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Parti del teatro

P άθε τρονον σκηνή πάροδοι

Arti del teatro: cavea (gradinata del pubblico), scenografia, entrata coro, χορήστρα, προσκήνιο, riservato ai canti del coro, riservato alla recitazione degli attori.

La tragedia

Gli Ateniesi rivendicano la paternità della tragedia, ma Aristotele fa risalire al termine dorico “dramma” il significato di azione legato intrinsecamente a tale rappresentazione.

Dubbi sul luogo d'origine

La data indicativa è il VI secolo a.C.; tuttavia non si può stabilire.

Dubbi sulla data di sviluppo del genere tragico

Con certezza una data d’origine e di sviluppo della tragedia, in quanto questa è sicuramente frutto di fasi di elaborazioni precedenti, talmente contigue fra loro che non permettono di stabilire il confine certo attraverso cui si passa dalle rappresentazioni drammatiche che concorsero alla creazione del genere – che però non sono tragedie – alla vera e propria tragedia con tutte le sue prerogative.

Gli epigoni della tragedia, secondo la tradizione, sarebbero Tespi e Arione.

Le tragedie venivano messe in scena durante le due più grandi celebrazioni liturgiche ateniesi, entrambe in onore di Dioniso, nel teatro di Dioniso (Acropoli di Atene):

Grandi Dionisie

  • 7 giorni (Marzo – Aprile).

Luogo e periodo non sono certo casuali: in primavera, infatti, le condizioni di navigabilità del mar Egeo erano ottimali, garantendo alla polis la presenza di un numero considerevole di stranieri. Questa particolare condizione di cosmopolitismo permetteva agli Ateniesi sia di mostrare la propria superiorità culturale, sia di farne occasione di propaganda politica e militare di fronte alle altre città greche.

  • Pubblico prevalentemente di forestieri.

Lenee

  • 3 – 4 giorni (Gennaio – Febbraio).
  • Pubblico esclusivamente ateniese.
  • Prevalenza di commedie.

Caratteristiche comuni

  • 3 poeti x 3 tragedie.

In ogni concorso c’erano + 1 dramma satiresco ciascuno; i lazzi del coro satiresco offrivano un contrappeso al dolore tragico. Prima degli spettacoli veniva il proagone: poeti, coreghi, cori e attori sfilavano nell’Odeon.

  • Costanti riferimenti mitologici e divini: esempi le cui storie sono ormai conosciute dal pubblico vengono proiettati nella quotidianità, in quanto – secondo Aristotele – la catarsi tragica ha la funzione di esorcizzare il male di vivere e la condanna dell’uomo da cui deriva messa in scena attraverso la solitudine dell’eroe, il conflitto tra libertà e necessità, ovvero libero arbitrio e forze divine al di sopra di tutto, constatazione del fallimento; tuttavia l’eroe agisce e affronta con consapevolezza e dignità il suo destino.
  • Spazio e tempo limitati: le rappresentazioni si svolgono dal mattino al tramonto, in un giorno solo, quindi naturalmente la scena rappresentata dovrà essere un ritaglio i cui precedenti vengono narrati dal nunzio, sia appunto per necessità scenica sia per un tabù che escludeva le rappresentazioni di sangue e di morti.
  • Identificazione fra evento scenico e pubblico: la sofferenza di un eroe, a prescindere dalle sue colpe o dalla volontà di qualche misteriosa divinità, sono in realtà le sofferenze di tutti gli uomini; la tragedia infatti non distingue il bene e il male ma porta ciò che inevitabilmente fa parte dell’esperienza umana, il dolore.

L'idea del tragico

La solitudine dell’eroe, il conflitto tra libertà e necessità, ovvero libero arbitrio e forze divine al di sopra di tutto, constatazione del fallimento; tuttavia l’eroe agisce e affronta con consapevolezza e dignità il suo destino.

Eschilo

7 tragedie – Eleusi; 525 a.C.

Persiani (472 a.C.) – Sette a Tebe (467 a.C.) – Supplici (?) – Prometeo incatenato (?) – Orestea (458 a.C.): Agamennone; Coefore; Eumenidi.

Eschilo diede al genere tragico un’impronta originale e definitiva rispetto alla drammaturgia precedente, grazie alla sua grande attitudine ad esprimere un importante mondo di valori.

  • Aumento degli attori (da 1 a 2).
  • Ampliamento delle sezioni di dialogo.
  • Grandiosità dell’apparato scenico e fasto dei costumi: Eschilo infatti contava molto sulla suggestione degli aspetti scenici e sui temi dall’eco importante.
  • Vigorosi sincronismi tra l’azione scenica e il coro: la vita dell’uomo è costituita da un insieme di momenti individuali significativi ognuno per se stesso; l’unità dell’evento tragico è garantita dal coro.
  • Egli stesso a volte recitava nei suoi drammi.

L’intera opera di Eschilo è dominata dal rapporto fra Dio e l’uomo, ovvero fra destino e responsabilità umana, che nell’ottica dell’autore – intrisa di un senso di religiosità profonda e problematica – finiscono per coincidere: il destino è la sanzione divina delle azioni dell’uomo, che quindi sceglie la propria sorte in base ad un libero arbitrio le cui conseguenze non coinvolgono l’uomo singolo ma un’intera stirpe.

