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Il paradigma in sociologia

La parola paradigma in sociologia ha diversi significati, quali: teoria, articolazione interna di una teoria, scuola o pensiero. Il paradigma è una prospettiva teorica che è condivisa e riconosciuta dagli scienziati, fondata su acquisizioni precedenti e indirizza la ricerca riguardo alla scelta dei fatti rilevanti da studiare. Esso rappresenta una visione del mondo, che precede l’elaborazione teorica.

Kuhn e le rivoluzioni scientifiche

Nel 1972 Kuhn scrive l’opera “La struttura delle rivoluzioni scientifiche”, affermando che in certi momenti, detti rivoluzionari, si interrompe il rapporto di continuità con il passato e si inizia un nuovo corso in modo non completamente razionale. Il passaggio da una teoria ad un’altra è così globale che Kuhn lo chiama rivoluzione scientifica; vi è un cambiamento dei problemi da porre all’indagine scientifica e ai criteri con cui si stabilisce cosa si considera come problema ammissibile.

I paradigmi della ricerca sociale

Possiamo individuare due paradigmi fondamentali che hanno indirizzato la ricerca sociale: il positivismo e l’interpretativismo.

Positivismo

Esso studia la realtà utilizzando gli apparati concettuali, le tecniche di osservazione, gli strumenti di analisi matematica. Il primo vero sociologo positivista fu Durkheim, il quale con la sua teoria imponeva di trattare i fatti sociali come cose effettivamente esistenti al di fuori delle coscienze individuali e studiabili oggettivamente. L’ontologia di questo paradigma afferma che la realtà sociale ha esistenza effettiva ed è conoscibile, si basa sul dualismo tra ricercatore e oggetto di studio, presume di ottenere risultati veri e certi, di spiegare e formulare leggi naturali e generali immutabili. La metodologia prevede esperimenti e manipolazioni della realtà, mentre il suo modo di procedere è di tipo induttivo (dal particolare al generale). Le tecniche utilizzate sono quantitative (esperimenti e statistica).

Neopositivismo

Esso nasce per rispondere alle critiche sul positivismo. Da un punto di vista ontologico, adotta il realismo critico che afferma l’esistenza di una realtà sociale esterna all’uomo, ma che essa è conoscibile solo imperfettamente. L’epistemologia prevede il riconoscimento del rapporto di interferenza tra studioso e studiato, che deve essere il più possibile evitato per poter formulare leggi, limitate nel tempo e soggette alla continua falsificazione per poter arrivare alla conoscenza assoluta. La metodologia resta quella del positivismo, anche se c’è un’apertura verso i metodi qualitativi.

Interpretativismo

Weber rappresenta il maggior esponente; l’interpretativismo si pone l’obiettivo di comprendere la realtà. La sua ontologia prevede il costruttivismo e il relativismo (realtà multiple), non esiste una realtà oggettiva ma realtà individuali o condivise tra gruppi sociali, di conseguenza non esiste una realtà universale valida per tutti. L’epistemologia prevede una separazione tra studioso e oggetto studiato. La ricerca sociale è vista come una scienza interpretativista alla ricerca di significati piuttosto che di leggi. Il suo scopo è quello della comprensione del comportamento individuale, per raggiungerlo la ricerca sociale può servirsi di astrazioni e generalizzazioni. La metodologia prevede l’interazione tra studioso e oggetto studiato, perché solo in questo modo è possibile comprendere il significato attribuito dal soggetto alla propria azione. Le tecniche sono di tipo qualitativo e soggettive, mentre il metodo utilizzato è quello dell’induzione.

Critiche ai paradigmi

Una radicalizzazione del positivismo consiste nel riduzionismo, ovvero ridurre la ricerca sociale ad una mera raccolta di dati senza un’elaborazione teorica che la supporti. In questo modo la ricerca sociale diventa una massa di dati poco rilevanti. La critica maggiore mossa al positivismo è quella di separare troppo le categorie osservative da quelle teoriche, quindi non è possibile sostenere che le forme di conoscenza non siano storicamente e socialmente determinate e dipendenti dalle teorie utilizzate. Mentre per l’interpretativismo, le critiche maggiori sono rivolte alla teoria originale di Weber, che pur affermando la centralità dell’interpretazione soggettiva, non escludeva la possibilità di arrivare a delle forme di generalizzazione conoscitiva; ciò portava a spingersi verso un soggettivismo estremo. In questo modo si esclude la possibilità di una scienza sociale poiché se tutto è soggettivo e unico non possono esistere leggi sociali comuni a più individui che hanno assunto autonomia rispetto ai singoli.

