Lezione 1: linguistica italiana
La linguistica italiana la possiamo definire una disciplina che studia il linguaggio e le sue manifestazioni, cioè le lingue. Studiamo la linguistica italiana e si focalizza sulla lingua italiana. L’attenzione pubblica è attenta alla lingua italiana soprattutto il mercato editoriale, e ci sono molti libri che parlano della lingua italiana. Ci sono manuali che raccontano l’italiano e la storia dell’italiano, com'è cambiata questa lingua nel tempo e la lingua italiana è vista come un prodotto.
La nostra lingua sta cambiando velocemente perché negli ultimi decenni si è ampliato il bacino d’utenza della lingua italiana, soprattutto della lingua scritta. Oggi in italiano scrivono persone che venti anni fa non avrebbero mai pensato di scrivere in italiano. Questo principio vale per le lingue ma anche per qualsiasi organismo.
Cambia anche perché si sono diversificati gli utenti della lingua italiana, anche se ci sono tanti stranieri che utilizzano l’italiano e questi stranieri utilizzano una tipologia di italiano a volte scorretta e quindi viene diversificata. Inoltre, i libri cercano di dare una norma di salvare l’italiano perché per molti è una lingua assediata dall’inglese: alla fine degli anni '80 Enrico Castellani ha parlato di “morbus anglicus”, una malattia inglese che stava infettando la nostra lingua non solo a livello epidermico del lessico, ma anche a livello di strutture.
Questo linguista aveva proposto dei sostituti italiani di parole straniere: uno dei sostituiti era “fubbia” che sostituiva la parola smog composta da due parole unite: Smoke+fog. Viene utilizzato da un numero sempre maggiore di stranieri perché appare assediato dall’inglese e vi è anche una rivoluzione del linguaggio pubblico. Il linguaggio pubblico ha abbassato il registro linguistico pubblico.
I politici utilizzano il registro rasoterra perché il loro elettorato può rispecchiarsi nel registro basso. Viene messa in atto una retorica del rispecchiamento. I libri hanno colonizzato libri ed edicole. È una tipologia che “narrativizza” l’italiano ed una che risponde più alla voce salva l’italiano in cui vengono date pillole d’italiano con le quali l’utenza scioglie i dubbi riguardo la grammatica.
Oggi in genere si cerca su internet, ma nella tipologia varia, questi libri hanno grande successo, specie quelli che risolvono i dubbi sull’italiano perché la domanda è alta quanto l’offerta. La linguistica si può dividere in specializzazioni: possiamo distinguere la linguistica interna che studia come la lingua funziona e si evolve in un determinato storico (ex sintassi, morfologia, lessico) lingua come sistema. La linguistica esterna studia come l’influsso di ciò che sta fuori dalla lingua influenza la lingua stessa cioè la società e la storia.
La lingua esterna e la linguistica sincronica
La lingua esterna è sovrapposta alla linguistica sincronica che studia i vari aspetti di una lingua in un determinato storico. Oltre alla linguistica sincronica, abbiamo la linguistica diacronica che studia l’evoluzione di una lingua attraverso il tempo. Diacronie parola presa dal francese che a sua volta presa dal greco che a sua volta l’aveva composto con i componenti Dia (attraverso) e cronos (tempo).
In un secondo momento l’italiano non rifà la parola, ma la prende da una lingua vicina e la adatta al proprio sistema morfologico. Questa parola “diacronico” viene attestata in italiano nel 1942.
Fattori esterni della linguistica esterna
I fattori esterni della linguistica esterna possiamo dividerli in tre tipologie fondamentali:
- Fattori extra-culturali
- Fattori culturali in senso lato
- Fattori culturali in senso stretto
Fattori extra-culturali
1) Sono fattori che stanno fuori dalla cultura per esempio stanno fuori dalla cultura la configurazione geografica del territorio o la sua conformazione. Esempio una barriera naturale possono creare differenze nella lingua, qualcosa che sta fuori dalla lingua può influenzare la lingua. Questi fattori non influiscono molto sulla lingua. Si ritrova traccia di questi fattori nei toponimi (nomi di luogo). Esempio nomi di località come “Boscoreale” o “Selvapiana” che portano nomi di traccia dove lì erano nati fiumi o foreste.
