Letteratura e cultura italiana
Michelle Baitan - L'opera di viaggio nel '700
Introduzione
Definizione
Opere, in forma di cronache, diari, epistole e resoconti, che abbiano come soggetto luoghi visitati realmente e che ne descrivano l’ambiente fisico, sociale, storico e culturale. La descrizione può essere sostituita con l’esperienza soggettiva connessa al viaggio stesso, che costituisce fonte di avventure ulteriori. L’opera non necessariamente tratta interamente di viaggio.
Caratteristiche del genere: fluidità, caratterizzato da descrizioni e osservazioni.
Un’attestazione del genere, riguardante i viaggi tra Avignone, Colonia ed altre città europee e italiane, la troviamo nelle epistole di Francesco Petrarca “familiarum rerum libri” o le “familiares” e nelle “seniles”, che sono anche specchio delle inquietudini interiori dell’autore. Altre attestazioni sono anche le guide, che hanno funzione di testi utili ad esempio per il viaggiatore, le relazioni amministrative, militari, diplomatiche, che però non sono evidentemente opere letterarie, ma che in casi del tutto particolari hanno anch’esse una certa importanza. Ad esempio, hanno un forte valore letterario, espressivo, oltre che di testimonianza, “Il ritratto delle cose di Francia” scritto nel 1510 da Machiavelli. Si trattava di un dispaccio diplomatico steso da Machiavelli, ossia una relazione amministrativa, di grande valore letterario. Un altro esempio ne è la relazione che l'economista, politico e matematico napoletano Vincenzo Cuoco scrisse nel 1810, dal titolo “Viaggio in Molise”.
Origini del genere: le tappe fondamentali
La testimonianza di viaggio è un genere antichissimo, già conosciuto nella letteratura dell'antico Egitto. Tra gli altri c'è un celeberrimo racconto, che si intitola “Racconto del naufrago”, databile intorno al 2000 a.C., che può essere considerato in tutto e per tutto l’archetipo della cosiddetta letteratura del naufragio, un particolare sottogenere della letteratura di viaggio. È un papiro, ora conservato al museo dell’Hermitage di Pietroburgo. Si tratta di un poema composto da un autore ignoto ed è il più antico esempio scritto di poesia.
Narra le vicende di un funzionario del faraone che ritorna da un viaggio in Nubia, dove è stato mandato a capo di una spedizione commerciale. Tuttavia, il funzionario, a causa del fallimento della missione, teme l'incontro con il faraone. A questo punto interviene un amico che tenta di rassicurarlo, raccontandogli più la propria esperienza personale, avvenuta anni addietro, quando durante una spedizione ordinata dal faraone la sua nave naufragò tra le onde del Mar Rosso, ma comunque fu un’esperienza ricca di avventure e a lieto fine. Questa esperienza a lieto fine però non sortisce l'effetto sperato perché il romanzo termina con le parole suonate del protagonista, cosciente della rovinosa sorte alla quale sta andando incontro, certo che verrà punito dal faraone.
Sempre rimanendo nell’antico Egitto possiamo anche parlare del “Rapporto di Unamon”. Si tratta di un racconto ricco di avventure, composto tra il 950 e il 715 a.C. È conservato anche questo in Russia, al museo Pushkin di Mosca. È un racconto che, per la ricchezza e l'originalità della trama, per la sottigliezza psicologica dei quadri sia dei personaggi sia degli eventi presentati, viene considerato capolavoro della narrativa antica. Si tratta di una relazione vera o fantasiosa delle peripezie accadute al protagonista durante la sua missione in Libano allo scopo di ottenere il legname necessario alla costruzione di una barca dedicata al Dio Tebano Amon.
Sempre in ambito della storia antica, si può citare un altro testo che ottenne un grande successo fin dal suo primo apparire, probabilmente per il fascino derivante dalle descrizioni di genti e paesi stranieri: le storie di Erodoto, del V secolo a.C., nel quale compaiono descrizioni dei viaggi fatti dall’autore nell’Asia minore e nelle isole del Mar Egeo.
