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Linguistica generale

La linguistica è una disciplina che studia le strutture e l’evoluzione della lingua generalmente parlando. Se la grammatica insegna la corretta formulazione normativa di una lingua secondo una norma che va fatta rispettare e ogni deviazione dalla norma va corretta, la linguistica non dà giudizi di valore in quanto descrittiva, non migliora la competenza linguistica. Rende quindi esplicita la conoscenza della lingua.

Il ruolo del linguista

Il linguista si interroga quindi sulla modalità di un parlante nativo nel deviare dalla norma grammaticale. Ad esempio, la frase: "Devo chiamare un mio amico che gli ho prestato un cd" dovrebbe usare "cui", nella norma grammaticale, ma dal punto di vista linguistico è irrilevante in quanto non preclude la formulazione del significato. A partire da errori, è possibile quindi una deviazione di significato che col passare del tempo diventa norma.

L'Appendix Probi

L’Appendix Probi è il documento più importante della latinità di cui ignoriamo l’autore (probabilmente un maestro della scuola primaria), contenente forme errate più comuni con l’alternativa corretta al fianco. Il contesto è quello di città multietnica, con persone appartenenti a gruppi etnici diversi. Mostra come il latino sia una lingua viva che cambia nel tempo e come le alternative errate in latino siano diventate le forme corrette delle lingue neolatine. L’errore altro non è che il simbolo del cambiamento linguistico.

Fenomeni linguistici

Questi errori individuali rimangono tali finché c’è una forte struttura sociolinguistica. L’analogia, ad esempio, è un fenomeno paradigmatico che mira a livellare le differenze nei paradigmi irregolari. Ad esempio, un bambino nel coniugare il verbo "andare" potrebbe usare “ando” invece di “vado”, pur non avendo un criterio preciso sul perché sia la coniugazione giusta. Rimane una modalità di conoscenza linguisticamente costosa.

È presente inoltre la rianalisi formale, un fenomeno sintagmatico (il contrario di paradigmatico) che coinvolge i confini di morfema. Si commette un errore di segmentazione assegnando a una parola una struttura interna diversa da quella originale.

Competenze linguistiche

La competenza passiva, la rielaborazione, è molto più importante rispetto a quella attiva, ovvero parlare una lingua. Quando impariamo a parlare una lingua, vuol dire averla assorbita e stabilizzato le competenze di comprensione. Se è presente una parola sconosciuta, per capirne il significato tendiamo a segmentarla in parti più piccole che assumono significato complessivo, in maniera composizionale. Tenendo conto che il contesto può aiutare a comprendere il significato, consideriamo un fenomeno legato a questa tipologia di “prestito”.

Esempi di prestiti linguistici

In Tedesco: Frankfurt+er “di Francoforte”, Hamburg+er “di Amburgo” e un piatto di carne tradizionale di Amburgo. In inglese la segmentazione è errata, per via di ham+burger, in quanto riconosce la sequenza "ham", prosciutto. È estesa poi ad altri morfemi, es: cheese+burger, fish+burger.

L’errore in questo caso si presenta da un passaggio da un fonema tedescofono ad anglofono: la parola subisce una rilettura interna che la porta a un significato diverso.

La linguistica e l'insegnamento tradizionale

La linguistica, ripetendo, non insegna a parlare e scrivere meglio, ha un approccio agli errori di tipo poco ortodosso rispetto all’insegnamento tradizionale. La linguistica analizza gli errori e li contestualizza per cogliere linee evolutive interne alla lingua, è quindi una disciplina assolutamente descrittiva, in cui la protagonista è la descrizione della linguistica di un parlante.

Definizione di linguista

Definito da dizionario, il linguista è uno studioso della lingua o di linguistica. Quest’ultima è una disciplina che studia il linguaggio e le lingue storico-culturali, orientati allo studio del piano sincronico dei principi sottesi al funzionamento delle lingue storico-naturali in diversi livelli di analisi. Lingua e linguaggio sono due cose totalmente differenti in linguistica, è scorretto dire che parliamo un linguaggio, ma non una lingua.

