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Letteratura italiana (Secoli XVII-XIX)

27/3/2013

Giovanni Pico della Mirandola

Giovanni Pico della Mirandola nasce a Mirandola, in provincia di Modena, il 24 febbraio del 1463: non è quindi un fiorentino, anche se il punto culminante della sua carriera coinciderà con gli anni trascorsi a Firenze, ed è più giovane degli altri personaggi laurenziani.

Il padre era il conte Giovan Francesco I della Mirandola e la madre era Giulia Boiardo, zia del famoso poeta Matteo Maria Boiardo, autore dell’Orlando innamorato; la sua prima formazione si svolge in area emiliana, caratterizzata da un’impronta eclettica: studia prima Diritto canonico a Bologna, poi, trasferitosi più decisamente nell’àmbito di Ferrara, il suo percorso di studi si indirizza agli studia humanitatis, alla scuola di Battista Guarini, figlio di Guarino Veronese.

Nel 1479 soggiorna brevemente a Firenze, a cui legherà poi la parte più importante della sua carriera, stringendo rapporti di amicizia con Lorenzo de’ Medici, Poliziano e Girolamo Benivieni, poeta e umanista fiorentino di quegli anni.

Fra il 1480 ed il 1482, a Padova, intraprende studi di carattere filosofico: Padova era una città filosoficamente legata all’Aristotelismo. Pico studia sotto la guida di Nicoletto Vernia, un noto aristotelico padovano conosciuto anche per le sue posizioni di stampo averroistico, contrassegnate cioè da un Aristotelismo radicale.

A questi anni corrisponde anche l’incontro con Elia del Medico, un ebreo cretese che, oltre ad essere egli stesso un importante studioso delle opere di Aristotele, avvicina il Pico alla conoscenza della Letteratura mistica ebraica: l’interesse del Pico per il Misticismo ebraico e per l’Esoterismo ebraico sarà uno dei tratti più caratteristici e originali dell’impostazione speculativa pichiana; in questa strada il Pico potrà giovarsi anche della collaborazione di altri dotti ebrei di quel periodo, conosciuti sia a Padova che a Firenze, soprattutto Flavio Mitridate, che accompagnerà il Pico nella sua esplorazione dell’allora pressoché sconosciuta, in Occidente, Letteratura qabbalistica.

Pico ha quindi una preparazione strettamente eclettica: partendo da studi di Diritto, suggeriti dalla madre, che evidentemente si preoccupava di indirizzare il Pico verso attività di carattere pratico. Nel 1478, alla morte della madre, abbandonò gli studi di Diritto per intraprendere un percorso di studi più strettamente umanistico, anche se molto legato alla Filosofia. Il Pico quindi può contare su una formazione culturale assai varia e composta.

L’esordio letterario a Firenze

Dopo il periodo padovano, nel 1484 Pico è a Firenze, dove si può collocare quindi l’esordio letterario, con due importanti epistole: una è indirizzata a Lorenzo de’ Medici, datata 15 luglio 1484, un omaggio al signore della città presso cui Pico andava a stabilirsi; ne loda la Poesia, scrive quindi non all’uomo politico, ma al poeta, soprattutto gli sviluppi più recenti legati al Comento, un’idea di Poesia lirica impegnata sul terreno filosofico-speculativo.

La lode della Poesia laurenziana si sviluppa nella forma più eloquente e impegnativa che si possa immaginare: si confronta la Poesia di Lorenzo con Dante e Petrarca. Pico afferma che la Poesia laurenziana è perfetta sintesi e allo stesso tempo superamento dei due modelli: il Petrarca raffinatissimo, al cui linguaggio forbito e alla cui forma melodiosa però non sempre corrisponde un’analoga ricchezza e profondità dei contenuti.

Petrarca, dice Pico, presenta spesso il difetto tipico degli Orientali, una sovrabbondanza formale, un’eccessiva ricchezza di ornamenti e ricercatezze espressive a cui non corrisponde altrettanta profondità di pensiero. Dante invece presenta il difetto opposto: è ricco di contenuti, di importanti sentenze morali e filosofiche, ma povero di espressioni raffinate ed auliche.

Pur vedendo comunque in Dante e Petrarca i fondatori della Poesia italiana, per il Pico la Poesia di Lorenzo congiunge le frivolezze degli innamorati con la profondità filosofica e con un’elaborazione di pensiero originale e profonda, congiunge la raffinatezza dello stile con la ricchezza di riflessioni e di sentenze morali, di proposizioni di carattere filosofico, superando in tal modo Dante e Petrarca, portando la tradizione della grande Lirica italiana alla sua definitiva e assoluta compiutezza.

