Concetti Chiave

  • Giacomo Leopardi, nato a Recanati nel 1798, cresce in una famiglia nobile in crisi economica, influenzato da un ambiente bigotto e conservatore.
  • La conversione "dall'erudizione al bello" segna il passaggio di Leopardi dalla filologia alla poesia, ispirato dai grandi poeti e dall'amicizia con Pietro Giordani.
  • Leopardi sviluppa un pessimismo cosmico, vedendo l'infelicità come una condizione eterna e immutabile dell'umanità, intrinseca alla natura stessa.
  • Critica fortemente l'ottimismo progressista dell'epoca, sostenendo che l'infelicità e la sofferenza siano dati di natura inevitabili e eterni.
  • Ne La Ginestra, Leopardi propone una "nuova poetica" che, pur mantenendo il pessimismo, suggerisce un progresso civile attraverso la consapevolezza della condizione umana e la solidarietà tra gli uomini.

redir: https://www.skuola.net/appunti-italiano/leopardi-giacomo/giacomo-leopardi-vita-e-pensiero.html

(1798, Recanati - Napoli, 1837)

•••• La vita
••• L’infanzia, l’adolescenza e gli studi eruditi
•• Nasce come primogenito a Recanati, borgo dello Stato pontificio. La sua famiglia era la più importante nobiltà terriera, ma stava vivendo un periodo di crisi economica e infatti doveva osservare una rigida economia. Il padre Monaldo è colto e possiede una vastissima biblioteca, anche se di una cultura superata e accademica. Il suo orientamento politico è reazionario e ostile a ogni nuova idea che la Rivoluzione francese aveva portato. Giacomo cresce in questo ambiente bigotto e conservatore e in un primo momento le sue idee erano influenzate da questo. La vita familiare era gestita dalla madre Antici, donna dura e dedita alla cura del loro patrimonio in crisi. La sua immagine era autoritaria e priva di affetto.
•• Giacomo, come avveniva nelle famiglie nobili del tempo, era istruito da precettori ecclesiastici e a dieci anni continua i suoi studi da solo, chiudendosi nella biblioteca paterna per quei famosi “sette anni di studio matto e disperatissimo”, che indeboliscono il suo fisico già fragile. La sua intelligenza è straordinariamente precoce e apprende velocemente una vastissima cultura. Impara velocemente il latino, il greco e l’ebraico, fa studi filologici notevoli e scrive opere erudite come la Storia dell’astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Traduce opere classiche latine e greche e scrive contemporaneamente tantissimi componimenti poetici, odi, sonetti, canzonette e tragedie.
•• In questi scritti, notevoli per un adolescente, emerge una cultura ormai obsoleta propria della sua famiglia. Anche sul piano politico Giacomo segue l’indirizzo reazionario del padre, distoglienti gli italiani dalle aspirazioni patriottiche.
••• La conversione “dall’erudizione al bello”
•• Tra il 1815 e il 1816 in Leopardi avviene quella conversione che lui stesso chiama “dall’erudizione al bello”. Abbandona la filologia ammirando i grandi poeti come Omero, Virgilio e Dante. Legge i poeti moderni, come Rousseau, Alfieri, Goethe, Foscolo. Ha però forti riserve nei confronti della cultura romantica. Un momento fondamentale per la sua formazione intellettuale è l’amicizia con Pietro Giordani, di orientamento classicistico, ma con idee democratiche e laiche. Giacomo trova in Pietro una figura dalla quale ricevere l’affetto che la famiglia gli privava, oltre che una guida intellettuale.
•• L’apertura al mondo esterno gli fa sentire di più l’esigenza di lasciare il palazzo paterno e Recanati. L’estate del 1819 prova a fuggire di casa, ma viene scoperto e fermato. Il fallimento lo fa entrare in crisi, perché perde parzialmente la vista e non riesce neanche più a leggere. Raggiunge la lucida percezione che tutte le cose siano il nulla: questo è il nucleo del suo sistema pessimistico. Qui la poesia di Leopardi compie un altro passaggio: prima era dall’erudizione al bello; adesso è dal bello al vero (dalla poesia di immaginazione alla poesia di pensiero).
•• In quest’anno Leopardi sperimenti nuovi generi letterari, che subito abbandona. Con l’Infinito comincia la stagione più originale della sua poesia. Continua lo Zibaldone (diario intellettuale), scrive altri idilli e scrive canzoni cominciando con All’Italia.
••• Le esperienze fuori di Recanati
•• Esce da Recanati (1822) e va a Roma dallo zio (Carlo Antici). Qui è disilluso. Gli ambienti letterari di Roma sono vuoti e la grandezza monumentale della città lo infastidisce. Di nuovo a Recanati scrive le Operette Morali, in cui esprime il suo pessimismo: un’aridità interiore (= blocco poetico) non gli permette di scrivere versi, per questo scrive in prosa per investigare sull’“acerbo vero”.
•• Ha l’occasione di lasciare la famiglia e di mantenersi con il suo lavoro intellettuale grazie all’editore Stella. Allora va Milano e a Bologna. Poi a Firenze ha rapporti con Vieusseux e con gli intellettuali che scrivevano per la rivista “Antologia”. A Pisa vive un “risorgimento” della sua condizione di salute, della facoltà di sentire e di immaginare. Nasce A Silvia, che è il primo tra i “grandi idilli”.

