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Riassunto di Letteratura italiana moderna e contemporanea

Libro adottato: Il più bel gioco del mondo, Brera

Appunti sull’Introduzione

Innovatore, anzi inventore di un lessico sportivo coniugato ad una cultura molto originale (con fulminee incursioni nella storia patria e fra i classici della letteratura, come dimostra la nomenclatura di sapore omerico, “abatino” per Rivera e “rombo di tuono” per Riva), dotato di un tratto polemico e volentieri sarcastico (ma mai volgare), Brera era il teorico del gioco all’italiana (catenaccio e contropiede), firmatario di una prosa intrigante e difficile, mescidata ed intarsiata, sul cui estro dominavano i capricci della musa “Eupalla”.

Traendo argomenti dalla conoscenza dell’atletica leggera, afferma che il vivaio dei calciatori italiani è ipotecato da fame atavica, povero di calorie e dunque di atleti veri e di fondisti da utilizzare in quello che un suo ricordo liceale gli fa chiamare il “mare magno” del centrocampo: costrette a giocare alla pari contro avversarie di ben altro nerbo fisico e in un invaso per loro troppo grande, le squadre italiane soccombono perché rinunciano, per ignoranza e masochismo, al solo modulo in grado di esaltare l’agilità e lo scatto dei difensori oppure la fantasia degli attaccanti di cui il vivaio continua a essere ricchissimo. Questo è il modulo di Davide che atterra Golia, qualcosa che afferma l’astuzia del povero contro la tracotanza del ricco.

Catenaccio, anzi “santo catenaccio”, per la capacità di produrre risultati in proporzione inversa alle aspettative, a volte ai limiti dell’improbabile e del miracoloso. Antipodi e nemici, dunque, sono tutti quanti gli “offensivisti”, assieme alla stragrande maggioranza dei colleghi giornalisti, specie quelli di una stampa specializzata attenta alle tirature e persuasa a blandire comunque il lettore.

Quando la scrittura di Brera giunge a piena maturazione, alla fine degli anni ’50, due sono i tratti che la caratterizzano: da un lato la vocazione mimetica, realistica, di chi si dà il compito di raccontare la partita per quello che è, evadendo d’acchito le iperboli di un giornalismo sportivo portato a gonfiare i muscoli e la prosa, dunque a mistificare l’evento nello stesso momento in cui presume di descriverlo; dall’altro, l’esigenza di un giusto distacco, e perciò dell’ironia propria dell’attitudine saggistica, di chi quel medesimo evento deve prima valutare e infine giudicare.

Quella di Brera è una epica di continuo corretta e legittimata dalla critica. Stile alto e basso, apologia e parodia, cioè il comico con cui affligge gli eroi della domenica e il tragico che ne svela il lato umano e più vulnerabile, vi si alternano e si danno alla fine come una cosa sola. I nomignoli e gli epiteti che affibbia ai calciatori, le reminiscenze liceali, le dotte diversioni in materia di storia e letteratura, compresi imprevedibili rigurgiti dell’autobiografia, tutto questo gli serve per ribadire ad oltranza l’idea che il senso di una partita di calcio, il suo contenuto di humanitas, sta proprio nel suo essere fallibile, nel suo manifestarsi come trama inconclusa di schemi e di gesti che ora attingono un’estetica (e talvolta l’intensità musicale) ora invece naufragano nell’informe e nell’indistinto della banalità quotidiana.

Come lavora Brera?

Allo stadio, partecipa dal vivo, sente la partita con pienezza emotiva, commenta a voce alta, gli capita di strepitare; seduto in tribuna stampa, accanto alla fondina degli occhiali e alla sacca del fumo, tiene aperto il taccuino che funge da itinerante palinsesto della gara. Lì deposita appunti, promemoria, gli umori di un attimo e i rilievi di un commento che sarà poi più meditato; aggiunge volentieri schizzi e disegni relativi agli schemi del gioco in atto. Le ore immediatamente successive alla partita ama dedicarle alla decifrazione del palinsesto e alle prime seriazioni statistiche che ne derivano. Non scrive affatto, sembra ruminare l’articolo, rifugge il caos della redazione. E poi, eccezionalmente, detta lui direttamente titolo, occhiello e sommari.