Più avanti nella storia, non possiamo non citare i viaggiatori medievali, perché da lì che ha origine la letteratura di viaggio. L’immobilità a cui è generalmente associato il periodo medievale è di fatto smentita da numerosi viaggiatori, spinti da esigenze ed obiettivi diversi. C'erano i chierici vaganti, che giravano da un monastero all’altro; c’erano girovaghi, giullari, pellegrini, ossia i viaggiatori medievali per eccellenza, che andavano a visitare i luoghi sacri per ottenere indulgenza, e poi c'erano i mercanti. Accanto a questi viaggiatori reali, il medioevo ne conosce altri puramente letterari, come, ad esempio, i cavalieri del romanzo cortese cavalleresco, impegnati in un cammino individuale di perfezionamento e di affermazione del proprio valore, simboleggiato dal viaggio.
In tutti i casi, il viaggio, che sia reale o immaginario, si accompagna al pericolo e assume un valore iniziatico, di crescita, di scoperta di sé attraverso la scoperta dell'altro, dell'altrove. Nel medioevo spetta soprattutto al mercante di età comunale a introdurre, in quello che è un mondo feudale, chiuso e statico, una spinta dinamica, espressione di una rivalutazione dell’individuo, di una ritrovata fiducia nelle capacità personali, dopo secoli di mentalità dogmatica e religiosa. Testimonianza letteraria esemplare di questi mercanti viaggiatori sono, ad esempio, le figure di mercante-viaggiatore del “Decameron” di Boccaccio. Inoltre, alcuni veri mercanti del tempo hanno lasciato interessanti autobiografie e relazioni di viaggio. Infatti, non è un caso che si debba proprio ad un mercante veneziano del ‘200, cioè Marco Polo, il primo vero e proprio libro di viaggio della nostra letteratura.
Il mercante si apre al diverso, spinto dalla necessità di esplorare nuove vie commerciali, ma anche dalla curiosità e dall'esigenza di conoscenza diretta. Il diverso inizia poi a perdere quei connotati meravigliosi e mostruosi, che erano stati indotti per secoli da una mentalità dogmatica e religiosa, timorosa, sospettosa dell'ignoto e dell’inesplorato, e sottomessa alla volontà divina. È evidente già nel medioevo la differenza di posizione nei confronti del mercante, e si coglie soprattutto tra Dante e Boccaccio. L’intraprendenza della nuova classe mercantile in ascesa è vista dallo stesso Dante nella Divina Commedia come una minaccia, perché la interpreta come portatrice di distruzione morale e civile. Così, ad esempio, punisce nel corso del suo viaggio il superbo e folle volo di Ulisse, eroe colpevole di “Ubris”, che ha sfidato Dio, non avendo rispettato i suoi limiti. Questo a differenza di quanto avrebbe dimostrato poi Boccaccio nel “Decameron” solo 50 anni più tardi, databile intorno al 1349/1353.
Il milione – Marco Polo
È considerato il primo vero e proprio libro di viaggio della nostra letteratura. Proprio l’enorme fortuna de “Il milione” ci dimostra quanto fosse diffusa già in epoca medievale la curiosità e il fascino del diverso. Il testo di Marco Polo ha un andamento che è insieme avventuroso e informativo, e ci dà testimonianza di regioni dell’estremo Oriente che all'epoca erano pressoché sconosciute. Da quest’opera, un misto tra la cronaca, la trattatistica storico geografica e la relazione di viaggio, prende le mosse la nostra moderna letteratura di viaggio.
Viene redatto alla fine del XIII secolo, proprio nel 1298/99, non in lingua italiana ma in francese antico, per esattezza in lingua d’oil, la lingua romanza nata nella Francia settentrionale e la lingua più diffusa all'epoca dopo il latino. Viene scritto da Rustichello da Pisa sotto dettatura di Marco Polo, mentre entrambi si trovavano prigionieri in un carcere della Repubblica marinara di Genova, che a quel tempo era acerrima rivale di Pisa e Venezia, per il controllo mercantile del Mediterraneo.
Narra la vicenda autentica del viaggio di Marco, recatosi in Asia con il padre Niccolò e lo zio Matteo ed dei suoi ottimi rapporti con il gran Khan del Katai (l'attuale Cina), tali da farlo invitare in qualità di messe ufficiale in zone remote dell'impero. “Il milione” viene presto tradotto in italiano (la prima stampa in italiano risale al 1559) e in altre lingue con titolo “Il milione”, ma il titolo originale francese era “Descrizione del mondo” oppure “Libro delle meraviglie del mondo”.
