Lineamenti di letteratura latina
Testi di studio
- Un manuale
- Cicerone: In difesa di Celio + Bruto
- Tacito: Dialogo sull'oratoria
- Un testo a scelta tra:
- A. Cavarzere: Oratoria a Roma. Storia di un genere pragmatico
- A. Cavarzere: Gli arcani dell'oratore. Alcuni appunti sull'actio dei romani
- G. Pretone: Le passioni della retorica
- E. Narducci: Cicerone e l'eloquenza romana
- E. Narducci: Cicerone
Le origini e l'età arcaica
Livio Andronico
La letteratura latina nasce nel 240 a.C. con la prima opera di Livio Andronico. Originario della Magna Grecia, Andronico giunge a Roma come schiavo. Livio Andronico traduce in latino, in metri saturni, l’Odissea omerica; di questa versione, intitolata originariamente Odusia (rendendo il patrimonio greco più familiare ai romani), abbiamo solo trentatre frammenti per un totale di una quarantina di versi. Ma perché proprio l’Odissea? La storia di Ulisse era assimilabile a quella dello stesso Enea; il personaggio di Ulisse offriva spunti adatti allo sviluppo di una serie di valori tipici della mentalità romana, quali l’attaccamento alla patria e alla famiglia, la fedeltà, la pietas: egli era un modello perfetto di virtus romana, concepita come unione armonica ed equilibrata di valore militare, saggezza e prudenza.
Cicerone nel Brutus paragona la Odusia a un’opera di Dedalo (il geniale inventore del labirinto di Minosse) dunque al prodotto di un artista del tempo del mito, importante nell’evocazione della storia dell’arte, ma primitivo e ormai lontano dai gusti dei letterati del I secolo a.C. Cicerone inoltre ritiene che le fabulae (cioè le opere drammatiche) di Livio Andronico non siano degne se non di una rapida lettura (Brutus 71).
Nevio
Nevio, nato in Campania, vive a Roma come civis romanus sine suffragio (cittadinanza romana). Sembra che nutrisse una spiccata avversione nei confronti della nobiltà e in particolare per la famiglia dei Metelli; questo scontro, o forse un’altra circostanza, fanno sì che Nevio venga imprigionato per le sue maldicenze contro i potenti.
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Le tragedie
Come Livio Andronico, anche Nevio compone tragedie di argomento e ambientazione greca, le cosiddette cothurnatae, ovvero opere di soggetto mitologico ispirate prevalentemente al ciclo troiano. In più i due autori sono accomunati dalla ricerca dell’espressività e degli effetti fonetici; alcuni frammenti farebbero pensare anche all’uso di metri lirici.
Non riguarda leggende connesse alla guerra di Troia il Lucurgus, l’unica tragedia di cui è possibile ricostruire una trama. La tragedia è un’interessante testimonianza della diffusione a Roma dei culti misterici di Dioniso alla fine del III secolo a.C. La tragedia narra l’opposizione del re della Tracia, Licurgo, all’introduzione nel suo regno dei riti orgiastici connessi al culto di Dioniso. Licurgo caccia Dioniso e imprigiona le sue seguaci, le Baccanti; il dio però le libera e rende folle Licurgo, che uccide il figlio ed è poi a sua volta ucciso da cavalli imbizzarriti. È possibile che Nevio avesse avuto conoscenza del culto dionisiaco in Magna Grecia e che fosse contrario alla presa di posizione della classe dirigente contro il culto bacchico.
Il Clastidium (Casteggio), invece, mette in scena la vittoria riportata dal console M. Claudio Marcello sul re dei Galli. La fabula è forse composta per i ludi funebres in onore dello stesso Marcello, morto nel 208 a.C. Nevio così glorifica un fatto storico attraverso una tragedia.
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Le commedie
Nel teatro di Nevio compaiono temi destinati a grande fortuna nella storia della palliata: tra i più notevoli c’è quello del servo che aiuta il figlio del padrone nei suoi amori, come nel Triphallus. Sembra che in Nevio avesse un ruolo importante anche il personaggio del servus callidus (servo astuto), in grado di beffarsi dei padroni. È esemplare, a tal proposito, ciò che afferma un servo nel prologo della più celebre commedia neviana, la Tarentilla (la ragazza di Taranto): “Ciò che io ho approvato qui in teatro con i miei applausi non osa distruggerlo nessun sovrano: quanto qui la schiavitù è superiore alla vostra libertà!” il servo confronta sarcasticamente la differente libertà che ha in teatro il cittadino Romano e lo schiavo in Grecia: in Grecia gli applausi degli schiavi valgono a decretare il successo di un’opera quanto quelli del pubblico dei liberi; a Roma invece le opere teatrali subiscono una censura preventiva da parte dei magistrati che si occupano di allestire gli spettacoli.
