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Glottologia note e spiegazioni.
Aristotele riflette sulla condizione dei sordi partendo da una distinzione tra suono, voce e linguaggio. Secondo lui, i suoni possono essere prodotti da qualsiasi cosa (per esempio oggetti che si urtano), mentre la voce appartiene solo agli esseri viventi che hanno una laringe, come gli animali, i bambini e anche i sordi.
Tuttavia, avere la voce non basta per parlare: il linguaggio verbale nasce solo quando la voce viene articolata, cioè organizzata in parole, grazie agli organi della fonazione e al corretto funzionamento dell’udito.
Per questo motivo Aristotele ritiene che i sordi, pur avendo la voce, non riescano a usarla in modo significativo, perché senza l’udito non possono controllare e articolare correttamente i suoni necessari al linguaggio parlato.
Aristotele si limita a spiegare il legame pratico tra udito e voce: chi non sente ha oggettivamente difficoltà a sviluppare il linguaggio parlato. Lui studia questo problema come fenomeno naturale, senza dare giudizi morali o svalutare le persone sorde.
Anche se Aristotele pensava che il linguaggio parlato fosse la forma più alta dell’intelligenza umana e che l’udito fosse un senso fondamentale per la vita sociale e politica, non considerava la sordità come un difetto “morale” o una colpa, ma semplicemente come una condizione biologica che impedisce lo sviluppo naturale della parola.
Un altro aspetto importante è che Aristotele aveva già chiarito che nei sordi gli organi della parola funzionano normalmente. Questa idea è stata fondamentale per lo sviluppo dell’educazione dei sordi nei secoli successivi: se gli organi funzionano, allora si può insegnare a parlare, anche se con difficoltà.
Infatti, i primi tentativi educativi per i sordi si concentrano proprio sull’insegnamento della parola. Il primo libro importante sull’argomento viene pubblicato a Madrid nel 1620 da Juan Pablo Bonet. In quest’opera, Bonet propone un metodo per insegnare a parlare alle persone sorde.
Bonet si basava anche sul lavoro precedente dei monaci benedettini, in particolare Pedro Ponce de León, considerato il primo vero educatore dei sordi. Grazie a lui si è iniziato a superare l’idea, diffusa per secoli, che i sordi fossero condannati al silenzio e quindi esclusi dalla vita religiosa e civile (per esempio dai sacramenti o dall’eredità).
Bonet divenne famoso perché riuscì a educare con successo un giovane nobile diventato sordo da bambino, che imparò a comprendere lo spagnolo, a leggere le espressioni del volto e a comunicare senza grandi difficoltà.
Nel suo libro, Bonet affronta temi che oggi chiameremmo fonetica e fonologia, parla del rapporto tra suoni e scrittura e spiega chiaramente che il mutismo che può essere “curato” è quello causato dalla sordità, quando la lingua e gli organi della parola funzionano bene. Lo scopo principale del suo lavoro è quindi insegnare ai sordi a parlare, dimostrando che non è impossibile, ma richiede metodo e pratica.


1. Il limite dei primi tentativi educativi per i sordi
Anche se a Madrid venne fondata una scuola intitolata a Bonet e le sue idee ebbero una certa diffusione nell’Ottocento, il problema principale di questa fase storica è che l’educazione dei sordi non produceva risultati duraturi e collettivi.
In pratica:
• i successi erano isolati (pochi allievi, spesso nobili);
• quando l’insegnante moriva o smetteva di insegnare, tutto si perdeva;
• non si creava una vera scuola stabile o un metodo condiviso.
Dal Seicento in poi furono scritti molti libri teoricamente interessanti, ma senza una reale applicazione pratica continuativa.
In più:
• i sordi educati erano quasi sempre nobili, che non avevano interesse né preparazione per diffondere quei metodi;
• molti insegnanti, non ricevendo aiuti o riconoscimenti, abbandonavano il lavoro senza lasciare tracce.
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2. Il caso particolare di Van Helmont
Un caso originale è quello del filosofo e naturalista Van Helmont.
Lui era convinto che la parola potesse essere “disegnata” e che, fissando graficamente il modo corretto di pronunciare i suoni, si potesse conservare una lingua immutabile nel tempo e nello spazio.
Nel suo libro:
• ci sono 35 immagini di teste “aperte”, che mostrano il movimento di gola, lingua, denti e labbra;
• l’idea era che gli allievi, imitando visivamente la posizione degli organi, riuscissero a produrre i suoni.
Usava queste immagini come veri e propri modelli da copiare.
