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Prima lezione: imitazione o autoimitazione

Primo modulo: Girard

Imitazione: termine solitamente riferito alle arte figurative.

L’imitazione intesa come rappresentazione di un oggetto del mondo con mezzi materiali (parole, colori, suoni), cioè l’imitazione artistica non ci interessa. Si tratta infatti di un’imitazione consapevole e tecnica => non riguarda la vita di tutti i giorni.

L’oggetto di questo corso è l’imitazione di movimenti, di azioni. Es. un cane se vede che io sollevo la mano ed è addestrato capisce che deve sollevare le zampe ed alzarsi imitando il mio movimento.

  • Parliamo di un’imitazione comportamentale.

Spiegare questo tipo di imitazione è sempre risultato difficile.

Un bambino nato da poche ore se vede che la mamma sorride la imita e sorride a sua volta: come sa quali muscoli deve muovere per riprodurre quell’espressione? Posto che sia vero che lui sorride perché vede la mamma (per lui è qualcosa di indefinito, la vede sfocata), come fa a sapere che muovendo certi muscoli otterrà la stessa espressione che vede?

Di fronte al fatto che un bambino prima o poi impara a copiare certe azioni che vede ci si pone il problema della corrispondenza = come fa l’azione del bambino a corrispondere a quella dell’adulto se il bambino non è ancora neanche consapevole del proprio corpo?

Supponiamo che il bambino per imitazione impari a dire “grazie”, ma come impara a dire le sillabe e le singole lettere? Le impara per influenza esterna.

Domanda centrale del corso = Come è possibile che, senza sapere come si fa, i bambini inizino a fare cose che fanno gli adulti?

Quando parliamo di neonati parliamo di bambini che a ¾ mesi di vita uterina hanno già avuto percezioni, hanno già appreso a muovere i muscoli => il bambino appena nato non è un essere che ha appena iniziato ad esistere: da alcune settimane/mesi ha un cervello che è recettore di stimoli sensoriali e generatore di input.

Imparare ad imitare, a riproporre gesti per rispondere potrebbe essere alla base di tutta la nostra cultura: non ci sono solo livelli bassi di imitazione, come posture, gesticolazioni, costumi e abitudini, ma anche livelli alti di imitazione (es. somiglianza fra le opere d’arte dello stesso periodo).

  • Ogni azione umana, anche quella più complessa, ha dei modelli.

Comunque anche se tutti imitano, non tutti imitano le stesse cose => le esperienze ci diversificano.

A partire da comportamenti mimetici elementari si possono spiegare comportamenti molto più complessi e determinanti per la nostra società e cultura = idee politiche, modo di esprimere i sentimenti.

L’imitazione sembra essere qualcosa di decisivo: molto probabilmente alla radice di ogni nostra azione c’è la copia di un modello (tesi di Girard).

Questo implica che accettiamo l’idea che i comportamenti mimetici elementari sono alle basi dei meccanismi psicologici adulti (si può tracciare una linea fra i primi e i secondi).

Molti sostengono che vari comportamenti che mettiamo in atto da piccoli siano istintivi.

Opinione del docente: la parola istinto non spiega nulla, è come dire che certe cose succedono perché dovevano succedere e basta. Semplicemente parlare di istinto permette di dare nome a una cosa, senza spiegarla.

Dire che una cosa è istintiva può voler anche dire che è innata, cioè che la si sa fare senza addestramento.

La parola “istintivo” spesso viene usata per definire azioni che abbiamo dovuto acquisire e che solo in un secondo momento diventano automatizzate.

  • Il concetto che la parola “istinto” ci vuole trasmettere (qualcosa che facciamo senza averlo imparato) è falso.

È improbabile che tutte le azioni che vengono definite istintive siano tali => la maggior parte è costituita da azioni apprese, ma apprese talmente presto che ormai ce ne siamo dimenticati.

Quindi all’obiezione dell’istintività delle azioni la risposta è che in realtà queste azioni abbiamo imparato a farle per imitazione.

Seconda obiezione possibile: non facciamo tutto per imitazione, ci sono cose che facciamo per volontà nostra (soprattutto perché non è gradevole pensare che quello che facciamo lo facciamo per imitazione). In realtà quello che chiamiamo “io” è il frutto di tante piccole copie di modelli esterni (Girard) => la nostra volontà va tolta dal piedistallo e dobbiamo accettare l’idea che anche da adulti apprendiamo da modelli, anche se modelli più numerosi ed articolati.