Ricerca quantitativa e qualitativa

Nella ricerca quantitativa il rapporto con la ricerca qualitativa è strutturato in fasi sequenziali, secondo un’impostazione deduttiva (la teoria precede l’osservazione) che si muove nel contesto della giustificazione. Nel caso della ricerca qualitativa, l’elaborazione teorica e la ricerca empirica procedono intrecciate. Anche i concetti sono usati in modo diverso dai due approcci. I concetti sono gli elementi costitutivi della teoria, e tramite la loro operativizzazione permettono alla teoria di essere sottoposta a controllo empirico.

Concetti nella ricerca

Nella ricerca quantitativa la chiarificazione e l’operativizzazione avvengono ancor prima di iniziare la ricerca, offrendo il vantaggio di poter rilevare il concetto empiricamente ma lo svantaggio di una forte riduzione e impoverimento del concetto. Un ricercatore qualitativo utilizza il concetto come orientativo, ancora da definire. I concetti diventano quindi una guida di avvicinamento alla realtà empirica.

Rapporto con l'ambiente

Il rapporto generale con l’ambiente studiato, per la ricerca quantitativa essa può essere manipolata mentre per la ricerca qualitativa ciò non è ammissibile essendo che si basa su un approccio naturalistico. L’interazione psicologica con i singoli soggetti studiati differisce anche nei due approcci: per la ricerca quantitativa deve essere assunta una prospettiva distaccata, studiando solo ciò che ritiene importante; per la ricerca qualitativa dobbiamo soffermarci sulla realtà del soggetto perciò tende a sviluppare con i soggetti una relazione di immedesimazione empatica. Anche l’interazione fisica con i singoli soggetti studiati si pone in maniera differente: la ricerca quantitativa non prevede alcun contatto fisico tra studioso e oggetto studiato, mentre nella ricerca qualitativa il contatto è un fattore essenziale per la comprensione. Il soggetto studiato risulta passivo nella ricerca quantitativa, mentre ha un ruolo attivo nella ricerca qualitativa.

Rilevazione dei dati

Nella ricerca quantitativa il disegno della ricerca è costruito prima ancora dell’inizio della rilevazione ed è rigidamente strutturato e chiuso; mentre nella ricerca qualitativa il ricercatore è più preoccupato della rappresentatività di ciò che sta studiando piuttosto che delle sue capacità di comprendere, per la ricerca qualitativa invece riscuote maggiore importanza il singolo caso. Lo strumento di rilevazione è anch’esso differente: nella ricerca quantitativa è uniforme per garantire la validità statistica, mentre per la ricerca qualitativa le informazioni sono approfondite a livelli diversi. La natura dei dati nella ricerca quantitativa sono oggettivi e standardizzati mentre per quella qualitativa si preoccupa della loro ricchezza e profondità soggettive.

Analisi dei dati e risultati

La ricerca quantitativa raccoglie le proprietà individuali di ogni soggetto per lo scopo della ricerca e si limita ad analizzare statisticamente queste proprietà. L’obiettivo dell’analisi sarà spiegare la varianza delle variabili dipendenti, trovare quindi le cause che provocano la variazione delle variabili dipendenti. La ricerca qualitativa non frammenta i soggetti in variabili, ma li considera nella loro interezza. L’obiettivo sarà quello di comprendere le persone, interpretando il punto di vista dell’attore sociale. Le tecniche matematiche e statistiche sono fondamentali per la ricerca quantitativa, mentre sono considerate inutili e dannose per la ricerca qualitativa.

Nella presentazione dei dati i due metodi differiscono tra loro:

  • La ricerca quantitativa si serve delle tabelle grazie alle quali si ha una maggiore chiarezza e sinteticità, ma presentano uno schema mentale che può non corrispondere alle reali categorie mentali dei soggetti, impoverendo la ricchezza delle informazioni
  • La ricerca qualitativa invece si serve di narrazioni, ponendosi come una “fotografia” dei dati riportati, ovviando a quei difetti che si hanno nell’utilizzo delle tabelle

La generalizzazione dei dati risulta anch’essa differente, la ricerca quantitativa si pone l’obiettivo di enunciare rapporti casuali tra le variabili che possano spiegare i risultati ottenuti; mentre nella ricerca qualitativa cerchiamo di individuare tipi ideali, ovvero categorie concettuali che non esistono nella realtà, lo scopo dei tipi ideali è quello di essere utilizzati come modelli con i quali interpretare la realtà stessa. La ricerca qualitativa non si preoccupa di spiegare i meccanismi casuali che stanno alla base dei fenomeni sociali, ma cerca di descrivere le differenze interpretandole, al contrario la ricerca quantitativa ha come fine ultimo quello di individuare il meccanismo casuale.

