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La letteratura delle origini

Le prime attestazioni

Le prime tracce sono associate a testi latini e pratici. La forma scritta non era la primaria, derivano infatti anche da testi cantati o recitati dai giullari, e sono riprese dai modelli gallo-romanzi.

Le tracce

L’indovinello veronese è il primo documento scritto in volgare italiano (VIII-IX secolo): ‘se pareva boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba’ = ‘anteponeva a sé i buoi, bianchi prati arava, e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava’. L'indovinello istituisce forse un'analogia tra l'azione del contadino con l'aratro in un campo e quella dell'amanuense con la scrittura sulla carta.

I ritmi

Si tratta di lunghe serie di versi senza uno schema metrico fisso (anisosillabismo), distribuiti in strofe che riuniscono un numero variabile di versi, e assomigliano – per questa irregolarità – ai ritmi della poesia latina, dotati però di accuratezza retorica e stilistica. Solitamente avevano argomento religioso e finalità didattiche, nascevano infatti nell’ambiente monastico, nell’area centro-meridionale. Si tratta di testi isolati, che non formano una tradizione, ma che ci permettono di constatare come prima della nascita della scuola siciliana esistessero, in Italia, autori in grado di scrivere versi in volgare.

Testi isolati

In particolare ricordiamo:

  • Ritmo su Sant'Alessio (inizio del XII sec., Ascoli, Bibl. Comunale, ms XXVI A 51, 257 versi): racconta la storia del patrizio romano Alessio, convertitosi a una vita d’ascetismo (vita latins + fonte francese); è costituita da lasse di ottonari e novenari, concluse da due o tre versi decasillabi o endecasillabi con rima diversa.
  • Ritmo Cassinese (fine del XII sec., ms Montecassino 552-32, 96 versi): mette in scena il dialogo tra due sapienti, appartiene alla tradizione dei contrasti, ha una fonte latina (Collatio Alexandri cum Didimo rege), e ha una finalità didattica, cioè il disprezzo della vita terrena e l’esaltazione di quella ultraterrena.

Ritmo Cassinese:

Eo, sinjuri, s’eo fabello,
lo bostru audire compello:
de questa bita interpello
• de dell’altra bene spello.
Poi ke’ nn altu m’encastello,
ad altri bia renubello
• mmebe cendo [e] flagello.
Et arde la candela, sebe libera,
et altri mustra bïa dellibera.
lo, signori, se parlo (fabello), sollecito (compello) il vostro ascolto: depreco (interpello) questa vita (terrena), e dell'altra parlo bene. Dato che mi sono arroccato in alto, ad altri faccio ritrovare la via (bia renubello), e così mi incendio e brucio. La candela arde, consuma sé stessa, ma agli altri mostra la via sgombra.

Altri esempi includono il Ritmo laurenziano (1188/1207 ca.), Ritmo bellunese, e Ritmo lucchese.

La prima poesia d’amore: Quando eu stava in le tu’ cathene

Negli anni Trenta del Novecento, il paleografo Giovanni Muzzioli trovò su una pergamena conservata nell’Archivio Arcivescovile di Ravenna una canzone in volgare antichissima, e ne parlò al grande storico e filologo Augusto Campana. I due cominciarono a studiarla. Poi Muzzioli morì, e Campana non pubblicò mai il testo. Nel 1994 Campana morì, e del testo si perse così ogni traccia. Poi nel 1997, il filologo Alfredo Stussi ritrovò il testo e (nel 1999) lo pubblicò in edizione critica. Si tratta di una canzone di cinque stanze di dieci decasillabi con schema ABABAB (fronte) CCD (sirma), la rima D è irrelata; sia nel metro sia nel tema (le pene d’amore di un giovane per una donna) mostra senza ombra di dubbio che l’anonimo poeta conosceva bene la tradizione lirica provenzale. Il testo è databile al periodo compreso tra il 1180 e il 1210. Eccone la prima stanza:

Quando eu stava in le tu’ cathene,
oi Amor, me fisti demandare
s’eu volesse sufirir le pene
ou le tu’ rechiçce abandunare,
k’è nno grand’e de sperança plene,
cun ver dire, sempre voln’andare.
Non respus’a vui diritament
k’eu fithança non avea nient
de vinire ad unu cun la çente
cui far fistinança non plasea.
Quando stavo nelle tue catene, o Amore, mi facesti chiedere se volevo soffrire le pene oppure rinunciare alle tue ricchezze, che sono grandi e, a dire il vero, sempre sono piene di speranza. Non risposi a voi immediatamente perché non avevo fiducia di unirmi alla donna gentile cui non piaceva far presto.