Sofocle

7 tragedie – Colono; 496 a.C.

Aiace (450 a.C.) – Antigone (442 a.C.) – Trachinie (430 a.C.) – Edipo re (425 a.C.) – Elettra (420 a.C.) – Filottete (409 a.C.) – Edipo a Colono (406 a.C., pubblicata postuma nel 401 a.C.).

Con Sofocle abbiamo la piena affermazione dell’idea del tragico: egli visse durante le guerre persiane; i protagonisti sofoclei sono destinati a soffrire e ad accettare la propria sorte.

  • Aumento degli attori (da 2 a 3).
  • Aumento dei coreuti (da 12 a 15).
  • Scioglimento della trilogia: 3 drammi indipendenti.
  • Idea del tragico: conflitto inconciliabile tra libertà e necessità; l’eroe è dannato all’errore.
  • Superiore dignità dell’agire umano (concetto sviluppato dopo la vittoria degli Ateniesi sui Persiani): il protagonista è l’uomo singolo, ovvero l’eroe capace di reggere il peso della propria condanna.
  • Piena maturità tragica: supera l’arcaismo di Eschilo e precede la crisi di Euripide.
  • Qualità formale: mirabile equilibrio e profondità di pensiero.

L’opera di Sofocle è caratterizzata dal contrasto fra uomo singolo e comunità (Antigone, Filottete) che si riassume in una religiosità profonda, che vede nell’accettazione della condizione umana e del valore degli dèi il mezzo per raggiungere la grandezza e la beatificazione, direttamente proporzionali al dolore causato da questo stesso contrasto.

Euripide

19 tragedie – Salamina; 485 a.C.

Alcesti (438 a.C.) – Medea (431 a.C.) – Ippolito (428 a.C.) – Eraclidi (430-417 a.C.) – Ecuba (430-417 a.C.).

Andromaca (430-417 a.C.) – Supplici (430-417 a.C.) – Elettra (430-417 a.C.) – Troiane (415 a.C.) – Eracle (415-413 a.C.).

Elena (412 a.C.) – Ifigenia in Tauride (410 a.C.) – Ione (409 a.C.) – Fenicie (409-408 a.C.) – Oreste (408 a.C.) – Ifigenia in Aulide (408-407 a.C.) – Baccanti (428 a.C.) – Ciclope (430 – 417 a.C.) – Reso (?).

Insieme alla civiltà ateniese, anche la tragedia stava vivendo un momento di crisi. L’urgenza di nuovi orizzonti induce Euripide ad abbandonare gli interrogativi di Eschilo e Sofocle per misurarsi con gli altri uomini, non più con gli dèi.

  • Dettagliati prologhi espositivi svelano il finale per far concentrare il pubblico sulle discussioni delle idee.
  • Discussioni e dibattiti argomentativi, che stanno ad indicare la superiore funzione della ragione.
  • Natura umana al centro della realtà: si sfrutta la ragione, evitando il ricorso a categorie trascendenti.
  • Ricorso al riconoscimento: esprime la fiducia nella possibilità di scoprire la verità dei rapporti umani.
  • Isolamento delle parti corali, che quindi esulano dalla trama.
  • Toni di disillusione e amarezza, nati dai fraintendimenti degli Ateniesi le cui opinioni e i cui comportamenti venivano criticati esclusivamente per il fine positivo di suggerire il giusto comportamento e per l’interesse dello stesso autore.

La ragione

Natura umana al centro della realtà: si sfrutta la ragione, evitando il ricorso a categorie trascendenti.

L’opera di Euripide non si focalizza più sui tipici contrasti (uomo e Dio, uomo e uomo) che finora hanno costituito una prerogativa del genere tragico, ma affronta i problemi concreti come i conflitti sociali interni (es. condizione della donna e dello straniero) che logoravano Atene in quegli anni; agli dèi infatti non era data grande importanza. È inoltre caratterizzata da una sperimentazione continua, soprattutto per quanto riguarda la struttura dei drammi: è il risultato non solo di un’irrequietezza interiore ma anche di una pronta risposta alla crisi della tragedia che doveva affrontare la mutevolezza dei tempi. Euripide dunque si distingue per la fantasia poetica nel tessere nuove trame che prendono solo spunto dal mito, e per il linguaggio quotidiano, espressione della ragione e dell’intelligenza umana.

Tragedie di Eschilo

Persiani

  • Guerre Persiane - disfatta dell’armata di Serse a Salamina (480 a.C.).
  • La tragedia più antica che conserva infatti dei caratteri arcaici (staticità della situazione, affiancamento delle parti, maggiore estensione delle parti corali).
  • Opposizione fra due sistemi politici: democrazia ateniese VS dispotismo persiano.
  • Dramma e conclusione in particolare focalizzati sul dolore dei vinti, che denunciano il loro stesso sistema e la loro empia volontà di dominio come cause della sconfitta.
  • Meditazione intorno all’atrocità della guerra.
  • Tragedia in fieri: presagio della catastrofe, annunciazione del nunzio.
  • Curva dell’azione scenica costituita da sentimenti, riflessioni, previsioni e quant’altro, tanto da creare l’effetto angoscia che si pro
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/02 Lingua e letteratura greca

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