Vi è l’ideale di una Poesia elegante, dotta e profonda insieme, in cui il modello dantesco e petrarchesco si contemplavano vicendevolmente. Lorenzo lavorerà a quest’opera fino alla sua morte nel 1491; il Pico di fatto propugna l’idea della fusione fra studia humanitatis e studi filosofici, che sarà la cifra caratteristica di questa prima stagione pichiana.

Appunti di Alberto Longhi, Matr. 837296

De genere dicendi philosophorum

L’altra grande epistola è quella nota come De genere dicendi philosophorum, che il Pico indirizza il 3 giugno 1485 ad Ermolao Barbaro, il grande umanista veneziano che era peraltro anche un grande studioso di Filosofia, soprattutto aristotelica.

Il Pico risponde ad una lettera che il Barbaro gli aveva indirizzato da Venezia in data 5 aprile, in cui si congratulava per i brevi progressi che egli aveva compiuto negli studi umanistici, impadronendosi della conoscenza del Greco; il Barbaro tuttavia lo metteva in guardia dal non perdere troppo tempo nello studio della Filosofia medievale, che il Barbaro definiva tale da non meritare un eccessivo dispendio di energie da parte di un giovane così brillante e ben avviato.

Il concetto del Barbaro è proprio quello con cui gli Umanisti si accostano al pensiero medievale; detestano la Scolastica prediligendo la Patristica, e amano Platone: non c’è alcuna possibilità di rivolgersi ai posteri senza avere uno stile chiaro, limpido ed elegante, cosa che i filosofi medievali certamente non possedevano.

Il Pico risponde a questa lettera, un vero e proprio trattatello sul rapporto tra Retorica e Filosofia: è una questione centrale nella riflessione di questa prima stagione pichiana. L’epistola fondamentalmente può essere divisa in tre parti, partizione tradizionale di un’epistola composta secondo i criteri della buona Retorica: exordium, argumentatio e peroratio.

Nell’exordium il Pico si rivolge al Barbaro elogiandolo per la sua eloquenza, per le qualità superiori del suo stile, e sostanzialmente facendo proprie le osservazioni che il Barbaro gli aveva rivolto, mostrando di accettarne i consigli, rammaricandosi quindi di aver perso tanto tempo nello studio di quei «barbari e rozzi» filosofi medievali contro cui l’umanista veneziano si era scagliato.

Ma poi, nella parte più ampia dell’epistola, nel corpo centrale, nell’argumentatio, la parte cioè in cui l’epistola sviluppa i propri argomenti, il Pico introduceva per consolarsi della sua sprovvedutezza la figura di un filosofo «barbaro», un medievale, a cui affidava il compito di difendersi dalle accuse che il Barbaro aveva indirizzato contro tutta la categoria: una sorta di gioco delle parti di carattere retorico, in cui a questo personaggio fittizio spettava il compito di difendere la Filosofia medievale dalle accuse del Barbaro.

Il filosofo «barbaro» risponde con l’osservazione che, laddove si tratti di questioni che hanno a che fare con la verità, l’eleganza dello stile, la ricercatezza retorica, non solo non è necessaria ma rischia di essere addirittura dannosa, in quanto la Verità si presenta “nuda”, e non ha bisogno di panneggi e ornamenti che risultino superflui, inutili.

Un esempio ne sono le Sacre Scritture, nel suo insieme composte in uno stile che non può essere definito elegante secondo i canoni della Retorica propriamente classico-umanistica; e oltre a difendere la legittimità di uno stile disadorno, “nudo”, l’immaginario filosofo barbaro passa all’attacco: accusa gli Umanisti, in modo particolare i filologi, di praticare una forma di Cultura che non è elegante, attribuisce un’importanza eccessiva a questioni spesso del tutto marginali, oziose e prive di reale consistenza.

Il filosofo rivendica l’importanza di una paideía forse meno brillante e affascinante ma più solida e sostanziosa: se gli Umanisti si appassionano a discutere della madre di Andromaca o dei figli di Miope, cioè di minime questioni mitologiche, il filosofo pretende che si affrontino argomenti più profondi e decisivi; e a quel punto non importa più con quale stile si affronta l’argomento. Con questi ed altri argomenti l’immaginario filosofo inventato dal Pico controbatte allora alle tesi del Barbaro veneziano.

Nella peroratio, la parte conclusiva dell’epistola, il Pico riprende infine la parola e a questo punto dichiara di non condividere le idee del suo personaggio: si tratta semplicemente di un espediente a cui ha fatto ricorso per stimolare il Barbaro a sostenere la causa dell’eloquenza umanistica come solo lui sa fare.