Infine notiamo che la profondità dell’analisi e l’ampiezza della ricerca sono inversamente correlate, ad un maggior numero di casi esaminati corrisponde un minor approfondimento dei casi. Data la maggiore quantità dei casi esaminati dalla ricerca quantitativa, risulta una maggiore generalizzabilità dei risultati rispetto a quelli della ricerca qualitativa.

A questo punto ci si potrebbe chiedere se uno dei due approcci è “scientificamente” migliore dell’altro, in questo caso prendiamo in considerazione tre proposizioni:

  • I due approcci sono incompatibili tra di loro
  • L’utilità dell’approccio qualitativo la ritroviamo solo in una prospettiva preliminare di stimolazione intellettuale
  • Pari dignità dei due metodi, auspica allo sviluppo di una scienza sociale che scelga per l’uno o per l’altro approccio

Entrambi gli approcci si possono considerare come due diversi modi di fare ricerca che possono contribuire insieme alla conoscenza dei fenomeni sociali, integrandosi per una migliore comprensione della realtà da punti di vista differenti.

La ricerca scientifica

La ricerca scientifica è un processo creativo di scoperta che si sviluppa secondo un itinerario prefissato e procedure prestabilite che si sono consolidate all’interno della comunità scientifica. Questo significa che un atto della scoperta sfugge alle analisi logiche, ma la ricerca empirica deve essere pubblica, controllabile e ripetibile per poter essere definita scientifica. Per questo esiste un percorso “tipico” della ricerca sociale che parte dalla teoria, attraversa le fasi di raccolta e analisi dei dati e ritorna alla teoria.

Le fasi della ricerca scientifica

Si possono individuare 5 fasi:

  • Della teoria
  • Delle ipotesi, legata alla prima attraverso il processo della deduzione
  • Raccolta dei dati, a cui si arriva attraverso il processo di operativizzazione che porta alla definizione del disegno della ricerca cioè a un piano di lavoro che stabilisce le varie fasi dell’osservazione, cioè la trasformazione delle ipotesi in affermazioni empiricamente osservabili
  • Analisi dei dati, preceduta dall’organizzazione dei dati rilevati
  • Rappresentazione dei risultati, si arriva tramite un processo di interpretazione delle analisi statistiche

Infine il ricercatore ritorna alla teoria iniziale tramite un processo di induzione, che confronta i risultati ottenuti con la teoria precedente. Per elaborare un’ipotesi si parte da una teoria, insieme di preposizioni tra loro collegate che si propongono a un elevato livello di astrazione e generalizzazione rispetto alla realtà empirica, le quali sono derivate da regolarità empiriche e dalle quali possono essere derivate dalle previsioni empiriche. Una teoria deve essere organizzata in ipotesi specifiche; l’ipotesi implica una relazione tra due o più concetti, si colloca ad un livello inferiore di astrazione e generalità rispetto alla teoria. La validità di una teoria dipende dalla sua traduzione in ipotesi empiricamente verificabili.

È importante specificare la differenza tra generalizzazioni empiriche e teorie: la prima sono proposizioni isolate che riassumono uniformità razionali osservate tra due o più variabili, le seconde invece nascono quando queste proposizioni sono raccolte e sussunte in un sistema concettuale che si colloca ad un livello superiore di astrazione. Talvolta la pratica della ricerca si sviluppa con ordini diversi rispetto a quello canonico: è possibile che le ipotesi vengano sviluppate dopo aver raccolto i dati e con questi confrontati a posteriori. Oppure si ricorre alla teoria dopo aver analizzato i dati, una nuova teoria può essere scoperta nel corso della fase empirica. Talora la rilevazione viene prima delle ipotesi per ragioni di forza maggiore, come nel caso dell’analisi secondaria quando si applica una seconda analisi a dati raccolti da altri ricercatori in tempi precedenti.