Secondo Cicerone, il Bellum Poenicum, è stato scritto da Nevio in età avanzata e si è pensato contenesse circa cinquemila versi saturni. Nevio, trattando la guerra e aggiungendo delle peripezie avventurose, concretizza la volontà di creare un poema nazionale. La sezione “archeologia” (cioè il racconto delle origini di Roma) consente a Nevio di recuperare il mito della fuga di Enea da Troia e la sua venuta nel Lazio; l’archeologia spiega il passato per dare solennità alla vicenda: in questo modo Nevio sottolinea il fatto che il cittadino Romano sottopone le proprie azioni all’ideale della patria.
Cicerone ha paragonato il Bellum Poenicum al Discobolo di Mirone, opera di grande valore estetico, ma ancora arcaica: in particolare, egli riconosce la superiorità artistica di Ennio su Nevio, ma afferma anche che il poeta degli Annales ha tratto molto materiale dal Bellum Poenicum (Cicerone, Brutus 75). Il poema è stato considerato come antiquato dai poeti augustei, anche se Virgilio l’ha tenuto presente nell’Eneide. Nel II secolo a.C. si sono interessato al Bellum Poenicum gli arcaisti, mentre nella tarda antichità l’hanno letto solo gli eruditi; diversamente da Plauto che, pur essendo arcaico, è stato copiato per la sua modernità e per il suo spessore artistico, e ci è giunto per intero.
Nevio si muove nella stessa direzione di Livio Andronico: entrambi cercano di dare forma a uno stile epico latino, ispirato alle tendenze recenti dell’epica greca, ma basato anche sulle esperienze preletterarie romane; essi si sono rifatti quindi allo stile dei testi giuridici e sacrali. Nevio tende anche ad arricchire la lingua latina con dei “calchi” sulla lingua greca, cercando cioè di creare con elementi del latino parole paragonabili a quelle dell’epica greca, in particolare i composti. Nevio, d’altro canto, evita i prestiti e l’utilizzo diretto di parole derivate dal greco.
Ennio considerato come il padre della letteratura a Roma
Ennio nasce nel 239 a.C. nel Salento. Lo stesso Ennio diceva di avere tria corda (tre anime) “perché era in grado di parlare in greco, osco e latino”. Esercita la professione di grammaticus ed è molto apprezzato negli ambienti culturali. Diviene ben presto amico degli Scipioni e soprattutto di Scipione l’Africano: il tema della celebrazione di Scipione si ritrova negli Epigrammi funebri in distici elegiaci (la forma poetica breve dell’epigramma era assai diffusa nella poesia ellenistica ed Ennio è stato il primo a introdurla a Roma. Con il termine epigramma si indicava in origine l’iscrizione in versi apposta su lapidi tombali o tavolette votive. Già nella letteratura greca arcaica l’epigramma costituiva un genere autonomo. Non era però usato solo per compiangere i defunti ma anche per esortare, svolgere brevi riflessioni sulla vita e anche sull’amore. Nella poesia alessandrina l’epigramma divenne un genere puramente letterario. Nella sua composizione erano necessari brevità ed eleganza d’espressione).
L’opera principale è il poema epico – storico Annales, in esametri, che narra la storia di Roma dalle origini sino all’epoca di Ennio. Nel proemio, Omero appare in sogno a Ennio e gli rivela di essersi incarnato in lui; Omero racconta anche altre trasformazioni della sua anima, per esempio quella in pavone, ed infine espone in modo dettagliato alcuni argomenti filosofici sulla costituzione del mondo e la natura delle cose. In tal modo, Ennio afferma orgogliosamente la derivazione omerica della sua poesia: egli, “nuovo Omero”, dà inizio a una nuova epica in lingua latina. Inoltre, Ennio si dice ispirato dalle nobili Muse greche e si proclama dicti studiosus, calco greco di philologos.
Titus Maccius Plautus
Titus Maccius (richiama una delle maschere tipiche dell’atellana, Maccus, cioè lo sciocco) Plautus (secondo alcuni indica il cane dalle orecchie lunghe, secondo altri significa “dai piedi piatti”, infatti gli attori recitavano a piedi nudi) Plauto nasce nel 255 – 251 a.C. a Sarsina, un piccolo centro umbro sottomesso a Roma. Forse partecipa alla Prima Guerra Gallica, poi si trasferisce a Roma, dove inizia la sua attività di drammaturgo. Muore nel 184 a.C.
