Concetti Chiave
- Luigi Pirandello, nato nel 1867 ad Agrigento, è un autore di fama internazionale, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1934.
- Il protagonista Mattia Pascal è caratterizzato da una descrizione fisica e psicologica complessa, evidenziando la sua malinconia e la ricerca di identità.
- La narrazione è ambientata tra Miragno e Roma, due luoghi che riflettono la contraddittorietà della vita e le ingiustizie sociali del tempo.
- Lo stile di Pirandello è lineare e scorrevole, arricchito da immagini emblematiche che permettono una profonda introspezione psicologica.
- L'umorismo pirandelliano emerge come una forma di critica alla realtà, portando alla luce le maschere che gli individui indossano nella vita quotidiana.
redir: https://www.skuola.net/libri/pirandello-mattia-pascal1464x.html
Luigi Pirandello nacque in contrada Caos, presso l'odierna Agrigento, nel 1867 e morì a Roma nel 1936. Compiuti gli studi liceali a Palermo, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Roma, ma completò il proprio curriculum a Bonn, dove si laureò nel 1891 in filologia romanza. Di condizioni economiche piuttosto agiate (il padre gestiva alcune solfatare nella zona di Agrigento), nel 1892 si stabilì a Roma, dove prese a frequentare intensamente gli ambienti letterari collaborando a numerose riviste e intraprendendo dal 1897 la carriera universitaria come professore di lingua italiana presso l'istituto superiore di magistero. Si era nel frattempo sposato con Maria Antonietta Portulano, dalla quale aveva avuto tre figli. Nel 1903 l'allagamento di una solfatara provocò un grave dissesto economico della famiglia, in seguito al quale le già precarie condizioni mentali della moglie si aggravarono ulteriormente. Costretto a lavorare intensamente per far fronte alle ristrettezze economiche, Pirandello incrementa le sue collaborazioni giornalistiche e si dedica alla narrativa e al teatro, ottenendo crescenti successi nazionali ed internazionali, che gli valgono nel 1934 il premio Nobel per la letteratura.
- aspetto fisico;
- formazione culturale;
- estrazione economico-sociale;
- definizione psicologico-morale.
Nel libro non vi è una parte che descrive specificatamente i caratteri corporali del protagonista, le informazioni a riguardo si possono trarre solo leggendo attentamente gli "indizi" nei vari capitoli. Mattia Pascal non era un bell'uomo; era di corporatura robusta, longilinea e teneva i capelli molto corti e la barba ben curata, lo strabismo dell'occhio sinistro marcava la sua naturale bruttezza; dopo la metamorfosi che l'aveva portato a vestire i panni di Adriano Meis, il protagonista portava i capelli lunghi che lo facevano assomigliare ad "un filosofo tedesco", era sbarbato e si era fatto correggere, con una operazione chirurgica, l'occhio sinistro strabico.
La formazione culturale di Mattia Pascal era assolutamente pessima, il suo maestro Pinzone l'aveva allevato tra false citazione ed autori inventati e Mattia aveva ricevuto un educazione alla cultura che rasentava l'analfabetismo; la sua esperienza in campo agronomico era scarsa nonostante i suoi poderi e Pirandello accenna anche all'inettitudine del Pascal al riguardo delle problematiche economiche (quando, circuito da Batta Malagna, non si fa pagare un vecchio credito).
Quando il padre era ancora in vita e riusciva a rendere redditizio il proprio lavoro, la famiglia Pascal godeva di una posizione sociale privilegiata e di una discreta disponibilità economica; dopo la morte del padre la famiglia Pascal subì vari torti e ruberie da parte di Batta Malagna, a causa di ciò non fu possibile far perdurare l'originario tenore di vita e Mattia Pascal dovette andare a lavorare come bibliotecario comunale, uno dei lavori più "bassi" e mal retribuiti di Miragno.