La scuola siciliana

Origine e sviluppo

Federico II (1194-1250) di Svevia, era diventato re di Sicilia a soli quattro anni, nel 1198, e nel 1220 aveva unito a quella corona il titolo, molto più importante, di imperatore del Sacro Romano Impero: fu dunque, per mezzo secolo, il più potente sovrano europeo. Nella sua corte a Palermo (il Palazzo dei Normanni), soprannominata ‘Magna Curia’, riunì filosofi, scienziati, letterati e poeti che scrivevano in greco, arabo, latino e anche in volgare siciliano. Accanto a Federico II ci sono i suoi funzionari, che alternano il lavoro di amministratori, notai, ambasciatori all’attività artistica. La poesia – come l’arte in generale – era un’occupazione per privilegiati, e non stupisce quindi che a scrivere versi fossero soprattutto persone di alto rango, che avevano studiato ed erano in grado di leggere la letteratura latina e la lirica provenzale.

Testimonianze

  • Zurigo, Zentralbibliothek, ms C88 Resplendiente di Giacomino Pugliese, 1234-35
  • Laurenziano Rediano 9: toscano occidentale con apporti fiorentini
  • Banco Rari 217: già Palatino 418, BNCF, pistoiese
  • Codice Vaticano latino 3793: (fiorentino) 190 fogli, 26 fascicoli, mille componimenti (canzoni, sonetti) ogni sezione si apre con un componimento chiave - Giacomo da Lentini, Madonna, dir vo voglio (libera traduzione da Folchetto da Marsiglia).

Rima siciliana

La poesia degli autori raccolti intorno alla corte di Federico II venne scritta in un siciliano colto, pieno di parole ricavate dal latino, dal francese e dal provenzale, ma noi non la conosciamo nella sua forma originale, bensì in forma toscanizzata. Verso la metà del Duecento, infatti, uno o più manoscritti siciliani arrivarono in Toscana, e qui vennero copiati. Ma chi copiò sovrappose i tratti fonomorfologici della sua lingua a quelli dei testi: anziché scrivere amuri (come dicevano e scrivevano i poeti siciliani) scrisse amore, anziché scrivere cori scrisse cuore o core. Ma che succede quando si “toccano” parole che rimano tra loro? Succede che una rima che era perfetta secondo il sistema vocalico siciliano diventa imperfetta quando a quelle originali si sostituiscono le corrispondenti parole toscane. E’ la rima di i con e chiusa e di u con o chiusa - diri : taciri > dire : tacere.

Protagonisti

  • Giacomo da Lentini
  • Giacomo dalle Colonne
  • Iacopo Mostacci
  • Pier della Vigna
  • Stefano Protonotaro
  • Rinaldo d’Aquino
  • Giacomino Pugliese
  • Cielo D’Alcamo
  • 25 autori in totale

Giacomo da Lentini: Un notaio, infatti noto come il ‘Notaro’, la sua produzione comprende 14 canzoni e 24 sonetti, ed è considerato il caposcuola del movimento. Nelle sue poesie sono già quasi tutti presenti i motivi, i temi, le soluzioni formali che ritroveremo nei lirici successivi, diventa quindi un vero e proprio modello per gli altri, che si definiscono ‘lentiniani’. E’ a lui che si fa risalire l’invenzione del sonetto, costruita sull’abitudine della cobla esparsadei trovatori (una sorta di dialogo a distanza).

Temi e forme

L’amore è il tema principale, è un amore strutturato sull’amor cortese provenzale: relazione tra amante e amata / vassallo e cavaliere, l’amante sottostà alla donna con una relazione che potremmo definire di vassallaggio, i siciliani però passano ad una sorta di filosofia dell’amore. I siciliani sembrano inoltre tagliare fuori completamente i temi d’attualità, cosa che li differenzia ulteriormente dai trovatori (probabilmente perché il promotore della scuola era effettivamente un sovrano).