Plauto è il primo autore della letteratura altina di cui possediamo opere integre:
- 21 commedie certamente plautine
- 19 di attribuzione incerta
- 90 spurie
Le trame delle commedie di Plauto sono direttamente ispirate ai modelli greci della commedia nuova: queste, vengono poi rielaborate con assoluta libertà e con un ritmo comico straordinario. Plautus vortit barbare: la sua traduzione arriva fino allo svolgimento del testo originale, ma cambia titolo, nomi dei personaggi e opera la contaminatio
- Eliminazione della divisione in atti
- Introduzione di sezioni cantate (cantica)
- Fino 5 o 6 attori
Gli intrecci di solito presentano storie d'amore complicate da tranelli e fraintendimenti. Un tema comico molto sfruttato da Plauto è quello del “doppio”. Con il fine di far ridere, le commedie plautine si caratterizzano per un rovesciamento dei valori sociali e della realtà consueta: gli schiavi beffano i padroni e li dominano, i figli ingannano i padri e sfuggono alla loro potestà assoluta, talvolta i padri cercano di sottrarre ai giovani le ragazze, le mogli comandano i mariti. Ma come nei Saturnali (217 a.C.) anche nelle commedie di Plauto alla fine i valori si ristabiliscono e l’elemento carnevalesco trova uno sfogo gioioso e scoppiettante. Anche il lieto fine e il ristabilimento conclusivo di una situazione di equilibrio sociale, per opera del Fato, testimoniano la componente giocosa. Non si deve perciò cercare di scorgere in questi aspetti del teatro plautino la volontà di una protesta o di una denuncia sociale, ma piuttosto il rispecchiamento deformato della società romana, sempre però con l’intento tutto teatrale di divertire e far ridere. Quindi nel teatro plautino opera un meccanismo di complicità tra l’autore e lo spettatore (patto letterario) che, a differenza dei personaggi, sono onniscienti riguardo alla storia rappresentata. Plauto riesce a far riflettere il suo pubblico, anche attraverso una serie di artifici registici, come gli “a parte”, in cui il personaggio parla direttamente al pubblico, con delle riflessioni “metateatrali” (è un teatro che parla di sé stesso), che infrangono l’illusione scenica.
La base della lingua è il sermo quotidianus. Molte parole compaiono solo in Plauto (neologismi). Un tipo particolare di creazione lessicale è il “nome parlante”: ad esempio il soldato spaccone del Miles gloriosus.
Terenzio e il principio dell'humanitas
Terenzio nasce a Cartagine nel 195 – 185 a.C. e giunge a Roma da giovane, come schiavo del senatore Terenzio Lucano, che lo libera. Diviene amico di Scipione Emiliano e di Gaio Lelio. Mette in scena sei commedie:
- Nel 166 a.C. esordisce sulle scene con l’Andria: ha un complicato intreccio basato su una storia d’amore e un riconoscimento finale
- Hecyra: rappresenta una storia di malintesi, risolti grazie a una suocera e una cortigiana dai tratti eccezionalmente umani e positivi
- Heautontimorumenos: il “punitore di sé stesso” rimanda alla punizione a cui si costringe un padre severo per aver ostacolato l’amore del figlio con una donna povera, che solo alla fine sarà riconosciuta libera e ben accetta
- Eunuchus: ruota attorno a una duplice storia di amori a lieto fine e alla beffa di un soldato vanitoso
- Phormio: inscena una vicenda di amori, raggiri e riconoscimenti
- Adelphoe (i fratelli): si confrontano i metodi educativi antitetici di due genitori ai rispettivi figli, solidali fra loro e promotori di un inganno a fin di bene
Poi Terenzio parte per un viaggio in Grecia; muore nel 159 a.C. per un naufragio, durante il viaggio di ritorno a Roma. Risalendo ai modelli della commedia nuova greca, le trame delle commedie terenziane sono solitamente articolate, spesso dominate dalla Sorte. Mancano invece figure di veri e propri artefici dell’azione, come era stato il servo nel teatro plautino.
Importanti affermazioni di carattere storico – letterario e di poetica compaiono nei prologhi: Terenzio risponde a critiche di natura letteraria che gli venivano rivolte e spiega motivazioni e scopi di alcune scelte precise da lui compiute nel testo. Polemica sulla contaminatio: “non è opportuno contaminare le commedie”, ma, replica Terenzio, così hanno fatto gli autori comici latini che egli segue, Nevio, Plauto ed Ennio. Del resto, era ormai per certi versi impossibile evitare di ripetere sulle scene alcuni personaggi e motivi tipici della palliata: “nullum est iam dictum quod non sit dictum prius” (in tal modo, Terenzio si difende dall’accusa di plagio). Un autore latino poteva tranquillamente usare un modello greco come se fosse patrimonio comune del mondo della letteratura e del teatro, ma si ponevano problemi se egli riutilizzava un modello che era già servito da base per la traduzione di un altro autore latino.
