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Economia e management Università di Bologna, campus di Forlì

Storia economica secondo modulo

Esame del 12/01/2021

La crisi economica del 2007-2008 produce un vero e proprio disastro economico; per l’Italia rappresenta un punto di svolta, cioè un evento periodizzante come pochi altri del suo passato. Rispetto a ciò che avviene in altri paesi industriali a economia di mercato, la grande crisi del 2008 culmina per l’Italia dopo un lungo periodo di transizione iniziato nei primi anni ‘90 del ‘900, e al termine del quale sembra che molte cose siano sul punto di cambiare in meglio da un punto di vista economico e sociale, ma in realtà l’Italia si ritrova più fragile e più povera.

Essa sembra cioè sul punto di essere risospinta se non verso la periferia dei paesi industrializzati, verso almeno una posizione semiperiferica, con ricadute devastanti in termini di ricchezza collettiva e pro-capite, di qualità della vita, di tenore dei consumi, eccetera. In altri termini, la posizione centrale conquistata faticosamente e per alcuni miracolosamente a partire dall’Unificazione sembrerebbe cioè sul punto di essere abbandonata; la crisi del 2007 mette in discussione numerose certezze relative alla solidità dell’economia italiana.

La storiografia economica recepisce questi interrogativi che vengono posti sul futuro del paese: due storici economici ad esempio evidenziano come da un lato la posizione raggiunta in termini di benessere materiale dall’Italia non sia scontata, e dall’altro un interrogativo sull’eventuale prosecuzione della storia economica in termini positivi.

Impatto della crisi del 2007-2008

Nel 2010, quando questa crisi si è appena avviata, l’economista Giacomo Vaciago delinea alcuni aspetti assunti da essa e riflette su quali danni la crisi produce sull’economia italiana: quando avviene il suo intervento sembra che l’Italia sia in grado di recuperare in tempi relativamente brevi quello che sta accadendo di negativo, ma in realtà le cose non vanno davvero in questo modo.

I tre aspetti che hanno un’importanza negativa sull’economia italiana sono: la crisi finanziaria, ossia il credit crunch, la restrizione della liquidità, nonostante il sistema finanziario sembri più solido di altri, ma comunque se le imprese falliscono non sono più in grado di restituire i debiti, allora iniziano le sofferenze; la recessione, che sembra poter essere superata in tempi brevi, ma poi non sarà così; la crisi industriale, aspetto drammatico e nuovo anche rispetto alla crisi del 1929, come sottolinea Vaciago.

I dati macroeconomici evidenziano chiaramente la situazione di emergenza, delineata da Vaciago nel 2010, ma che poi si protrae nel corso del periodo successivo. Tra il 2008-2009 c’è una prima caduta del PIL, che perde il 5,5%; sembra che il paese riprenda, tant’è che l’anno successivo registra un +1,7%, inducendo ad un relativo ottimismo, ma nel corso degli anni successivi c’è una seconda recessione, con la quale l’Italia perde quasi il 3% della ricchezza, dopo averne persa quasi il 6% l’anno prima, e in seguito a ciò c’è una ripresa molto timida, stroncata poi dalla pandemia.

I problemi dell’economia si trasferiscono inevitabilmente alla società; il tasso di disoccupazione aumenta fino a quasi il 15%, ma soprattutto grave è la disoccupazione giovanile, che assume contorni drammatici in particolare nel meridione, da dove i giovani emigrano verso altre migliori possibili destinazioni.

Indice di disuguaglianza e situazione industriale

Lo statistico Gini elabora un indice che misura il grado di disuguaglianza; esso viene messo a punto alla fine degli anni ’20 e particolarmente utilizzato per l’analisi della distribuzione del reddito: se l’indice è uguale a 0 c’è una perfetta equità della distribuzione dei redditi, mentre se indica 100 c’è la massima disomogeneità. L’Italia è tra i paesi maggiormente diseguali, che presentano una disuguaglianza dal punto di vista economico più rilevante.

Essendo l’Italia un paese industriale, se l’industria non tiene, l’intera economia soffre in modo rilevante; il grafico mostra un andamento in parte speculare a quello del PIL, con una caduta drammatica a cavallo tra 2008 e 2009 e un tentativo di ripresa molto lieve. Alla produzione industriale si accompagna la caduta della produttività, dato che contraddistingue la struttura industriale italiana rispetto ad altri paesi europei, e che segnala una caduta degli investimenti, una incapacità di innovare a livello sistemico e dunque di competere; l’Italia, che esce devastata dalla crisi, appare come un paese maturo, con prospettive incerte, quali possono essere quelle di un individuo che ha raggiunto una età avanzata e non è più in grado di progettare l’avvenire.

