Paniere con risposte aperte
Letteratura italiana
Docente: Di Veroli Anna
Data: 24/11/2020
Lezione: 001
Elementi giustificanti il mancato sacerdozio femminile nel Medioevo
Il rapporto fra la donna e la Chiesa nell’Occidente medievale è segnato da una lunga serie di esclusioni che implicarono una progressiva emarginazione dell’intero mondo femminile dal sacro e, specialmente, dalla sua gestione. Era assolutamente inimmaginabile che una donna, creatura manifestamente inferiore, dotata di minore intelligenza rispetto al maschio, tecnicamente impreparata ad affrontare testi di difficile interpretazione, addirittura fisicamente più debole, imperfetta e impura, osasse leggere, commentare e trasmettere agli altri il contenuto delle Sacre Scritture.
In questo periodo, infatti, a prevalere e a diventare ufficiale fu la teoria che, in linea con le scelte “apostoliche” del Cristo, assegnava solo agli uomini il sacerdozio. Già nel Decretum di Graziano, mulieres autem non solum ad sacerdotium, sed nec etiam ad diaconatum provehi possunt, e per papa Innocenzo III, “benché la beata vergine Maria fosse di più alta dignità ed eccellenza rispetto a tutti gli apostoli, fu a loro, e non a lei, che il Signore affidò le chiavi del regno dei cieli”. Tommaso d’Aquino individuava nel “significato” del genere femminile l’impedimento a che le donne svolgessero mansioni che non fossero quelle di profetesse e badesse: il sacerdote doveva sostituire Cristo che consacrava l’eucaristia, e dunque non poteva essere di sesso femminile. Senza contare che la donna non riceveva la tonsura e che si trovava in uno stato di sottomissione: tutti limiti che automaticamente le precludevano l’ordinazione.
Firenze dell'avo di Dante, Cacciaguida
La descrizione di Firenze che viene fatta da Cacciaguida nel XV canto del Paradiso ci permette di comprendere la Firenze tra XIII e XIV secolo. L’avo di Dante, nato nel 1091 e morto in Terrasanta durante la seconda Crociata, racconta al suo pronipote di aver vissuto in una Firenze virtuosa e tranquilla, completamente aliena alle lotte intestine che caratterizzeranno il secolo di Dante, quando i fiorentini vivevano ancora comodamente dentro la cerchia di mura che la tradizione fa risalire all’epoca di Carlo Magno.
La Firenze di Cacciaguida era una Firenze sobria ed onesta; la popolazione non ostentava gioielli e monili sfarzosi, né le donne indossavano abiti alla moda per rendersi più appariscenti. Se le donne fiorentine, al tempo di Dante, se ne andavano per Firenze a petto nudo “mostrando con le poppe il petto” (Purg. XIII, 102) totalmente sfacciate, loro come gli uomini, nel lusso degli abiti, le fiorentine e i fiorentini che Cacciaguida aveva conosciuto ripudiavano la vanità dello sfarzo vivendo nella morigeratezza dei sanicostumi. Le donne, infatti, si dedicavano ad allevare i figli, a filare la lana, a raccontare le leggende della fondazione di Firenze da parte dei Romani.
A quei tempi, conclude Cacciaguida, certe sfacciate donne fiorentine dei tempi di Dante avrebbero fatto stupire tutti. L’avo del poeta, insomma, non aveva vissuto il momento in cui la prospettiva del guadagno alimentò in Firenze l’arte della mercatanzia grazie a cui, nell’arco di un secolo e mezzo, la città divenne uno dei maggiori centri di potere economico dell’Europa intera.
Società fiorentina dell'epoca di Dante
La Firenze di Dante, dinamica e complessa, era anche una città intimamente lacerata, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista sociale e linguistico, e continuamente soggetta alla lotta civile. Nel mentre in cui il partito guelfo prendeva il comando della città, si acuivano sempre più i contrasti tra il ceto magnatizio, espressione dei ricchi mercanti fiorentini appartenenti alle Arti Maggiori, e il ceto popolano delle Arti Minori; le tensioni determinate da queste due parti accompagnarono la giovinezza di Dante che, sotto l’insegna del guelfismo, combatté nel 1289 a Campaldino contro la ghibellina città di Arezzo.
