Introduzione alla letteratura giapponese
I primi documenti letterari risalgono al VIII secolo: il Kojiki e Nihon Shoki sono racconti mitico-fantasiosi sulla formazione dell’arcipelago giapponese, la storia delle divinità e degli imperatori, mentre Man'yōshū è la prima raccolta di poesie. In questi testi o “storie” si possono individuare dei caratteri generali in comune:
- Difficoltà nell’adattare i caratteri cinesi alla lingua giapponese
- Finalità politica: la funzione dei testi è anche quella di dare rilievo all’autorità imperiale
La scrittura cinese viene introdotta in Giappone tra il V e il VI secolo: la prima testimonianza scritta evento è data dai “mokkan”, liste di legno di scritte in cinese, che forniscono informazioni sulla vita quotidiana in Giappone. La produzione letteraria è soprattutto orale, mentre la scrittura sfrutta i caratteri cinesi a scopo quasi puramente fonetico, come nel caso del man'yōgana. Con la nascita dei kana si ha una fioritura nella produzione letteraria all’interno della corte. La nascita di due sillabari risale al IX secolo: l’hiragana viene creato come semplificazione dei caratteri cinesi in corsivo, e il katakana come parti di kanji a scopo fonetico. Con tre sistemi di scrittura ognuno assume uno scopo: il cinese è la lingua ufficiale del governo e della religione, l’hiragana per la comunicazione intima.
Le donne in particolare divennero le maggiori produttrici di cultura: non potendo prendere parte alla vita politica e pubblica, non erano tenute a saper usare i caratteri cinesi, bensì erano spinte verso un mezzo di comunicazione intimo con il proprio amato attraverso poesie in hiragana. Fiorisce una letteratura prodotta e fruita specialmente da dame di corte, che vede nascere un’ampia varietà di generi letterari tra cui il romanzo, il diario e la poesia.
All’interno del nuovo sistema letterario emerge il ruolo fondamentale della poesia, elemento di continuità e base per altri generi letterari: anche diari o romanzi contengono numerose poesie che ricalcano l’abitudine quotidiana a corte di comunicare attraverso missive in poesia, in particolare si inseriscono le poesie durante momenti letterari di pathos per arrestare il flusso della narrazione e riportare l’attenzione in un momento particolarmente toccante. Brevità e la condensazione sono tratti ricorrenti nella cultura giapponese rintracciabili anche in età contemporanea sotto diversi aspetti: la pittura a inchiostro, i giardini zen, la cerimonia del tè, il teatro No e, naturalmente, la poesia.
I temi principali del waka sono amore e natura: l’amore tuttavia non comporta mai appagamento, spesso esprime frustrazione, rammarico, dolore. L’attaccamento alle passioni è pericoloso, dal momento che il raggiungimento della salvezza è dato, secondo un’interpretazione buddhista, dall’annullamento di esse, dato il concetto di impermanenza di questo mondo. È chiara una forte impressione buddhista nella visione del mondo e dei sentimenti. L’opera letteraria aveva la funzione di affermare l’autorità: il Kojiki, il Nihon Shoki e i primi due libri del Man’yōshū nel periodo di formazione dello stato servono ad affermare l’autorità e il potere della corte di Yamato, mentre i monogatari sono espressione di coloro che erano esclusi dal potere, come nel Genji monogatari o Ise monogatari.
Il centro del potere passa dai sovrani ai reggenti, dal trono alla famiglia Fujiwara, e un nuovo potere fu poi conferito ai governatori di province. La maggior parte della letteratura in giapponese del periodo Heian proviene dalle figlie dei governatori di provincia ed è di conseguenza una letteratura più privata. I membri dell’aristocrazia di medio rango desideravano riscattare la propria posizione: è in questo modo che le figlie ricevono un’istruzione accurata per poter essere introdotte a corte e guadagnare una posizione sociale rispettosa. Le dame di corte creavano dei circoli letterari femminili, con al centro la futura imperatrice o l’imperatrice stessa, producevano e fruivano cultura.
Temi ricorrenti nella letteratura giapponese
- Maltrattamenti nei confronti di una figliastra: si trattava spesso di maltrattamenti della matrigna verso la figlia orfana di madre, per gelosia e affermazione all’interno della famiglia. La rivalità in famiglia era specchio dell’epoca e della posizione incerta delle donne in una società ancora poligamica.
- Tema dell’esilio: ciò rappresenta una trasposizione letteraria del passaggio dall’infanzia all’età adulta, dove l’allontanamento rappresenta un periodo di formazione.