Ogni lunedì sa scatenare logomachie che durano l’intera settimana, sobillando la discussione degli appassionati, spartendo amori e rancori, dividendo l’Italia calcistica tra estetica del bel gioco ed etica del nudo risultato, tra difensivisti ed offensivisti, cultori del vivaio nazionale e fanatici dei campioni stranieri, o finalmente tra i detrattori di Gianni Rivera e i patiti del “Golden Boy”, la cui parte in commedia, per decenni, è quella del nemico dichiarato ma, sottotraccia, quella di un complice altrettanto indispensabile.

Appunti su “Interpretazione critica di una partita di calcio”

Il gioco del calcio è una sorta di mistero agonistico traverso il quale si nobilitano quelle che un tempo erano le mani posteriori dell’uomo. Il suo fascino viene forse dalla sfericità della palla, che per essere sempre ed ovunque in perfetto equilibrio, si trova in certo modo a mimare la prodigiosa armonia del mondo.

L’arte che nobilita il gioco consiste nel muovere la palla con dolce o energica violenza e nel padroneggiarla dopo averla domata, nell’indirizzarla docile e quasi spenta ad un compagno che si smarca per riceverla; forte, invece, e possibilmente viziata di effetti, verso l’ultimo custode della porta avversaria.

Il significato emblematico del calcio è comune a tutti i giochi di squadra: la porta è il sesso della madre, d’una sorella o di una sposa: la difendiamo accanitamente se è nostra, la insidiamo per profanarla se è degli antagonisti.

E poiché di scientifico non sembra esservi nulla, e invece vi è molto!, nell’impostazione tattica di una partita, la componente casuale influisce sul gioco traverso forme spesso non volute, erronee e tuttavia producenti.

La partita di calcio è una lunga trama il cui epos viene immediatamente colto nei suoi aspetti più evidenti e comuni.

In campo si muovono e agiscono venticinque personaggi a proprio modo protagonisti o comprimari.

È assodato che la preghiera agisce telepaticamente in modo e misura quasi sensibili: figuriamoci la forza d’urto (sic!) di migliaia e migliaia di occhi intenti, di cuori eccitati, di cervelli caldi! La partita è un dramma agonistico completo. Ha i suoi momenti tristi e buffi, esaltanti e contrari. L’esito finale determina traumi psicologici ai quali non sono quasi mai indifferenti le coronarie d’un uomo bennato. In questo bailamme di sensazioni e di sgarri, di ribellioni e condiscendenze, il critico pedatorio deve rivedere – decifrando il taccuino – la sua analisi momentanea e procedere a una sintesi che poi si tradurrà in cronache e commenti.

All’inizio ero così compreso dei miei doveri che senza volere assumevo uno stile aulico, diciamo quasi di maniera crociana, che almeno si accorgesse il lettore di come io prendevo sul serio lui, il calcio e il mio mestiere!

Il dramma completo che è una partita di calcio è un susseguirsi continuo di gesti e di rinunce, di piazzamenti utili o errati, di prodezze ed errori non sempre colti nella loro essenza tecnica e agonistica.

Appunti su “Inter – Milan 6-5, 1949”

Note:…classica atmosfera del tardo autunno lombardo sullo stadio gremito. Temperatura non immite. All’inizio della ripresa si è visto anche il pallido solicello di San Martino.

…il Milan, per l’antiquata impostazione tecnica del suo trio di centro, ha scatenato offensive praticando il non mai abbastanza deprecato gioco orizzontale (arresto, dribbling e passaggi brevi, quasi sempre di lato).