Fattori culturali in senso lato
2) Anche fattori economici o eventi politici possono influire sullo sviluppo di una lingua. Se si pensa ad esempio al dialetto, nell’estremo sud Italia, esempio Reggio Calabria il suo dialetto è simile al siciliano perché in quei territori c’erano i normanni.
Fattori culturali in senso stretto
3) Ad incidere più profondamente nella lingua sono i fattori culturali in senso stretto come la scolarizzazione, alfabetizzazione. C’è un rapporto di proporzionalità fra alfabetizzazione, scolarizzazione e italofonia. Al crescere dell’alfabetizzazione cresce anche l’italofonia. L’invenzione della stampa ha portato ad una normalizzazione grafica e ortografica. Ha normalizzato anche la codificazione grammaticale della lingua in Italia. Nel 1500 vengono pubblicate le prime grammatiche.
La lingua influenza il mondo esterno perché la lingua rivela chi siamo o chi vorremmo essere e noi quando parliamo o quando scriviamo modifichiamo il mondo, perché facciamo parte di un sistema. L’esempio di lingua che cambia il mondo è quello dei politici, che possono usufruire dei mass media. Essi dunque, esprimendosi in un determinato modo, influiscono sul mondo e sulla forma mentis dei lettori.
Lezione 2: lingua italiana nei suoi cambiamenti
La lingua italiana nei suoi cambiamenti nel tempo, nella sua variazione diacronica. Ci soffermiamo sui momenti in cui il fiorentino si è imposto con più decisione come base per la nostra lingua, dopo aver esaminato il passaggio dal latino volgare all’italiano, ci soffermeremo sull’affermazione letteraria delle opere delle tre corone (Dante, Petrarca, Boccaccio), poi passeremo alla codificazione cinquecentesca opera di Bembo dell’opera delle tre corone e poi passeremo al fronte lessicale nel quale, un momento centrale, è rappresentato dalla pubblicazione del vocabolario degli accademici della Crusca nel 1612, che per l’appunto su questo canone fiorentino trecentesco consisteva. Ultima lezione dedicata ad Alessandro Manzoni, in particolare all’officina linguistica dei promessi sposi.
Il latino volgare e la Romania
Come è noto la storia dell’italiano si può far arretrare al latino, in particolare al latino volgare, una varietà del latino che si imponeva su un registro stilistico inferiore rispetto al latino classico. Questo significa che veniva utilizzato nei contesti d’uso più informali e anche dai ceti più colti. Rispetto al latino classico si differenziava in base alle regioni del mondo romano in cui veniva parlato. La differenza linguistica di questo territorio chiamato “Romania” è all’origine delle differenze riscontrabili nelle lingue cosiddette romanze o neolatine ma è anche all’origine delle differenze fra i dialetti parlati sul territorio italiano. La Romania è l’area in cui si sono sviluppate le lingue romanze che continuano il latino volgare e che perciò possiamo considerare lingue sorelle.
Questa parentela è particolarmente evidente in alcune parole. Come la parola fumum i continuatori romanzi di fumum sono caratterizzati da una grande omogeneità e lo stesso cade per la parola panem e molte altre. La disciplina che studia la formazione della lingua con speciale riferimento alle trasformazioni del latino nella direzione dell’italiano e delle altre lingue romanze è la grammatica storica.
Grammatica storica
La grammatica storica dice che le lingue non cambiano a caso nel corso del tempo, bensì nel rispetto tendenziale di regole. Così la grammatica storica dell’italiano ci dice ad esempio che il nesso latino di “consonante + l” in italiano passa al nesso “consonante + i” per cui “florem – fiore”, “planum – piano”.
Se il latino volgare può essere considerato una sorta di ponte verso le lingue romanze in particolare verso l’italiano possiamo fare un passo ulteriore rispetto a quello che sarà la nostra lingua. L’italiano non nasce dal nulla ma attraverso una serie di trasformazioni molto lente e a tratti impercettibili e ha subito un periodo piuttosto lungo di incubazione. È tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 d.C. che emergono le prime manifestazioni di italiano volgare.
In queste manifestazioni si concretano in alcuni testi detti intermedi, poiché in essi coesiste il latino volgare e l’italiano volgare, senza che si possa chiaramente discernere l’uno dall’altro. Si tratta in prevalenza di scritture occasionali. Esempio: Graffito ritrovato nella catacomba romana di Commodilla che risale alla prima metà dell’800 e si trova nella parte inferiore della cornice di un affresco. Trascrizione “Non dicere ille secrita abboce” = non dire le preghiere segrete ad alta voce. Il testo presenta caratteristiche linguistiche interessanti e ibride. In parte sono riconducibili all’italiano e in parte ancora al latino volgare, senza discriminare l’uno o l’altro.
