La neuropsicologia
Secondo una definizione di Lenzak del 1995: "la neuropsicologia è una scienza applicata che si interessa dello studio del comportamento, ovvero dell’espressione comportamentale di una lesione a livello cerebrale." Essendo una scienza applicata, si avvale del metodo sperimentale per studiare il comportamento e il rapporto tra mente e cervello. Per "mente" si fa riferimento ai processi cognitivi in generale, ma anche agli aspetti emotivi e motivazionali osservabili attraverso il comportamento. Pertanto, il comportamento va inteso come l’espressione di questi aspetti emotivi, cognitivi e motivazionali. Il cervello va immaginato come il correlato anatomico di questi comportamenti osservabili.
Disfunzione neuropsicologica
Tenendo conto della definizione di Lezak, per disfunzione neuropsicologica si fa riferimento a un’anomalia del funzionamento dell’individuo che si esprime a livello comportamentale e questa anomalia si manifesta a seguito di un danno neurologico. Possiamo identificare due tipologie di anomalie:
- Le anomalie evolutive si manifestano durante lo sviluppo di una funzione, quindi nell’ambito della neuropsicologia evolutiva, per esempio, i disturbi specifici dell’apprendimento ovvero un’alterazione dell’apprendimento nei processi base di lettura e scrittura per una scorretta evoluzione di queste facoltà.
- Le anomalie acquisite, ovvero anomalie che sopraggiungono durante l’età adulta in conseguenza ad un incidente cardiovascolare di qualsiasi tipo come il trauma cranico, una malattia degenerativa, un ictus, un tumore, una demenza, nei vari casi di abusi di alcool o droghe (come nel caso della sindrome di Korsakoff). Pertanto, in tutti questi casi parleremo di un disturbo di tipo acquisito. Un esempio di questo tipo di anomalia nell’ambito del linguaggio è sicuramente l’afasia.
La neuropsicologia come scienza multidisciplinare e interdisciplinare
La neuropsicologia è da considerare come una scienza multidisciplinare e interdisciplinare perché si avvale dell’aiuto e del sostegno di altre discipline. Ad esempio, si avvale della neuroanatomia, infatti, dobbiamo sempre osservare il correlato anatomico dei vari comportamenti, della neurologia, della neurofisiologia, della linguistica e dell’intelligenza artificiale.
Ambiti di applicazione della neuropsicologia: sperimentale
Il primo ambito di applicazione della neuropsicologia è quello sperimentale utilizzato in campo accademico per studiare il funzionamento normale delle varie funzioni cognitive. Per fare ciò ci si avvale non solo di pazienti sani, ma anche di pazienti con danni cerebrali al fine di comprendere, osservando il danno, il funzionamento cognitivo normale. Lo scopo della neuropsicologia sperimentale è sicuramente uno scopo conoscitivo di tipo euristico. Per studiare le funzioni mentali e le corrispondenti basi neurali si ricorre a diverse tecniche: metodi di neuroimaging e diversi metodi di correlazione neuroanatomica. Storicamente gli studi sono stati fatti anche sugli animali, ad esempio, troviamo l’etologia che studia il comportamento degli animali e può essere considerata un precursore e una sottobranca della neuropsicologia sperimentale cognitiva. Tra gli autori più importanti troviamo Lorenz e suoi studi relativi ai processi di apprendimento. Egli ha introdotto il concetto di imprinting inteso come una forma innata di apprendimento parziale rispetto a quello osservabile nell’essere umano. Lorenz aveva descritto l’esperimento dell’oca Martina. La prima figura vista dall’oca Martina appena nata è stata proprio quella di Lorenz e da quel momento l’oca ha associato questa figura umana alla figura paterna.
Ambiti di applicazione della neuropsicologia: clinica
In ambito clinico parleremo di neuropsicologia clinica che si occupa di indagare le alterazioni patologiche dei processi mentali attraverso lo studio di pazienti con danni cerebrali di diversa natura. Gli obiettivi non sono più euristici o conoscitivi, ma sono obiettivi diagnostici. Infatti, in seguito ad una lesione cerebrale ci saranno determinate alterazioni funzionali e quindi si potranno osservare delle alterazioni comportamentali tipiche. Sulla base della sintomatologia osservata sarà possibile fare una diagnosi neuropsicologica per poi avviare dei trattamenti riabilitativi.