Per quanto riguarda la produzione, ci sono 2 forme principali:

  • Le canzoni
  • I sonetti: si organizzano in strutture più complesse come le ‘tenzoni’

Sonetto

La forma normale del sonetto, alla quale si possono ricondurre tutte le varianti possibili, è un testo di 14 endecasillabi, diviso in due parti, la prima di 8, la seconda di 6 versi. Lo schema di rime più antico di questa prima parte è ABABABAB (articolato per lo più in distici ben riconoscibili nella struttura retorica e sintattica); più tardi, nel corso del Duecento e soprattutto con lo Stil novo, si afferma lo schema ABBA ABBA. La seconda parte del sonetto è analizzata in due terzine. Gli schemi di rime più frequenti nel sonetto antico sono CDE CDE e CDC DCD. Modernamente la prima parte del sonetto si dice ottava / ottetto, oppure fronte (x analogia con la prima parte della stanza della canzone), la seconda parte si dice sestina / sestetto, o anche sirma (x analogia con la seconda parte della stanza della canzone).

Canzone

La canzone può essere definita nel modo più generale come 'una forma lirica strofica':

  • Lirica, cioè originariamente destinata al canto (cui allude genericamente il nome), dotata di una certa compattezza stilistica e tematica, e di estensione relativamente breve (se si pone una base di 5 strofe, le varianti sono tanto più rare quanto più sono lunghe).
  • Strofica, in quanto l'essenziale nella sua struttura è l'articolazione in strofe uguali fra loro, cioè di ugual numero di versi, composte degli stessi tipi di verso nello stesso ordine e tutte con lo stesso schema di rime.

Le stanze di una canzone possono essere indivisibili, cioè prive di articolazione interna, oppure, com'è il caso normale nella canzone italiana, divisibili. I nomi usati per questa divisione sono:

  • Fronte per la prima parte della stanza, se questa parte non è ulteriormente divisibile.
  • Sirma per la seconda parte della stanza, anch'essa se non è ulteriormente divisibile.

Piedi: indica due blocchi identici di versi, che formano la prima parte della stanza opposta alla seconda, quest'ultima divisibile o indivisibile.

Volte: indica due parti identiche, che formano la seconda parte della stanza opposta alla prima, quest'ultima divisibile o indivisibile. Le rime mutano solitamente di stanza in stanza. Sono rari i casi di canzoni senza divisione interna e con le stesse rime in tutte le stanze.

Endecasillabo

L'endecasillabo è un verso di undici sillabe con accento principale obbligato in decima posizione. L'articolazione ritmica dell'endecasillabo prevede, nel tipo prevalente (detto canonico), oltre all'accento fisso di decima, almeno un accento principale di quarta o di sesta: nel primo caso (4a, 10a) si parla di endecasillabo a minore (primo emistichio ritmicamente equivalente a un quinario), nel secondo (6a, 10a) di endecasillabo a maiore (primo emistichio ritmicamente equivalente a un settenario).

Settenario

Il settenario è un verso imparisillabo di sette sillabe, con accento principale obbligato in sesta posizione. Prima di quest'ultima, il verso contiene di norma almeno un altro accento, ma in posizione del tutto libera.

La tenzone sulla natura d'amore (1241 ca.)

Appartiene ad una fase intermedia della scuola, [ms. Barberiniano Latino 3953 (1325-35)], sono dei dibattiti sulla natura dell’amore, che sia:

  • Una sostanza (ente dotato di una sua individualità) GDL→o
  • Un accidente (qualità temporanea di una sostanza) IDM + PDV→

Solicitando un poco meo savere (Jacopo da Mostacci) → Però ch'Amore non si pò vedere (Pier della Vigna) → Amor è un disio che ven da core (Giacomo da Lentini)

Sempre presente è l’influenza della poesia dei trovatori provenzali; ma si nota l’impiego di una terminologia propria delle dispute filosofiche e teologiche (dubio, determinare, consentire, qualitate, sentenz[ï]/atore). I tre sonetti sono in parte “per le rime”; inoltre almeno una rima delle quartine si ripete nelle terzine.

Solicitando un poco meo savere (Iacopo da Mostacci):

  • La prima quartina è la proposizione del tema, l’io viene identificato con il poeta; vi è un riferimento alla dottrina d’amore legata all’intelletto.
  • Nella seconda quartina viene presentata la posizione del poeta: egli non è d’accordo con l’idea che l’amore sia una forza che può costringere i cuori ad amare, perché esso non si è mai visto.
  • Secondo l’autore, si può pensare che una disposizione all’amore sia generata dal piacere per la bellezza della persona.
  • Il poeta non riconosce altra qualità, (se non quella trattata precedentemente) perciò chiede ai lettori di giudicare.

