Letteratura ispano-americana
Binomio letterario-identità
Concetto del nome
Per prima cosa, il nome “ispanoamericano” fu un nome inventato per qualcosa che fondamentalmente non c’è, era un progetto da costruire ancora, citando Roja, l’America latina “tiene cien nombres, y el latino America es eso que descubrió Colmbo”, facendo sottolineare il poco interesse di dare un’identità a questo popolo. Inoltre, questo nome è considerato come un concetto astratto nato intorno all’800 per diversificare l’America anglosassone da quella colonizzata dai spagnoli, nominandola appunto ispanoamericana.
La cultura indigena in sé, prima della scoperta, era:
- Una cultura dispersa
- Non aveva uno spazio unitario con una stessa lingua e una continuità culturale
L’America diventa America quando subisce la colonizzazione fatta venire di forza dall’immagine di Colombo e per questo motivo l’ispano-americano è sempre alla ricerca di una identità e di un segno per contraddistinguersi dalla cultura spagnola.
Costruzione del se e della propria identità
Ci fu un lento processo di costruzione del sé e di appartenenza delle persone ispano-americane, le quali, i reali autoctoni del paese colonizzato, registrarono un vero e proprio sfruttamento sia dal punto di vista politico che culturale. Si creò così la volontà, quasi un’ossessione, di trovare la vera identità della cultura latino-americana postcoloniale. Ma anche, proprio in ragione della presenza di tale “ossessione”, cioè i coloni spagnoli, ha fatto sì che la prima identità si formasse in relazioni di creazioni intellettuali e artistiche simili al mondo occidentale.
Infatti, gli autoctoni hanno subito una violentissima colonizzazione, ma da questo hanno creato un grande “meticciato” culturale, cioè il risultato e la realizzazione di una grande ricchezza culturale con l’incontro delle culture indigene e quella spagnola. Bisogna però sottolineare che questa cultura, inizialmente, prima che venisse analizzata negli anni '60 del Novecento, fu chiaramente imposta dai coloni formando una cultura unica e un dominio assolutamente creolo.
La letteratura ispano-americana parte dalla consapevolezza di una terra appropriata e di numerosi sbarchi culturali. Il tema principale da dove questa letteratura parte è senz’altro la crisi d’identità che risponde alle ferite avute, in cui si impone una ricerca di trovarsi, cercandola nella relazione e svincolandosi dalle imposizioni dei modelli europei, instaurando un codice ed uno sguardo proprio, in quanto la “specificità” del “ser” latino-americano, probabilmente, non conosce uguali in altri contesti storici segnati da dominazioni coloniali.
L’identità, in questo caso, può essere considerata come un’esclusione, che fa parte del mondo occidentale e come sono viste le culture per loro, come una contrapposizione violenta, ma anche come debolezza perché la loro identità non è altro che un incrocio dell’incontro della violenza subita; anche qui si riprende con il termine di “INCONTRO+RELAZIONE”: cioè un mezzo primario per segnalare i mutamenti di qualità nello svolgimento delle relazioni interpersonali, come per esempio come mezzo principale per esprimere e comunicare le emozioni; ha uno speciale valore simbolico che esprime l’immagine di sé.
Era presente una forte crisi tra le persone autoctone, di vuoto per la presenza coloniale, ma che divenne quasi un’accettazione della diversità della loro cultura: lo spagnolo non potrà mai essere rimosso, fa ormai parte del tessuto delle stirpi ispano-americane. Il reale autoctono non può fare a meno di registrare l’incompetenza e la perifericità, cioè l’estraniamento dalla propria cultura d’origine da parte dei coloni, e questo portò ad inventare un proprio linguaggio, una nuova forma locale mettendo a fuoco il luogo, le persone, cose importate dagli stati imperialisti, ma tutto sotto un linguaggio non più occidentale: il codice ispano-americano.
Il codice ispano-americano
Il codice ispano-americano nacque negli anni '60/'70 del Novecento con la cosiddetta “generazione Boom”, la quale fu un’esplosione editoriale dei grandi romanzi e autori ispano-americani del ’60, un’epoca in cui grandissimi autori, riflettendo sull’identità.