••• L’ultimo soggiorno a Recanati. Firenze e Napoli
•• Ma le condizioni di salute presto peggiorano e non riesce più a scrivere. Il finanziamento dell’editore Stella viene a mancare e Leopardi è costretto a tornare a Recanati, per un anno e mezzo, o “sedici mesi di notte orribile”. Gli amici fiorentini gli offrono un assegno mensile, così abbandona per sempre Recanati.
•• Esce dal suo io e stringe rapporti sociali più intensi. Partecipa al dibattito culturale e politico con posizioni polemiche contro l’ottimismo progressistico dei liberali. Si innamora di una donna (Tozzetti) e la delusione amorosa ispira un nuovo ciclo di canti, il “ciclo di Aspasia”. Stringe una fortissima amicizia con un giovane napoletano, Ranieri, e convive con lui fino alla morte. La famiglia alla fine gli concede un assegno mensile per aiutarlo nella sua misera condizione economica.
•• Dal 1833 convive a Napoli con Ranieri ed entra in polemica con l’ambiente culturale avverso al suo materialismo ateo. Questa polemica si sente soprattutto con l’ultimo grande canto, La ginestra. A Napoli muore.

•••• Il pensiero
••• La natura benigna
•• L’opera leopardiana ha una base filosofica sempre in sviluppo. Il processo di formazione si segue nelle migliaia di pagine dello Zibaldone.
•• Il motivo è subito pessimistico: l’uomo è infelice. La felicità è un piacere sensibile e materiale, ma l’uomo non desidera UN piacere, ma IL piacere, che sia infinito, ma non può ottenerlo e per questo è infelice e ha un vuoto incolmabile nell’anima. Nasce il senso della nullità di tutte le cose.
•• La natura che per Leopardi è prima benigna, vuole bene alle sue creature e ha dato loro l’immaginazione e le illusioni, nascondendo a questi la loro vera condizione. Ecco perché gli uomini primitivi e gli antichi erano vicini alla natura (così come lo sono i bambini di ogni età). Erano felici perché ignorano la loro reale infelicità. Con la ragione, la civiltà è progredita, squarciando lo schopenhaueriano “velo di Maya” e facendo apparire all’uomo la sua reale condizione, rendendolo infelice.
••• Il pessimismo storico
•• La sua prima fase del pensiero ruota tutta intorno all’antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni. Gli antichi avevano forti illusioni, compievano azioni eroiche, la loro vita era più attiva e intensa ed erano anche più forti fisicamente e dimenticavano il nulla e il vuoto dell’esistenza. Erano più grandi di noi sia nella vita civile sia in quella culturale. Il progresso della civiltà con la ragione ha spento le illusioni e ha reso i moderni incapaci di azioni eroiche, generando la corruzione dei costumi. La colpa dell’infelicità è da attribuire all’uomo stesso che si è allontanato dalla natura benigna.
•• Leopardi detesta e critica fortemente la sua civiltà contemporanea (periodo della Restaurazione), perché è inerte e corrotta. Qui nasce la tematica civile e patriottica contenuta nelle prime canzoni.
•• Il suo atteggiamento è titanico, perché il poetica è l’unico a conservare la virtù degli antichi e sfida da solo il destino maligno che ha condannato l’Italia a una così grande caduta di moralità.
•• Si parla di pessimismo storico: la condizione del presente è vista come un effetto di un processo storico di decadenza e di allontanamento progressivo dalla condizione originaria di felicità (come ignoranza dell’infelicità).
••• La natura malvagia
•• Leopardi si rende però conto che la natura, più che al bene dei singoli individui, sta attenta alla conservazione della specie in generale, infatti può anche sacrificare il bene del singolo generando sofferenza. Il male, quindi, non è un accidente, ma sta nel piano della natura. Leopardi si rende conto che è stata la natura a dare all’uomo il desiderio di felicità, senza dargli però i mezzi per soddisfarlo.
•• Leopardi inizialmente attribuisce l’esistenza del male al fato, proponendo il dualismo: natura benigna contro fato maligno. Ma dopo un percorso nello Zibaldone, nel Dialogo della Natura e di un Islandese, arriva a distruggere il fato e quindi il dualismo concludendo che la natura non è benigna, ma maligna.
•• La natura maligna per conservare il mondo fa nascere e perire gli esseri, e la sua concezione non è finalistica (natura che opera per il bene delle creature), ma meccanicistica e materialistica (la realtà è materia governata da leggi meccaniche). La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo, ma della natura. L’uomo è una vittima innocente.
•• La natura è un meccanismo inconsapevole di leggi non regolate da una divinità, anche se lui poeticamente definisce la natura come una “divinità malvagia”, che opera per distruggere le sue creature.
•• Con il materialismo cambia anche il senso dell’infelicità umana: prima con il sensismo era percepita come una assenza di piacere (“teoria del piacere”), adesso l’infelicità è dovuta ai mali esterni a cui nessuno può sfuggire: malattie, elementi atmosferici, vecchiaia, morte.
••• Il pessimismo cosmico
•• La causa dell’infelicità è la natura stessa, che esiste da sempre e per sempre. Quindi tutti gli uomini, in ogni tempo e in ogni luogo, sono necessariamente infelici. Anche gli antichi che si illudevano di essere felici, erano vittime dei mali naturali. Il pessimismo storico della prima fase diventa qui pessimismo cosmico. L’infelicità non è legata a una condizione relativa dell’uomo, ma a una assoluta e diventa un dato eterno e immutabile della natura (anche se Leopardi credeva che gli antichi erano relativamente meno infelici dei moderni), quindi le due fasi non possono essere nettamente schematizzate.
•• La poesia civile e il titanismo vengono abbandonati: se l’infelicità è un dato di natura, anche la protesta e la lotta sono vane. L’atteggiamento si fa contemplativo, ironico, distaccato e rassegnato. L’ideale non è più l’eroe antico, ma il saggio antico, soprattutto quello stoico, che con la sua atarassia si distacca imperturbabile dalla vita. Questo è l’atteggiamento che caratterizza le Operette morali.
•• Ma l’atteggiamento di rassegnazione non è nell’indole di Leopardi e presto tornerà l’atteggiamento titanico di protesta, di sfida alla natura. Al termine della sua vita, nella Ginestra, sulla base del pessimismo arriverà a costruire una concezione della vita sociale e del progresso.

•••• La poetica del “vago e indefinito”
••• L’infinito nell’immaginazione
•• La “teoria del piacere” è il nucleo della sua filosofia e il punto di partenza della sua poetica. Nello Zibaldone scrive che nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, ma può raggiungerlo con l’immaginazione e proprio con l’immaginazione si creano speranza e illusioni. La realtà immaginata è l’alternativa alla realtà vissuta che è di infelicità e di noia. L’immaginazione è stimolata dalla percezione di “vago e indefinito” e con questa immaginazione l’uomo trova l’appagamento (illusorio). Leopardi cerca di individuare queste realtà naturali che generano un sentimento di vago e indefinito nella sua “teoria della visione”, e tra questi è per esempio la vista impedita da un ostacolo (infinito), perché al posto della vista lavora l’immaginazione (come quando guardiamo l’orizzonte e ci immaginiamo un’altra realtà oltre quello). Affianco a questa “teoria della visione” Leopardi descrive anche una “teoria del suono” che genera sentimenti indefiniti, come un suono che si allontana lentamente.
••• Il bello poetico
•• La teoria dell’indefinito si unisce alla teoria poetica. Per Leopardi il bello poetico è il “vago e indefinito” che si esprime attraverso le immagini suggestive che ci hanno probabilmente affascinati da fanciulli. La “rimembranza” si fonde nella poesia e la poesia è il recupero della visione immaginosa della fanciullezza (che si ha con la memoria).
••• Antichi e moderni
•• Per Leopardi i maestri della poesia vaga e indefinita erano proprio gli antichi, che erano più vicini alla natura e quindi al momento della fanciullezza (erano immaginosi come i bambini). I moderni per Leopardi con la loro ragione hanno perso questa capacità di immaginare e anche di desiderare un ritorno alla fanciullezza. Avendo la ragione, sono infelici, quindi non possono più scrivere una poesia di immaginazione, ma solo una poesia sentimentale, fatta di filosofia, di idee e dalla consapevolezza dell’infelicità.
•• Leopardi scrive una poesia di immaginazione (del “vago e indefinito”) e tutti quelle visioni e suoni suggestivi che annota sullo Zibaldone saranno poi usati nelle sue opere. Leopardi, pur essendo moderno e avendo coscienza dell’infelicità e di una poesia sentimentale fondata sul pensiero, scrive usando l’immaginazione (almeno fino al 1830, dove capisce che l’immaginazione genera illusione).