Articolazioni dello studio del linguaggio

  • Fonetico-fonologico: lo studio dei suoni
  • Morfologico: studio di morfemi
  • Sintattico: studio dei sintagmi
  • Semantico-lessicale
  • Pragmatico

Caratteristiche del linguaggio umano

Al netto delle considerazioni della specie umana come animale, il linguaggio dell’uomo sapiens è totalmente differente dagli altri animali. C’è chi sostiene che il linguaggio umano e le lingue siano la vera ragione del successo dal punto di vista evolutivo. Le lingue storico-naturali sono le lingue che sono sviluppate storicamente in maniera naturale (distinte dalle lingue artificiali, dotate di un glottoteta, un creatore, tipo Tolkien per l’elfico). Il criterio discriminante per stabilire se una lingua è artificiale o naturale sono i parlanti nativi. Questo comporta la trasmissione da una generazione all’altra, permettendo la trasmissione in un contesto familiare in maniera spontanea e naturale. Ci sono però ibridi, come il caso dell’esperanto. Questo significa che le lingue artificiali non sono solo lingue così dette ma anche altre come il codice binario.

Nel caso dell’italiano, quello standard risulta artificiale in quanto sistematizzato tramite una regolamentazione impartita da terzi, di fatto inutilizzate, mentre tutta l’Italia nel parlato comune impiegava forme dialettofone.

Il linguaggio e l'essere umano

L'uomo, l'animale parlante

“Perciò è chiaro che l’uomo è un animale più socievole di qualsiasi ape e di qualsiasi altro animale che vive in greggi. Infatti, secondo quanto sosteniamo, la natura non fa nulla invano, l’uomo è l’unico animale che abbia la parola: la voce è segno del piacere e del dolore e perciò l’hanno anche gli altri animali, in quanto la loro natura giunge fino ad avere e a significare agli altri la sensazione del piacere e del dolore; invece la parola serve a indicare l’utile e il dannoso, e perciò anche il giusto e l’ingiusto. E questo è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali: esser l’unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dello sbagliato e così via.” (Aristotele, Politica, in Politica e Costituzione di Atene di Aristotele, a cura di C.Viano, U.T.E.T., Torino 1995, p 66-67)

Aristotele definisce l’uomo come l’animale parlante. Nonostante sia cosa nota, si distingue dagli altri animali per questa sua caratteristica. Aristotele dice che l’uomo è l’animale più socievole di qualsiasi ape (citate per il loro raffinato sistema di comunicazione) e qualsiasi altro animale che vive in greggi. Gli animali che non hanno sistema sociale, che vivono soli, non sviluppano mai sistema di linguaggio significativo, come i serpenti. Il linguaggio esiste solo in funzione della socialità, tanto nell’uomo che negli animali.

“L’uomo è l’unico animale che abbia la parola”, logos è tradotto con parola, termine riduttivo per il significato originale del termine, con il quale si intende la capacità di comunicazione nella sua totalità. Il piacere e il dolore sono istinti, la phoné è la loro manifestazione e come per il guaito del cane per un calcio, l’istinto per definizione non è controllato, è un automatismo che rappresenta una conseguenza inevitabile, senza consapevolezza cognitiva. Mentre gli animali usano la phoné, l’uomo la utilizza per impiegare il logos, per esprimere un pensiero razionale, anziché l’istinto.

Aristotele sbagliava nel marcare così nettamente la differenza tra uomo e animale (per via della prevalente visione androcentrica/antropocentrica greca). Le capacità di comunicazione sono diverse, non per forza migliori. Quella che emerge è la dicotomia tra una dimensione naturale e culturale. La phoné è un atto naturale, un prodotto di un’attività fisica, ma nel caso dell’uomo veicola un prodotto culturale. Il linguaggio ci definisce partendo da questi presupposti. La phoné è quella che definiamo forma, il logos, quello che definiamo sostanza.

Esempio di relazione formale

Pizza > pizzeria/pizzaiolo: Hanno una parte di significato in comune, in questo caso il morfema pizz, andando a comporre una relazione di tipologia formale, dalla natura concreta (quindi legata alla natura della phoné) - aio gelat-aio, fior-aio.

