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Giappone nell’era Tokugawa
Lo Stato giapponese si formò nel VII secolo seguendo il modello della Cina. Dalla Cina arrivò anche il buddhismo, che si integrò con lo scintoismo, una religione tradizionale giapponese di tipo politeistico.Durante il Medioevo il potere dei funzionari imperiali diminuì progressivamente, mentre aumentò quello dei grandi proprietari terrieri, chiamati daimyo. Questi signori disponevano di guerrieri professionisti, i samurai, che li servivano e garantivano la loro protezione. Il Giappone si divise così in numerosi territori governati da signori locali, spesso in guerra tra loro. Questa situazione era simile a quella dell’Europa feudale, caratterizzata dalla frammentazione del potere e dai rapporti di vassallaggio.
L’inizio dell’era Tokugawa
A partire dalla fine del settimo secolo, accanto all’imperatore, chiamato mikado, si affermò la figura dello shogun, il comandante militare che deteneva il potere effettivo. Dopo numerose guerre interne, nel 1603 Tokugawa Ieyasu ottenne il titolo di shogun e lo trasmise ai suoi discendenti fino al 1867.Iniziò così l’era Tokugawa, chiamata anche era Edo, dal nome della nuova capitale, l’attuale Tokyo. Questo periodo fu caratterizzato sia dalla sopravvivenza delle strutture feudali sia dal rafforzamento del potere centrale.
La famiglia Tokugawa controllava direttamente circa un terzo del Paese, mentre il resto era diviso tra più di 250 daimyo. Questi governavano i propri territori con grande autonomia e riscuotevano dai contadini le imposte in natura, utilizzate per mantenere le loro corti e i samurai. Per assicurarsi la fedeltà dei daimyo, gli shogun imposero loro di lasciare alcuni familiari a Edo come ostaggi e di trasferire periodicamente la propria residenza nella capitale.
La chiusura del Giappone verso l’esterno
Un'altra caratteristica dell’era Tokugawa fu l’isolamento del Giappone dal resto del mondo. Ai giapponesi venne proibito di recarsi all’estero e i missionari europei, arrivati nel XVI secolo, furono espulsi o condannati a morte. Anche i rapporti commerciali con gli altri Paesi vennero fortemente limitati.Dopo il 1640, soltanto gli olandesi poterono mantenere una piccola colonia commerciale sull’isola di Dejima, vicino a Nagasaki, e inviare alcune navi ogni anno. Nonostante questo isolamento, l’economia giapponese continuò a svilupparsi, perché il mercato interno era molto vasto e in crescita.
La crescita economica e delle città
La popolazione giapponese passò da circa 17 milioni di abitanti nel 1500 a quasi 30 milioni nel corso del XVIII secolo. Una parte importante della popolazione viveva nelle città. Edo, la capitale, superava i 700.000 abitanti.Kyoto e Osaka contavano ciascuna circa 500.000 abitanti.
Anche se i mercanti occupavano una posizione bassa nella gerarchia sociale, le esigenze delle ricche famiglie dei daimyo favorirono lo sviluppo del commercio, delle attività finanziarie e delle manifatture. Nelle campagne si diffusero coltivazioni destinate alla vendita, come il cotone, la canapa, la canna da zucchero, le piante oleaginose, gli ortaggi e il tè. Questi cambiamenti favorirono la nascita di una borghesia commerciale e imprenditoriale, sempre più importante nell’economia del Paese. Allo stesso tempo, nelle campagne aumentarono le disuguaglianze: i contadini più ricchi accumulavano terre, mentre molti contadini poveri erano costretti a lavorare come braccianti.