Nonostante l’opera fosse considerata molto raffinata, non ebbe successo e fu presto dimenticata.
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3. Johann Konrad Amman e il mutismo “curabile”
Diversa fu la sorte di Johann Konrad Amman, medico attivo ad Amsterdam.
Il suo obiettivo era chiaro: dimostrare che il mutismo è curabile, e quindi non è una condizione definitiva.
Amman parte da un’idea fondamentale:
• i sordi non parlano perché non sentono, non perché abbiano organi danneggiati;
• quindi il mutismo rientra nella medicina e nella tecnica, e non è una condanna naturale.
Secondo lui, il linguaggio:
• è fatto di diversi tipi di suoni;
• questi suoni dipendono dai movimenti degli organi della voce;
• tali movimenti si possono vedere.
Da qui la sua intuizione:
• ciò che il suono fa sentire alle orecchie, il movimento può farlo vedere agli occhi;
• quindi i sordi possono imparare a distinguere le parole guardando e sentendo con il tatto.
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4. Il ruolo del tatto: “sentire” la voce con le mani
Amman attribuisce un ruolo fondamentale al tatto, in particolare alle vibrazioni della gola.
Il suo metodo è molto concreto:
• fa toccare al sordo la gola dell’insegnante mentre produce un suono;
• il sordo sente la vibrazione;
• poi mette la mano sulla propria gola e prova a imitare quel movimento.
In questo modo:
• il sordo impara a distinguere il respiro dal suono;
• impara a controllare la propria voce;
• con l’esercizio, la voce diventa sempre più chiara.
Secondo Amman, grazie a un buon insegnante, all’uso della vista e del tatto, e all’allenamento, i sordi possono:
• parlare in modo comprensibile;
• migliorare l’intonazione;
• eliminare i suoni sgradevoli tipici di chi non ha mai controllato la propria voce.
Origini dell’audiologia ed “educazione fisiologica” (spiegato semplice)
Finora è stato spiegato quanto la filosofia e la biologia di Aristotele abbiano contribuito alla nascita dell’educazione dei sordi. Tuttavia, per motivi non sempre chiari, e probabilmente perché alcuni studiosi troppo legati ad Aristotele hanno cercato nei suoi scritti risposte a problemi che lui non aveva mai affrontato, ancora oggi c’è chi usa il modello aristotelico del linguaggio per sostenere che la sordità renda impossibile in modo definitivo l’accesso al linguaggio e alla riflessione linguistica.
In realtà, è certo che il vero contributo di Aristotele alla biologia del linguaggio fu spesso ignorato proprio dai medici. Addirittura, quella che viene considerata la prima diagnosi ufficiale di sordomutismo risale solo al 1581: sei medici si riunirono a Vienna per valutare un giovane nobile sordo e concordarono che il mutismo dipendeva dalla sordità.
Nonostante questo, nel Seicento molti testi medici continuavano a dare spiegazioni sbagliate o imprecise sulle cause del mutismo. Per esempio, Paolo Zacchia sosteneva che nei sordi fossero paralizzati sia il nervo dell’udito sia quello della parola, cosa che oggi sappiamo non essere vera.
Ancora più sorprendente è che molti libri di medicina, anche dopo che Asthley Cooper aveva iniziato a curare la sordità perforando il timpano (1801), continuavano a dire che le cause del sordomutismo erano poco chiare e poco conosciute.
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Jean itard e la nascita dell’audiologia
Non è un caso che Jean Itard, medico che lavorava ogni giorno con i sordi all’Institut National des Sourds-Muets di Parigi, decise di dedicare vent’anni della sua vita allo studio dell’orecchio e delle sue malattie. Lui non si occupava solo di “curare”, ma anche di educare alla parola quei sordi che conservavano un minimo di udito.
Così Itard diventa il fondatore dell’audiologia, in un’epoca in cui molti credevano ancora che il timpano e gli ossicini non servissero davvero per sentire, e che si potesse udire tramite la tromba di Eustachio senza passare dall’orecchio esterno.
Itard studiò attentamente chi lo aveva preceduto, riconoscendone meriti e limiti. Capì che:
• il timpano è importantissimo perché è molto sottile e quindi trasmette bene le onde sonore;
• gli ossicini non servono solo a “raffinare” l’udito, ma sono fondamentali per percepire i suoni deboli.
Allo stesso tempo, Itard ammetteva che le conoscenze sull’orecchio erano ancora molto limitate e che il funzionamento dell’udito restava in parte un mistero legato alla percezione e alla coscienza. Capì anche che l’orecchio è profondamente collegato al cervello e alla mente.