La neuropsicologia clinica descrive, pertanto, i processi patologici cercando di spiegare questi quadri clinici attraverso dei modelli interpretativi. Nel corso degli anni, la neuropsicologia clinica si è occupata di creare degli strumenti tarati e standardizzati che potessero aiutare nella valutazione della sintomatologia comportamentale e cognitiva dei pazienti. Sottolineiamo, quindi, che le finalità sono: la diagnosi clinica e la riabilitazione neuropsicologica. A partire dalla valutazione della testistica si otterrà il profilo di funzionamento cognitivo del paziente sulla base del quale si andrà ad impostare il trattamento riabilitativo più adeguato. Qualsiasi paziente con cerebrolesione, come lesioni cerebrali vascolari, tumori, traumi cranici, patologie neurodegenerative, malattie genetiche ecc. che presenti deficit è passibile di valutazione neuropsicologica. A seconda dell’età del paziente si utilizzano test diversi: nel caso in cui a presentare una lesione sia un paziente in età evolutiva, gli strumenti e i test utilizzati dalla neuropsicologia clinica evolutiva sono diversi da quelli utilizzati dalla neuropsicologia clinica in età adulta.
L’approccio olistico e localizzazionismo
Ci sono dei passaggi che storicamente hanno portato all’approccio neuropsicologico. L’approccio più antico è stato quello olistico che prevedeva che la mente fosse un’entità unitaria e quindi che tutte le aree cerebrali contribuissero in maniera equivalente a determinate manifestazioni comportamentali. Secondo l’olismo, il danno comportamentale dovuto ad una lesione era proporzionale alla dimensione della lesione, quindi, tanto più una lesione è piccola quanto più la disfunzione comportamentale è limitata; al contrario, a seguito di una grande compromissione cerebrale avremo come correlato una disfunzione comportamentale massiccia osservabile. Il fatto che il cervello partecipasse in toto ad un determinato comportamento deriva da una visione limitata, quindi, si è passati dall’approccio olistico (mente come entità unitaria) all’approccio localizzazionista da cui è nato il metodo di correlazione anatomo-clinico. Secondo l’approccio localizzazionista una specifica funzione può essere localizzata in una specifica area cerebrale. Poi ci si è resi conto che, in realtà, anche questa visione risulta essere troppo estrema.
L’approccio circuiti neuronali
Con l’approccio dei circuiti neuronali ci si è resi conto che possono partecipare alla manifestazione di una funzione più aree cerebrali e non una singola area. Secondo questo approccio una funzione è svolta da un ampio circuito neuronale e la lesione di un’area appartenente a questo circuito può andare a disturbare la funzionalità di un intero circuito producendo un’alterazione anche in aree sane rispetto all’area originariamente lesa. Il circuito neuronale è ben spiegato dal concetto di diaschisi (La diaschisi è una diminuzione del metabolismo neuronale e del flusso ematico cerebrale causata dalla disfunzione/lesione di una regione cerebrale anatomicamente separata ma funzionalmente correlata.) introdotto da quando le tecniche di neuroimaging hanno permesso uno studio più approfondito del cervello. Infatti, prima uno studio anatomico del cervello poteva essere condotto solamente post-mortem e spesso dopo molto tempo rispetto alla manifestazione dei sintomi. Un esempio dell’adozione dell’approccio di circuiti neurali è sicuramente il neglect che rientra nei deficit di tipo attentivo, in cui il paziente, a seguito di una lesione solitamente parietale emisferica destra, non riesce oppure fa fatica a rivolgere l’attenzione allo spazio contro-lesionale quindi allo spazio di sinistra sia personale relativo al proprio corpo, sia extra-personale relativo all’ambiente che circonda il paziente. Se adottiamo l’approccio dei circuiti neurali possiamo notare che, nonostante la presenza di quella lesione parietale destra tipica del neglect, potrebbe anche darsi che il neglect non si manifesti. Potrebbe, invece, manifestarsi un disturbo differente dal neglect ma sempre legato al funzionamento di quel circuito in cui la zona parietale destra è coinvolta. Non è detto che, data una certa lesione anatomica, corrisponda per forza uno specifico e singolo disturbo.
