Siracusa (413-212 a.C.)
Dionìsio I il Vecchio (405/404-367 a.C.)
Il regime dionisiano. Gli Antichi pensavano che la Siracusa dei due Dionisii e la Macedonia di Filippo II fossero l’esempio della più grande dynasteìa (dominio, signoria) del loro tempo. Si ritiene probabile fosse rispetto a queste più all’avanguardia, che la tirannide dionisiana, simile alle arcaiche tirannidi, meglio organizzata.
Ermòcrate, Dìocle, Siracusa e Cartagine
Dopo la disfatta ateniese del 415-413 a.C., al governo c’erano i democratici guidati da Dìocle; Ermòcrate non era riuscito a ritagliarsi un potere personale.
Ermòcrate stava cercando di rientrare a Siracusa (poiché frattanto era stato esiliato). Nel 410 a.C. si presentò per lui una buona occasione. Segèsta, avversata sempre da Selinunte (alleata di Siracusa) e che qualche anno prima aveva chiesto aiuto ad Atene per lo stesso motivo, stavolta si rivolse a Cartagine. Cartagine non attaccava la Sicilia dal lontano 480 a.C., quando perse a Imèra contro Gelone di Siracusa (Cartaginesi e Siracusani si odiavano a morte), della famiglia dei Dinomènidi.
Ora Cartagine colpì Selinunte nel 409 a.C. e distrusse Imèra nel 408 a.C., battendo Dìocle e, sembrava l’amara punizione decretata dal ‘karma cattivo’ dei Siracusani, trucidando 3000 prigionieri che pochi anni prima avevano infierito sugli Ateniesi.
Nel 408 a.C. sbarcò Ermòcrate in Sicilia: poiché era interessato a rientrare a Siracusa, batté i Cartaginesi a questo scopo. Ma i Siracusani subodorarono che egli volesse tiranneggiare e, sebbene avessero cacciato Dìocle, non vollero accogliere Ermòcrate; e infatti, mettendo da parte la responsabilità di contrastare il nemico (i Cartaginesi erano ancora nell’isola), egli tentò di forzare la mano ai suoi concittadini, ma morì nel 408 a.C.
Nel 407 a.C. Cartagine distrusse Agrigento e si mosse pericolosamente verso la sua acerrima nemica: Siracusa.
L’ascesa di Dionìsio I
L’ascesa di Dionìsio I: la trovata propagandistica nel contesto anti-cartaginese. Dionìsio, genero di e appoggiato dal partito dell’ex suocero (il ‘tiranno mancato’) Ermòcrate, incolpò i Siracusani per aver fatto cadere Agrigento a causa del loro orgoglio. Filìsto era uno della vecchia fazione di Ermòcrate e che ora seguiva Dionìsio in modo convinto, infatti ne divenne lo storico, al quale noi dobbiamo il ritratto positivo di quello che sarebbe stato il futuro tiranno Dionìsio.
Per farsi eleggere stratego autòcrate riportò il precedente (quasi sicuramente fittizio) della strategia autocratica di Gelone, che a Imèra batté 300000 Cartaginesi. Anche perché il pericolo cartaginese era in quei giorni assolutamente reale e temporeggiare ulteriormente sarebbe stato molto rischioso, questa trovata propagandistica, appoggiata anche dal gruppo di Dionìsio, mise Dionìsio al potere, potere che tenne fino al 367/366 a.C. Dionìsio era salito al potere in modo abile, sfruttando il pericolo cartaginese al fine di affermare la propria posizione.
L’essersi rifatto a Gelone in quell’occasione non gli impedì di riusarne l’esempio per affrontare le città calcidesi dell’isola (tradizionalmente nemiche di Gelone): perpetrò attacchi nei confronti di Nasso di Sicilia, Catania, Leontìni. In realtà, poiché aveva ottenuto il potere come difensore siceliota contro il pericolo cartaginese, Dionìsio doveva continuare a impegnarsi in questo senso se voleva conservare il potere in modo credibile.
La politica di Dionìsio
In realtà Dionìsio fu un fermo e accanito nemico dei Punici (e degli Etruschi). Tese all’unificazione della Sicilia su base siracusana. Ebbe progetti colonizzatori nell’Adriatico e nel Tirreno e di dominio in Italia. Pur combattendo i Barbari contemplò alleanze con popolazioni non greche (Celti, Illiri). Basò il suo potere sul contatto con l’assemblea, che tenne formalmente in vita, per dare credito alla sua tirannide.