Secondo lui, l’udito è il senso che risente più velocemente dei problemi del cervello e che è più legato agli stati emotivi e mentali. Molti sordi, infatti, sperimentano un legame tra la loro condizione, il dolore emotivo e l’attività mentale.
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l’educazione fisiologica
Itard non era un medico qualunque: lavorava nella prima istituzione al mondo dedicata ai sordi. Questo gli permise di capire che la sordità non è uguale per tutti. Si rese conto che:
• la sordità totale è rara;
• molti sordi, anche quelli nati sordi, conservano una parte di udito, diversa da persona a persona.
Per questo creò un metodo che chiamò “educazione fisiologica”, rivolto solo ai sordi che avevano residui uditivi. L’obiettivo era sfruttare anche la minima capacità di sentire, per arrivare gradualmente alla parola.
Lo scopo era fare in modo che la voce producesse suoni che l’orecchio fosse in grado di percepire. Per questo l’udito veniva stimolato continuamente. Itard usava:
• campane,
• tamburi,
• suoni più delicati come il pendolo o il flauto.
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Le difficoltà osservate
Itard notò che:
• i sordi perdevano facilmente la sensibilità ai suoni se non veniva esercitata;
• facevano molta fatica a distinguere suoni forti e deboli;
• riconoscevano meglio il ritmo e la direzione dei suoni.
I suoni prodotti dagli oggetti erano più facili da riconoscere rispetto alla voce. Alcuni sordi riconoscevano note musicali ma non riuscivano a distinguere le vocali, nemmeno le più sonore. Le consonanti erano ancora più difficili, perché cambiano molto a seconda delle vocali con cui si combinano.
Per questo Itard classificò minuziosamente tutti i suoni del francese e si rese conto che:
• alcuni suoni erano più chiari con certe vocali;
• ogni sordo reagiva ai suoni in modo diverso.
Questo significava che ogni allievo richiedeva un metodo personalizzato, senza garanzia di successo stabile.
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Udito, vista e tatto
Itard confermò nella pratica l’idea che la voce riproduce ciò che l’orecchio percepisce. Se l’orecchio sente male, la voce restituisce suoni imprecisi. Questo anticipa di oltre un secolo l’audiopsicofonologia.
Per questo integrò il metodo con:
• lettura labiale, per aiutare l’occhio dove l’orecchio falliva;
• tatto, facendo sentire le vibrazioni della voce con la mano davanti alla bocca.
Nonostante tutto, Itard capì che nulla può sostituire davvero l’udito. Senza di esso, i suoni diventavano imprecisi e difficili da mantenere nel tempo.
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Rispetto per i sordi e per i segni
Molti allievi si ribellavano, stanchi degli sforzi. Itard pensò per un momento di separare chi imparava a parlare dagli altri e vietare i segni, ma abbandonò subito questa idea. Continuò a rispettare la lingua dei segni e l’identità sorda.
Non impose mai la parola come obbligo. La considerò una possibilità, non un dovere. Sapeva che insegnare suoni non significava creare veri parlanti.
Capì che per molti sordi la parola rimaneva un mezzo imperfetto, mentre la lingua dei segni era pienamente funzionante.
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L’épée e il bilinguismo
Nel XIX secolo, però, si andò nella direzione opposta. Nel 1880, al Congresso di Milano, vennero bandite le lingue dei segni dalle scuole. Questo avvenne nonostante fosse ormai chiaro che le lingue dei segni erano vere lingue.
L’Épée, già nel Settecento, aveva capito che i sordi possiedono una lingua naturale, la lingua dei segni, e che l’educazione doveva partire da lì. Aprì una scuola pubblica, gratuita, bilingue, in cui:
• i sordi insegnavano anche tra loro;
• nessuno veniva forzato;
• la lingua dei segni era valorizzata.
I sordi, per la prima volta, non erano più “inermi”, ma persone complete, cittadini, interlocutori.
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Conclusione (spiegata)
Oggi esistono tecnologie come l’impianto cocleare, ma questo non elimina il valore della lingua dei segni. Ogni lingua è una tecnologia potentissima. Prima della lingua dei segni c’erano “muti”; dopo, ci sono i Sordi, con una cultura e una lingua.
Come già diceva Desloges: non serve svalutare i segni per valorizzare la parola. L’obiettivo possibile e umano resta un felice bilinguismo.
Non a caso, l’Épée scelse di insegnare per prime parole come amicizia e amore, spiegandole attraverso il corpo, il cuore e il gesto.
Perché, in fondo, educare non significa correggere una mancanza, ma riconoscere una forma diversa di umanità.

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