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Linguistica italiana: concetti base

Italiano standard: la nozione di standard riguarda molteplici aspetti. Solitamente per standard si intende la varietà codificata dalle grammatiche, cui l’intera comunità guarda come modello di riferimento per la correttezza normativa e per l’insegnamento scolastico. Allo standard, dunque, si associa sia l’idea di una lingua neutra, sia quella di una lingua capace di estendersi uniformemente nel territorio nazionale. C’è da dire che però l’italiano standard non viene parlato quasi da nessuno, ed è possibile trovarlo nello scritto. I movimenti dell’italiano parlato sono cominciati a vedere a partire dagli anni 80 del Novecento, quando l’italiano era una lingua parlata quotidianamente. Pertanto, alcuni tratti tipici dello standard non si erano affermati nell’uso quotidiano, e venivano sostituiti da tratti concorrenti considerati propri del parlato più colloquiale. Ciò portò Francesco Sabatini e Gaetano Berruto a riconoscere una nuova varietà di italiano.

Francesco Sabatini scrisse un saggio importante nel quale viene descritto questo scollamento tra "l’italiano dell’uso medio: una realtà tra le varietà linguistiche italiane". All’interno dell’opera, Sabatini si limita a descrivere l’effettiva lingua parlata dagli italiani, completamente diversa dall’italiano standard e chiama questa varietà "italiano dell’uso medio", che non è una varietà bassa, ma risulta essere una varietà trasversale, parlata anche dalle persone colte. Altro linguista, Gaetano Berruto chiama questa nuova varietà di lingua, italiano neostandard. Entrambe le definizioni indicavano un italiano sottoposto a una ristandardizzazione da parte dei parlanti: un italiano comune, ma diverso dallo standard. Oggi buona parte dei tratti tipici dell’italiano dell’uso medio o neostandard, sono considerati normali in quasi tutti i livelli di lingua. Di solito si va ad utilizzare dei tratti molto più agevoli, che permettono una comunicazione più facile. È facile quindi notare:

  • L’uso del “ci” con il verbo avere in frasi come C’ho fame, c’ho sonno.
  • L’uso dei pronomi - lui, lei, loro in funzione di soggetto.
  • L’uso di - come mai al posto di perché.
  • L’uso del “c’è” presentativo (C’è mia sorella).
  • L’uso di - gli al posto di le.
  • Che polivalente

Come tutte le lingue storiche naturali, anche l’italiano si articola in un repertorio di ampie varietà. Una varietà di lingua è un insieme coerente di elementi (forme, strutture, tratti ecc.) di un sistema linguistico che tendono a presentarsi in concomitanza con determinati caratteri extralinguistici, sociali. È quindi sempre un’entità che presuppone una correlazione tra fatti linguistici e fatti non linguistici, e deve essere caratterizzata sulla base di entrambi. Il modello di classificazione della varietà di una lingua si deve a Eugenio Coseriu, il cui schema classifica le variazioni secondo lo spazio o area geografica (variazione diatopica), secondo lo strato o fascia sociale (variazione diastratica), secondo la situazione comunicativa in cui si usa la lingua (variazione diafasica). A queste variazioni, successivamente nel 1983 Mioni, ne aggiunse una quarta: la variazione fondata sul mezzo (variazione diamesica). Le varie variazioni devono e possono essere considerate come una sorta di successione su un asse, che hanno alle loro estremità le due possibili realtà di italiano parlato (formale ed informale). Gli assi di variazione sono 5 e sono definiti un continuum. Per esempio, la variazione diafasica è un asse che ha un polo alto (formalità) e polo basso (informalità). Tra questi due estremi vi sono altre possibilità di lingua e la nostra lingua si adegua al contesto.