Mattia Pascal, dal punto di vista etico, non si può certo definire come una persona sporca o bassa, anzi gli stanno a cuore le sofferenze patite dalla gente a lui vicina (è estremamente preoccupato nel vedere la madre bistrattata dalla vedova Pescatore ed è afflitto nel vedere, a Roma, Adriana Paleari tormentata e sobillata da Terenzio Papiano); per le persone che con lui avevano avuto dei comportamenti scorretti, spesso Mattia Pascal ha delle "cadute di stile" e per loro riserva solo rancore e sentimenti negativi (Batta Malagna, la vedova Pescatore, Terenzio Papiano...).
Tutto sommato l'etica del Pascal si può considerare medio – alta perché, nonostante i "due anni e mesi" in cui ha girovagato per l'Europa, non ha mai avuto avventure sessuali ambigue e non ha mai rivelato propositi poco trasparenti (a Montecarlo, solo per aver avuto il sospetto di essere invischiato in affari illeciti, non ha esitato a lasciare il Casinò senza ulteriori approfondimenti della situazione).

Dal punto di vista psicologico Mattia Pascal era una persona fondamentalmente malinconica e triste, anche se la sua resistenza alla solitudine rivela un'inaspettata forza di carattere; Pirandello, in questa specifica caratterizzazione del protagonista, riversa probabilmente tutta la sua filosofia personale, rendendo Mattia Pascal un individuo alla ricerca dei certezze, assillato da forti contrasti esistenziali che mettevano a nudo il suo disagio nei confronti di quell'apparenza inquinata che, con i suoi complessi e il suo edonismo, potrebbe contaminare anche l'essenza più profonda dell'uomo.
Mattia Pascal è, senza dubbio, uno dei personaggi più controversi ed introspettivi della letteratura italiana.
La madre di Mattia Pascal, dopo essere rimasta vedova del marito, non era più riuscita a continuare il suo lavoro nei poderi e negli uliveti ed era costretta a subire le angherie e i soprusi di Batta Malagna che, lentamente, stava spogliandola di tutto il suo patrimonio.
"Santa donna, mia madre! D'indole schiva e placidissima, aveva così scarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla parlare, pareva una bambina. Parlava con accento nasale e rideva anche col naso, giacché ogni volta, come si vergognasse di ridere stringeva le labbra. Gracilissima di complessione, fu, dopo la morte di mio padre, sempre malferma in salute; ma non si lagnò mai de' suoi mali, né credo che se ne infastidisse neppure con se stessa, accettandoli, rassegnata, come una conseguenza naturale della sua sciagura. Forse si aspettava di morire anch'essa, dal cordoglio, e doveva dunque ringraziare Iddio che la teneva in vita, pur così tapina e tribolata, per il bene dei figliuoli."
Zia Scolastica era la sorella del padre di Mattia Pascal, "una zitellona bisbetica, con un pajo d'occhi da furetto, bruna e fiera."
La zia insisteva con la madre di Mattia perché si sposasse con Gerolamo Pomino, un contadino vedovo onesto e rispettoso; si lamentava oltretutto con lei dell'incompetente amministrazione dei poderi di famiglia da parte di Batta Malagna, sarà proprio la zia a salvare la madre di Mattia da un'insostenibile situazione che si era venuta a creare a coabitando con la moglie e la suocera del figlio.
Gerolamo Pomino era il contadino le cui terre confinavano con quelle dei Pascal, era il padre del migliore amico di Mattia e, rimasto vedovo, sembrava essersi innamorato della mamma di Mattia. Ma non si risposò mai.
Francesco (o Giovanni) Del Cinque detto Pinzone "era di una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura; e più alto, Dio mio, sarebbe stato, se il busto, tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in su, non gli si fosse curvato sotto la nuca, in una discreta gobbetta,da cui il collo pareva uscire penosamente, come quel d'un pollo spennato, con un grosso nottolino protuberante che gli andava su e giù."
Era, per così dire, il maestro di Mattia Pascal e di suo fratello Roberto ma, essendo ignorante in materie scolastiche elementari, si inventava autori e citazioni attingendo spesso dalla sua personale produzione poetica.