  • Questo modo di intendere l’imitazione ci costringe a fare i conti con il nostro essere animali sociali.

Seconda lezione: la tesi di René Girard

1961: pubblicazione di “Menzogna romantica e verità romanzesca” = studio su cinque romanzieri europei.

I cinque romanzieri sono: Miguel de Cervantes Saavedra (del 1600, autore del “Don Chisciotte” del 1616), Flaubert, Standhal, Proust, Dostoevskij.

Girard all’epoca era uno sconosciuto professore di letteratura francese negli USA e il libro è una sorta di teoria del romanzo, ma nel ragionare su questi cinque autori formula una teoria sul comportamento umano in generale (questione antropologica-filosofica) = si chiede cosa ci sia all’origine del comportamento delle persone.

Le risposte a questa questione nella storia della cultura sono varie; es. volontà umana (l’uomo agisce in funzione di quanto dettato dall’anima, del carattere). => spesso spieghiamo i comportamenti delle persone pensando che ognuno ha un fondo tutto suo che si trova in lui punto e basta (vd questione dell’istinto). Noi sappiamo che le inclinazioni e i comportamenti possono essere influenzati dalle vicende esterne, ma pensiamo sempre che ci sia comunque un irriducibile nucleo che appartiene a una persona e basta (è così che ci spieghiamo perché persone diverse reagiscono diversamente agli stessi fatti/disgrazie). Pensiamo che rimanga una “fonte originaria” che farà ritornare una persona al suo temperamento/alla sua natura (idea che in fondo resti sempre quello). È anche da questo che facciamo dipendere la nostra libertà, da questa soggettività/individualità residua.

Kant diceva infatti che, sotto minaccia di morte, noi troviamo sempre la forza di rinunciare a seguire le nostre inclinazioni peccaminose => qui esercitiamo la nostra libertà, secondo Kant.

In realtà nella situazione di cui ci parla Kant l’uomo è sottoposto a una forza più forte rispetto a quella che lo porta all’atto peccaminoso: tra l’inclinazione verso la lussuria e quella di autoconservazione vince la seconda => l’uomo in questione non sta esercitando la propria libertà.

L’esempio di Kant ci fa capire quanto siamo inclini a pensare che l’uomo agisca in funzione di ciò che viene da lui, in funzione della sua libertà e a dimenticare influenza dell’ambiente e, soprattutto, dell’esempio che l’ambiente ci fornisce.

Infatti anche i pochi filosofi che hanno capito quanto siamo dipendenti dalle cause esterne si sono soffermati su degli oggetti (vedo cibo e ho voglia di mangiare), dimenticando che molto spesso noi siamo spinti all’azione dal fatto di vedere una persona che fa determinate cose (non perché desideriamo un oggetto, ma perché vediamo un altro che lo desidera).

  • Più che l’oggetto, noi desideriamo fare/essere la stessa cosa che fa/è un’altra persona (Girard) => i nostri desideri sono per lo più mimetici.

Questa è l’idea che c’è nel testo sopracitato => finalmente si riconosce al mimetismo il fatto di essere il principale movente delle azioni umane. Gli oggetti acquistano valore in funzione del fatto che altri li abbiano utilizzati.

Girard: i grandissimi romanzieri sono quelli che hanno capito che gli uomini desiderano ciò che vedono desiderato da altri e che, quindi, nelle loro azioni tendono a volere una cosa non tanto per il valore della cosa in sé, ma per il valore conferitole da altri.

È su questo che gioca la pubblicità: ci fa vedere una certa persona, famosa, che usa certi oggetti per invitarci a comprarli.

Per Girard non abbiamo una spontanea anima da cui scaturisce tutto, ma, limitatamente al desiderio (soprattutto sessuale), il movente principale delle azioni è l’imitazione di un modello che vediamo.

La domanda a questo punto è: chi imita chi desidera per primo?

In realtà non c’è mai un vero primo a desiderare = chi prende per primo l’oggetto può avere avuto come modello qualcuno che fa qualcosa di simile + secondo Girard l’attribuzione dell’interesse nei confronti di un oggetto da parte di un soggetto può essere casuale = non è importante che io sappia che l’altro desidera, basta che io pensi che l’altro desidera. Es. se io vedo una persona che ha un accento straniero e attribuisco a questa persona una capacità di essere interessante (fascino) che, secondo me, proviene dall’accento, inizierò ad imitarla => qui non è detto che la prima azione sia qualcosa che uno fa perché ha un modello a sua volta, ma si imita qualcuno perché ha qualcosa di diverso che ci attira.