Architettura dell’italiano contemporaneo

Nello schema Berruto (1987) cerca di schematizzare l'italiano contemporaneo, prendendo in considerazione 4 assi di variazione, ed escludendo la diatopia, in quanto la ritiene un prius ed è insopprimibile. Nello schema abbiamo la diamesia dal polo ‘scritto-scritto’ a sinistra, al polo ‘parlato-parlato’ a destra; la diastratia dal polo ‘alto’, in alto, al polo ‘basso’, in basso; la diafasia, dal polo ‘formale-formalizzato’ in alto a sinistra al polo ‘informale’ in basso a destra. Naturalmente nello schema possono essere collocate altre varietà che si intendano specificamente riconoscere ed isolare. Il quadrante in alto a sinistra contiene le varietà verso l’estremo scritto e/o formale e/o socialmente alto, il quadrante inverso verso l’estremo parlato e/o informale e/o socialmente basso. Scendendo dalla metà dello schema verso il basso aumenta il grado di ‘sub-standardità’ delle varietà. L’italiano cosiddetto familiare, per es., si potrebbe collocare, in quanto non sinonimo di colloquiale o simili, verso l’estremo in basso dell’asse diafasico, in posizione simmetrica all’italiano burocratico. Lungo la dimensione diafasica, abbiamo ritenuto di esplicitare la distinzione fra registri posti a destra dell’asse, e sottocodici, posti alla sua sinistra (cfr. Berruto 1980, 45-55). L’asse diafasico è anche, almeno in parte, connesso con la stratificazione sociale dei parlanti, nel senso che le varietà che stanno verso l’estremo alto sono più ristrette a gruppi determinati di utenti verso l’alto della scala sociale, mentre le varietà che stanno verso l’estremo basso non sono ristrette a gruppi particolari: per es., l’italiano tecnico-scientifico è a disposizione di cerchie ben definite di utenti, mentre l’italiano informale trascurato è un registro a disposizione in linea di principio a tutti gli italofoni. Nella struttura Berruto utilizza anche l’italiano parlato colloquiale, poi abbiamo l’italiano regionale popolare che ha più tratti locali che emergono dal dialetto sottostante; l’italiano informale trascurato (gerghi), e sul piano alto abbiamo l’italiano formale aulico (quello parlato dal presidente della repubblica), italiano tecnico scientifico, burocratico.

Norma linguistica: non è fissa, è l’insieme delle regole di una lingua, accettato dalle comunità dei parlanti e degli scriventi. Va collocata in un determinato contesto storico-culturale, perché essa cambia nel tempo (i cambiamenti avvengono in modo molto lento, prima nella realtà concreta della lingua e poi nella norma). La norma è valida per un periodo determinato.

Capitolo 1: fonetica

La fonetica è la parte della linguistica che studia l’articolazione dei suoni di una lingua. L’italiano possiede un sistema fonico di media complessità, con un numero limitato di foni vocalici e un consonantismo abbastanza ricco. Questi suoni sono detti foni. Il fono è la parte concreta (concretizzazione reale del suono), intendiamo il segmento minimo in cui può essere suddivisa la parola nella sua forma orale. Abbiamo una grande differenza tra fono e fonema. Il fono è la realizzazione concreta di un qualunque suono del linguaggio da parte del parlante, il fonema, invece, è la parte astratta, unità minima della fonologia non dotata di significato.

Discrepanza tra fonia e grafia

Possiamo fare un’altra distinzione tra fono e lettera, che è il segmento minimo in cui è suddivisa la parola nella sua forma scritta. Le grafie alfabetiche non sono univoche e coerenti, e quindi non c’è un rapporto biunivoco tra suoni e grafemi (lettere dell’alfabeto). Allo stesso singolo suono possono corrispondere grafemi diversi. Ad esempio, il suono della parola “cane” può essere reso, oltre che dalla lettera c, anche dalla lettera q (qu) della parola “quadro”. Viceversa, uno stesso grafema può rendere suoni diversi. Ad esempio, la lettera “c” (ci) che in certe parole (davanti a vocali posteriori o centrali) rende il suono iniziale della parola “cane” e in altri casi (davanti a vocali anteriori), rende il suono iniziale della parola “cena”, molto diversi. Un singolo suono, inoltre, può essere reso da più grafemi combinati: in italiano è il caso della combinazione di tre lettere “sci” (esse, ci, i), che rendono il suono iniziale della parola “scienza”, o della combinazione di due lettere “ch” che rende anch’essa sia il suono iniziale della parola “cane”, sia, quando è seguita da vocali anteriori, abbiamo “chitarra”, “poche”. All’opposto alcune singole lettere possono corrispondere a due foni pronunciati l’uno dopo l’altro come nella parola “ex” in cui la lettera X corrisponde ai due foni [k e s]. L’ortografia italiana è abbastanza fonografica e quindi siamo abituati a leggere e pronunciare come si scrive. Dunque, mentre la grafia dell’italiano è molto simile alla fonetica, quella dell’inglese e del francese sono molto distanti (kinght-francese cavaliere, in cui la k iniziale e gh nella parola non corrispondono ad alcun suono e i viene pronunciato “ai”).