“Ora che il futuro è diventato confuso e incerto, che l’avvenire è in crisi, (anche) il passato può sembrare irrilevante”; tuttavia, se si vuole dare una risposta alle proprie attuali inquietudini è invece al passato che bisogna rivolgersi. Il filosofo svedese Kierkegaard diceva che “la vita si può capire solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”.

Punti di svolta della storia economica italiana

I principali punti di svolta della Storia Economica Italiana negli ultimi 150 anni sono sei:

  • Il processo di Unificazione, il quale si compie al termine dell’età risorgimentale nel 1861, quando nel parlamento subalpino riunito a Torino, prima capitale del Regno, viene proclamata la nascita del nuovo Stato; l’Unificazione coincide con un recupero “miracoloso” dell’Italia nei riguardi dei paesi industriali più avanzati.
  • I primi quindici anni del ‘900, la cosiddetta età giolittiana, durante i quali si consolida il processo di industrializzazione; l’Italia non diventa ancora pienamente un paese industriale, ma tuttavia la sua struttura economica si orienta sempre più verso la rilevanza attribuita al settore secondario.
  • Il primo dopoguerra, quando l’Italia verifica una crisi sistemica, cioè non concentrata su un unico aspetto, ma che riguarda la vita del paese nel suo complesso, i cui esiti sono la crisi dello Stato liberale e l’avvento del fascismo.
  • La crisi del 1929, importante perché avvia la creazione di una “economia mista”, in cui cioè il pubblico convive col privato, che poi verrà ereditata dalla I Repubblica.
  • I primi anni ‘90 del ‘900, i quali chiudono il periodo avviatosi dopo la crisi del ’29 e segnano lo smantellamento dell’economia mista, attraverso l’avvio delle privatizzazioni e il parziale disimpegno dello Stato nell’economia.
  • La crisi del 2008, i cui esiti sono in parte ancora incerti, soprattutto perché non si è ancora completamente riassorbita. Quest’ultimo aspetto rappresenta il punto terminale di questa serie di eventi periodizzanti, i quali nel passato hanno messo l’Italia, sia in termini positivi che negativi, di fronte a delle scelte, come sta avvenendo oggi.

Questo periodo lungo 150 anni può essere metaforicamente chiamato Il volo del calabrone, titolo usato da dei giornalisti per un articolo in cui si sostiene che il calabrone “non dovrebbe neanche sollevarsi da terra: è tozzo, ha ali piccole. Non è nato per volare, dicono gli ingegneri aeronautici, eppure con grande rumore riesce ad andare veloce e molto in alto. L'economia italiana è come il calabrone: senza materie prime e con poche industrie avanzate, con una conflittualità sociale estesa e governi deboli e instabili. Eppure l'Italia è diventata una delle sette maggiori potenze industriali del mondo.”; l’Italia rappresenta quindi una sfida alle leggi dell’economia.

Il processo di unificazione

Il processo di Unificazione cambia radicalmente la storia economica della penisola, allora divisa in sette/otto Stati poi unificati sotto la regia piemontese, che proprio per questo si trova ad operare in condizioni economiche completamente diverse rispetto al recente passato, e avvia il recupero “miracoloso” dell’Italia nei riguardi dei paesi industriali più avanzati; la penisola è un paese molto frammentato, con economie diverse tra loro, arretrato, prevalentemente agricolo, con pochissime industrie e scarse materie prime.

Le origini dello svolgimento del processo di Unificazione hanno anche un impatto su come l’economia italiana si orienterà dopo l’unificazione, e vanno ricercate in gran parte nel corso del periodo napoleonico (inizio dell’età del Risorgimento), quando si manifesta l’idea della indipendenza nazionale, la quale nel caso dell’Italia richiede l’unificazione. Questi due termini sono le chiavi del programma dell’ala democratica del processo risorgimentale, impersonata da uomini come Mazzini e Garibaldi, la quale si propone una rivoluzione popolare e nazionale che parte dal basso, cioè che coinvolga il popolo; a questo programma si contrappone l’altra corrente, che poi risulterà vincente nell’età risorgimentale, che è quella del movimento liberal-moderato, il quale esclude che l’indipendenza e l’unificazione possano avvenire attraverso una rivoluzione, e ritiene invece che l’unico modo è un processo graduale che contiene in sé anche motivazioni di natura economica (riforme economiche, unione doganale).