Insomma, il Pico assimila il congegno della sua epistola allo stesso tipo di situazione retorica che si ritrova nella Repubblica platonica, laddove Glaucone interviene parlando contro la Giustizia non perché sia effettivamente convinto di quello che dice ma al solo scopo di provocare Socrate per invocarlo ad intervenire in difesa della Giustizia.

Ricorda molto anche i Dialogi ad Petrum Histrum di Leonardo Bruni, dove Niccoli prima attacca ferocemente Dante, Petrarca e Boccaccio per poi dichiarare d’averlo fatto soltanto per stimolare il Salutati ad intervenire in difesa di quei personaggi: è quindi una sfida, una provocazione, perché si intervenga a parlare in difesa dell’eloquenza umanistica, cosa che il Barbaro farà qualche mese dopo con un’altra epistola nella quale svolge appunto il ruolo che il Pico gli ha assegnato di difensore dell’Umanesimo.

Retorica, Filosofia e formazione pichiana

Testi di questo genere lasciano inevitabilmente il lettore nel dubbio: davvero tutto può essere risolto sul piano retorico come un mero gioco tra il Pico e il Barbaro? O le parole che il Pico fa pronunciare al suo immaginario filosofo medievale non contengono almeno qualche aspetto che corrisponda effettivamente al pensiero pichiano?

L’impressione degli studiosi moderni è che le cose stiano effettivamente così: il discorso del filosofo «barbaro» potrebbe interpretare alcune posizioni del giovane Pico, il cui problema fondamentale era trovare un’intersezione fra discipline di carattere letterario-retorico e discipline di carattere filosofico.

Il Pico, che dispone di una formazione agguerrita su entrambi questi fronti, denuncerebbe forse un suo peculiare disagio, una sua insoddisfazione sia per una Retorica che ritenga di poter essere autosufficiente sia per una Filosofia che ignori completamente le acquisizioni e le conquiste della nuova e grande Cultura umanistica.

Si perorerebbe una causa di una congiunzione di questi due filoni del sapere: gli studia humanitatis dovrebbero irrobustirsi attraverso la frequentazione della speculazione filosofica, e la Filosofia a sua volta dovrebbe divenire più elegante, più conversevole, più umana, attraverso la conoscenza degli strumenti espressivi e comunicativi della Retorica umanistica.

È un disagio che il Pico manifesterà anche in altre lettere pubblicate nel corso degli anni: scrivendo, ad esempio, all’amico Poliziano, il Pico gli confessa che, diviso com’è nella sua formazione, incapace di scegliere uno dei due àmbiti, ricava spesso la sensazione di non ricavare nulla di completo, perché non si sente «poeta né oratore né filosofo», proprio perché nel tentativo di sedere su entrambe le sedie finisce col non stare bene e non sentirsi a suo agio né su una né sull’altra.

Il tentativo di conciliare questi due filoni culturali si esprimerebbe nella forma un po’ ambigua e di certo problematica come l’epistola al Barbaro.

Poco dopo, il Pico partì da Firenze, dopo luglio 1485, alla volta di Parigi, alla Sorbona, per completare la sua formazione filosofica in un ambiente intellettuale legato ancora alla Filosofia medievale, da cui il Barbaro aveva cercato di tenerlo lontano.

D’altra parte, che la polemica fra il Pico e il Barbaro non fosse solamente fittizia, un mero gioco retorico, lo si ricava anche dal fatto che i loro rapporti si raffreddarono alquanto negli anni immediatamente successivi: il Pico e il Barbaro torneranno ad avvicinarsi quando il Pico si troverà in una grande situazione di difficoltà personale e gli equivoci passati saranno superati da motivi più urgenti.

Il secondo soggiorno fiorentino e il progetto romano

Ritorna a Firenze agli inizi del 1486: si apre, con questo secondo soggiorno fiorentino, il momento culminante della vicenda intellettuale ed esistenziale del Pico, momento caratterizzato da una straordinaria creatività, da un fervore di progetti che maturano e si affacciano sul suo tavolo di lavoro.

L’iniziativa più importante, più ambiziosa, è quella di un grande convegno di dotti ed intellettuali che il Pico intendeva riunire a Roma per sottoporre loro la discussione di una serie di tesi da lui elaborate: è probabile che l’idea di questo grande convegno fosse stata influenzata dalle dispute dialettiche a cui con ogni probabilità aveva potuto assistere alla Sorbona a Parigi, dove ancora era frequente l’uso medievale della discussione pubblica delle quaestiones filosofiche.