Crearono la letteratura ispano-americana, la quale era fondata sul linguaggio relazionale, un marchio di fabbrica che si contraddistinse da quello occidentale, con un sistema di rimandi, riferimenti e convenzioni uniche ed irripetibili, come se si fosse trovata la vera ragione della cultura ispano-americana, trovando un nuovo modo di vedersi, e non più concetti importati dalla cultura spagnola.
La letteratura della generazione del boom diede delle indicazioni per indicare la via per intraprendere la ricerca del sé e riscoprirsi dall’interno attraverso strutture narrative:
- Con il viaggio (intraprendere rotte privilegiate e locali trasformandosi come i nuovi “Colombo”)
- Con la fondazione di luoghi immaginari (racchiude il senso profondo dell’americanità)
Lo spazio
Lo spazio è un elemento centrale degli autori ispano-americani, quest’ultimi sono chiamati Re-rescubridores, cioè “la riscoperta all’interno del nuovo mondo”, reinventando i principi autoctoni e facendo un’accurata riflessione dell’identità locale: l’impresa della narrazione del Terzo Mondo e riflettere sui territori scoperti, invasi, espropriati e acculturati a forza.
Le strutture narrative del boom, come già detto, sono focalizzate sullo spazio e sul “rescubrimento” interno e le caratteristiche principali sono:
- Romanzo di viaggio:
- Viaggio verso “il seme”, verso l’origine perduta dalla conquista. Si struttura come un’esplorazione tra i luoghi selvaggi come un ritorno alle fasi precedenti, riscoprendo territori vergini e incontrando culture indigene
- Viaggio come “integrazione, ritroso”, cioè schivo di rapporti umani. Questo tipo di viaggio ha come scopo di tenere assieme le diverse culture marginalizzate ed esperienze subite sul territorio sterminato; c’è una riscoperta di ferite comuni su cui partire per trovare il senso dell’ispanoamericanità.
- Fondazione di città immaginarie: fenomeno ricorrente nei narratori del boom. Per esempio, la città immaginaria ideata da García, Macondo, era sostanzialmente un luogo che non esisteva, oppure poteva. Questo luogo era una potente immagine immaginaria considerato come simbolo di appartenenza, cioè la geografia ideata, immaginaria, lascia segno nella geografia reale; infatti la città natale di García ha delle indicazioni stradali per accedere a questa città come se in realtà esistesse davvero, era un’invenzione astratta a confronto con le colonie.
- Realismo magico: identifica una corrente letteraria latinoamericana in cui scrittori latinoamericani volevano esprimere la realtà del loro continente per entrare nel mistero del meticciato culturale. Si tratta di romanzi in cui gli avvenimenti strani, assurdi o paranormali vengono raccontati come fossero eventi comuni, e allo stesso tempo l’apparizione, la magia e l’elemento fantastico è percepito dai personaggi come normale. Un mondo capovolto, insomma. Un mondo in cui la dimensione sensoriale è amplificata.
La carta geografica
Lo strumento che permise ai coloni di mostrare il possesso di questa zona fu la carta geografica. Infatti, quest’ultima, era utilizzata dagli spagnoli, e ovviamente ideata solo da loro, per esplorare, addomesticare e per dare nomi a cose che avevano già il loro nome, in quello indigeno.
Sostituirono così la nomenclatura indigena a loro piacimento e senza tanta fantasia, visto che i nomi erano perlopiù esportati da nomi spagnoli esistenti già in Spagna, così facendo le città indigene divennero copie delle città spagnole, come se fossero state duplicate, come per esempio la Nuova Siviglia e così dicendo. Da questo momento già si può intuire che non era solo una colonia per scopo politico, ma anche culturale.
Éduard Glissant: scrittore francese, diede una concezione importante riguardo all’idea stessa dell’identità dei popoli. Eduard Glissant in “Politica del Diverso” riferendosi alla zona caraibica, parla di creolizzazione: un processo magmatico di rifusione scomposta e disordinata di elementi differenti in un determinato contesto. Vengono accomunate tutte le culture delle varie discendenze come quella indigena, afro-discendente e quella europea che hanno lottato per appropriarsi di questi territori.
Da una parte abbiamo i cittadini originari (indigeni), da una parte i colonizzatori (europei) e dall’altra parte abbiamo coloro che sono stati portati a forza in queste terre (afro-discendenti). Gli indigeni perdono questa cultura originaria e pura, ma si riformulano nell’unione, dando luogo ad una cultura mista, che prima non esisteva.