Un altro caso è quello semantico, che sono elaborate mediante contenuto, che tende a essere una relazione sostanziale, astratta (quindi legata alla natura del logos). Le tipologie di relazione sono le seguenti:

  • Sinonimia: spesso/frequentemente
  • Antonimia: bianco/nero
  • Iponimia: leone/animale
  • Iperonimia: animale/leone

Il linguaggio umano e le sue proprietà

Il linguaggio è una peculiarità di esseri viventi umani e non, è la capacità mentale, cognitiva, congenita che consente di associare contenuti a espressioni in grado di decodificarli e comunicarli. È quindi una nostra abilità che consente di creare sistemi di comunicazioni innata. Grazie ai linguaggi possiamo sviluppare sistemi di comunicazioni: lingue verbali, non verbali, artificiali… Quando io parlo di lingua mi riferisco esclusivamente alla lingua parlata, in quanto dimensione più naturale autentica. Cinque/seimila anni fa nasce la scrittura, sistema molto più diverso e recente rispetto alla lingua, non è la semplice trascrizione. Con il termine lingua mi riferisco sempre al parlato colloquiale non sorvegliato.

La capacità mentale cognitiva e quindi il linguaggio è qualcosa che ci portiamo dalla nascita. Così inteso, il linguaggio è proprio anche degli animali.

Proprietà del linguaggio

  • Congenito: facoltà mentale del patrimonio genetico che si attiva attraverso uno stimolo, come molte altre abilità. Lo stimolo è come un interruttore, quando nasciamo è spento, si attiva a seconda della varietà del contesto e dell’ambiente linguistico.
  • Inapprendibile: non viene né insegnato né imparato.
  • Incancellabile: non si perde il linguaggio.
  • Universale: caratterizza allo stesso modo tutti i membri dalla specie al di là di condizioni geografiche e storiche. La prova è che qualsiasi essere umano può imparare qualsiasi lingua a seconda del contesto culturale in cui cresce.
  • Immutabile: le facoltà sono stabilizzate da quando l’homo sapiens ha smesso di evolversi biologicamente, il linguaggio ha terminato la propria evoluzione. L’homo sapiens sembra l’unico a non avere traccia di evoluzioni biologiche, questo causa svantaggi, ma anche vantaggi, reagisce agli stimoli dell’ambiente in maniera più rapida nello sviluppo culturale piuttosto che biologico (adattabilità), cosa impossibile senza il linguaggio.

La lingua (storico-naturali)

Le lingue sono codici, sistemi di segni, che esistono solo come oggetti dipendenti dalle società che le usano. Sono una delle possibili realizzazioni del linguaggio. Esistono due prospettive riguardo questa definizione: esterna e interna. Considerandolo dipendente dalla società che la usa, implica una prospettiva esterna in relazione all’uso che ne fanno dei parlanti. Considerandolo come codice, sistema di segni, la prospettiva è interna. Ha schematismi normativi propri, definiti dalla grammatica.

Le lingue sono sistemi simbolici. Possiamo sostanzialmente spiegare il rapporto tra lingue e linguaggio affermando che il linguaggio è l’hardware (elemento strutturale al pari di tutti gli organi che ci rendono tutti esseri umani) e le lingue sono il software (quello che effettivamente ci differenzia). L’unicità dell’hardware produce una varietà ampissima di software. Possiamo prevedere che l’hardware è l’aspetto più naturale della nostra natura, le lingue sono un aspetto più culturale. È impossibile, però, tracciare un discrimine netto tra cultura e natura, parliamo di prevalenze. Anche il linguaggio, ad esempio, gode di una componente naturale che prevale, ma presenta comunque aspetto culturale seppur in minoranza.

L’unicità del linguaggio si dimostra con un’osservazione banale: la lingua che parliamo non ci viene trasmessa, ma dipende dal contesto socioculturale. Possiamo in potenza imparare più lingue, in maniera più orizzontale rispetto alla trasmissione biologica del linguaggio, derivante dai geni per trafila biologica. Questo vuol dire che a definire il nostro profilo linguistico sono i nostri contatti più che i nostri genitori tramite la trasmissione biologica (ognuno possiede una propria lingua, non esistono due parlanti che parlano allo stesso modo).

Proprietà della lingua

  • Se il linguaggio è congenito, le lingue non lo sono. Imparare una lingua è un’impresa socioculturale, la più difficile che ciascuno compie. La lingua che impariamo meglio è la nostra lingua natia che nessuno spiega implicitamente.
  • Le lingue sono apprendibili, totalmente opposto alla trasmissione del linguaggio.
  • Sono cancellabili, se non esercitate e allenate.
  • Le lingue non sono universali, se ne parlano oltre 6000.
  • Sono mutevoli, cambiano continuamente nel tempo, ogni singola lingua è diversa rispetto alle frasi precedenti della sua storia (l’italiano è diverso da quello che si parlava mille anni fa).