La periodizzazione della letteratura giapponese si sviluppa secondo le varie jidai (epoche), che prendono nome dal luogo dove aveva sede la capitale o il governo militare. A partire dalla restaurazione Meiji (1868) i periodi prendono il nome dall’imperatore reggente e coincidono con il regno.
L’epoca Nara
Il periodo Nara (710-84), nonostante duri poco più di 70 anni, è testimone di numerosissimi cambiamenti: in esso troviamo le radici della cultura giapponese. Questo è un periodo di intensi scambi internazionali, in particolare con la Cina: il Giappone guarda alla Cina per l’organizzazione burocratica e politica nella realizzazione di uno stato centralizzato ispirato su modello confuciano, e si assiste al passaggio da realtà politica frammentaria a stato unitario. Non si ha comunque un’adozione acritica della civiltà cinese: anche il concetto di regalità è ad esempio diverso, e la donna ha un ruolo di prestigio politico, economico e sociale in Giappone. Anche l’adozione del sistema di scrittura è difficoltoso e, nei primi tentativi, sperimentale: il Kojiki rappresenta la difficoltà ad importare il sistema di scrittura. L’introduzione del buddhismo dalla Cina rappresenterà poi una forte influenza spirituale e artistica.
Prima dell’arrivo della scrittura, si sviluppa in Giappone una letteratura orale fino al VIII secolo, che vengono poi messe per iscritto. La tradizione orale è formata da:
- Miti sacri, leggende e aneddoti sviluppati in una località tramandati da anziani alle giovani generazioni
- Norito: preghiere rivolte agli dei
- Senmyō: ordini dell’imperatore
- Componimenti poetici
Kojiki (Cronaca di antichi eventi, 712)
Il Kojiki fu ordinato dall’imperatore Tenmu (672-686). La prefazione di Ōno Yasumarō riferisce le circostanze per cui viene redatto il Kojiki e parla delle difficoltà di adattazione ai caratteri cinesi (pagina 35). Per quanto riguarda le circostanze pare che un ruolo importante lo abbia avuto Hieda no Are, un personaggio leggendario dalla memoria sensazionale, che aveva memorizzato le genealogie e le storie, che vengono appunto messe per iscritto nel Kojiki. Con questo testo si esprime il desiderio di precisione storica, di affermare supremazia di Yamato e di dare un fondamento all’autorità imperiale.
Il testo è organizzato in tre libri:
- Primo libro: mito della creazione con Izanami e Izanagi. Viene descritta in maniera fantasiosa la creazione dell’arcipelago giapponese
- Secondo libro: imperatori leggendari dal regno dell’imperatore Jinmu (660-585) a quello di Ōjin (269-310), che discendono comunque dalle divinità. In generale si tratta però di un testo meno fantastico
- Terzo libro: più ancorato nel mondo degli uomini va dal regno di Nintoku a quello storico dell’imperatrice Suiko. Esso rappresenta un progressivo passaggio dal fantastico al realistico
Secondo il mito della creazione viene inserita una lancia in una massa sottostante gorgogliante e salina, e dalle gocce che cadono si formano le isole dell’arcipelago. Si capisce immediatamente che si tratta di un’opera storica con molti elementi fantastici. Alla formazione dell’arcipelago segue l’accoppiamento delle due divinità sotto la colonna.
Nihon Shoki (Cronache del Giappone, 720)
Il Nihon Shoki venne ordinato dall’imperatore Tenmu, organizzato in 30 libri in maniera più sistematica del Kojiki, che si rifà alle cronache cinesi, che però rispecchia il contenuto nel Kojiki, di cui vengono riprese molte leggende. Il protagonista principale è il principe Shōtoku, a cui si deve la diffusione del buddhismo e il Jūshichijō kenpō. I Rikkokushi sono poi delle “cronache” che si susseguono nel corso del periodo Nara in seguito al Kojiki e il Nihon Shoki. Tra i Rikkokushi ricordiamo il Shoku Nihongi (Seguito al Nihongi), il Nihonkōki (Annali posteriori del Giappone), il Shoku Nihonkōki (Seguito agli Annali posteriori del Giappone), il Montoku jitsuroku (Cronaca autentica dell’imperatore Montoku) e il Sandai jitsuroku (Cronaca autentica dei tre regni).
Kaifūsō (751)
Nell’epoca di Nara, con la diffusione del cinese c’era anche una produzione di poesia in lingua cinese. Si tratta di una raccolta di poesie in cinese a finalità politica di 64 poeti membri della famiglia imperiale, ma anche aristocratici, monaci. In tutto sono 120 poesie, di cui il possibile compilatore è Ōmi no Mifune. I temi trattati sono soprattutto occasioni di svago come banchetti a corte ed escursioni, mentre si parla poco di politica e di amore.