"Scivolava tutto: gli scivolavano nel lungo faccione, di qua e di là, le sopraciglia e gli occhi; gli scivolava il naso su i baffi melensi e sul pizzo; gli scivolavano dall'attaccatura del collo le spalle; gli scivolava il pancione languido, enorme, quasi fino a terra, perché, data l'imminenza di esso su le gambette tozze, il sarto, per vestirgli quelle gambette, era costretto a tagliarli quanto mai agiati i calzoni; cosicché, da lontano, pareva che indossasse invece, bassa bassa, una veste, e che la pancia gli arrivasse fino a terra."
Oliva Salvoni, figlia di Pietro, fattore dell'uliveto del podere Due Riviere, era la donna in primo tempo amata da Mattia Pascal che, innamoratosi di un'altra ragazza, ha reso Oliva una donna disperata.
Gerolamo Pomino detto Mino, figlio omonimo di Gerolamo Pomino, era il miglior amico di Mattia; è proprio Gerolamo che sensibilizza il padre, diventato assessore alla cultura, nel dare a Mattia Pascal il posto come bibliotecario del paese.
Marianna Dondi, vedova Pescatore "...mi porse appena la mano: gelida mano, secca, nodosa, gialliccia; e abbassò gli occhi e strinse le labbra". Marianna Dondi era una vedova profondamente dispotica, le sua odiosa autorità si espandeva anche su Mattia, che fuggì anche per allontanarsi da quella costante tortura.
Romilda Pescatore, già dalla prima caratterizzazione di "Luigi Pirandello - Mattia Pascal", Romilda appare come una ragazza permalosa ma lasciva, ella si sposerà con Mattia ma, dopo la morte dei loro due figli, il matrimonio naufragherà e Mattia, sentendosi odiato anche dalla moglie, fuggirà dal paese.
Filippo era "un vecchio mugnajo" che faceva la guardia al mulino del podere Stìa dei Pascal; quando, dopo la morte di sua figlia, Mattia Pascal fece per buttarsi nel pozzo della Stìa, egli lo fermò e lo consolò.
Il vecchio sul treno, "...magro magro, tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva la sottile ironia..." contribuì anch'egli involontariamente nella ricerca di un nome per "l'ormai defunto" Mattia Pascal.
Era un signore, incontrato da Adriano Meis in una trattoria, che all'inizio sembrava simpatico ma si rivelò essere un grandissimo bugiardo, una persona patetica e complessata (portava i tacchi per non far notare troppo la sua scarsa statura).

Nel capitolo XIII, Anselmo Paleari spiega ad Adriano Meis le sue teorie filosofiche che si rifanno alla dottrina teosofica; parla di Dio e del relativo Mistero, pone ad Adriano alcuni dubbi sull'esistenza di questo Mistero imperscrutabile che molti sapienti avevano tentato di risolvere e gli chiede se questo Mistero non fosse che un pensiero formulato dalla mente umana e soggettiva. In realtà, nessuno di questi dubbi sarà risolto ed Adriano Meis rimarrà con una desolazione interna inquietante che lo porterà a particolari considerazioni esistenziali che si allontanano dalla teosofia del Paleari.
Adriana Paleari era la figlia del signor Anselmo, gestiva la pulizia e l'ordine della casa. "Apparve, tutta confusa, una signorinetta piccola piccola, bionda, pallida, dagli occhi ceruli, dolci e mesti, come tutto il volto. Adriana, come me!". La donna era malinconica a causa delle presunte precarie condizioni di salute mentale del padre e perché le era appena morto il marito.