•••• Leopardi e il Romanticismo
••• Il classicismo romantico di Leopardi
•• La formazione di Leopardi classicistica. Dunque, nella polemica tra classicisti e romantici, Leopardi è a favore dei classicisti e scrive a proposito il Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica (1818), mai pubblicato e ignoto ai contemporanei.
•• Per lui la poesia è soprattutto espressione di una spontaneità originaria, di un mondo interiore costruito con l’immaginazione, che è proprio dei primitivi e dei fanciulli: è a favore anche dei romantici, perché sono contro le regole imposte, l’abuso ripetitivo della mitologia; ma è anche contro di loro perché le loro opere sono fine a se stesse e artificiose e sono troppo vicini al “vero”, che spegne l’immaginazione.
•• I classici antichi sono per lui un vero esempio di poesia spontanea e immaginosa. Leopardi è più romantico dei romantici realisti italiani, perché ripropone romanticamente i classici antichi, di cui si deve salvaguardare l’originalità e la spontaneità.
•• Si parla quindi di classicismo romantico in Leopardi (classicismo perché i modelli sono gli antichi, ma romantico perché devono mantenere la loro spontaneità e immaginazione). Non c’è separazione netta tra classicismo e romanticismo: Foscolo e Leopardi sono i più grandi romantici italiani, ma in entrambi le fondamenta sono classiche.
••• Leopardi, il Romanticismo italiano e il Romanticismo europeo
•• La poesia è il recupero del mondo fatto di immaginazione dell’infanzia, quindi è basata sul vago e indefinito e sulla rimembranza. Tra le varie forme poetica, quella più adatta è quella lirica, che è espressione immediata dell’Io, ed è un canto (da qui il nome della sua opera).
•• È lontano al Romanticismo europeo perché la sua filosofia è materialista, è illuminista e sensista, ma è in ogni caso vicino al Romanticismo per la tensione verso l’infinito, l’esaltazione della soggettività, il titanismo, il conflitto illusione-realtà, l’amore per il “vago e indefinito”, il culto della fanciullezza e del primitivo e il senso del dolore cosmico.