Glissant contrappone le culture ataviche (struttura radicata) alle culture composite o relazionali (culture che non possiamo paragonare ad un radicamento territoriale fisso) a cui compara la struttura rizomatica di queste due identità (un rizoma: si pensi alle piante con radici volanti come l’orchidea che intrecciano i loro apparati radicali che intrecciano ad apparati radicali di diverse piante, creando un groviglio indistricabile di biologie diverse che insieme creando un grande e confuso organismo).
A questi componimenti, come quello di Márquez, associamo un particolare genere letterario, il realismo magico: un linguaggio di relazione, che propone la giusta apposizione paritaria e non escludente di due elementi (realtà e meraviglia). È anche un linguaggio che serve a raccontare la cultura di relazione.
Lavoro sul senso di appartenenza
La letteratura è usata come strumento per la ricerca del sé, nel momento post-coloniale, infatti, “il soggetto altro” si identifica come una figura sbiadita di cosa è veramente, un riflesso opaco di una entità non ancora sviluppata.
Si crea una forte contrapposizione con le culture altaiche, cioè culture nate per rimanere lì che traevano la forza dagli impulsi, a quelle della relazione o composite. Si voleva creare una cultura sola, concepire una storia della colonizzazione dall’aspetto del colonizzato e questo si mostrò molto duro. Chi intraprese questa via dovette lavorare su un forte senso di non appartenenza, in quanto i coloni giunsero alle loro terre con molta forza e ci fu una violenta acculturazione forzata, rendendo i luoghi inabitabili e rendendo quei luoghi, che una volta furono familiari, straniamento.
Per questo motivo, il racconto fantastico fu un grandissimo strumento idealizzato dagli autori del boom per raccontare in modo metaforico questo senso di non appartenenza, di presenza, quanto fantasma, di individui che si appropriano del loro territorio, creando il REALISMO MAGICO, che infatti veniva letto come metafora della logica delle terre espropriate.
Idea della fantascienza
Julio Cortázar: Lo scrittore Julio Cortázar, che appartiene alla generazione del Boom e integra usando delle strutture affini al racconto fantastico, sullo spazio che viene a popolarsi di fantasmi (per riprodurre la sensazione di straniamento della casa abitata presenze strane), riguardo alla sua generazione dice: “Nelle opere di scrittori come Neruda, Asturias Carpentier, Cardenal, Márquez… e molti altri, il lettore ha trovato qualcosa di più che poesie, romanzi e racconti: ha trovato segni, indicazioni, risposte. Ha trovato tracce dell'identità che cerchiamo, acqua da bere e ombre di alberi sulle vie aride e nelle implacabili estensioni delle nostre terre alienate”
Il centro del pensiero di Cortázar è la percezione aliena e di spaesamento, cioè di individui che si sono appropriati di territori e imposto le loro regole. C’è un forte senso di spaesamento e l’idea che aveva era di usare la fantasia, di ricostruire un impero “scrivendo indietro, tornando indietro” dal momento dell’atterraggio, dal loro arrivo violento. Si creano due mondi, due pianeti alieni nel quale avviene una specie di contatto, ma chi è l’alieno non si sa (forse per il fatto che l’America non era ancora stata scoperta e quindi gli europei si sentivano come i capi del mondo oppure perché queste popolazioni non erano mai state viste prima e considerate come aliene).
L’idea della fantascienza è seduttiva e suggestiva. Parlando di post-colonialità e discorso postcoloniale, uno dei primi grandi saggi del post-coloniale (in questo senso del post coloniale inglese, perché il termine comincia a circolare nei paesi anglofoni) è un testo editato da Bil Ashcroft e all'inizio degli anni '90, intitolato “Empire Writes Back”, e risponde per iscritto all'atterraggio violento di modelli culturali estranei imposti con la colonia.
Si sta citando nel titolo di questo saggio un emblema, un feticcio dell’intrattenimento di massa, ovvero cita le guerre delle galassie (tipo Star Wars), quindi l'idea dei mondi a contatto, il vecchio mondo della madrepatria e il nuovo mondo come due pianeti alieni, ma alieni transitivamente l'uno rispetto all'altro: non è chiaro chi sia l'alieno, secondo una dinamica di intersezioni impossibili e di incommensurabilità reciproca tra le due sfere culturali (ma anche cognitive) coinvolte in questa dinamica intergalattica rispetto alla quale a un certo punto il più debole, quello a cui è stata imposta “la forza”.