L’età risorgimentale è segnata da tre guerre di Indipendenza, che l’Italia conosce prima di avere un’unificazione territoriale; la prima guerra d’Indipendenza si avvia nel 1848, quando sono già stati seminati alcuni degli elementi chiave dal punto di vista culturale e ideologico dei due programmi democratico e liberale. Nell’ambito della cosiddetta “Primavera dei popoli”, che nella penisola si avvia in coincidenza con l’insurrezione di Venezia e le cinque giornate di Milano, il Piemonte sabaudo, stato militarmente forte, con ambizioni egemoniche sulla pianura padana, si mette al comando del movimento di unificazione; esso viene però sconfitto dal generale austriaco Radetzsky a Curtatone, Montanara e Custoza, quindi è costretto a firmare l’armistizio di Vignale nel 1849.

Viene poi ripresa la guerra da Carlo Alberto, re di Sardegna, il quale viene sconfitto a Novara e pertanto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che firma a Milano la pace con l’Austria; questo tentativo di unificazione e indipendenza italiana sembra concluso, il movimento rivoluzionario viene duramente represso, e i precedenti sovrani vengono nuovamente rimessi al loro posto. Rimane il Regno di Sardegna, dove Carlo Alberto, prima della sconfitta militare aveva siglato lo statuto albertino, che diventerà la carta costituzionale del nuovo Regno d’Italia; il centro del partito liberal-moderato si sposta nel Regno di Sardegna, dove emerge una figura chiave.

Nel corso di questo decennio, individuato col termine “decennio di preparazione”, emerge un proprietario terriero, politico a tutto tondo, ossia il Conte di Cavour; attento studioso della storia economica del suo tempo, di quanto di nuovo sta avvenendo in Europa, promotore di idee che condivide con altri esponenti importanti del suo partito, vede come elemento fondamentale dal punto di vista economico il modello inglese con una variante, cioè il sostegno dello Stato.

Cavour cerca di avviarlo innanzitutto nel Regno di Sardegna, e si articola in una serie di provvedimenti, al termine dei quali esso diventa lo Stato più avanzato di tutta la penisola, legittimando l’egemonia che avrà nel corso della seconda guerra di indipendenza; questo modello agisce nella politica doganale, nel settore del credito e nel settore delle infrastrutture.

Politiche doganali e infrastrutture

Il 1848 rappresenta una svolta a livello complessivo dal punto di vista delle politiche doganali e commerciali; vengono tolti i dazi sul grano, abbattute le corn laws, si riavvia un periodo di relativo liberalismo economico che passa attraverso la firma negli anni ’60 del Trattato Cobden-Chevalier, e sarà ridimensionato dall’avvio della grande depressione. A partire dai primi anni ’50 il governo piemontese adotta politiche doganali di tipo liberale, quindi stipula una serie di trattati commerciali con le principali potenze industriali di orientamento liberista, e questo fa sì che ci sia una maggiore integrazione dell’economia piemontese con quelle europee.

Il settore del credito è uno dei quali nel corso dell’800 si verificano delle innovazioni istituzionali, con l’emergere di banche commerciali organizzate in forma di società operazioni e l’emergere di banche centrali; anche in questo caso Cavour segue il modello dell’Inghilterra, dove nel 1844 la Banca d’Inghilterra ottiene il monopolio dell’emissione, diventa pienamente banca centrale. Cavour vuole ripetere anche in Piemonte la stessa esperienza inglese dal punto di vista della creazione di una banca di emissione sconto in grado di controllare l’economia creditizia del paese, sostenere e supportare le attività economiche; per questo, dall’unione di due banche alle quali la cura aveva dato la propria benedizione, quella di Genova e quella di Torino, viene fondata la Banca Nazionale del Regno di Sardegna, che è il primo nucleo di quella che sarà successivamente la Banca Nazionale del Regno d’Italia, e poi Banca d’Italia nel 1893.