Trascrizione fonetica IPA

Uno strumento grafico dei suoni valido per tutte le lingue è la trascrizione fonetica, in cui abbiamo una corrispondenza biunivoca tra suoni rappresentati e segni grafici che li rappresentano. La trascrizione fonetica si serve dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA - International Phonetic Alphabet), che permette di riprodurre qualsiasi suono in qualunque lingua. Per definizione un sistema di trascrizione fonetica ha l’obiettivo di rendere non ambigua la pronuncia di una parola. La trascrizione fonetica si pone fra parentesi quadre [..]. L’accento nella trascrizione IPA viene indicato con un apice (‘) posto prima della sillaba su cui cade l’accento. Infine, vocali e consonanti lunghe sono indicate da due puntini (:) posti dopo il singolo fonetico.

Vocali e consonanti

La descrizione dei foni si basa essenzialmente sulla loro articolazione, cioè sulla maniera con cui il nostro apparato fonatorio li produce, eseguendo dei particolari movimenti con gli organi articolatori. La principale suddivisione che si adotta in fonetica distingue due grandi classi di foni, le vocali e le consonanti, prodotte durante la fase di espirazione.

  • Le vocali sono prodotte con la vibrazione delle pliche vocali (corde vocali) nella laringe. Questa vibrazione, uguale per tutte le vocali, è accompagnata da diverse posizioni assunte dalla lingua, dalle labbra dal palato molle, che conferiscono a ogni vocale il suo specifico timbro.
  • Le consonanti, al contrario delle vocali, prevedono sempre un qualche tipo di ostacolo, del passaggio dell’aria. Le consonanti si dividono in sonore e sorde a seconda che vi sia o meno anche la vibrazione delle pliche vocali (sonore se c'è vibrazione, sorde se non c’è); inoltre le consonanti si classificano in funzione del punto in cui l'aria incontra l'ostacolo (luogo di articolazione) e del tipo di ostacolo che essa incontra (modo di articolazione).

Sistema vocalico

Nell'analizzare le vocali dell'italiano, dobbiamo iniziare con l'introduzione di una importante distinzione tra il sistema delle vocali toniche e quello delle vocali atone. Una vocale si definisce "tonica" se su di essa cade l'accento di parola (come la parola àbito) mentre tutte le altre vocali, che non portano l'accento, sono definite "atone". In sillaba tonica l'italiano standard presenta un vocalismo formato da sette elementi, ossia un sistema eptavocalico, che viene abitualmente rappresentato in forma triangolare. Lo schema è fondato sull'articolazione di ciascuna vocale. I termini alte, medio-alte, medio-basse e basse fanno riferimento ai movimenti verticali della lingua, mentre i termini anteriori, centrale e posteriori si riferiscono ai movimenti orizzontali. Le vocali, come abbiamo già detto, sono suoni sonori prodotti senza ostacolare il flusso dell’aria nel canale orale. Per articolare le vocali abbiamo bisogno di parametri diversi da quelli delle consonanti:

  • Posizione della lingua
  • Avanzamento o arretramento della lingua e abbiamo:
    • Vocali anteriori: se queste vengono articolate con la lingua in posizione avanzata “i”
    • Vocali posteriori: se queste vengono articolate con la lingua in posizione arretrata “u”
    • Vocali centrali: se queste vengono articolate con la lingua in posizione piuttosto centrale “a”
  • Innalzamento o abbassamento della lingua e abbiamo:
    • Vocali alte: come ad esempio, “i” (anteriore e alta)
    • Vocali medie: come ad esempio “e”
    • Vocali basse: come ad esempio “o”
  • Posizione delle labbra durante l’articolazione
  • Protrusione e abbiamo:
    • Le labbra protruse sono arrotondate o labializzate o procheile (greco). Come “u” e “o”
    • Distensione le labbra distese e non protruse si chiamano non arrotondate, o non labializzate o aprocheile. Come “i” “e” “a”.
  • Passaggio dell’aria nella cavità nasale
  • Vocali nasali come in francese “bon” diventa [bɔ̃] con la o nasalizzata, oppure “italien” [ita.'jɛ̃]. In italiano ciò non si verifica