Metodo di correlazione anatomo-clinica
L’approccio localizzazionista nasce in seguito al metodo di correlazione anatomo-clinica e la frenologia di Gall può essere considerata come il precursore di questo metodo di correlazione anatomo-clinica. Gall, circa a metà del XIX secolo, sosteneva che il cervello fosse l’organo deputato al controllo di tutte le facoltà e che fosse composto da organi specifici e localizzabili che svolgono ciascuno una funzione specifica nell’uomo. Il rapporto area-funzione è univoco secondo questa definizione. Gall utilizzava dei numeri per mostrare la localizzazione delle varie funzioni a livello cerebrale.
Questo metodo si sviluppa a partire dagli studi relativi ai disturbi del linguaggio e ci si è accorti che:
- Se era presente una lesione a carico dell’area temporale, in cui erano stati localizzati i centri delle immagini acustiche e verbale, era possibile che si manifestasse nel paziente un disturbo di comprensione.
- In presenza di una lesione nell’area frontale, deputata al centro delle immagini motorie e verbali si poteva osservare un disturbo a livello di produzione e di articolazione della parola.
Ciascuna area era associata ad una funzione e una lesione in una determinata area corrispondeva ad una disfunzione a carico di quella specifica funzione. L’aspetto clinico della correlazione anatomo-clinica coincideva con l’osservazione del comportamento che poteva avvenire in maniera spontanea (ossia osservando il comportamento del paziente durante la disfunzione) oppure osservando il comportamento del paziente a seguito di domande, questionari e test. Il correlato anatomico è legato alla possibilità di determinare quale fosse la sede e l’estensione della lesione a livello cerebrale utilizzando delle metodiche abbastanza precise (tecniche di neuroimaging sia strutturali che funzionali). Invece, lo studio del comportamento precedentemente era di tipo qualitativo: gli strumenti neuropsicologici di cui ci avvaliamo oggi (come i test) non erano ancora stati elaborati e sono arrivati più tardi.
Dominanza emisferica e specializzazione
È proprio nell’ambito di questa correlazione anatomo-clinica che è stato perfezionato il concetto di dominanza emisferica, sostituito poi nel XX secolo dal concetto di specializzazione dei due emisferi specializzati nello svolgere determinate funzioni. La specializzazione emisferica è già presente dalla nascita e si completa nella prima decade di vita. In particolare:
- L’emisfero sinistro è deputato ai processi di ideazione verbale (scrittura e lettura). Codifica i dati che riceve in simboli verbali e tende ad organizzare questi dati secondo un principio di similarità concettuale: un’arancia e una mela sono uguali in quanto frutti; quindi, la codifica è di tipo concettuale. Si tratta di un emisfero analitico e razionale.
- L’emisfero destro è deputato alla elaborazione di informazioni visuo-spaziali e visuo-percettive. Si occupa del riconoscimento tattile e visivo di forme. È coinvolto nella copia di disegni e quindi di materiale con salienza visuo-spaziale. È coinvolto anche nelle attività musicali non di tipo verbale, ma più astratte. In questo emisfero i dati sono organizzati secondo un principio di similarità strutturale: in questo emisfero arancia e mela sono uguali in quanto rotonde. Pertanto, tiene in considerazione una similarità relativa alla struttura e una salienza visuo-spaziale. Si tratta di un emisfero sintetico e intuitivo.
A seguito di una lesione all’emisfero sinistro sarà più facile osservare disturbi verbali legati al linguaggio come le afasie. A seguito di una lesione all’emisfero destro sarà più frequente osservare alterazioni a carico delle abilità visuo-spaziali come la negligenza spaziale unilaterale. Tuttavia, è necessario sottolineare che in caso di necessità un emisfero può assumere delle competenze per compensare una disfunzione a carico dell’emisfero leso. Tutto ciò è possibile grazie al meccanismo di plasticità neuronale: esiste non solo nelle prime fasi della vita, ma ci assiste durante tutto l’arco della vita.
Versione classica del metodo di correlazione anatomo-clinica
La versione tradizionale di questo metodo di correlazione anatomo-clinica prevedeva:
- L’analisi del comportamento del paziente: osservo il comportamento del paziente e rintraccio dei sintomi relativi alla funzione del linguaggio (come i sintomi dell’afasia).
- L’individuazione della lesione cerebrale associata alla comparsa di quei sintomi.
- La possibilità di inferire che la base neurale di quella funzione che risulta alterata sia localizzata in quell’area cerebrale lesa.
Ci si è poi resi conto dei limiti del metodo di correlazione anatomo-clinica e che questa visione fosse troppo astringente. Grazie al concetto di diaschisi è avvenuto il passaggio dal metodo di correlazione anatomo-clinica tradizionale al metodo dei circuiti neurali, in quanto ribadisce il fatto che la correlazione va fatta con l’intero circuito di cui l’area lesa fa parte e che può essere stato reso malfunzionante dal danno focale.