Sempre nell’ambito del settore creditizio, guardando in questo caso alla Francia, con cui i rapporti economici e politici diventano sempre più stretti, Cavour avvia un’esperienza importante attraverso la creazione di Casse di sconto, prima a Torino, poi a Genova, che hanno come obiettivo quello di scambiare cambiali sostenendo soprattutto i ceti artigiani.

Il settore decisivo è poi quello delle infrastrutture, dove si sta profilando un grande business in pieno sviluppo, in particolare si assiste alla creazione di una rete ferroviaria; all’indomani dell’Unificazione del paese, il Piemonte sarà l’area maggiormente coperta da strade ferrate, con 850 km di ferrovie. Non sono solo ferrovie, perché per quanto riguarda la pianura piemontese, per renderla maggiormente produttiva, viene costruito il canale Cavour, che assiste l’irrigazione, e il collegamento con la Francia attraverso il traforo del Frejus.

Tutti questi elementi contribuiscono a sostenere l’importanza del Regno di Sardegna alla guida del processo di Unificazione; a differenza di quanto avvenuto altrove, il Piemonte continua ad essere una monarchia parlamentare, lo statuto albertino, per quanto dia importanza alla figura del re, continua a considerare il parlamento importante ai fini della legislazione. Questa osservazione trova il proprio vertice alla fine del “decennio di preparazione”, quando si avvia il secondo conflitto contro l’Austria, cioè la seconda guerra di indipendenza.

L’idea piemontese è che l’Unificazione territoriale dell’Italia debba comprendere solo l’area centro-settentrionale, e non quella meridionale, allora governata dai Borbone; la seconda guerra di indipendenza è una guerra lampo, si avvia a fine aprile 1859 e si conclude dopo qualche mese. Cavour si trova come alleato la Francia, con la quale nel corso del decennio precedente aveva avviato proficui rapporti di natura economico-commerciale; i trattati commerciali spesso fanno da apripista per altri tipi di rapporti. La Francia accetta di sostenere le ambizioni dell’impero piemontese nella sua guerra contro l’Austria; Cavour stipola questa alleanza con Napoleone III. Essa funziona da un punto di vista militare, perché passa attraverso una serie di importanti territori: a Magenta, Solferino e San Martino viene sconfitta l’Austria, e la Lombardia viene occupata; a questo punto Napoleone III si impaurisce nell’avere un vicino così potenzialmente potente, e firma nel luglio 1859 l’armistizio di Villafranca con l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe.

Dopo l’armistizio l’ondata rivoluzionaria non si ferma, e Toscana, Parma e Modena, tre degli stati preunitari, e le Legazioni pontificie, attraverso plebisciti popolari (agosto 1859-marzo 1860), decretano la propria annessione al Piemonte; inizia così a formarsi l’unità territoriale italiana.

Nel processo di Unificazione viene introdotta una forzatura dall’ala democratica, a cui fanno capo importanti figure, come Garibaldi, la quale attraverso la famosa spedizione dei Mille, che parte da Genova e poi via via scendendo lungo la costa tirrenica e raccogliendo i volontari sbarca a Marsala, determina la liberazione del Regno delle Due Sicilie dai borbonici; questa spedizione viene appoggiata, per motivi di opportunità politica, dall’Inghilterra, e determina il compimento dell’Unificazione politica e territoriale italiana.

Nel 1861 nasce una nuova configurazione politica: la storia economica della penisola, fino ad allora frammentata tra i diversi stati preunitari che la componevano, avrà un inedito nettamente diverso rispetto al recente passato. Il 17 marzo 1861 a Palazzo Carignano, a Torino, viene proclamata la nascita di un nuovo Regno; la città è la prima capitale d’Italia, ed è sede del primo Parlamento subalpino e poi del primo Parlamento italiano, fino al trasferimento della capitale a Firenze nel 1865.

Le forze politiche di questa nuova configurazione politica-istituzionale che sorge in Europa, sono quelle che in qualche modo avevano fatto il Risorgimento; ciascuna di esse, per la propria parte, secondo le proprie convinzioni, dovrebbe “fare l’italiano”: d’Azeglio dice che “fatta l’Italia occorre fare l’italiano”, cioè è necessario creare una struttura istituzionale uniforme su tutto il territorio, fino ad allora diviso in numerosi stati.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ammiratinoemi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia economica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fornasari Massimo.
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