Formula proibitiva con “non + infinito” che è quella che noi utilizziamo per fare l’imperativo negativo, mentre il latino classico avrebbe utilizzato “ne + congiuntivo imperfetto” (ne diceas), “ille” potrebbe essere un dimostrativo come in latino (=non dire quelle orazioni), ma gli studiosi sono propensi a interpretarlo come un esempio di articolo determinativo (=non dire le preghiere segrete); infine la forma finale “abboce”, si verifica il fenomeno del cosiddetto betacismo per cui la V viene pronunciata B, poi fenomeno del raddoppiamento fonosintattico che consiste nell’imitare nello scritto una dizione parlata. La seconda B è scritta in un corpo lievemente minore sembra essere stata aggiunta in un secondo momento.
Il Placito Capuano
Il vero atto di nascita della lingua italiana viene considerato il Placito Capuano risalente al 960 d.C. perché i due codici linguistici, latino e italiano, vi compaiono coscientemente nettamente distinti. Si tratta di un documento notarile (Placito) nel quale alcuni testimoni affermarono attraverso una formula di volgare italiano la proprietà di terre contese all’Abbazia di Montecassino. Pergamena che portava il documento, complessivamente scritto in latino, le frecce indicano i punti in cui vengono trascritte le formule in volgare rese dai testimoni. Preceduta da una frase in latino, formalmente corretto, latino giuridico. Formula molto nota: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte s(an)c(t)i Benedicti”.
“Se quelle terre entro quei confini che qui (in questo promemoria) sono descritti, per trenta anni le possedette la parte (l’amministrazione) di San Benedetto.” Notiamo solo alcuni fenomeni:
- Nella sintassi c’è la dislocazione a sinistra (quelle terre, tema anticipato e poi ripreso anaforicamente con “le possette” pronome anaforico, richiama il tema in prima posizione)
- Morfosintassi: parte sancti benedecti, in cui la terminazione in i richiama e sottende il caso genitivo del latino, indicherebbe “la parte di San Benedetto”
- Grafia ancora conservativa che richiama il latino quella del “ct” mentre in italiano il nesso subirà un fenomeno di assimilazione Benedetto (da ct a tt)
Il volgare e i primi testi letterari
Dopo queste esperienze occasionali il volgare prosegue il suo percorso fino ad approdare a testi letterari (stagione poetica consumatasi presso la magna curia di Federico II all’inizio del ’200, questa poesia pian piano risalirà lo stivale fino ad arrivare agli Stilnovisti e a Dante). È molto frequente sentir parlare di Dante come il padre della lingua italiana chi lo fa ha ragione: da un lato considerando i risultati di eccezionalità raggiunti in particolare nella prassi linguistica della commedia e dall’altro considerando il fatto che Dante è stato il primo storico della lingua italiana.
La sua riflessione si è esplicitata in due trattati, entrambi incompleti e redatti nei primi anni trecento. Questi trattati sono “Il Convivio” in volgare, Dante utilizza questa nuova lingua per essere compreso da più persone e per l’amore innato per la propria lingua, e il “De volgari eloquentia”, trattato specificatamente linguistico scritto in latino per convincere i dotti dell’eloquenza del volgare italiano.
In quest’opera Dante traccia un profilo delle lingue e da uomo cristiano, medievale parte dal racconto biblico, in particolare dall’episodio della Torre di Babele, nella quali si affiancava persone che parlavano lingue diverse, che avevano avuto una maledizione e che quindi non potevano comprendersi l’un l’altra. A porre rimedio secondo Dante è stato creato dai dotti il latino, idioma artificiale che consentiva la comunicazione.
Dante in quest’opera mostra anche un grande spirito di osservazione e traccia un profilo delle lingue esistenti che allora si conoscevano, questo profilo parte da una situazione mondiale/globale e via via si restringe fino ad arrivare alla nostra penisola, dove Dante riconosce una serie di varietà dialettali diverse. Queste varietà dialettali sono passate in rassegna allo scopo di trovare il volgare illustre, un volgare che fosse degno della poesia elevata e purtroppo questa rassegna ha esito negativo perché Dante boccia tutti i volgari dialettali parlati al suo tempo e boccia anche il fiorentino.