•••• I Canti
••• Le canzoni
•• Subito dopo la conversione “dall’erudizione al bello” (1816) fino alla grande crisi del 1819, Leopardi sperimenta vari generi letterari, che poi abbandona. Di questi esperimenti, due soli si concretizzano e arrivano alla stampa: le Canzoni e gli Idilli, poi uniti nei Canti.
•• Le Canzoni (1818-1823) sono di stampo classicistico scritte in linguaggio aulico, sublime e tradizionale. Le influenze sono di Alfieri e di Foscolo. Le prima Canzoni civili affrontano una tematica civile con base il suo pessimismo storico e sono cinque: (1) All’Italia, (2) Sopra il monumento di Dante, (3) Ad Angelo Mai, (4) Nelle nozze della sorella Paolina, (5) A un vincitore nel pallone. Leopardi è polemico e contro l’età presente, definendola inerte e corrotta, incapace di azioni eroiche. Esalta dunque le età antiche, generose. La più significativa e riassuntiva dei temi leopardiani è Ad Angelo Mai (polemica contro l’Italia, nostalgia dell’antichità, motivo del “caro immaginar” e dei “leggiadri sogni” distrutti dalla conoscenza razionale del “vero”, che accresce il senso del nulla e la noia.
•• Le ultime due sono (1) il Bruto minore e (2) l’Ultimo canto di Saffo, in cui non parla più lui in prima persona, ma lascia la narrazione poetica ai due personaggi dell’antichità, entrambi suicidi. Si delinea l’idea di umanità infelice non solo per ragioni storiche, ma per una condizione assoluta (pessimismo cosmico). Non si incolpa più la natura, ma gli dei e il fato, forze malvagie che perseguitano l’uomo. A queste si contrappone l’eroe singolo che si ribella alla forza che lo opprime affermando la propria libertà in un gesto di sfida suprema, dandosi la morte (titanismo eroico).
•• Altre canzoni della seconda fase: Alla Primavera (rievocazione nostalgica delle “favole antiche”, quindi della visione fanciullesca che avevano gli antichi e che hanno perso i moderni); l’Inno ai Patriarchi, o dei principi del genere umano (rievocazione dell’umanità primitiva, felice nella sua ingenuità); Alla sua donna (la sua mente crea un’immagine ideale e platonica della donna).
••• Gli idilli
•• Sono più intimi e autobiografici delle Canzoni. Il linguaggio è più colloquiale e semplice. Sono scritti tra il 1819 e il 1821 e sono: L’infinito, La sera del dì di festa (prima La sera del giorno festivo); Alla luna (prima La ricordanza); Il sogno; Lo spavento notturno; La vita solitaria, tutti pubblicati sulla rivista Il Nuovo Ricoglitore e poi raccolti nei Versi, infine nei Canti.
•• Negli anni precedenti scrive poesie pastorali, che non hanno nulla a che fare con il locus amoenus. Per Leopardi gli Idillli, scritti in endecasillabi sciolti, basandosi sul “vago e indefinito” (e non sulla solennità delle Canzoni) sono l’espressione di “sentimenti, affezioni, avventure storiche del suo animo”, quindi Leopardi vuole rappresentare i momenti essenziali della vita interiore.
•• L’infinito ha come scenario una siepe, che è uno spunto per una vertiginosa meditazione sull’idea di infinito creata dall’immaginazione, partendo da sensazioni visive e uditive. Alla luna affronta il tema della ricordanza che, come l’immaginazione, rende più bello il reale, anche se la realtà è triste. La sera del dì di festa comincia con la notte, una scena suggestiva per la sua vaghezza che piace molto a Leopardi, passando per la visione dell’infelicità per arrivare a una vasta meditazione sul tempo che cancella ogni traccia dell’azione umana. Come nelL’infinito, nelLa vita solitaria si contempla la natura immobile e silenziosa. Il sogno è un discorso con una fanciulla morta affrontando il tema della giovinezza distrutta e delle illusioni non realizzate.
••• Il “Risorgimento” e i “grandi idilli” del 1828 - 1830
•• Finita la stesura delle canzoni e dei canti, Leopardi smette di scrivere fino al 1928. Non scrive più poesia perché non ha più immaginazione e sentimento, ma solo “arido vero”, che lo porta a scrivere la prosa filosofica e di pensiero delle Operette morali. Qui si passa dal pessimismo storico al pessimismo assoluto, infatti abbandona gli atteggiamenti titanici e si distacca con ironia dalla realtà abbracciando lo stoicismo, scrivendo su questa filosofia il Manuale di Epitteto).
•• Quando si trova a Pisa, Leopardi scrive alla sorella Paolina, informandole di aver ritrovato l’ispirazione: è il “risorgimento” delle sue facoltà di sentire. Scrive allora Il risorgimento e poi A Silvia. Torna a Recanati e scrive Le ricordanze, Il sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia e Il passero solitario. Questi componimenti riprendono i temi e il linguaggio dei primi idilli: le illusioni, le speranze, le rimembranze, immagini e suoni vaghi e indefiniti, linguaggio semplice e musicale. Per questa ragione, sono definiti i “grandi Idilli”.
••• La distanza dai primi idilli
