sesso, ai fattori socioculturali, es., condizione di dipendenza.
13. Che cos'è l'ICF?
Nel maggio 2001 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, ha pubblicato la «Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Salute e della Disabilità», ovvero International Classification of Functioning, disability and health, ICF, che 191 paesi riconoscono come il nuovo sistema tassonomico per classificare salute e disabilità.
La classificazione ICF è, infatti, lo strumento più recente dell’OMS per descrivere e misurare la salute e la disabilità delle popolazioni.
L’ICF è il risultato di 7 anni di lavoro svoltosi in 65 paesi e partito dalla revisione della vecchia classificazione ICIDH, pubblicata nel 1980.
L’ICF appartiene alla «famiglia» delle classificazioni internazionali sviluppate dall’OMS e riflette il modello bio-psico-sociale.
L’ICF classifica le condizioni di salute; può essere suddiviso in due parti, ciascuna composta da due componenti che possono essere espresse sia in termini positivi che negativi.
- Parte I: Funzionamento e Disabilità.
- Attività e Partecipazione.
- Funzioni e Strutture corporee.
- Parte II: Fattori contestuali.
- Fattori ambientali.
- Fattori personali.
Condizione di salute: è il termine ombrello per malattia, acuta o cronica, disturbo e altre circostanze come la gravidanza, l’invecchiamento, lo stress, un’anomalia congenita o una predisposizione genetica. L’ICF mette infatti tutte le condizioni di salute sullo stesso piano, senza distinzioni sulle cause, sull’eziologia; al contrario, a parità di patologia, vengono analizzati i contesti sociale, familiare, abitativo o lavorativo della persona, tutti fattori che possono avere un peso non indifferente sulla qualità della vita della persona. La diagnosi di malattia viene, invece, fatta utilizzando l’ICD-10, International Classification of Diseases, OMS.
Disabilità: reciproco di funzionamento per indicare eventuali limitazioni in specifici ambiti di attività. Ciascun individuo nel corso della vita può sperimentare situazioni di disabilità.
Funzioni corporee: funzioni fisiologiche e psicologiche dei sistemi corporei, ad es. la vista o la memoria.
Strutture corporee: parti anatomiche del corpo come gli organi, gli arti e i loro componenti, ad es. l’occhio.
Menomazioni: problemi nella funzione o nella struttura del corpo, intesi come una deviazione o una perdita significativa rispetto agli standard generalmente accettati nello status biomedico del corpo e delle sue funzioni.
Le menomazioni possono essere temporanee o perenni; progressive, regressive o stabili.
Lezione 7
03. Cosa significa, a livello sociale, adottare un modello medico della disabilità?
??????
04. Fare esempi di applicazione dell'ICF?
???
Lezione 9
05. Quali sono gli strumenti dell'alleanza nella diagnosi funzionale?
Il concetto di alleanza nella diagnosi funzionale.
La diagnosi funzionale, DF, è un processo di valutazione che necessariamente deve coinvolgere tutti i soggetti che appartengono ai contesti di vita della persona disabile, medici, psicologi, terapisti, genitori, insegnanti, etc.
A questo proposito, Ianes, 2004, sottolinea l’importanza di creare alleanza tra le diverse figure che partecipano alla diagnosi funzionale, intesa come una visione collaborativa di conoscenza elaborata collegialmente e condivisa sulla base delle informazioni portate da ognuno.
«Essere alleati vuol dire avere un fine comune, e questo talvolta non è affatto scontato o semplice, puntare a questo fine con ruoli e mezzi diversi, che reciprocamente vengano rispettati, avere valutazioni e percezioni magari anche molto diverse, ma mediarle in una prospettiva condivisa attraverso la comunicazione democratica e una dimensione valoriale concorde. Tutto questo costa fatica, tempo, frustrazioni».
Gli strumenti dell’alleanza
La DF basata sull’alleanza si propone di valorizzare i ruoli e i punti di vista, trasmettere consapevolezza, competenze, definire regole e accordi attraverso:
- La sottoscrizione di verbali scritti.
- Momenti di sostegno.
- Corsi di formazione.
- Modalità di comunicazione chiara ed efficace.
Lezione 11
08. Che cos'è il M.E.T. (Multiple Errands Test)?
La valutazione viene effettuata in un centro commerciale. Al paziente vengono affidati tre set di compiti ciascuno dei quali comprende otto situazioni strutturate con specifiche richieste. I compiti sono riassunti in una lista e vengono fornite soltanto alcune regole, in modo che sia il soggetto a decidere come pianificare ed eseguire le attività.
In uno studio eseguito dagli autori, persone con trauma cranico che non presentavano difficoltà esecutive nelle prove di laboratorio evidenziavano difficoltà nel portare a termine il MET.