  • Girard dice che l’imitazione verte su qualcosa che non è necessariamente un desiderio dell’imitato, ma può riguardare anche una peculiarità dell’imitato di cui lui non è consapevole.

Se poi in aggiunta l’imitato ha anche qualcosa che lo rende interessante (es. ha soldi) l’effetto di imitazione sarà amplificato.

  • Il problema del primo non si pone perché ciò che conta è l’attribuzione di valore a quel dato comportamento.

Poi Girard si renderà conto di poter leggere la sua teoria in ottica evoluzionistica, ma a partire dagli anni ’80 e ’90.

Girard ritiene anche che la scelta del modello possa essere spesso masochistica. Per Girard il mimetismo è inevitabile ed è, però, il male (è l’unica spiegazione che lui si dà dei comportamenti autolesionistici).

Girard ci dice che il desiderio è triangolare e non lineare. Non è io – oggetto del desiderio – azione verso oggetto del desiderio.

Noi vediamo un altro individuo (modello) che fa un’azione; noi non andiamo verso l’oggetto/l’azione, ma andiamo verso il modello che poi ci porta all’oggetto del desiderio (ci dice cosa vogliamo).

  • Il rapporto fra io ed oggetto del desiderio è mediato dal modello. Desiderabile è ciò che è già, o che immagino potrebbe essere, desiderato.

Infatti se il modello è seducente desideriamo, altrimenti no. La scelta è tra copiare un vincente o una persona perdente, la scelta non riguarda l’oggetto in sé. È sul mediatore che noi conformiamo i nostri desideri.

Girard a questo punto dice che ci sono dei desideri (che lui chiama “appetiti”) che non rientrano in questo discorso: es. cibo, acqua e riposo => sono desideri naturali e lineari e non triangolari (no mediatore).

  • Girard distingue fra appetiti naturali e desideri sociali (mediati).

G. capisce che nel modo in cui soddisfacciamo certi appetiti c’è una componente culturale (es. se vedessimo un cibo che ci è stato insegnato come tabù, es. carne umana, lo rifiuteremmo automaticamente). Ma bisogna comunque distinguere gli appetiti dai desideri: i primi possono essere solo leggermente contaminati dal mimetismo culturale.

In realtà poi in alcuni passaggi G. si contraddice: ammette che la desiderabilità sessuale di una persona dipende dall’immaginare la faccia delle persone mentre gli altri la guardano. La desiderabilità di una persona dipende da quello che farebbero/fanno gli altri quando la guardano.

Girard pensa che ogni forma di repressione del mimetismo sia comunque ispirata a un modello => non essere mimetici vuol dire, per G., seguire modelli minoritari.

Per Girard l’unicità di una persona è una menzogna romantica. Tutti noi siamo imitatori e modelli => anche se io decido di non imitare, verrò comunque imitato.

  • In quanto soggetti sociali non possiamo sottrarci autenticamente dal mimetismo.

La consapevolezza della presenza del mimetismo culturale permette, secondo G., di costruire rapporti umani più soddisfacenti tra modelli ed imitatori.

Secondo il Girard del ’61 bisogna distinguere fra quando si imita qualcuno che è molto vicino (qui succede che si arriva alla situazione in cui modello ed imitatore vogliono la stessa cosa che non può appartenere ad entrambi => infatti il mimetismo è il male e porta al conflitto) e quella in cui imitiamo qualcuno che è lontano. Il conflitto per Girard è tanto più terribile e tanto più probabile quanto più si è vicini nel tempo (come età) e nello spazio (come contesto culturale).

Se il modello è vicino gli imitatori sono gli stessi.

Girard dice che il fatto che noi seguiamo dei modelli è prova della libertà: spesso scegliamo modelli diversi.

Secondo Mormino qui G. sbaglia: la scelta del modello non è in nostro potere = il fatto di essere orientati a seguire un modello piuttosto che un altro dipende da modelli precedenti che i soggetti hanno avuto (dalle esperienze che uno ha fatto e che un altro non ha fatto). Possiamo essere gemelli monozigoti, ma basta un’esperienza diversa a farci orientare in modo diverso (soprattutto ci sono esperienze che risalgono ai primi anni di vita, che non ricordiamo e che ci hanno condizionati).