Nasce innanzitutto per rispondere a un’esigenza divulgativa sentita da Marco Polo come un obbligo morale nei confronti dei destinatari, data appunto la eccezionalità di questo viaggio. I destinatari, individuati nel proemio, non sono i potenti, ma tutti coloro che vogliono sapere, quindi il ceto mercantile e borghese, sempre più consapevole delle proprie esigenze, non solo materiali ma anche intellettuali. La meraviglia e la grande diversità dei paesi dei popoli incontrati sono garanzia di interesse per i lettori, e questo è un concetto chiave del proemio.
Ma quel che per noi lettori moderni è ancora più interessante è invece ciò che allontana l'opera dalla mentalità del suo tempo, che è appunto la preoccupazione da parte di Marco Polo di veridicità e di attendibilità, espressa dall'autore. È un deciso passo verso la conquista di un moderno spirito critico, che poi attraverso quelle che saranno le scoperte geografiche dei secoli XV e XVI, conoscerà la sua piena affermazione in età illuminista.
Proemio
Marco Polo nel proemio si preoccupa quindi di verità. Dimostra uno spirito critico moderno, che si vuole allontanare dall’ipse dixit degli autori, dai dogmi imposti dalla religione. Marco Polo dice infatti che racconterà le cose che vide con i propri occhi e in assenza della personale visione, racconterà le cose sentite da persone degne di fede. Proprio da queste parole nel proemio emergono un metodo, uno sguardo profondamente innovatori per l'epoca medievale, che fanno sì che l’opera non si basi più su autoritas non verificate, ma sull'osservazione diretta e su testimonianze sicure.
Altri passi esemplificativi e significativi
Il primo è tratto dal capitolo 68, dedicato agli usi e costumi dei tartari.
Annotazioni dal brano
100 giornate: a 100 giorni di cammino. Credenza che tutti coloro che muoiono vadano a servire l’imperatore nella morte così come dovevano servire nella vita.
Da questi testi emerge quanto fosse moderno e aperto l’autore: si può notare l'obiettività e la precisione di questo racconto, che hanno la meglio sulle sovrastrutture ideologiche, moralistiche e religiose tipiche della mentalità medievale. Marco Polo, assumendo le vesti di un moderno cronista o antropologo, sospende il giudizio anche di fronte a usanze le più barbare, terribili, a lui in inaudite. Non c'è alcuna considerazione negativa, nessun tentativo di elaborare un giudizio anche di fronte ai fenomeni più strani e sconosciuti, come se la sua soggettività scomparisse dietro i fatti raccontati. Le notizie vengono presentate come frutto dell’osservazione diretta e personale e sono riportare senza cedimenti alle tendenze moralizzanti, con imparzialità e impersonalità. In altri passi dedicati agli usi e costumi dei tartari emerge poi anche la prospettiva pratica ed empirica del mercante Marco Polo, attento agli aspetti più concreti della vita economica e sociale.
Secondo passo, tratto dal capitolo 83, dove Marco Polo descrive il palazzo imperiale.
La città mastra: la città grande, la capitale.
Il passo dimostra l’intento divulgativo che si riflette nello stile lineare, semplice, enunciativo e che privilegia la chiarezza e l’ordine. Anche in questa descrizione si può vedere che l’autore non è contagiato dalla retorica medievale, che attribuiva un significato allegorico a qualunque cosa. Traspare invece una forte curiosità, un senso di stupore di fronte a un mondo così strano, così distante da quello conosciuto. È molto ricorrente l’aggettivo “grande”. Lo stupore e il desiderio di sapere vengono comunicati da Marco Polo al lettore quasi con un’ansia di condivisione, anche attraverso l’uso ripetuto di alcune formule, ossia quando compare in prima persona con espressioni come “tenete presente”, “sappiate che”, “dovete sapere che”, “è così”, “vi dico un'altra cosa”.
Il milione, a prescindere dalla rigorosa volontà documentaria, esercita una lunga suggestione sull’immaginario del lettore. Sempre per rimanere in ambito medievale, ebbe successo e diffusione quasi analoga a “Il milione” di Marco Polo anche l’opera “Vero trattato delle cose più meravigliose che si trovano al mondo”, scritto intorno al 1360 da John Mandeville (probabilmente si tratta di un nome fittizio), un viaggiatore inglese del 1300, in anglo-normanno, un dialetto francese, che narra di paesi esotici e dei loro fantastici abitanti (e.g. Iperborei, una popolazione dell’estremo nord Europa, e i Seri, una popolazione cinese dedita a pettinare gli alberi della seta). A differenza de “Il milione”, il libro di Mandeville non è affatto il frutto di un viaggio effettivo ma piuttosto una summa delle credenze accreditate dalla tradizione.