Al contrario l’Inter, sopraffatta per coesione di squadra e articolazione di reparti, s’è contenuta prudente in difesa, sciabolando all’attacco ogni qual volta le si offrisse il destro. E mentre doveva il Milan, con laboriosa preparazione, concludere i suoi attacchi in area frequentatissima, l’Inter ad ogni lancio (o respinta lunga) dei suoi difensori, in poche battute essenziali giungeva alla meta.

In effetti, in partite come queste, con punteggi da incontri interginnasiali, la metà campo è abolita: e i lanci lunghi in avanti son fatti apposta per stroncare qualsiasi mediano.

Appunti su “Lazio – Juventus 2-1, 1950”

La Juventus strappò un primo urlo deluso al suo pubblico con una staffilata di Martino a fil di palo (5’).

Quando gli juventini giungono a tiro, l’area laziale ridonda di difensori.

…viluppo di corpi all’altezza del disco fatidico. Poi tutti si rialzano e Galeati vi pone la palla per il rigore di espiazione.

Appunti su “Italia – Inghilterra 1-1, 1952”

Pandolfini…è la flagrante dimostrazione che senza scatto e senza potenza atletica un giocatore, anche assai tecnico, non può mai essere completo.

Manente ha avuto momenti paurosi con Finney, ma non è mai cascato nel tackle a corpo morto, ha sempre “pedalato all’indietro” per nostra fortuna: alla fine il gran gigione dell’attacco inglese non ha fatto che torneargli innanzi senza saper che fare.

Gli inglesi…due grandi laterali costruiscono il gioco, due poveri interni non lo sanno rifinire, tre deboli punte avanzate non lo sanno concludere oltre un determinato ritmo…Il portiere è del genere tipico di Albione: del tutto privo di vezzi teatrali e debole alquanto nelle parate a terra.

Di questo pareggio, ad ogni modo, il calcio italiano aveva bisogno per versi disparati e però tutti importanti: con esso ha chiuso, speriamo bene, carriere gloriose ma inadeguate ormai al clima della squadra azzurra; ha riaffermato il sostanziale valore dei giovani; ha ritrovato il morale, la fiducia nelle proprie possibilità internazionali, la coscienza del proprio rango.

Appunti su “Inter – Juventus 2-0, 1953”

Terreno migliore di quanto ci si aspettasse, ma sempre difficile: una striscia di trucioli più larga del solito da una porta all’altra.

Brutto gioco, penoso WM da una parte, ruvido catenaccio dall’altra.

…ne esce il lateralismo deteriore che già gli svizzeri hanno imposto agli azzurri: quel cercare lo spunto fra troppe gambe, quell’impossibile ricorso al dribbling ora che sono appannati i riflessi e le forze mancano, e difendersi è più facile che attaccare.

Sul ritmo di un ditirambo rediano imposteremmo la cronaca di questa grande dissennata partita per lo scudetto. Emozioni continue, rilievi tecnici, episodi in contrasto, reti e no, rigori e no. Poi quell’urlo della folla, quando parve sicuro il risultato: l’indimenticabile urlo di sollievo, gli abbracci, le piroette, pure in quel pigia pigia!

Il catenaccio, ancorché fisso, ha confermato la sua sostanziale bontà sotto l’aspetto agonistico. Blason, che fuori dalla…fortezza perdeva tackle irrisori, fra le mura familiari, a dir poco, era imbattibile…

Realizzata la rete di sicurezza, Skoglund e Lorenzi in coppia parvero giocare irridendo. Il loro temporeggiare s’impreziosiva di dribbling tocchi e schivate geniali.

…il più prolifico attacco del campionato aveva bagnato le polveri del suo troppo sudore: la difesa più cauta l’aveva spuntata: e con pieno merito!

Appunti su “Svizzera – Italia 2-1, 1954”

…Lo smaccato professionismo è sortito da una situazione moralmente bacata. Soltanto il bisturi potrebbe sanare il corpo ormai verminoso del nostro calcio. Non è assolutamente sopportabile che attenti, in questo modo, allo stesso buon nome del Paese. Il gladiatorismo così favorito e vezzeggiato e idoleggiato fa disonore a n

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Contorbia Franco.
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