Concetti e variabili

Il termine concetto si riferisce al contenuto semantico dei segni linguistici e delle immagini mentali, esso può includere ogni specie di segno o di procedura semantica, astratto, concreto, universale. L’ipotesi rappresenta un’interconnessione tra concetti, i concetti sono i “mattoni della teoria” e attraverso la loro operativizzazione si realizza la traduzione empirica di una teoria. Il concetto è il legame tra la teoria e il mondo empirico osservabile. I concetti possono riferirsi ad astrazioni impossibili da verificare empiricamente (felicità, potere) oppure entità concrete (oggetti, persone). Ma se i concetti formano una teoria, come possiamo verificarla empiricamente? Bisogna passare dai concetti astratti alla loro applicazione come proprietà degli specifici oggetti studiati (unità di analisi). Una proprietà misurabile di una unità di analisi viene chiamata variabile, essa è una proprietà di una unità di analisi a cui sono assegnati valori diversi.

L’unità di analisi rappresenta l’oggetto sociale al quale si riferiscono le proprietà studiate. Devono essere determinate con precisione nel momento in cui si vuole sottoporre a controllo empirico una teoria mediante una specifica ricerca di quantitativo. Le unità di analisi possono essere rappresentate dall’individuo, dall’aggregato di individui, dal gruppo-organizzazione-istruzione, dagli eventi sociali. L’unità di analisi è singolare ed astratta mentre chiamiamo casi gli esemplari specifici di quella data unità di analisi che vengono studiati, sui quali si rilevano i dati. Una variabile è un concetto operativizzato, o meglio la proprietà operativizzata di un oggetto, in quanto il concetto per poter essere operativizzato deve essere applicato ad un oggetto diventandone proprietà. Le variabili possono variare tra diverse modalità, il caso limite è quello in cui risulta invariante nello specifico sottoinsieme degli oggetti studiati. Le variabili possono variare nel tempo, su uno stesso caso oppure fra i casi nello stesso tempo.

Classificazione delle variabili

Le variabili possono essere classificate secondo la loro manipolabilità:

  • Variabili manipolabili e non manipolabili: le prime sono quelle che possono essere modificate dal ricercatore, quelle non manipolabili non possono essere controllate;
  • Variabili dipendenti e indipendenti: una variabile influenza un’altra, la variabile indipendente è ciò che influenza mentre quella dipendente è ciò che è influenzato.
  • Variabili latenti e osservate: la distinzione si basa sulla osservabilità, sulla possibilità di rilevazione empirica. Le prime sono variabili non direttamente osservabili in quanto rappresentano concetti molto generali o complessi, le seconde invece sono facilmente rilevabili. In ogni caso entrambe possono essere operativizzate
  • Variabili individuali e collettive: le variabili individuali sono specifiche di ogni individuo, quelle collettive sono proprie di un gruppo sociale. Le variabili collettive si dividono a loro volta in variabili aggregate dove la proprietà del collettivo deriva dalle proprietà dei singoli componenti nel gruppo e in variabili globali quando le caratteristiche esclusive del gruppo non derivano da proprietà dei membri che lo compongono.

Le variabili sono fondamentali nella ricerca empirica, anche se ogni definizione operativa è lasciata all’arbitrio del ricercatore, che deve esercitare e giustificare le sue scelte. Un altro pericolo che porta l’operativizzazione è quello della reificazione, cioè identificare la definizione operativa di un concetto con il concetto stesso. La definizione operativa è necessaria per fondare scientificamente e oggettivamente la ricerca sociale.

Tipi di variabili

Un’altra classificazione molto importante è quella tra le variabili:

  • Nominali, quando la proprietà da registrare assume stati discreti non ordinabili, ovvero finiti e delimitati che non hanno alcun ordine o gerarchia tra essi. Gli stati di una proprietà così descritta si chiamano categorie, mentre le categorie operativizzate ovvero gli stati della variabile, vengono definite modalità. Nel caso in cui ci siano solo due modalità si parla di variabili dicotomiche
  • Ordinabili, quando la proprietà da registrare assume stati discreti ordinabili; in questo caso è possibile stabilire non solo relazioni di eguaglianza e differenza, ma anche di maggiore o minore.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cate___repice di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di metodi e tecniche dell'intervista e del questionario e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università della Calabria o del prof Savini Silvia.
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