•• Questi grandi Idilli non sono la semplice ripresa degli Idilli di dieci anni prima. In questi c’è più consapevolezza del “vero”, la fine delle illusioni giovanili, la costruzione di una filosofia fondata sul pessimismo assoluto. Quindi, se la memoria recupera il passato e con lui la stagione dell’illusione e della speranza, a questo ricordo si accompagna anche la consapevolezza del “vero”. Dunque ci sono immagini liete, ma sono rarefatte e perdono ogni fisicità, perché create dalla memoria e accompagnate dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell’esistenza e della morte.
•• I grandi Idilli, dunque, si distinguono dagli Idilli perché hanno il “vero”. C’è sia il “caro immaginar” sia il “vero”.
•• Non c’è più rivolta, né titanismo. C’è dominio razionale (acquisito con le Operette) davanti alla verità dolorosa dell’infelicità inevitabile di tutti gli esseri.
•• Il linguaggio non ha più espressioni intense e patetiche, ma è misurato e addolcito (non è di lotta aspra e tragica, ma tenero e dolce, ma anche desolato).
•• La metrica cambia: non c’è più l’endecasillabo sciolto, ma una sola strofa composta liberamente e senza schema fisso di endecasillabi e settenari. Anche le rime, le assonanze e gli enjambements non rispondono a nessuno schema fisso. La libertà metrica che rappresenta “il vago e l’indefinito” è una grande conquista per la poesia italiana, perché era ancora legata a schemi fissi (per esempio come quella di Manzoni e degli altri romantici).
••• Il “ciclo di Aspasia”
•• Sempre sul pessimismo assoluto e sul materialismo, con il distacco ironico delle Operette e con il recupero dell’età giovanile dei grandi Idilli, Leopardi riacquista un contatto diretto con gli uomini, i problemi e le idee del suo tempo. È più pronto e più combattivo nel diffondere le proprie idee. L’apertura si ha anche sul piano umano: stringe una grandissima amicizia con Antonio Ranieri e vive un amore autentico e passionale con la dama fiorentina Fanny Targioni Tozzetti. Poi rompe con questa e la forte delusione gli fa rendere conto di aver creduto all’inganno estremo: l’amore.
•• Da queste passione e delusione nasce il “ciclo di Aspasia”, nome greco, pseudonimo di Tozzetti. Sono cinque componimenti scritti tra il 1833 e il 1835: Il pensiero dominante; Amore e Morte; Consalvo, Aspasia e A se stesso. Tutte queste non sono fondate sul “vago e indefinito”, né scritte con il linguaggio semplice e musicale. Questa poesia è nuda, severa, senza immagini, fatta di puro pensiero, con atteggiamenti energici, combattivi, eroici. Il linguaggio è aspro e antimusicale. La sintassi è complessa e spezzata. Questa è la “nuova poetica” di Leopardi, diversa da quella del “vago e indefinito” dei grandi Idilli.
••• La polemica contro l’ottimismo progressista
•• Si instaura anche un forte rapporto con le idee del tempo. Si impegna nelle critiche polemiche contro tutte le ideologie ottimistiche, che esaltano il progresso e profetizzano un miglioramento della vita degli uomini grazie alle nuove scienze sociali ed economiche e alle scoperte tecnologiche. Critica anche le tendenze spirituali e neocattoliche, andando a favore delle correnti liberali che vedono l’uomo al posto di Dio nel cosmo.
•• le sue concezioni pessimistiche escludono il progresso e il miglioramento della condizione umana: l’infelicità e la sofferenza sono dati di natura, eterni e inevitabili (pessimismo assoluto). Non c’è l’aldilà dello spiritualismo religioso nella sua visione materialistica e Leopardi bolla quelle credenze come favole infantili e sciocche.
•• La polemica si trova nella Palinodìa al marchese Gino Capponi (1831), inclusa nei Canti, ed è una satira contro l’ottimismo e il pensiero del progresso. Al di fuori dei Canti si trovno invece un abbozzo di inno Ad Arimane (1833), I nuovi credenti e i Paralipomeni della Betracomiomachia.
•• Nei Paralipomeni (= aggiunte) Leopardi scrive degli avvenimenti politici del tempo e del fallimento dei moti liberali. Critica il liberalismo progressista per via del suo pessimismo assoluto che nega ogni possibilità di miglioramento (politico e sociale) e vede l’umanità come vittima della natura.
••• La Ginestra e l’idea leopardiana di progresso
•• Con La Ginestra si ha una svolta essenziale nel suo pensiero ed è la lirica che chiude il suo percorso poetico (insieme con Il tramonto della luna). Si riprende il tema della polemica antiottimistica e antireligiosa, ma qui Leopardi non nega più la possibilità di un progresso civile; anzi, costruisce un’idea di progresso proprio sul suo pessimismo. La consapevolezza del “vero” e della condizione umana gli fa percepire come unica nemica la natura. E grazie a questa consapevolezza, gli uomini tutti potrebbero unirsi contro la natura. Il legame può far cessare le ingiustizie della società dando origine a un “onesto conversar cittadino” e alla solidarietà tra gli uomini, che nasce proprio dalla diffusione del “vero”, quindi dalla consapevolezza dell’infelicità.
•• La Ginestra è la massima realizzazione della “nuova poetica” anti-idilliaca: è un vasto poemetto in cui si alternano toni e immagini: dalla distruzione del vulcano e della sua lava, alla proiezione degli uomini nell’universo, alla minaccia della natura, alla dignità che dovrebbe essere dell’uomo.

