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Riassunto di geografia

Libro adottato Geografia generale di Fabrizio Bartaletti

1. La geografia dall’antichità al Medioevo

560-480 a.C. Ecateo di Mileto. Prima descrizione del mondo conosciuto (Periegesi) in due libri (Asia ed Europa), che integra la prima rappresentazione del mondo su carta andata perduta di Anassimandro.

484-425 a.C. Erodoto. Attinge da Ecateo nelle digressioni geografiche su paesi e popoli poco conosciuti (Egitto, Persia) nelle Storie, depurando dal mito le conoscenze geografiche del tempo (Es: Fiume Oceano di Omero non esiste).

276-194 a.C. Eratostene di Cirene. Redige la prima sintesi di conoscenze del mondo recante il titolo di Geografia (in tre libri). Esegue una stima vicina al vero della circonferenza mediana della Terra, ovvero 39690 km contro i 40009 reali.

58 a.C.-23 d.C. Strabone. Redige la più corposa opera geografica dell’antichità (17 libri in greco), la Gheographika Biblia, con lo scopo di descrivere gli spazi della terra e del mare ove si svolge l’attività umana. Sono notizie di utilità militare ed amministrativa. La Terra è al centro dell’Universo ed è circondata dall’Oceano. Descrive Europa, Asia e Africa e dedica due libri all’Italia (parla di Genova, dove gli Appennini si congiungono alle Alpi, e della Pianura Padana, ubertosa e divisa in due dal Po).

44 d.C. Pomponio Mela. Col “De situ orbis”, è autore del migliore lavoro di compilazione geografica della letteratura latina, esso però ha carattere scolastico, e descrive perlopiù le regioni costiere del Mediterraneo.

23-79 d.C. Plinio Il Vecchio. Nella “Naturalis historia”, 36 libri sulle scienze naturali, ve ne sono due sulla Geografia ma con descrizioni dei luoghi sommaria.

100-178 d.C. Claudio Tolomeo. Stila la “Geografia”, una rappresentazione di tutto il mondo abitato su carte. Si basa su Marino di Tiro e Posidonio, riducendo la longitudine del mondo conosciuto dai 225° di Marino a 180° (è comunque un errore in eccesso di 50° che allunga da ovest ad est terre e mari). Inventa le proiezioni coniche, coi paralleli rappresentati da circonferenze e i meridiani da rette convergenti al vertice.

2. La geografia dal Medioevo al XVIII secolo

Si assiste ad un generale regresso delle conoscenze, perdendo la geografia di Tolomeo e conoscenza di arcipelaghi precedentemente noti come le Canarie.

V sec. Cosma Indicopleuste. Nega la dottrina degli antipodi, immagina la Terra come un’isola piana, rettangolare, chiusa in una struttura a forma di baule, con un’alta montagna conica che nasconde il sole di notte.

XIII sec. In generale. Compaiono le carte nautiche, costruite in base ai dati delle distanze da porto a porto, e sono accompagnate dai portolani, descrizioni delle coste ad uso dei naviganti.

XV sec. In generale. Grandi navigazioni dei portoghesi verso coste africane. Enrico il Navigatore nel 1415 allestisce a Sagres un osservatorio e un centro di studi nautici e cartografici. Vi sono l’Ymago mundi del cardinale Pierre D’Ailly, il mappamondo dipinto di Fra Mauro e il Globo ligneo di Martin Behaim che riduce a 120° la distanza fra Europa ed Asia.

1489-1552 Sebastian Munster. Scrive un’opera di geografia generale, “Kosmographia”, in sei libri, il primo in tedesco (quindi amplia pubblico) dove parla di mari e geografia matematica e fisica; nel secondo Europa occidentale ed Italia, nel terzo la Germania, nel quarto Europa del Nord e dell’Est, nel quinto e sesto di Asia e Africa.

1512-1594 Mercatore. Autore soprattutto del celebre Atlas, atlante cartografico la cui prima edizione risale al 1585, e di un planisfero nel 1538.

1527-1598 Abraham Oertel (Ortelio). Grande raccolta di carte e autore del Theatrum orbis terrarum (1570).

1500-1566 Giacomo Castaldi. Autore di un planisfero in cui l’Asia appare ancora unita al Nuovo Mondo, e la punta meridionale dell’America del Sud contigua ad una terra che ricorda il profilo dell’Antartide.

Fine 1500 Giovanni Botero. Pubblica le “Relazioni universali”, un trattato di geografia politica universale, con descrizioni geografiche e politiche degli stati del mondo conosciuto di grande utilità per gli uomini di stato.

1621 Bernhardt Varen (Varenio). Scrive il primo vero trattato di geografia (a forte impronta matematica e fisica), cioè la “Geografia generale”. Varen definisce la geografia “una scienza matematica mista che illustra le proprietà della Terra e delle sue parti”, dividendo geografia universale da quella particolare. I fenomeni della Terra sono di tre ordini: celesti (posizione astronomica, clima), terrestri (idrografia, flora, fauna) e umani (economia, politica, etc.).