Un’accusa ancora diversa è menzionata nel prologo del Phormio, dove si riferisce che il solito vetus poeta va dicendo che la oratio di Terenzio è tenuis, cioè il suo linguaggio è esile e la sua scriptura (ovvero la trama) è levis, è debole linguaggio lectus (censurato).
Infine, negli Adelphoe Terenzio riferisce del presunto aiuto che secondo “questi individui malevoli” ha ricevuto dai potenti: Terenzio considera questo sospetta laudem maxumam, ovvero il più grande elogio, dato che essi sono stimati e apprezzati da tutti; questi “uomini nobili” non sono nominati dal poeta ma sono tradizionalmente identificati con Scipione Emiliano e Gaio Lelio.
Lucilio un cavaliere votato alla letteratura
- Famiglia ricca e potente
- Ampi interessi letterari
- Legame con gli Scipioni
Lucilio è stato considerato dagli antichi l’inventor della satira: compone trenta libri di satire in metri vari, intitolati Saturae o Sermones (discorsi). A Lucilio vanno infatti attribuiti un più marcato realismo e un’adesione più diretta alla realtà, che si concretizzano in una maggiore aggressività; consistenti sono perciò in Lucilio l’irrisone, l’attacco diretto a personaggi ben individuati, la presa in giro dei loro difetti e dei vizi, il sarcasmo. Perciò il poeta si basa su un sermo cotidianus e il suo stile era considerato dagli antichi esempio di gracilitas, esilità, semplicità; Orazio gli rimprovererà la mancata uniformità stilistica e l’assenza di un labor limae.
Lucilio individua il suo destinatario nel pubblico medio: non i doctissimi, che ne potrebbero sapere più di lui, ma neanche gli indoctissimi, che non sono in grado di capire; dunque, i crassi, i grossolani, le persone di buon senso, come i provinciali. Ma tali affermazioni hanno in realtà un tono ironico e di falsa modestia: il poeta, dotto e consapevole, aspira ad un pubblico ristretto e selezionato; i suoi destinatari immediati sono gli uomini politici e gli intellettuali vicino a Scipione Emiliano. Così la satira stessa diventa strumento di lotta politica e di propaganda, in particolare contro gli avversari di Scipione libertas politica di Lucilio.
Catone il Censore
Catone nasce nel 234 a.C. a Tuscolo. Lui stesso racconta di aver vissuto una giovinezza parsimoniosa, tutta dedicata alla coltivazione dei campi; la sua educazione è ispirata quindi ai principi tradizionali di austerità e rigore, tipici dei Sabini. Combatte nella Seconda Guerra Punica e diventa questore nel 204 a.C. Benché sia un homo novus, “nuovo” cioè per la vita politica e senza una tradizione familiare alle spalle, ha una brillante carriera: è edile, pretore e infine console nel 195 a.C. Occupa varie altre cariche pubbliche, tra cui nel 184 a.C. la censura, che lo ha reso famoso per il suo rigore morale: fa radiare dal Senato alcuni senatori indegni, toglie ad alcuni cavalieri il cavallo pagato dallo Stato e prende provvedimenti contro il lusso, lo sperpero di denaro pubblico, il diffondersi dell’usura difende sempre i mores tradizionali di Roma.
Ha un atteggiamento ambiguo nei confronti della cultura greca, conosciuta e apprezzata, ma anche avversata laddove è vista come veicolo di innovazione e decadimento dei costumi tradizionali romani condanna della scienza medica greca.
È acerrimo avversario di Scipione l’Africano, tanto da costringerlo, con l’accusa di malversazione, ad abbandonare la vita politica e a rifugiarsi a Villa Literno. È legato però ad alcuni aristocratici, come Lucio Valerio Flacco, Lucio Emilio Paolo e suo figlio Scipione Emiliano, che diventa suo genero. Sostiene la necessità di distruggere definitivamente Cartagine. Muore nel 149 a.C. poco prima dell’inizio della Terza Guerra Punica.
- Nella sua lunga carriera, prima di avvocato e poi di uomo politico, Catone pronuncia numerosi discorsi pubblici. Ai tempi di Cicerone sembra che esistessero ancora centocinquanta orazioni (Brutus 65); oggi abbiamo oltre duecento frammenti. Secondo Cicerone (Brutus 69), prima di quelle di Catone non esistono orazioni latine degne di essere lette.
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