Però ch'Amore non si può vedere (Pier della Vigna):

  • Il però di apertura indica un ‘perciò’. L’autore riprende la questione di Iacopo, e sostiene che sì, l’amore non si può vedere, molti pensano che esso non sia nulla;
  • Ma siccome si fa sentire, ci fa credere ancora di più della sua esistenza, è ancora più forte, la sua potenza è così straordinaria che domina le persone.
  • Utilizza la similitudine della calamita: non si vede come una calamita attiri a sé il ferro, eppure lo attrae dominandolo, incontrastata.
  • Ed è questo che porta il poeta a pensare che l’amore esista.

Amor è un disio che ven da core (Giacomo da Lentini):

  • La sua posizione conclude questo dibattito sulla natura dell’amore.
  • L’incipit è un esordio letterario, si rifà al testo capitale di definizione dell’amor cortese, il De Amore di Andrea Cappellano. L’amore nasce dall’abbondanza di un grande piacere. Sono gli occhi per primi a generare l’amore, e gli occhi gli danno nutrimento.
  • Molte volte ci si innamora senza aver visto l’oggetto dell’innamoramento. Ma l’amore forte nasce dagli occhi:
  • Secondo il poeta i cuori proiettano al cuore un immagine di ciò che vedono, che sia buono o cattivo.
  • E il cuore immagina, ciò causa un desiderio che gli piace, questo è ciò che regna tra la gente.

I Siculo-Toscani

  • Guittone d’Arezzo (1235 ca-1294)
  • Bonagiunta Orbicciani (1220-1290)
  • Chiaro Davanzati (seconda metà del sec. XIII)

Questi tre poeti sono l’anello di congiunzione tra i siciliani e lo Stilnovo.

Guittone d’Arezzo

Egli, in particolare, ha una grande rilevanza per la poesia del ‘200, l’importanza delle sue liriche è data dall’impegno politico-civile e religioso, specialmente nei suoi componimenti. Lo stile dell’autore viene considerato molto oscuro, aspro e verrà visto come esempio di poesia da superare (i siciliani decideranno di eliminare completamente le tematiche politiche). Le sue liriche ci sono pervenute grazie al Laurenziano redi 9, che contiene 24 canzoni e 90 sonetti, tra cui un piccolo nucleo di poesie d’amore.

Il Dolce Stil Novo (1280-1310)

Origine e definizione

Etichetta storiografica diffusa, a partire dal secondo capitolo della Storia della letteratura italiana (1870) di Francesco De Santis, dedicato ai rimatori toscani amici di Dante: "Di questo dolce stil nuovo il precursore fu Guinicelli, il fabbro fu Cino, il poeta fu Cavalcanti. La nuova scuola non era altro che una coscienza più chiara dell'arte” (Torino, Einaudi, 1971, p. 58). L’argomento sta tanto a cuore a Dante che riesce a parlarne anche nella Commedia, precisamente nei canti XXIV e XXVI del Purgatorio. Siamo nel sesto girone, quello dei golosi, e Dante incontra il poeta lucchese Bonagiunta Orbicciani, che riconosce in lui l’autore della canzone Donne ch’avete; perciò gli domanda: «Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore / trasse le nove rime, cominciando / Donne ch’avete intelletto d’amore».

Dante non risponde direttamente alla domanda di Bonagiunta, ma dà una definizione del suo modo di comporre, una definizione che fa centro sul concetto di ispirazione e di corrispondenza tra ciò che il poeta sente e ciò che il poeta dice, tra l’amore che «detta dentro» e le parole attraverso le quali il poeta-amante esprime questo sentimento: ‘I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando’ = Io sono uno che, quando Amore mi ispira, prendo nota di ciò che dice, e riferisco le sue parole nel modo in cui lui le detta nella mia anima.

Bonagiunta chiude il dialogo affermando di capire finalmente adesso che cosa distingue la poesia di Dante da quella sua e dei suoi predecessori: un nodo, un ostacolo – ammette Bonagiunta – ha tenuto lui, il Notaro Giacomo da Lentini e Guittone d’Arezzo al di qua, cioè al di fuori del «dolce stil novo» che ha appena udito dalla bocca di Dante: «O frate, issa vegg’io», diss’elli, «il nodo che ’l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!» = Fratello, ora (issa) vedo il nodo che trattenne me e Giacomo da Lentini (’l Notaro) e Guittone al di qua del dolce stile nuovo che ascolto. L’etichetta di “dolce stil novo” deriva da qui, ed è dunque una definizione trovata da Dante, anche se nella finzione della Commedia viene pronunciata da Bonagiunta.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessiahitaj di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Ferrara o del prof Rizzarelli Giovanna.
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