Dopo la cacciata dei Ghibellini, la Firenze guelfa si divise ulteriormente in due schieramenti: i Guelfi Bianchi, di cui fece parte il Poeta, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi, e che guardavano con simpatia i Ghibellini esiliati, e i Guelfi Neri, capeggiati dalla famiglia Donati, di ascendenza filopapale. La complessa realtà storica vissuta da Dante non è altro che il rispecchiamento dell’antica rivalità fiorentina, che vedeva contrapporsi la vecchia aristocrazia e la nascente borghesia affarista. Con l’affermarsi della fazione dei Neri, i Bianchi persero ogni controllo e carica pubblica, venendo allontanati dalla città. Lo stesso Dante, accusato di corruzione e baratteria, fu costretto a ritirarsi in esilio, abbandonando l’amata Firenze.
Il Paradiso immaginato da Dante
Il Regno del Paradiso, descritto da Dante nella sua Commedia, non è più connesso alla Terra: tutto è eterno ed etereo. Le parti che compongono il Paradiso non hanno una struttura fisica e concreta perché ogni elemento è prettamente spirituale. Riallacciandosi alla cosmologia tolemaica Dante immagina che, oltre una sfera detta “sfera del fuoco”, che divide il mondo terrestre dal Regno del Cielo, intorno alla Terra ruotino nove cieli disposti uno dentro l’altro. Questi cieli sono composti di una sostanza detta etere e muovendosi brillano, emettono suoni soavi, e riescono ad influenzare gli avvenimenti che hanno luogo sulla Terra e le persone che la abitano.
Nel Paradiso le anime beate non hanno restrizione e sono ammesse a godere di ogni luogo: Dio non fa più distinzioni, le varie sedi sono tutte collegate e accessibili.
Stile adottato da Dante nella Divina Commedia
Dante si serve dei più svariati apporti linguistici (dal fiorentino al provenzale, ai dialetti italiani, al latino, al greco e all'ebraico) e stilistici (dal registro basso e plebeo a quello illustre). Secondo Dante “La divina Commedia” ha uno stile medio, tra lo stile elevato o tragico ed elegiaco o umile, dovuto ai differenti linguaggi usati. Leggendo l'Opera, infatti, si può notare uno stile diverso per ogni cantica. Nella prima cantica il tono è cupo e dolente: il poeta ci fa assistere a scene altamente drammatiche; nella seconda siamo trasportati in un'atmosfera serena, in cui le anime soffrono rassegnate la penitenza che le renderà degne d'ascendere alla beatitudine, e in essa la poesia attinge toni soavi, nei quali il dolore si dissolve in un'attesa piena di speranza della gioia eterna; nella terza, infine, si procede in una luce sempre più viva verso la suprema felicità di perdersi nella contemplazione di Dio, e il tono della poesia si fa sempre più gioioso, fino all'"amor che muove il sole e l'altre stelle".
Il poema dantesco non poteva appartenere a nessuno dei generi della tradizione precedente e, quindi, non c'era un termine per definirlo. Per Dante, l'Eneide era una tragedia perché vi domina lo stile tragico, cioè alto e sublime. Secondo questo pensiero, egli definì il proprio poema Commedia perché prevale lo stile comico, ovvero medio e comune. Tuttavia, il termine Commedia viene usato solo nell'Inferno, mentre nel Paradiso si parla di Poema Sacro.
Condizione di Beatrice nel Purgatorio
Nel XXX canto del Purgatorio Dante, dopo essere stato costretto a lasciare Virgilio alle soglie del paradiso terrestre, incontra finalmente Beatrice. La donna beata espone a Dante le sue colpe e i suoi peccati, per prepararlo con un pianto liberatorio di pentimento al Paradiso. Beatrice ha un atteggiamento duro e intransigente ed esorta Dante a guardarla bene, rivelando il proprio nome e accusando il poeta di aver osato accedere al Paradiso Terrestre dove l'uomo è felice. Dante abbassa lo sguardo verso le acque del Lete, ma poiché si vede riflesso in esse e si vergogna, volge gli occhi all'erba. Beatrice gli sembra tanto severa quanto lo è la madre che rimprovera aspramente il figlio.
Caratteristiche del Purgatorio
Il purgatorio è il secondo dei tre regni dell'Oltretomba cristiano visitato da Dante nel corso del viaggio, con la guida di Virgilio. Dante lo descrive come una montagna altissima che si erge su un'isola al centro dell'emisfero australe totalmente invaso dalle acque, agli antipodi di Gerusalemme. L'isola è collegata al centro della Terra da una natural burella, una sorta di cunicolo sotterraneo che si estende in tutto l'emisfero meridionale e dove scorre un fiumiciattolo, probabilmente lo scarico del Lete.