Cambiamenti linguistici

Come cambiano quindi le lingue? La sociolinguistica è sostanzialmente la scienza della lingua che può cambiare a seconda dell’ambito sociale. Una di queste condizioni è la variazione diastratica, il cambiamento alla base della caratterizzazione sociale dei parlanti. Questi possono generalmente essere inclusi in due macrocategorie di riferimento come, in questo caso, un parlante colto e uno incolto, ma ciò non implica la natura sbagliata o corretta di uno o l’altro.

  • Il livello di istruzione
  • Occupazione: se svolgo un'occupazione di tipo intellettuale avrò quotidianamente occasioni di usare la lingua con persone che non avrò familiarità, portandomi alla necessità di assumere linguaggio formale, non migliori rispetto ad altri profili e livelli linguistici, ma diversi e mai sovrapponibile
  • Estrazione sociale: fascia di reddito, modelli di riferimento della famiglia, il tipo di input linguistico ricevuto, se dialettofono o no
  • Età
  • Genere
  • Appartenenza a gruppi sociali specifici, consentendo la dominazione di gerghi o lessici tecnici specialistici specifici.
  • Accento
  • Modelli culturali e comportamentali di riferimento: musica che si ascolta, libri, film, interazione sui social network. Oggi si fa sempre più riferimento agli identikit linguistici delle persone: il modo in cui ciascuno di noi usa la lingua rappresenta una fotografia della propria vita e il proprio passato.

Questo aspetto di studio, grazie allo sviluppo delle tecnologie degli ultimi anni, ha visto significative ricadute sull’atto pratico. È possibile marcare e individuare una determinata persona sulla base di come parla (rispetto a un’indagine si riesce a restringere in maniera drastica i sospetti). Oppure la author attribution, che mediante uno specifico impiego della lingua permette di reindirizzare un determinato testo a un determinato autore.

Conoscendo tutte queste variabili, conosciamo anche le varie costanti dell’uso della lingua, cose che come visto ha molte attività sul piano pratico che sarebbero risultate impossibili senza una ricerca sociolinguistica alla base. La polarità che inseriamo sull’asse diastratico compone sempre un continuum (tendenzialmente le lingue vengono descritte tramite opposizioni graduali, non polari e nette). È sempre un gradiente. L’italiano popolare e colto risultano quindi diversi. Ma nell’etica professionale della linguistica, non si deve essere militanti. Un parlante istruito non deve per forza possedere proprietà di lingua migliori di uno incolto, il linguista si limita a descrivere la capacità del parlante, non catalogarlo tramite giudizi di valore.

Variazione diafasica

La variazione diastratica comporta una definizione in maniera strutturale di ciascuno di noi, ma non immutabile. Riflette come cambia la vita. Viene definita quindi un’altra tipologia di variazione, detta variazione diafasica. È la variazione occasione, dipendente dalla situazione e il contesto nel quale ci si rivolge ad altri parlanti, mediazione attinte dalla componente diastratica che consente di vagliare tra la struttura linguistica più adeguata.

L’oggetto è il registro: le varietà diafasiche sono dipendenti dal carattere dell’interazione e dal ruolo reciproco assunto da parlante e destinatario. La variazione diafasica è quindi esterna (mentre la diastratica interna).

  • Grado di formalità, dato dal rapporto con l’interlocutore
  • Finalità del discorso
  • Grado di controllo esercitato dal parlante, per identificare la gerarchia comunicativa (può essere anche paritetica, in cui i parlanti hanno pari diritti di interlocuzione). In un’interazione linguistica sono presenti i turni conversazionali, che può essere autoritaria o paritaria. Un altro elemento a influire sul grado di controllo è la sovrapposizione, ovvero la possibilità di interrompere il discorso a proprio piacimento per prendere parola, processo privo di un intermediario al discorso tipica di contesti familiari.

Nella variazione diafasica i poli sono i registri formali e informali. Le gamme di poli per variazione si differenziano a seconda dell’eterogeneità della società presa in analisi. Se proiettassimo il verso “morire” verso il polo dell’italiano formale (nell’ambito della variazione diastratica) avremmo una vasta gamma di sinonimi, varianti come spegnersi, lasciarsi; al contrario proiett...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher caynee di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Linguistica generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Grandi Nicola.
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