Di fronte alla domanda “da cosa viene l’imitazione” la risposta di G. è che l’imitazione è innata.

Lezione 3

Girard ci dice che l’imitazione è la ragione del conflitto fra gli uomini, perché non tutto ciò che è oggetto del desiderio può essere facilmente condiviso.

  • Quando condividiamo l’oggetto del desiderio con il nostro modello e quell’oggetto noi lo desideriamo in quanto lui lo desidera, non è tanto la scarsità dei beni a renderci feroci (sennò nei paesi ricchi non ci sarebbe dovuta essere la guerra), ma il primato = l’imitatore e il modello vogliono essere la stessa cosa.
  • L’oggetto del desiderio è il Kydos = il trofeo, qualcosa che non ha nessun valore reale, ma che acquisisce un valore immenso perché l’imitazione che noi rivolgiamo ai nostri vicini non è andata a buon fine (il nostro modello ha qualcosa in più di noi).

La dimensione materiale dell’esistenza è fatta anche da passioni come orgoglio, bisogno di essere amati, accettati.

Di questo si era accorto anche Hobbes: la vita è una corsa fra tanti competitori in cui ciò che conta è star davanti e tutte le passioni che proviamo sono relative a questo = il vantaggio non è dato dal guadagnare qualcosa, ma dal fatto che l’avversario perda qualcosa (io guadagno tanto quanto l’altro perde).

Girard estende questo ragionamento anche ai testi di Shakespeare; es. “I due gentiluomini di Verona”. I due da che sono bambini fanno tutto insieme, poi uno dei due si innamora di una ragazza e ritiene che lei debba essere vista come bellissima anche dall’amico, l’altro o ammette che sia bella e se ne innamora anche lui o dice che non vale niente => il primo si trova in una situazione mimeticamente insostenibile perché noi conferiamo valore a ciò a cui lo attribuiscono gli altri).

  • S. aveva capito che più si è simili, più è facile trovarsi in una situazione di conflitto = è talmente vicino a noi che i nostri desideri convergenti sull’oggetto convergeranno in una lotta.

La rivalità nasce dall’essere uguali.

Hobbes ci diceva semplicemente che questa rivalità tra simili/vicini è una caratteristica umana, Girard ci dice ciò è dovuto al fatto che prendiamo i vicini come modelli o che siamo presi come modelli da loro.

Quando il modello preso come mediatore rientra nelle conoscenze si parla di mediazione interna. Più il modello è lontano, più è difficile che l’oggetto del desiderio coincida. Es. il modello di Don Chisciotte è Amadigi, personaggio letterario => non poteva esserci un modello fra i due (mediazione esterna).

Gli uomini infatti hanno inventato la guerra quando due gruppi si sono scontrati: i due gruppi erano identici fra loro, perché il mondo era fatto da comunità che comunicavano solo con i vicini. La guerra non nasce come scontro fra società diverse. Anche a livello di razzismo è che l’altro, il diverso, potrebbe sostituirci (fare esattamente quello che facciamo noi), perché sappiamo che siamo simili.

Il razzismo come tutte le forme di avversione sono dettate dall’illusione della diversità, in realtà ciò è dovuto al fatto che le cose che io voglio sono le stesse che vuole la persona che tanto disprezziamo.

Freud infatti aveva sottolineato il narcisismo delle piccole differenze = per sentirsi importanti, superiori, dotati di valore, in un contesto in cui siamo tutti simili (non ci sono dei semidei fra noi), prendiamo una piccola differenza (es. colore della pelle) e la ingigantiamo. Questo lo facciamo sempre con chi ci è vicino, non con chi è lontano e non ci minaccia.

Questo narcisismo mi permette di distinguermi da tutti: da chi abita nel paese accanto, dal fratello etc.

Se guardassimo la civiltà umana dall’alto queste differenze non le vediamo.

Rousseau sottolineava il bisogno di differenziarsi come essenziale per l’umanità. Questo ci aiuta a credere di essere qualcosa di migliore degli altri di fronte all’evidenza di essere molto simili (esigenza che ci spaventa perché potremmo desiderare le stesse cose).

Il mimetismo per Girard non si supera (è innato

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaS95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Mormino Gianfranco.
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