Fudoki
I Fudoki sono tra le prime testimonianze scritte, raccolte di notizie relative alle varie provincie. Tradotte come “Cronache di costumi e di terre”, furono volute dall’imperatrice Genmei, che, accentrando il potere nelle mani del clan Yamato, vuole conoscere meglio le provincie per poterle controllare. Questi scritti nascono quindi dalla necessità di avere notizie sulle regioni limitrofe per poter legittimare il potere centrale rispetto ai funzionari locali, controllare e fare ordine, oltre che informazioni geografiche, leggende, spiegazioni sull’origine di toponimi, caratteristiche del suolo e prodotti della terra.
Le caratteristiche geografiche erano utili allo sfruttamento agricolo; la ricerca dell’acqua ad esempio è il primo pensiero di chi arriva nelle terre sconosciute per la coltura del riso. Le informazioni raccolte erano utili ai funzionari per compilare cronache ufficiali, stabilire la tassazione e l’allestimento di spedizioni militari. Infine, i Fudoki aiutano a capire i meccanismi della centralizzazione dell’autorità e l’assimilazione di popoli periferici alla cultura Yamato. Le informazioni ottenute sono utili a capire la ricezione e l’adattamento di fonti cinesi, le caratteristiche dei dialetti del giapponese arcaico e le caratteristiche autoctone della poesia nelle periferie del regno.
L’Izumo kuni no fudoki (Cronaca della provincia di Izumo e dei suoi costumi) è l’unico giunto integralmente, mentre molti non sono pervenuti. Esistono varie supposizioni sul motivo per cui i Fudoki sono andati perduti: le varie riorganizzazioni amministrative hanno reso questi documenti privi di valore, la carta, merce preziosa, è stata riciclata per scrivere altro. Compilati da funzionari locali, inoltre, non erano considerati affidabili, soprattutto in epoca Heian, e solo le parti stilisticamente più pregevoli sono state copiate e conservate.
L’Hitachi no kuni fudoki (713), è l’unico di cui esiste una traduzione in italiano: esso è suddiviso in dieci sezioni che riflettono l’organizzazione della provincia (kuni) in distretti (kori) e villaggi (sato). La prima richiesta di Genmei è di registrare i toponimi, la seconda prevede l’annotazione dei prodotti della terra, del mare, del sottosuolo e della fauna, a cui si aggiunge la trascrizione di aneddoti legati all’origine dei luoghi, dei nomi di fiumi, monti e laghi.
I modelli di riferimento sono quasi completamente cinesi, come lo Shanhaijing (Libro dei monti e dei mari), una sorta di manuale di geografia dove la realtà si confonde con la fantasia. In realtà appunto spesso anche nei fudoki alle informazioni pratiche si alternano aneddoti di alto valore letterario. Il fudoki è quindi un documento ufficiale scritto in cinese in cui è riportato il nome del compilatore. Gli elementi caratteristici sono:
- Si registrano antichi eventi narrati dagli anziani, leggende dei villaggi trasmesse a beneficio delle giovani generazioni
- Termini tecnici come unità di misura ecc.
- Fonti cinesi storiche e letterarie
- 7 delle 9 poesie sono in giapponese occidentale tanka inserite in prosa: si tratta già una costante della letteratura giapponese anche se già nel Kojiki è presente la prevalenza dei tanka, anche se non è sistematico
Quasi tutte le poesie all’interno del fudoki sono d’amore, che si rifanno a occasioni di incontro chiamate utagaki. In alcuni periodi dell’anno c’era l’abitudine per i giovani di radunarsi su monti, vicinanze di mare o mercati, per trascorrere giorni in compagnia con danze, canti, e scambi di versi uta kake, ovvero dichiarazioni di interesse verso un uomo o una donna. C’è in questo periodo una grande libertà di costumi dove uomo e donna si esprimevano in maniera paritaria: non era strano che una donna rivolgesse dei versi ad un uomo per far capire che era interessata.
Setsuwa
Si sviluppa poi un genere di carattere religioso, di cui il primo esempio è il Nihon ryōiki, che presenta aneddoti di carattere religioso improntati sui principi della religione buddhista per cercare di convincere i giapponesi ad abbracciare il credo, prima diffusi oralmente da monaci itineranti e poi messi per iscritto. Si tratta di “Cronache soprannaturali e straordinarie del Giappone” (prima metà IX secolo), diviso in tre libri e contenente 116 racconti brevi di miracoli e prodigi attribuiti al monaco Kyōkai. Il setsuwa contiene exempla positivi e negativi, riportando le conseguenze positive e negative date dal seguire o meno principi buddhisti, secondo un principio di causa-effetto.