Secondo Dante, le anime destinate al Purgatorio dopo la morte si raccolgono alla foce del Tevere e attendono che un angelo nocchiero le raccolga su una barchetta e le porti all'isola dove sorge la montagna. Qui arrivano su una spiaggia e sono probabilmente accolte da Catone l'Uticense che del secondo regno è il custode; quindi, alcune attendono nell'Antipurgatorio un tempo che varia a seconda della categoria di penitenti cui appartengono (contumaci, pigri a pentirsi, morti per forza, principi negligenti). L'attesa può protrarsi a lungo, ma non oltrepassare il Giorno del Giudizio in cui queste anime, comunque salve, accederanno al Paradiso. Terminato il periodo di attesa, i penitenti attraversano la porta del Purgatorio che è presidiata da un angelo, quindi accedono alle sette Cornici in cui è suddiviso il monte. In ogni Cornice è punito uno dei sette peccati capitali, in ordine decrescente di gravità e dunque con un criterio opposto rispetto all'Inferno: essi sono la superbia, l'invidia, l'ira, l'accidia, l'avarizia e prodigalità, la gola, la lussuria. All'ingresso di ogni Cornice ci sono esempi della virtù opposta (il primo dei quali è sempre Maria Vergine), mentre all'uscita ci sono esempi del peccato che si sconta; gli esempi possono essere raffigurati visivamente, dichiarati da delle voci o dai penitenti, rappresentati con delle visioni. Il passaggio da una Cornice all'altra è assicurato da delle scale, talvolta ripide e difficili da salire.
Le anime dei penitenti soffrono delle pene fisiche, analoghe per molti versi a quelle infernali e con un contrappasso, ma con la differenza che i penitenti non sono relegati per l'eternità in una Cornice ma procedono verso l'alto: quando un'anima ha scontato un peccato e si sente pronta a proseguire, passa alla Cornice successiva. Le anime si trattengono nelle varie Cornici un tempo che varia a seconda del peccato commesso, che in certi casi può essere nullo o protrarsi per anni o secoli. In ogni caso la pena non può andare oltre il Giudizio Universale, dopo il quale i penitenti accedono al Paradiso.
Quando l'anima di un penitente ha scontato per intero la sua pena, il monte è scosso da un tremendo terremoto e tutte le anime intonano il Gloria: a quel punto l'anima accede al Paradiso Terrestre, che si trova in cima alla montagna dopo il fuoco dell'ultima Cornice.
Elementi comuni delle donne dantesche dell'Inferno
Le figure femminili che Dante incontra nel suo viaggio ultramondano non sono molte, forse perché le donne non avevano una vita sociale attiva, di conseguenza si sapeva meno quello che succedeva loro o che loro stesse facevano. La caratteristica che le accomuna è la fragilità, ciò che invece le distingue è la loro sistemazione nei tre diversi regni che il poeta visita e di conseguenza i loro comportamenti e il loro attaccamento alla vita terrena.
Nell'inferno, infatti, le figure femminili sono vendicative, odiano chi le ha uccise e sono ancora molto legate alla vita terrena; nel purgatorio e nel paradiso invece, viene meno qualsiasi risentimento. Le anime del purgatorio vogliono essere ricordate dai loro cari nelle preghiere per accelerare il cammino di penitenza. Nel paradiso, infine, ambiscono soltanto a raggiungere Dio.
Atteggiamento di Dante nei confronti di Francesca da Rimini
Dante, che possiede un’anima nobile e sincera, prova compassione per i dannati, poiché è consapevole che essi, per l’eternità, non potranno vedere Dio né conoscere la beatitudine del Paradiso. È in questi momenti che la missione di Dante si fa ancora più forte, poiché è suo il compito di riportare l’umanità verso il cammino cristiano; la redenzione futura non potrà però cancellare, e nemmeno attenuare, i peccati che queste anime hanno compiuto in vita, dimenticando la fede verso Dio. Ecco allora che la pietà e la commozione non riescono a superare il forte sentimento della giustizia divina provata da Dante. Questo atteggiamento dantesco è molto evidente nell’episodio di Paolo e Francesca: i due amanti danno l’impressione di essere coinvolti in un amore sincero e non sembrano certo dei perversi.
In questo canto, il poeta dà voce a Francesca e crea un personaggio di struggente spessore. Il racconto di Francesca suscita la commozione e la pietà di Dante, tanto che questo sviene per la pietà provata al termine del racconto di Francesca. La giovane donna, infatti, è diversa dagli altri dannati, che esprimono la loro sofferenza con grida, parole blasfeme e lamenti; ella si rivolge a Dante in modo cortese, dolce e con tono pacato, nonostante soffra molto come gli altri peccatori. Il poeta prova questo sentimento perché, da un lato, si rattrista, partecipando alla sventura amorosa, e non resiste alle lacrime dei due amanti; dall’altro, è avvinto dalla perplessità tipica di un uomo di fede, che non può perdonare l’adulterio commesso da Paolo e Francesca e crede che il peccato sia una conseguenza della fragilità umana.