09. Quali sono le prove cognitive del B.A.D.S. (Behavioural Assesment of the Dysexecutive Syndrome)?
La batteria elaborata di Wilson e colleghi, 1996, permette di effettuare una valutazione naturalistica delle funzioni esecutive in laboratorio e ha come obiettivo l’individuazione dei deficit a carico delle funzioni esecutive attraverso compiti vicini a quelli della vita reale.
Valuta deficit riguardanti la pianificazione, l’attenzione e la soluzione di problemi. Deficit a carico di queste tre componenti connotano la sindrome disesecutiva.
Il questionario DEX incluso nella batteria BADS permette di rilevare, sia dal punto di vista del paziente sia da quello dei parenti, i cambiamenti cognitivi, comportamentali, emotivi e di personalità.
Le prove cognitive prevedono:
- Giudizi temporali.
- Capacità di cambiare le regole.
- Soluzione di un problema.
- Ricerca di una chiave, formulazione di una strategia.
- Capacità di pianificare un percorso con 12 mete nella visita ad uno zoo rispetto a diversi gradi di priorità, pianificazione sequenziale.
- Organizzare sei compiti, eseguire la sequenza e monitorare il tempo, organizzazione di una sequenza di azioni.
Lezione 12
05. Cosa si intende per coping?
Il termine «coping» deriva dal verbo inglese «to cope», che significa «far fronte», «fronteggiare», e si riferisce alle modalità, strategie, messe in atto dall’individuo al fine di affrontare le difficoltà.
Il concetto, utilizzato per la prima volta da Lazarus nella seconda metà degli anni ‘60 dello scorso secolo, ancora oggi non ha una definizione unanime. Sicuramente quella che ha incontrato più diffuso consenso è stata elaborata da Lazarus agli inizi degli anni ’90 ed intende il coping in termini di «sforzi cognitivi e comportamentali orientati alla gestione di richieste specifiche interne e/o esterne, e gli eventuali conflitti tra esse, che sono percepite dal soggetto come eccessivamente gravose ed eccedenti le risorse personali», Lazarus, 1991, p.121.
Tra i tanti modelli di coping elaborati, quello più utilizzato anche in ambito clinico è il modello transazionale di Lazarus e Folkman.
Le caratteristiche fondamentali del modello sono la dinamicità e la flessibilità delle strategie di coping messe in atto dall’individuo; esso possono infatti mutare nel tempo e nelle diverse situazioni.
Secondo questo modello, nel processo di coping il ruolo principale non è rivestito né dagli stimoli del contesto, né dalle risposte del soggetto, ma bensì dal rapporto bidirezionale tra i due fattori, le cosiddette «transazioni». In particolare, l’individuo è considerato come soggetto attivo che sperimenta tentativi consci ed intenzionali al fine di affrontare situazioni da lui valutate come stressanti e di placare l’attivazione emotiva negativa conseguente.
Il modello prevede che il soggetto, di fronte ad un evento percepito come potenzialmente stressante, metta in atto tre tipi di attività cognitive:
- Valutazione cognitiva primaria, «Che cosa sta succedendo?», al fine di decidere, secondo i propri criteri di giudizio, se l’evento stesso ed i suoi effetti possano essere considerati in modo positivo, irrilevante o minaccioso/dannoso;
- Se l’esito della valutazione cognitiva primaria è del terzo tipo, minaccioso/dannoso, allora interviene un processo detto di valutazione cognitiva secondaria, la cui funzione è prendere in considerazione la risposta alla minaccia, «Che cosa posso fare?», anche valutando le risorse disponibili, economiche, personali, sociali;
- Il processo di coping termina con un’ultima riconsiderazione, definita valutazione cognitiva terziaria, su ciò che si è attuato, la quale prende avvio anche da eventuali cambiamenti contestuali o personali.
Le strategie di coping sono definite in termini di modalità flessibili cognitive o comportamentali messe in atto dal soggetto e influenzate dallo sviluppo e dal contesto.
Una strategia di coping è efficace quando promuove l’adattamento dell’individuo alla situazione di stress, apportando maggior benessere, non solo nell’immediato, ma anche nel lungo periodo.
La ricerca ha individuato più di 100 categorie di strategie di coping.
In seguito sono riportate le più importanti e frequenti:
- Ricerca di supporto sociale. Il soggetto si rivolge ad altre persone per ottenere informazioni, collaborazione, consigli o sostegno morale.
- Problem solving. Il soggetto pianifica e pensa ai possibili modi per risolvere il problema, ne valuta le conseguenze e interviene direttamente sull’ambiente.
- Ristrutturazione cognitiva. Il soggetto tenta di pensare al problema in termini positivi, minimizzando le conseguenz
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