Il tema è il carattere fondamentalmente unitario della Verità; le diverse religioni e filosofie, in quanto espressione della Verità, avrebbero fondamentalmente un’unica radice: compito del sapiente è mettere in luce la radice unitaria di queste diverse forme religiose e sapienziali. Il Pico si colloca quindi su una linea di continuità di grandi dotti bizantini come il Bessarione e umanisti come il Ficino.

Dunque, l’idea che esista una radice unica della Verità è un elemento di originalità: dal punto di vista del Pico, un notevole contributo veniva dallo studio dei testi della sapienza orientale; negli anni della sua formazione il Pico aveva cominciato ad accostarsi alla sapienza ebraica, e nel corso del tempo questi suoi interessi si erano ulteriormente approfonditi e ramificati.

In modo particolare da quel momento in cui incontra quel personaggio che era Flavio Mitridate, o Guglielmo Raimondo Moncada, un ebreo convertitosi al Cristianesimo che era un grande conoscitore delle lingue orientali e sotto la cui guida il Pico si mette a studiare l’Ebraico, l’Arabo e il Caldaico, oggi si direbbe più propriamente l’Aramaico, le lingue a cui erano consegnati testi fondamentali della sapienza religiosa orientale.

Il Pico legge in lingua originale i testi biblici, quelli della Qabbaláh, quelli cioè della Mistica ebraica, il Corano. C’è un’interessante lettera scambiata con il Ficino in cui quest’ultimo chiede al Pico di restituirgli una copia del Corano tradotto in Latino: il Pico, che non era in buoni rapporti con il Ficino in quel momento, gli risponde che gliela manda subito perché tanto lui ha cominciato a leggerla in Arabo e non ha più bisogno della traduzione latina.

Da questi filoni della sapienza orientale per la prima volta reintrodotti nella Cultura occidentale, il Pico introduce l’idea di fondo che il Mondo intero è un libro in cui i vari testi sacri devono aiutare a decifrare correttamente la lingua segreta per forgiare poi l’unità delle diverse dottrine, ricongiungendo quindi le diverse fazioni in cui il Mondo umano era venuto scindendosi e diramandosi.

L’episodio di Arezzo

Agli inizi di maggio del 1486 il Pico si mette in viaggio per Roma con al séguito una ventina di uomini, in parte in piedi e in parte a cavallo; e in modo del tutto imprevedibile e inatteso, quasi mai questi uomini parlano delle proprie vicende personali: quel che si sa di loro lo si apprende da altre fonti a loro contemporanee, il 9 maggio si ferma fuori delle mura di Arezzo, e il giorno dopo tenta di rapire una certa Margherita, già in rapporti con lui da qualche tempo e tuttavia già sposata con un personaggio squattrinato della famiglia Medici.

Margherita era una ricca vedova, che subito dopo essere rimasta vedova del suo primo marito era andata in sposa a questo Giuliano di Mariotto de’ Medici, gabelliere ad Arezzo. Mentre la donna si recava a messa in compagnia di due servitori, il Pico a cavallo l’avvicina, la trascina sul suo cavallo e comincia a fuggire.

L’episodio non passa inosservato: il capo della Polizia di Arezzo fa suonare a stormo le campane, raccoglie duecento uomini, i quali inseguono il Pico e la sua scorta raggiungendoli poco dopo e svolgendo un breve combattimento nel quale molti degli uomini del Pico vengono feriti.

Il Pico e il suo segretario personale si salvano solo al fatto che dispongono di buoni cavalli che consentono loro di fuggire velocemente; il Pico viene catturato poco dopo, prima che riescano a sconfinare nel territorio di Siena.

L’episodio ha una larga eco, data anche la notorietà del personaggio: ne parlano molti ambasciatori nei loro spacci, in modo particolare in quelli dell’ambasciatore estense, territorio di cui il Pico era un feudatario. Il Guidoni, l’ambasciatore estense, scrive ai Signori di Ferrara che «i molti che fino ad ora lo consideravano quasi un santo, adesso lo vedono come una sorta di Lucifero».

Gli Aretini fanno nel frattempo sapere a Lorenzo de’ Medici che considerano quel colpo di testa del Pico come un gesto da non sottovalutare, come un’offesa grave al popolo aretino; Lorenzo, ad ogni modo, interviene e riesce a placare e calmare la situazione facendo riportare il Pico a Firenze.

Per alcuni mesi le fonti e i documenti tacciono: si può quindi supporre che il Pico resti a Firenze.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

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