L'idea della fantascienza risponde, restituisce tutto al mittente. Questa esternazione di Cortázar ci aiuta a capire l’investitura simbolica di cui si fa carico la generazione del Boom, ovvero dare un’identità al luogo latino americano attraverso una serie di fondazioni e viaggi che possono essere lette in senso postcoloniale, come occasioni per rivedere criticamente l’impostazione culturale del sapere coloniale, e anche per investirne le rotte (chi impone modelli a chi, chi è il subalterno, chi è il soggetto altro e eccentrico rispetto a chi). Il discorso post-coloniale non è un contro discorso, si propone una circolazione biunivoca.
L’invenzione culturale del nuovo mondo quando comincia a funzionare davvero come un codice di appartenenza proprio, peculiare e originale, propone l'idea di un indebolimento del discorso della forza identitaria culturale. L'identità latinoamericana e questa controproposta e non sarà la costruzione di un' alterità pensata per escludere l'identità occidentale, bensì sarà un'identità debole aperta secondo l'idea rizomatica e relazionale; come si intravede nelle parole di Eduard Glissant, il teorico caraibico della creolizzazione del mondo, ovvero l’invenzione di un mondo, un significato di contaminazioni, che rifugge le definizioni troppo nette e rifugge il senso della sostanza pura delle cose.
Non si può eliminare l'elemento bianco, non si può scommettere sull’idea di un indo America, o di una afro America, facendo riemergere soltanto gli elementi culturali etnici subalternati o marginalizzati. Per essere identitariamente competitivi e al passo con i tempi bisogna scommettere su una revisione strutturale dei discorsi identitari comuni, quindi sull’idea di un’identità debole e aperta alle contaminazioni. Un’identità intrecciata e non radicale, bensì rizomatica (metafora del rizoma).
Queste esplorazioni simboliche del senso dell’autoctonia, della latinoamericana, (che cominciano a costituire il segno anche letterariamente più rilevante della scena culturale locale attorno agli anni '60-'70 del '900), questi viaggi e fondazioni hanno a che fare, devono disporsi ad affrontare questo senso di profondo spaesamento, questa sorta di vuoto identitario che dipende dalla scomoda eredità della conquista, questa crisi di presenza del soggetto locale.
Viaje a la semilla – viaggio all’origine
Colonizzazione dell’immaginario: resistere dell’imposizione coloniale ben oltre il recupero da parte delle ex colonie spagnole dell’indipendenza politica.
L’espressione “colonizzazione dell’immaginario” viene coniata dallo storico antropologo Serge Gruzinsky, che racconta la gerarchizzazione del dialogo implicita nel contatto coloniale. Per il soggetto europeo l’altro, nell’epoca della colonia, esista soltanto come versione imperfetta, diminuita, immatura e sfigurata del sé. È un’entità che deve ancora percorrere un lungo tragitto orientale per poter essere come noi.
Questa è l'idea di una omologazione assoluta del concetto di differenza culturale, che non esiste e all'interno dei processi di colonizzazione. Questo produce, soggetto nel soggetto culturale su cui vengono fatti atterrare questi pregiudizi, quel complesso di vicarietà che per Serge Gruzinsky si basa sull’imposizione di tre miti o pregiudizi culturali che provengono dal centro e si proiettano sulla periferia gerarchizzandone le differenze culturali.
I 3 pregiudizi latino-americani
Il soggetto culturale su cui vengono questi pregiudizi, sono perlopiù tre, che partono dal centro alla periferia gerarchizzando le differenze:
- Sfruttamento: Il primo pregiudizio ha a che fare con le logiche dello sfruttamento economico di queste terre. L'ordine delle cose ha permesso che si scoprissero perché il soggetto occidentale potesse sfruttarne le incredibili risorse naturali. Prima di tutto l'America Latina è, dal punto di vista dell’europeo, un Eldorado, una terra promessa da saccheggiare e per rimpinguare d'oro e d'argento le casse dello Stato spagnolo (che in quel momento -inizio ‘500- non vivevano uno stato particolarmente florido).
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Letteratura ispanoamericana
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Lezioni, Letteratura ispanoamericana 1
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Letteratura ispanoamericana del 700
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Appunti seconda parte Lingua e letteratura ispanoamericana