La poesia arcaica
Kiki kayō
Le prime testimonianze poetiche scritte sono date dai kiki kayō, “canti recitati delle cronache”, che si pensa fossero versi trasmessi prima oralmente e che solo poi vengono inseriti nelle cronache. Ne troviamo 112 nel Kojiki e 128 nel Nihon Shoki, e si tratta perlopiù di componimenti che trattano occasioni di svago ed eventi come escursioni, matrimoni e festività. Alcuni sono attribuiti a personaggi mitologici; molti infatti risalgono a fatti antecedenti il VI secolo, e come le cronache sono riportati con i caratteri cinesi usati per il loro valore fonetico. La metrica e lo stile di questi canti sono irregolari, anche se si nota una preferenza di versi quinari e settenari, mentre dal punto di vista del contenuto ricorre spesso il tema del matrimonio per il sovrano, un’occasione per evidenziare l’autorità del sovrano: molte poesie narrano di sovrani e delle loro spose, figlie, ministri di vario rango, anche se rivelano scarsa coesione con le parti in prosa dei testi in cui compaiono, si inseriscono in maniera forzata all’interno della prosa.
I kiki kayō sono presenti anche nei Fudoki, e testimoniano l’usanza di riunirsi negli utagaki. Gli scritti poetici di tema amoroso infatti sono legati alle usanze delle comunità rurali, come gli utagaki, e sottolineano il kotodama, o “parola-spirito”, elemento caratteristico della produzione arcaica antica. Si tratta di un concetto antropologico più che letterario: la credenza del potere magico e beneaugurante della parola permea la produzione poetica come manifestazione dei riti animisti e shintoisti, a scopo di ribadire l’autorità sovrana.
Un esempio di poesia in cui traspare il nesso tra pratiche rituali e potere magico della parola è un componimento attribuito all’imperatore Jomei: si tratta della seconda poesia della raccolta, e suggerirebbe un riferimento al rituale del kunimi, (contemplazione del paese), in cui il sovrano saliva su un’altura per ammirare il suo territorio e recitare parole beneauguranti. Il kotodama viene a far parte di una presunta “visione del mondo” completamente giapponese, presente in tutte le manifestazioni della cultura Yamato.
Man’yōshū (Raccolta delle diecimila foglie)
Esso è la prima grande raccolta poetica in lingua giapponese compilata dopo il 759, che comprende circa 4.500 componimenti ordinati in 20 maki (capitoli). La raccolta ha un ruolo e un significato politico e culturale, in quanto offre informazioni di ogni genere, sia linguistiche che etnologiche e sociologiche, ma anche perché racchiude testi riguardanti numerosissimi gruppi sociali. Ōtomo no Yakamochi è probabilmente il compilatore, e compaiono molte delle sue poesie, presentate da brevi descrizioni scritte in linguaggio umile. Il Man’yōshū utilizza il manyōgana, dove i caratteri cinesi vengono usati a volte per il loro significato, a volte per il loro valore fonetico.
Nel Man’yōshū compaiono numerose forme metriche: si afferma la forma di poesia giapponese per eccellenza, il tanka, o waka, la “poesia breve” secondo lo schema di 5-7-5-7-7 more. Il sedōka (poesia che torna a capo), un’altra forma metrica, è formato da due stringhe di versi in stile “botta e risposta”, che segue la forma 5-7-7-5-7-7. Il chōka (poesia lunga), infine, è basato sull’alternanza di versi di 5 e 7 more, poteva arrivare anche a un centinaio di versi e si concludeva con l’hanka, un tanka che ne riassume il significato. Esiste poi un esempio unico nella sua metrica, chiamato bussokusekika, o “poesia della pietra dei piedi del Buddha”: esso prende il nome da un gruppo di versi inciso su una pietra situata accanto a un’altra pietra su cui sono raffigurati i piedi del Buddha all’interno del recinto del tempio Yakushiji a Nara e segue l’ordine tanka. La metrica tanka sopravvivrà nei secoli permanendo come poesia giapponese autentica, mentre le altre forme metriche spariranno.
I temi trattati nel Man’yōshū sono anche di carattere personale, a differenza della poesia cinese, che tratta tematiche di carattere soprattutto politico, filosofico e sociale:
- Zōka (poesie varie): gite, banchetti, occasioni di svago
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