La forte politica di potenza di Dionìsio I sarebbe stata seguita dall’accorta guida di Dionìsio II (sotto Filìsto), in minor modo da Timoleonte, soprattutto da Agàtocle e infine da Ierone II.
Dalle istituzioni alla tirannide dinastica
Dionìsio trasformò la strategia autocratica (che era un’istituzione cittadina) in tirannide. Il nuovo tiranno fu subito circondato da delle guardie armate. Inoltre fin dall’inizio seppe nutrire e formare una cerchia selezionata di seguaci, a tal punto che molto spesso facevano parte della sua famiglia: ciò significa che il potere personalistico fu inquadrato in un dominio (dynasteìa) ereditario; inoltre proprio il saldo e leale proselitismo che si creò attorno a Dionìsio ha fatto parlare gli storici moderni di ‘signoria di gruppo’.
Dionìsio tenne conto del rapporto con la massa della popolazione (a questo proposito tenne in vita l’assemblea cittadina) e seppe dotarsi di un esercito forte. Per un tiranno, il segreto per stare al potere è munirsi di un’affidabile cerchia di phìloi (amici), dotarsi di una forza armata e dare al popolo l’impressione che ciò che il tiranno fa lo fa per il bene del popolo e non per il suo (altrimenti l’altra strada da praticare è quella che potremmo definire di ‘terrorismo di Stato’: esempi romani sono il periodo nero dopo il quinquennium felix di Nerone, il regime terroristico di Domiziano, ma in tarda età repubblicana abbiamo anche le liste di proscrizione di Silla e di Antonio).
Dionìsio sapeva in quanto tiranno di essere maggiormente esposto rispetto ad altri regnanti ai colpi della fortuna, così fece da subito fortificare la sua residenza nell’isola di Ortigia. Per accrescere le probabilità di garantire un futuro alla sua discendenza si sposò con due mogli, la siracusana Aristòmache e la locrese (di Locri Epizefìri) Dòride.
La pace coi Cartaginesi e gli attriti
La pace coi Cartaginesi è un grande successo; attriti coi Cartaginesi. Dionìsio, dopo aver represso col sangue il dissenso dei cavalieri, concluse la pace con Cartagine nel 405/404 a.C. Questa pace fu un gran successo per Dionìsio perché venne riconosciuto come difensore dei Sicelioti. Dal canto suo Cartagine dominò sulle popolazioni della Sicilia occidentale (Imèra, Selinunte, Agrigento; Gela e Camarina diventate tributarie).
Dionìsio avrebbe combattuto altre 3 battaglie con Cartagine:
- Negli anni ’90 del IV secolo a.C.;
- Negli anni 383-375 a.C.;
- Nel 367 a.C.
La seconda guerra contro Cartagine e le opere di Dionìsio
La guerra contro Cartagine fu il filone propagandistico più importante e duraturo di Dionìsio: in occasione della seconda guerra contro i Punici, il tiranno disse in assemblea che sarebbe riuscito a “estirparli dall’isola”, perché era “inaccettabile che i Greci (i Sicelioti erano Greci di Sicilia) convivessero con dei Barbari”.
A questi proclami seguì il potenziamento delle strutture difensive e offensive: equipaggiò meglio i soldati dell’esercito, fortificò le Epìpole (il pianoro antistante a Siracusa, che a suo tempo aveva subito gli assalti degli Ateniesi), costruì il castello Eurìalo, ingrandì il Porto Grande, costruì una flotta di 300 navi.
Queste opere in realtà costavano parecchio denaro (che Dionìsio si guadagnò illecitamente con scorrerie per mare o assaltando empiamente i templi, con grande disappunto dell’opinione pubblica) e richiedevano un elevato numero di lavoratori, che infatti vennero da molti posti anche lontani. Dionìsio, che concluse una pace nel 392 a.C. coi Cartaginesi, tuttavia non riuscì a scacciarli dall’isola ma li spinse un po’ più a ovest.
La base del consenso di Dionìsio
La guerra contro Cartagine. Il tiranno rimpolpò la cittadinanza con veri e propri proseliti: esuli, schiavi affrancati e mercenari a cui diede la libertà, il diritto di partecipare ai lavori dell’assemblea e varie largizioni: essi in cambio lo avrebbero appoggiato. Dunque le
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