Firenze dell'avo di Dante, Cacciaguida
La descrizione di Firenze che viene fatta da Cacciaguida nel XV canto del Paradiso ci permette di comprendere la Firenze tra XIII e XIV secolo. L’avo di Dante, nato nel 1091 e morto in Terrasanta durante la seconda Crociata, racconta al suo pronipote di aver vissuto in una Firenze virtuosa e tranquilla, completamente aliena alle lotte intestine che caratterizzeranno il secolo di Dante, quando i fiorentini vivevano ancora comodamente dentro la cerchia di mura che la tradizione fa risalire all’epoca di Carlo Magno.
La Firenze di Cacciaguida era una Firenze sobria ed onesta; la popolazione non ostentava gioielli e monili sfarzosi, né le donne indossavano abiti alla moda per rendersi più appariscenti. Se le donne fiorentine, al tempo di Dante, se ne andavano per Firenze a petto nudo “mostrando con le poppe il petto” (Purg. XIII, 102) totalmente sfacciate, loro come gli uomini, nel lusso degli abiti, le fiorentine e i fiorentini che Cacciaguida aveva conosciuto ripudiavano la vanità dello sfarzo vivendo nella morigeratezza dei sanicostumi. Le donne, infatti, si dedicavano ad allevare i figli, a filare la lana, a raccontare le leggende della fondazione di Firenze da parte dei Romani.
A quei tempi, conclude Cacciaguida, certe sfacciate donne fiorentine dei tempi di Dante avrebbero fatto stupire tutti. L’avo del poeta, insomma, non aveva vissuto il momento in cui la prospettiva del guadagno alimentò in Firenze l’arte della mercatanzia grazie a cui, nell’arco di un secolo e mezzo, la città divenne uno dei maggiori centri di potere economico dell’Europa intera.
Concetto medievale della donna
Nel Medioevo la donna era considerata un essere inferiore, cosa che era confermata e ribadita dalla Chiesa. Nel diritto canonico, infatti, se fino a S. Tommaso la donna era stata "cosa necessaria all'uomo", con i Padri della Chiesa, divenne “la porta dell'Inferno".
Fin dal suo ingresso nel mondo partiva svantaggiata: la nascita di una bambina era vista come una disgrazia e provocava nei padri l'angoscia per la dote, che le avrebbero dovuto fornire. Nel Medioevo le donne potevano scegliere tra matrimonio e famiglia o cella del monastero. Erano considerate ben poco, gli uomini erano padroni di tutto e di tutti. Alle donne talvolta non era permesso neppure di partecipare a culti religiosi, a manifestazioni politiche.
Il matrimonio era di solito combinato dai genitori degli sposi, e veniva preceduto da una promessa solenne, con lo scopo di costituire e definire la dote il cui contributo era dovuto prevalentemente dallo sposo. Per essere giudicata una buona moglie doveva saper cucinare, lavorare a maglia, fare il bucato, attingere l'acqua dal pozzo, filare, tenere ordinata e pulita la casa, raccogliere la legna, governare il bestiame, aiutare gli uomini nei lavori rurali. La sua vita, pertanto, era vista come votata a due sole attività: le cure casalinghe e la procreazione.
A scuola, nei luoghi di studio, nei centri di istruzione superiore le donne erano quasi del tutto assenti; l'educazione femminile era quasi totalmente trascurata e le ragazze vivevano sempre chiuse in casa, fatta eccezione per i momenti in cui accompagnavano la madre in chiesa.
Società medievale e nascita della letteratura volgare
Il basso medioevo (XI-XIV secolo) è caratterizzato da un grande fermento nei diversi ambiti. Nella letteratura è legato al passaggio dal latino ai volgari nazionali: se fino all’incirca all’XI secolo gli intellettuali e i poeti si esprimevano per iscritto usando soltanto il latino, da qui in poi avranno la possibilità di scegliere. Per molti verrà naturale utilizzare entrambi gli idiomi in base al genere letterario e al pubblico. La prima fioritura della letteratura volgare si registra in Francia intorno al 1000, nell’ambiente ricco e raffinato delle corti, dove si venne a formare un pubblico in grado di apprezzare le nuove opere in volgare.
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