Viaggi di esplorazione e di conquista
I viaggi di conquista si verificano qualche secolo dopo e sono dunque strettamente legati ad avvenimenti storici. Si tratta di testimonianze e documenti relativi alle esplorazioni e alle conquiste che si moltiplicarono a partire dalla fine del XV secolo. Fra le opere capitali vi è senza dubbio il diario di bordo di Cristoforo Colombo, le cui annotazioni, strettamente connesse alla navigazione, fanno parte di un preciso disegno compositivo, con toni a volte romanzeschi e di buona qualità espressiva.
Un altro importante diario di bordo e notevole testimonianza del primo viaggio intorno al mondo è quello del vicentino Antonio Pigafetta, uno dei pochissimi sopravvissuti alla spedizione di Ferdinando Magellano per la circumnavigazione del globo, che collochiamo intorno al 1519/22. Il diario vero e proprio di Pigafetta venne dato in dono all'imperatore Carlo V di Spagna, ma poi sparì nel nulla, essendo la corte spagnola molto determinata a cancellare i meriti di Magellano, il portoghese. Di conseguenza, Antonio Pigafetta, testimone scomodo di quanto avvenuto durante la spedizione, fu frettolosamente congedato. Il manoscritto di questo viaggio fu in seguito ritrovato, dopo essere stato dato per perduto, nel 1797 da Carlo Amoretti, ed è oggi considerato uno dei più importanti documenti sulle scoperte geografiche del 1500. Se anche il primo manoscritto era andato perduto, il Senato della Repubblica di Venezia nel 1524 accordò a Pigafetta il privilegio di stampa della sua “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”.
L’interesse per terre sconosciute e differenti sistemi sociali emerge anche dai rapporti inviati a Carlo V dallo spagnolo Cortes. Sono le cosiddette “Cartas de relacion”, anche queste collocabili intorno al 1519/26, che documentano le imprese di Cortes alla conquista dei territori aztechi dell’America meridionale. C'è da tener presente che questi ultimi grandi navigatori, come Colombo, Vespucci e Cortes nelle loro relazioni si rivelano comunque meno moderni di Marco Polo. Questo nei confronti del diverso, in quanto sono condizionati dai propri schemi culturali e dalla certezza della superiorità della civiltà occidentale rispetto invece alle popolazioni autoctone dei territori colonizzati. Anche l’espansionismo coloniale delle grandi potenze europee sviluppatosi nel XIX secolo lasciò tracce parimenti significative nella letteratura.
Ne sono un esempio le esplorazioni africane dell’inglese Livinston, in “Missionary travel and research in South Africa”, oppure le esplorazioni di Richard Francis Burton, oppure Henry Morton Stanley. Tutte queste opere sono contraddistinte dall'osservazione attenta e minuziosa degli elementi geografici naturalistici, oltre che dalla presenza di numerose informazioni di natura storica e geografica, alternate a passi di carattere avventuroso e bellico. Anche le modeste imprese coloniali italiani di fine 1800 hanno un corrispettivo testimoniale. A titolo esemplificativo, alcuni nomi di esploratori militari inviati in Africa sono quelli di Romolo Gessi, Carlo Piaggia, Augusto Frazoi.
Le testimonianze, dunque, dei viaggiatori sono molto numerose anche prima del 1700. Ma è partire dai lumi del 1700 che si registra uno straordinario incremento nella produzione di titoli di letteratura di viaggio. Fra i principali presupposti di tale incremento sta proprio il Grand Tour.
Il Grand Tour
È un fenomeno che ha avuto origine in epoca elisabettiana in Inghilterra (prima metà del 1600), ma che conosce il proprio massimo sviluppo nell’epoca dei lumi. Il ‘700 vide moltissimi giovani, per lo più inglesi, partire alla volta delle grandi città d'arte europee. Le origini del Grand tour vanno ricercate nella peregrinazione accademica medievale, il viaggio che il giovane nobile intraprendeva per un anno nelle città universitarie più note, in particolare Bologna e Parigi, al fine di concludere il proprio corso di studi. Bisogna anche tener presente che le origini del Grand tour vanno ricercate anche nei viaggi di pellegrinaggio religioso che dal medioevo in poi...
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