Silvia Caporale era un'altra inquilina del signor Anselmo. "Io, per conto mio, posso attestare di non aver mai veduto in una faccia volgarmente brutta, da maschera carnevalesca, un pajo d'occhi più dolenti di quelli della signorina Silvia Caporale. Eran nerissimi, intensi, ovati, e davan l'impressione che dovessero aver dietro un contrappeso di piombo, come quelli delle bambole automatiche. La signorina Silvia Caporale aveva più di quarant'anni e anche un bel pajo di baffi, sotto il naso a pallottola sempre acceso." Era una patetica signorina dalle presunte facoltà medianiche che, non avendo mai provato l'esperienza rigenerante dell'amore, si consolava nel vino.
Scipione Papiano era il fratello epilettico di Terenzio e subisce da quest'ultimo varie sobillazioni; non è che una patetica comparsa.
Don Antonio Pantogada era l'addetto all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede che aveva sposato l'unica figlia del marchese Giglio d'Auletta; questo personaggio, tornato in Spagna, era stato arrestato per loschi traffici e la moglie era rimasta a Roma con il padre.
La signora Candida era la "dama di compagnia" di Pepita Pantogada, la seguiva dovunque ed era facilmente impressionabile.
Bernaldez era un pittore con poco talento e molto iracondo con qualsiasi persona che criticava, anche tenuemente, le sue opere; era stato per lungo tempo il pupillo ed il vizio di Pepita Pantogada che dopo essersene stancata , come fosse una scarpa vecchia, non lo degnò più di uno sguardo.
Minerva era la cagnolina di Pepita Pantogada di cui il pittore Bernaldez aveva appena fatto il ritratto, era una cagna viziata proprio come la padrona.

Durante tutta la narrazione sono ricorrenti ulteriori caratterizzazioni di personaggi già precedentemente descritti (la vedova Pescatore, Anselmo Paleari, sua figlia Adriana...) o alcuni personaggi minori sono rappresentati "un poco alla volta", senza avere un momento preciso in cui sono descritti (Roberto, il fratello di Mattia Pascal).
I decadenti e i simbolisti (Charles Baudelaire e il mondo come una foresta di simboli) idearono il paesaggio come forma e frutto di una visione soggettiva dell'esistenza e delle relazioni umane; questo metodo di costruzione del paesaggio narrativo si può riconoscere anche in Pirandello, in un capitolo de "Il fu Mattia Pascal", più precisamente in "Acquasantiera e portacenere, in cui il siciliano espone la propria ideologia storica, politica e sociale al riguardo dell'evoluzione dell'ambiente della città di Roma.
Come le opere classiche, "Il fu Mattia Pascal" ha una straordinaria varietà di luoghi, essi sono spesso determinanti ai fini dello svolgimento delle azioni e quindi della narrazione.
Prendiamo in considerazioni due tipologie di ambientazione della scena:
- Miragno, paese natale di Mattia Pascal;
- Roma, città in cui Adriano Meis ha vissuto per qualche mese.
Miragno è un tranquillo paesino ligure immerso negli uliveti, uno di quei paesi dove gli abitanti si conoscono tutti, si vedovo tutte le domeniche a Messa nella piccola chiesetta del paese, si trovano spesso la sera al bar della piazza con le carte da briscola in mano, si aiutano a vicenda, nella raccolta delle olive, sotto il sole dell'inesorabile estate; potrebbe sembrare un luogo in cui regna la pace e l'armonia, ma non è così. Anche a Miragno esistono le codardie dei grandi proprietari terrieri, i latrocini dei ricchi contro i meno abbienti, gli intrighi amorosi... Di tutto questo Mattia Pascal ne è conoscenza soprattutto perché ha dovuto subirlo sulla propria pelle.
Un ambiente di questo tipo fa pensare che sia stato costruito proprio per evidenziare l'idea centrale della filosofia di Luigi Pirandello: la contraddittorietà della vita, l'apparenza (in questo caso beata ed armonica) che nasconde l'essenza (in questo caso demoralizzante e sostanzialmente brutta). Ecco, anche in Pirandello, forte e ben visibile, "l'ambiente narrativo".