••• Le Operette morali e l’“arido vero”
•• Sono composte nel 1824, subito dopo essere tornato dalla deludente Roma. Si aggiunge nel 1832 il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere.
•• Le Operette morali sono prose di argomento filosofico e qui sviluppa gli appunti dello Zibaldone unendovi invenzioni fantastiche, miti, paradossi, canti lirici in prosa. Molte Operette sono dialoghi con una creatura immaginosa, una personificazione o un personaggio mitico. Altre volte i personaggi sono storici, altre ancora i personaggi storici sono mescolati a creature immaginose (come Tasso e il suo Genio). Ma in moltissime Operette che hanno l’impostazione di dialogo, i due protagonisti in realtà sono proiezioni di Leopardi stesso. Ma non tutte sono dialogiche: ci sono anche quelle narrative, altre sono prose liriche o raccolte di aforismi paradossali.
•• Tutte queste invenzioni ruotano intorno al suo pessimismo (infelicità inevitabile dell’uomo, impossibilità del piacere, noia, dolore…), senza generare cupezza, perché c’è molta ironia nella contemplazione del “vero”. A volte l’opera appare fredda, altre volte è intensa (quando si ricordano le illusioni fanciullesche, oppure la gioiosa vitalità degli uccelli).
•• Le Operette più vecchie si differenziano: Plotino è un dialogo sul suicidio, con un senso di solidarietà fraterna verso gli uomini. Nell’Operetta Al fonte Carlo Pepoli, Leopardi cerca di trovare e comprendere il suo “acerbo vero”, cioè il suo stato di aridità.