Limiti del metodo di correlazione anatomo-clinica
Sono stati evidenziati storicamente anche dei limiti di questo approccio:
- L’esame anatomo-patologico che si avvale delle varie tecniche di neuroimaging si affianca all’analisi del comportamento che inizialmente era un’analisi piuttosto approssimativa basata solo su una osservazione informale del comportamento del paziente e non su un’osservazione sistematica e rigorosa.
- Questo metodo non teneva conto di diverse variabili che potevano andare a condizionare quella specifica manifestazione comportamentale come variabili demografiche (età, sesso, aspetti socio-culturali) e riserva cognitiva ossia quel bagaglio che l’individuo si crea nel corso della sua vita; variabili eziologiche (relative alle caratteristiche della lesione). Ad esempio, ipotizzando un danno a carico della funzione del linguaggio con eziologia vascolare: a ridosso dell’evento vascolare la sintomatologia del paziente e quindi disfunzione linguistica può essere molto importante e col passare del tempo potrebbe esserci un’attenuazione rispetto alla sintomatologia iniziale. Se lo stesso tipo di disfunzione linguistica avesse un’eziologia diversa, ad esempio, non vascolare ma oncologica, l’andamento della sintomatologia potrebbe essere differente. Infatti, il disturbo del linguaggio potrebbe essere solo accennato e a mano a mano che la patologia progredisce e la lesione diventa più grande.
Capire questi aspetti eziologici è molto importante per riuscire a dare un’interpretazione corretta al comportamento che osserviamo. La soluzione adottata per cercare di porre rimedio a questi limiti del metodo di correlazione anatomo-clinica tradizionale è rappresentata dal metodo neuropsicologico attuale.
Metodo neuropsicologico
Per tentare di ovviare a questi limiti, il metodo neuropsicologico mette in atto 3 accorgimenti:
- È necessario che la ricerca neuropsicologica venga fatta su gruppi di pazienti, mentre precedentemente era fatta su casi singoli. Quanto più il campione di pazienti esaminati è esteso e tanto più sarà rappresentativo della popolazione che vogliamo andare a studiare e tanto più terrà conto di tutte quelle variabili eziologiche e demografiche.
- L’esame neuropsicologico si deve basare su paradigmi quantitativi e standardizzati, non più semplicemente sull’osservazione informale del comportamento. Risulta, pertanto, necessario creare degli strumenti per poter misurare il comportamento a livello quantitativo e non più osservarlo solo a livello qualitativo. Nascono così i test neuropsicologici: si tratta di test tarati, standardizzati e con delle precise regole di somministrazione e quantificazione dei punteggi.
- Un altro aspetto essenziale del metodo neuropsicologico attuale è il fatto che la prestazione del paziente che sto studiando deve essere confrontata con i risultati di un gruppo di soggetti normali, ossia con il gruppo di controllo. Questo confronto si attua attraverso dei procedimenti statistici proprio per vedere se il comportamento del paziente che sto osservando si colloca sopra o sotto la norma.
Assunti di base della neuropsicologia
Storicamente, gli assunti base della neuropsicologia sono essenzialmente tre:
- Principio della modularità: Questo principio sostiene un’architettura modulare della mente. Ciascun sistema complesso (come, ad esempio il sistema memoria) può essere scomposto in sottocomponenti, ovvero nei cosiddetti moduli di Fodor. Ciascuno di questi moduli secondo Fodor ha delle caratteristiche specifiche: innato, indipendente dagli altri ma comunicante, astratto.
- Assunzione di corrispondenza
- Assunzione di costanza
Principio della modularità
Prendendo per esempio il sistema memoria, essa può essere scomposta in tre moduli secondo Tulving:
- Memoria episodica, è la memoria relativa al tempo e allo spazio, è l’apprendimento di nuove informazioni legate al qui e ora: “ho guidato la mia prima bicicletta” questo è un esempio di un ricordo legato alla memoria episodica, perciò un ricordo che ha una specifica connotazione di spazio e di tempo.
- Memoria semantica, legata alle conoscenze enciclopediche che l’individuo ha acquisito nel tempo.
... (Il testo originale termina qui e manca la continuazione sulla memoria semantica e altri dettagli.)
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