Roma è definita "acquasantiera e portacenere" da Anselmo Paleari e Mattia Pascal durante una delle loro passeggiate per la città, "andavamo o sul Gianicolo o su l'Aventino o su Monte Mario, talvolta sino a Ponte Fomentano...". Roma è un'acquasantiera quando il papato aveva un ruolo basilare per l'esistenza stessa di Roma, è divenuta un portacenere allorché la borghesia assunse rilievo ed importanza. "D'ogni paese siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell'amaro e velenoso piacere che essa ci dà." Anselmo Paleari (Luigi Pirandello) vuole dire che l'edonismo egoistico dell'uomo può ridurre la più gloriosa città del pianeta, che un tempo era chiamata "il centro del mondo", a luogo di ritrovo di biechi funzionari, a cumulo di spazzatura causata del turismo di massa; dice edonismo egoistico perché Roma è stata modificata senza prendere in considerazione sufficiente il suo passato e solo ai fini dell'economia di mercato che ha fatto deturpare la città da industrie fumose e terribili condomini di cemento e vetro. "Roma giace là, col suo gran cuore frantumato, a le spalle del Campidoglio."

Una componente curiosa dello stile di Luigi Pirandello sono le immagini emblematiche e narrative che spesso sono presenti nei suoi romanzi e novelle. Le immagini ricorrenti nell'universo pirandelliano facilitano la comprensione dei suoi stessi scritti; a volte vuole sottolineare quel nichilismo strisciante che sta alla base di molte filosofie, altre volte vuole evidenziare la problematica dell'apparenza che ricopre l'essenza.
La polivalenza e la variabilità dei temi e degli elementi testuali sono i caratteri principali che distinguono l'opera pirandelliana da qualsiasi altro scritto.
Indubbiamente Luigi Pirandello è uno dei più grandi maestri di stesura del testo, stile e particolarità letterarie, filosofia, uso di archetipi e immagini emblematiche che la letteratura e la cultura in genere abbia mai conosciuto.
«Per ridere, per distrarmi, m'immaginavo intanto, con un buon panettone sotto il braccio, innanzi alla porta di casa mia.
- Permesso? Stanno ancora qua le signore Romilda Pescatore, vedova Pascal, e Marianna Dondi, vedova Pescatore?
- Sissignore. Ma chi è lei?
- Io sarei il defunto marito della signora Pascal, quel povero galantuomo morto l'altr'anno, annegato. Ecco, vengo lesto lesto dall'altro mondo per passare le feste in famiglia, con licenza dei superiori. Ma ne riparto subito!»
Vorrei iniziare questa difficoltosa ed intricata analisi della poetica umoristica pirandelliana con una radicale distinzione dell'umorismo, le categorie di Lipps:
a) l'umore, come disposizione, o modo di considerar le cose;
b) l'umore, come rappresentazione;
c) l'umore obbiettivo;
Soggettivismo ed oggettivismo non sono altro che un diverso atteggiamento dello spirito nell'atto della rappresentazione. La rappresentazione dell'umore, che è sempre in chi lo ha, può essere atteggiata in due modi: subiettivamente ed oggettivamente
Nella poetica pirandelliana l'umorismo è il frutto di un superamento della comicità mediante un analisi introspettiva e psicologica del personaggio, indossatore di una maschera; la comicità causa un riso istantaneo e "violento" perché è una contraddizione, una rappresentazione fittizia della realtà che si potrebbe sintetizzare con quel termine "cardine" di tutta l'opera pirandelliana: la maschera, o meglio, le maschere che ogni uomo indossa nella sua mutevole e variegata esistenza; l'umorismo genera il riso "ragionato", perché sull'azione di un personaggio apparentemente comico si applica una profonda riflessione sulle condizioni per le quali il personaggio ha dato vita ad un azione comica, la risata resta ma è una risata estremamente cosciente e consapevole di quelle che sono le problematiche esistenziali dell'umanità. Naturalmente qualsiasi risata è fortemente condizionata dal diverso spessore culturale dell'individuo che assiste alla scena comica; anche in questo caso è confermata l'estraneità dell'oggettività nelle "cose del mondo e dell'uomo", esiste sicuramente una forte tendenza all'oggettività, ma è la soggettività che influenza nella maniera più importante l'azione umana, compresa la risata scaturita grazie all'atto comico o all'atto comico considerato umoristico.
