Guerra civile spagnola
La guerra che torna
Con questo titolo, Carlo e Nello Rosselli, antifascisti italiani in esilio a Parigi, pubblicano sulla rivista Giustizia e Libertà, nel 1933 e cioè poco dopo l’ascesa di Hitler, un articolo che rappresenta una lucida analisi della situazione europea. La guerra, si legge nell’articolo, «ritorna a essere un’ipotesi, possibile, probabile, forse fatale». Anche se nessuno in Europa avrebbe più voluto sentire parlare di guerra, dopo gli orrori consumatisi poco più di un decennio prima.
Eppure il pacifismo, pilastro sul quale si fondava la Società delle Nazioni, sembrava essere messo pesantemente in discussione, prima con l’invasione della Manciuria da parte del Giappone (1931), poi con l’uscita dalla stessa Società delle Nazioni della Germania: un passaggio premonitore di quella che sarebbe stata la nuova politica estera hitleriana volta a risolvere in proprio i contenziosi internazionali senza escludere alcun mezzo, compresa la guerra. Un esempio piuttosto pericoloso anche per gli altri stati europei.
Spagna
La teoria dei Rosselli venne ben presto applicata. Non solo, lo abbiamo visto, in Italia con la guerra d’Etiopia, ma anche in Spagna dove tra il 1936 e il 1939 si consumò quello che rappresenta certamente il principale conflitto che sconvolse l’Europa prima della Seconda Guerra Mondiale. Ma vediamo come si presentava il paese negli anni Trenta.
Rispetto al resto dei paesi industrializzati, la Spagna appariva un mondo fermo a un’altra epoca storica. Aristocrazia fondiaria e grandi proprietari terrieri avevano un peso dominante: il 50% della proprietà agraria apparteneva a meno dell’1% della popolazione. La metà dei contadini viveva a livelli vicini alla fame; più di un terzo della popolazione era analfabeta.
I militari erano una casta alla guida di un esercito (un generale ogni cento uomini) stremato dalle imprese coloniali, l’ultimo dei quali, in Marocco, era stato un bagno di sangue: 10 mila morti e 15 mila prigionieri. E poi c’era la Chiesa cattolica, il cui potere politico ed economico non aveva paragoni in ogni altro paese europeo. Roccaforte culturale e spirituale era fautrice del mantenimento del vecchio ordine.
Spagna: situazione politica
La situazione politica precedente al conflitto era la seguente. Nel 1930 si dimise il dittatore Primo De Rivera, che aveva sperato di impersonare il Mussolini spagnolo. Come il duce era infatti stato nominato primo ministro dal re Alfonso XIII, che aveva salvato la monarchia minacciata dall’azione politica di repubblicani, socialisti, comunisti e anarchici, ma anche dai separatisti catalani e baschi.
Le similitudini con la vicenda italiana si fermano qui, però: infatti de Rivera, nobile proprietario terriero, non si dotò di un suo partito, né aveva il carisma necessario a conquistare i consensi dei giovani, dei militari e degli intellettuali. Dopo la crisi del 1929, la situazione economica e sociale spinse il sovrano a far cadere de Rivera, che andò in esilio. Vennero indette nuove elezioni, vinte dalle componenti politiche che auspicavano un cambiamento istituzionale, e s’instaurò quella che verrà definita la “Seconda Repubblica”.
Le forze politiche vincitrici delle elezioni dotarono il paese di una nuova costituzione il cui incipit – a dire la verità simile a quello dei nuovi stati democratici sorti in quel periodo – recitava che la “Spagna è una repubblica dei lavoratori”, allargando così il campo all’area dei diritti politici e sociali. Presidente del consiglio incaricato di realizzare questo programma che appariva una dichiarazione di guerra alla vecchia Spagna era il repubblicano Manuel Azaña.
Un programma riformistico molto ambizioso che oltre la riforma principale, quella agraria, prevedeva anche l’espulsione dei gesuiti e il ridimensionamento del ruolo socio-economico della Chiesa, il potenziamento della scuola pubblica, la riduzione dei quadri militari, la nazionalizzazione di banche, ferrovie e grandi industrie, assicurazioni sociali e riduzione a otto ore della giornata lavorativa. Un programma riformatore, considerato da molti un ‘libro dei sogni’, destinato a restare tale, anche perché le nuove istituzioni democratiche erano appoggiate apertamente soltanto dai partiti repubblicani, mentre i socialisti avevano una posizione ambigua, divisi in due componenti: riformisti e rivoluzionari.
La rigettavano invece gli anarcosindacalisti, rappresentati dalla potente Confederazione Nazionale del Lavoro – in molte regioni più influenti del Partito Socialista – che soffiavano sul fuoco della protesta.
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