Il trattato rimane incompiuto. Gli studiosi non escludono che questa sospensione si spiegasse con il fatto che Dante avesse imboccato una strada poetica diversa da quella teorizzata nel “De volgari eloquentia”. Questa strada era quella della commedia, la cui ricchezza tematica, linguistica e stilistica di per sé bastò a dimostrare le enormi potenzialità del volgare al di là di qualsiasi pronunciamento teorico. L’enorme e immediato successo del media funse da cavallo di troia per il successo del volgare a base tosco-fiorentino in cui la commedia era stata scritta.
Dante e il tosco-fiorentino
A partire da Dante e poi anche grazie a Petrarca e Boccaccio il tosco-fiorentino ha iniziato a diffondersi per la penisola. Questo successo porta a una eccezionale proliferazione di manoscritti che rende difficile stabilire la precisa veste linguistica che Dante aveva dato alla Commedia. Edizione critica che porta a testo in corpo maggiore le varianti che i filologi ritengono più vicini all’originale (la parola di Dante) e in nota le varianti riportate dai manoscritti considerati più autorevoli per esempio il verso 1 al testo abbiamo “nel mezzo” mentre in nota “meggio”, questo vuol dire che questo codice Urb (urbinate) scriveva “nel meggio di cammin...”
La commedia ha dimostrato nei fatti le potenzialità del volgare, in grado di reggere le forti escursioni tematiche e stilistiche presenti nel poema, dove si va dai bassi fondi dell’inferno fino alle vette paradisiache. D’altra parte, Dante ha dovuto inventare (nel vero senso della parola) questa lingua e per incrementarne il patrimonio la fonte privilegiata fu la lingua dei classici e in particolare il latino. Proprio la presenza di latinismi è uno dei tratti che più differenzia la lingua della Commedia rispetto alla precedente lirica dantesca e alla poesia tout court.
Latinismi e multilinguismo nella Commedia
Il latinismo di Dante gli perviene da canali diversi, dalla filosofia, scienza, sacre scritture ma soprattutto dalla letteratura classica. In un brano tratto dal sesto canto del Paradiso si riferisce al come Cleopatra si fece avvelenare da un serpente, Dante scrive: “dal colubro la morte prese subitana e atra”, verso significativo poiché fitto di latinismi:
- Colubro (serpente) parola usata per la prima volta in italiano da Dante e proviene dal latino “coruber”
- Subitana e atra (Improvvisa e nera/scura), subitana = subitaneum, creazione dantesca; atra = atra dies utilizzata da Virgilio nell’Eneide o atraum venerum utilizzato da Orazio nelle Odi
La commedia è nota per essere un’opera pluringuistica o multilinguistica, con vari ingredienti oltre al latinismo:
- Parole straniere e interi inserti in latino e provenzale
- Termini plebei
- Parole toscane e dialettali, a connotare i personaggi
- Parole di registro basso
Il testo del poema si presenta come un’opera fiorentina, ma Dante non si è appiattito su una selezione di forme fiorentine ma anzi si sente libero di inserire tratti del fiorentino che al suo tempo erano coesistenti.
Esempi di plurilinguismo e polimorfismo:
- Alternanze morfologiche: serocchia/suora/sorella sinonimi che Dante utilizza indifferentemente per ragioni di metrica o rima
- Alternanza tra dittongo/monottongo: cuore/core; fuoco/foco
- Alternanza i/e in protonia (prima di sillaba accentata): virtù/vertù
- Alternanza a/e, a/i in protonia (prima di sillaba accentata): danari/denari; giovanetto/giovinetto
- Forme del condizionale (morfologia verbale): vorria/vorrei; avria/avrei, diria/direi
Questo polimorfismo dantesco ha prodotto a sua volta la tendenza alla polimorfia nella lingua italiana, libertà nell’utilizzo di forme concorrenti. In parte questa è stata arginata dal Petrarca e dal suo monolinguismo lirico/poetico per cui fa una attenta selezione delle forme che poi avrà molto successo nella tradizione poetica italiana.
Pietro Bembo
Storia della lingua dal ’400 fino all’opera di Bembo: benché Dante, Petrarca e Boccaccio nel 1300 con le loro opere dimostrato il motivo di potenzialità espressiva della lingua volgare. Nel 400 tra quegli studiosi umanisti appassionati di letteratura e della lingua classica...
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