Nel 1908, Luigi Pirandello pubblica il saggio L'umorismo; in questo saggio Pirandello espone le tematiche riguardanti la contraddittorietà della realtà in cui vive l'essere umano; la realtà è multiforme e i suoi passaggi paradossali non sono decodificabili mediante la sola ragione; questo pensiero fondamentalmente ateo considera "l'occhio che guarda" questa realtà come sconcertato ed allibito dalle contraddizioni e dall'incoerenza dell'esistenza, "l'occhio che guarda" è l'umanità disorientata dal Caos.
Pirandello, nel suo saggio, ci spiega l'unico metodo per fronteggiare le avversità della vita, l'unica azione che rende l'uomo un "osservatore esterno" della realtà che lo circonda, l'unico fatto che lo pone in una condizione di solidità e certezza, l'unico metodo per soddisfare, almeno in parte, l'eterno anelito umano, l'insaziabile bisogno di tendere all'oggettività pur considerando la soggettività come costituente basilare della realtà stessa: l'umorismo.
L'umorismo è l'antitesi delle teorie illuministe e positiviste formulate nel '900, esse ripercorrono un cammino filosofico fideistico che contrappone le forze del Bene (interventi di Dio nella Storia) alle forze del Male (il demonio, satana, che si oppone al Bene); Pirandello si pone in una posizione di forte contrasto con le suddette filosofie, perché egli dice: l'unico intervento nella Storia da cui può scaturire qualche modificazione significativa è il Caso, esso produce il Caos, che non può venir arginato dall'oggettività, elaborata anch'essa dal Caso. Come ho già detto è l'umorismo a riportare l'uomo ad una situazione vivibile anche se sempre plagiata dal Caso e dalla soggettività.
L'umorismo autentico causa un'empatia comprensiva interna al lettore (scusate l'italiano acrobatico), la comicità come ridicola contraddizione (tutto ciò che osservo è apparenza, quello che intuisco e percepisco è la vera essenza) non può che divenire un assurdo sfoggio delle varie maschere che l'uomo indossa durante la sua esistenza.
Luigi Pirandello offre ai suoi lettori degli strumenti di scandaglio della propria psiche, delle sonde che sradicano i pensieri inquinati dalle incongruenze dell'esistenza; questi strumenti, che sono le sue opere, si basano su un concetto analitico dal quale emergono la realtà e l'illusione effimera delle maschere, dal suddetto processo di profonda analisi esse emergono distinte tra loro anche se eternamente condizionate dalla soggettività.
Leggendo Pirandello non mi è stato possibile non attuare un collegamento umano, psicologico e letterario tra egli e un altro, celebratissimo, scrittore russo: Fédor Dostoevskij; quest'ultimo intellettuale, che si aggira nei meandri di quella fredda e fiera società russa, fornisce, come Pirandello, l'introspezione che contrasta il Caos.
«Allegro! Sì caro. Ma io non posso andare in una taverna come te, a cercar l'allegria, che tu mi consigli, in fondo a un bicchiere. Non ce la saprei trovare io lì, purtroppo! Né so trovarla altrove! Io vado al caffè, mio caro, fra gente per bene, che fuma e ciarla di politica. Allegri tutti, anzi felici, noi potremmo essere a un sol patto, secondo un avvocatino imperialista che frequenta il mio caffè: a patto d'esser governati da un buon re assoluto. Tu non le sai, povero ubriaco filosofo, queste cose; non ti passano neppure per la mente. Ma la causa vera di tutti i nostri mali, della tristezza nostra sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d'uno solo, quest'uno sa d'esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e odiosa: la tirannia mascherata da libertà. Ma sicuramente! Oh perché credi che soffra io? Io soffro appunto per questa tirannia mascherata da libertà...Torniamo a casa»
Il breve monologo sopra riportato è recitato da Mattia Pascal – Adriano Meis quando, un povero ubriaco incontrato in Via Borgo Nuovo a Roma, lo urta e gli dice: "Allegro! Che fai? Che pensi? Non ti curar di nulla!"