Le vocali dell'italiano standard, infine, sono tutte vocali orali. Nessuna di esse, infatti, presenta nasalizzazione, in quanto tutte prevedono che l'aria proveniente dalla laringe e diretta verso il cavo orale trovi bloccato il passaggio verso il naso e fuoriesca interamente attraverso la bocca. Questo blocco del passaggio dell'aria verso il naso si ottiene grazie all'innalzamento e all'arretramento del palato molle o velo del palato - cioè di quella parte del palato a cui è sospesa l'ugola. In altre lingue, come vedremo, esistono invece anche vocali nasali.

Vocalismo atono

In sillaba atona, cioè non accentata, il sistema vocalico si riduce a soli cinque elementi. In questo caso, infatti, non è prevista in italiano standard la distinzione tra vocali medio-alte e medio basse, a differenza di quanto abbiamo visto nel sistema delle vocali toniche. In questo caso si parlerà sempre di vocali medie. Il vocalismo atono pentavocalico dell'italiano standard è rappresentato nello schema seguente. La differenza tra vocalismo tonico e atono si può facilmente osservare prendendo come esempio le vocali anteriori [e] ed [ɛ] rispettivamente di vénti e di vènti: quando nella derivazione l'accento si sposta sul suffisso, come, per esempio, in vèntina, ventèsimo, le vocali in questione, diventate atone per lo spostamento dell'accento sul suffisso, non sono più distinguibili l'una dall'altra. In tutti questi casi nella trascrizione fonetica apparirà sempre e solo il simbolo [e], che qui rappresenta la vocale media. Lo stesso naturalmente accade sul versante delle vocali posteriori dove apparirà in sillaba atona solo la vocale [o].

Trasformazione e frammentazione del latino

Le prime attestazioni scritte dei volgari parlati nel territorio italiano, risalgono al periodo che va dal IX al X secolo per quanto riguarda i testi scritti con finalità pratiche, più tardi per i testi che hanno qualche intenzionalità letteraria. Ma l'impiego del volgare anche per gli usi scritti è l'ultimo atto di un processo di trasformazione lungo alcuni secoli, durante i quali non era ancora maturata la consapevolezza di un sistema linguistico nuovo e autonomo rispetto al latino. Già in età imperiale si affermano infatti, nel latino parlato nelle varie aree, mutamenti importanti, ad esempio cadono le consonanti finali (amat > ama, panem > pane ecc.); si indebolisce il sistema flessivo fondato sui casi e i costrutti con preposizione sostituiscono le forme declinate (vini > de vino "del vino"), mentre il dimostrativo ille assume funzioni di articolo, prima assente in latino (illa rosa "la rosa"); si introducono forme perifrastiche con valore di futuro di condizionale (amare habeo: 'amerò'; amare habebam, amare hebui amerei); l'ordine delle parole, non è più libero ma segue il modello SVO. Tra il IV e il V secolo, l'accento quantitativo viene sostituito da quello intensivo: cioè nel sistema vocalico del latino scompare la distinzione fondata sulla quantità (vocali lunghe/brevi), e si instaura la distinzione fondata sulla qualità (vocali aperte/ vocali chiuse), nel senso che le vocali brevi venivano pronunciate aperte, e le lunghe chiuse. Si passerà così dal sistema vocalico latino a quello "italico," a sette vocali toniche (a cinque in sistemi diversi dal tosco-fiorentino, come il siciliano).

  • Vocalismo tonico italico
  • Ī lunga latina diventa I classica italiana = vīnu(m)/vino
  • I breve e Ē latina diventa E classica italiana = pilu(m) /pèlo
  • E breve latina diventa E aperta = sépte(m) / sètte
  • A breve e A lunga latina diventa A classica italiana = Ala(m) / àla
  • O breve latina diventa O aperta = octo diventa otto
  • O lunga latina e U breve latina diventa O chiusa = solem diventa sola
  • U lunga latina diventa U classica italiana = muru(m) /muro

Il dittongo spontaneo

Abbiamo poi il fenomeno del dittongo spontaneo, che deriva dal fiorentino trecentesco, come nei casi della sillaba tonica aperta E e della sillaba tonica aperta O, che diventano rispettivamente...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Rit02 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Salerno o del prof Stromboli Carolina.
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