Domande da interrogazione

  1. Qual è l'importanza della biblioteca paterna nella formazione di Giacomo Leopardi?
  2. La biblioteca paterna, ricca di opere ma di cultura superata, ha influenzato profondamente la formazione di Leopardi, che vi si è chiuso per anni di studio, sviluppando una straordinaria intelligenza e una vasta cultura, sebbene inizialmente fosse influenzato dalle idee reazionarie della sua famiglia.

  3. Come avviene la conversione "dall'erudizione al bello" nel pensiero di Leopardi?
  4. Tra il 1815 e il 1816, Leopardi abbandona la filologia per dedicarsi alla poesia, ispirandosi a grandi poeti e trovando in Pietro Giordani una figura di affetto e guida intellettuale, segnando un passaggio fondamentale verso una poesia più autentica e profonda.

  5. Qual è il significato del pessimismo cosmico nella filosofia leopardiana?
  6. Il pessimismo cosmico di Leopardi sostiene che l'infelicità è una condizione inevitabile e universale dell'umanità, non legata a circostanze particolari, ma intrinseca alla natura stessa, rendendo ogni tentativo di protesta o lotta contro di essa vano.

  7. In che modo Leopardi critica l'ottimismo progressista del suo tempo?
  8. Leopardi si oppone all'ottimismo progressista, sostenendo che l'infelicità e la sofferenza sono dati di natura eterni e inevitabili, e critica le ideologie che promettono un miglioramento della condizione umana, considerandole illusioni infantili.

  9. Qual è la novità della "nuova poetica" espressa in "La Ginestra"?
  10. In "La Ginestra", Leopardi sviluppa una nuova poetica che, pur mantenendo il pessimismo, propone un'idea di progresso civile basata sulla consapevolezza della condizione umana, invitando gli uomini a unirsi contro la natura, in un contesto di solidarietà e dialogo.

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community