Nelle frasi pronunciate da Mattia Pascal si avverte in parte il significato della scelta di Luigi Pirandello nell'aderire al fascismo: la necessità umana di avere certezze, il bisogno di sentirsi parte di una dimensione fisica che non si mascheri, ma che sia vera nonostante le contraddizioni insormontabili che, inevitabilmente, la condizionano e la corrompono; il bisogno di tendere a un qualcosa il più possibile privo di maschere.
È straordinario come in un'opera dal così intenso valore umano e filosofico e che tratta vari problemi esistenziali propri dell'intero genere umano, si "annidi", in ogni riga, un umorismo introspettivo, intelligente e narrativo.
Il pensiero ottocentesco del grande filosofo Arthur Schopenhauer è in evidente antitesi con il pirandellismo italiano degli inizi del novecento. Schopenhauer pensava che la forza motrice del Mondo fosse la volontà umana: l'uomo, con la propria volontà, riesce a porsi dei limiti e a prendere delle decisioni. Pirandello e la sua teoria del Caos causato dal Caso confutano Schopenhauer.
"Il fu Mattia Pascal" è senza dubbio una delle eredità più feconde che un italiano abbia lasciato ai posteri attraverso un libro.
Luigi Pirandello, L'umorismo, Garzanti, Milano, 1995
Luigi Pirandello, Novelle, Mondadori, Milano, 1947
Domande da interrogazione
- Qual è la biografia di Luigi Pirandello e come ha influenzato la sua opera?
- Come viene caratterizzato il protagonista Mattia Pascal nel romanzo?
- Qual è il significato dell'ambiente narrativo in "Il fu Mattia Pascal"?
- In che modo Pirandello utilizza l'umorismo nella sua opera?
- Qual è il ruolo dei personaggi secondari nel romanzo?
Luigi Pirandello nacque nel 1867 ad Agrigento e morì nel 1936 a Roma. Dopo aver studiato a Palermo e Bonn, intraprese una carriera universitaria e letteraria, ottenendo il premio Nobel per la letteratura nel 1934. Le sue esperienze personali, tra cui le difficoltà economiche e le problematiche familiari, influenzarono profondamente le sue opere, come "Il fu Mattia Pascal".
Mattia Pascal è descritto attraverso quattro aspetti fondamentali: aspetto fisico, formazione culturale, estrazione economico-sociale e definizione psicologico-morale. Nonostante la sua bruttezza fisica e una formazione culturale scarsa, è un personaggio eticamente medio-alto, sensibile alle sofferenze altrui e malinconico, alla ricerca di certezze in un mondo contraddittorio.
L'ambiente narrativo, rappresentato da Miragno e Roma, è fondamentale per evidenziare la contraddittorietà della vita. Miragno, pur apparendo un luogo di pace, nasconde ingiustizie e intrighi, mentre Roma, descritta come "acquasantiera e portacenere", riflette il passaggio da un'importanza storica a una realtà degradata, simbolizzando l'edonismo egoistico dell'uomo.
Pirandello utilizza l'umorismo per superare la semplice comicità, attraverso un'analisi introspettiva dei personaggi. L'umorismo diventa una risata "ragionata", consapevole delle problematiche esistenziali, e riflette la contraddittorietà della realtà, come esemplificato nel suo saggio "L'umorismo".
I personaggi secondari, come Monsignor Boccamazza e Don Eligio Pellegrinotto, arricchiscono la narrazione e offrono spunti di riflessione sulla vita e le relazioni umane. Essi rappresentano diverse sfaccettature della società e contribuiscono a delineare il contesto in cui si muove Mattia Pascal, evidenziando le sue interazioni e il suo isolamento.