Dopo Varen, la ricerca si indirizza verso la geografia storica legata alla cartografia. Guillaume Delisle corregge un errore di longitudine del Mediterraneo e Bourguignon d’Anville è autore di un’Analyse géographique de l’Italie; la geografia matematica e descrittiva: dimensioni del globo, carte topografiche come quella della Francia ad opera di C.D. Cassini nel 1746.

Dunque, la geografia appare come una scienza ausiliaria delle discipline economiche e sociali, e si avvale dei recenti sviluppi della statistica. Le opere crescono di volume, così come l’uditorio.

  • “Nuova descrizione della Terra”, di A.F. Busching, in 29 volumi.
  • “Essai de géographie physique”, di P. Buache, geografo del Re, che vede nei bacini fluviali le unità territoriali più adatte a identificarsi con altrettante regioni.
  • “Lezioni di geografia fisica” di I. Kant, tratte da appunti e manoscritti di sue lezioni.

3. La costruzione della geografia moderna: Humboldt e Ritter

Alexander Von Humboldt (Berlino 1769-1859), naturalista e appassionato viaggiatore, è il fondatore della geografia. Fra 1790 e 1804 viaggia in Europa e Sudamerica raccogliendo dati su flora, fauna, clima, etc, pubblicati nel “Voyages aux régions équinoctiales du Nouveau Continent”. Poi fra 1845 e 1862 pubblica “Kosmos”, in otto volumi, dando spazio più all’astronomia e alla geografia fisica che alla geografia umana.

Introduce l’uso delle isoterme, lo studio della correlazione fra altitudine e diminuzione delle temperature, l’uso del barometro, le variazioni del campo magnetico terrestre in base alla latitudine, studi su suoli e vegetazioni e su tipi di abitazione e loro distribuzione, fonda la geografia botanica.

Qualunque fenomeno studi, lo mette in relazione ad altri fenomeni coi quali può avere un rapporto di causa-effetto (Es: principio di causalità: clima influenza vegetazione, insediamenti, e principio di coordinazione spaziale, con la ricerca di regioni con fenomeni comuni).

Karl Ritter (1779-1859), è un geografo che lavora più alla scrivania che sul terreno, scrivendo molto di Asia e Africa senza averle mai visitate. Scrive “La geografia in rapporto alla natura ed alla storia dell’umanità”, “Introduzione alla geografia generale comparata” e la seconda edizione dell’”Erdkunde”, in 19 volumi ma incompiuto, con Asia e parte dell’Africa.

Ritter trova una analogia fra il mondo della natura e quello della storia, poiché anche nella storia tutto adempie ad un fine generale.

In “Sull’elemento storico nella scienza geografica”, si vede il principio teleologico con risvolti deterministici: afferma che bisogna dedicarsi alle influenze dell’ambiente fisico sul mondo inorganico e vivente.

Secondo Ratzel, Ritter ha il merito di aver rinsaldato il legame che unisce la geografia e la storia.

Ritter conferma: “La scienza geografica non può fare a meno dell’elemento storico se non vuole essere opera astratta”. I meriti di Ritter sono quelli di aver dato per la prima volta ampio spazio alla geografia umana ed aver formulato i principi di Humboldt, anche se ritiene che la natura influenzi solo le società primitive.

4. La geografia nell’era dell’evoluzionismo

In origine, tutte le scienze naturali erano descrittive, ma dal XIX secolo si applica ad esse il metodo sperimentale. Le teorie evoluzionistiche di Darwin e Lamarck ebbero successo perché prescindevano da ogni principio sovrannaturale e l’uomo non era più al centro della creazione, inoltre l’ambiente diventa il fattore determinante per l’evoluzione, nel quale sopravvivono solo i più adatti.

Il biologo E.H. Haeckel fece dell’ambiente il motore dell’evoluzione fondando l’ecologia. La concezione delle scienze dominante poteva presentare qualche rischio per l’individualità e l’unità della geografia, poiché allora i geomorfologi si troverebbero alla facoltà di Scienze naturali e i geografi umani in quella umanistica.

A Kant e Busching si ispira George Marsh (1801-1882), studioso e uomo politico, che pubblica un volume eterogeneo, “Man and Nature, or, Physical Geography as Modified by Human Action”, con taglio ecologista. In Gran Bretagna, la geografia nasce con Halford Mackinder, che nel 1887 pubblica l’articolo a carattere epistemologico “On the Scope and Methods of Geography”.

Hermann Guthe (1825-1874) è discepolo di Ritter e concepisce la geografia come “lo studio della Terra in quanto sede e dimora degli uomini”.

Elisèe Reclus (1830-1905), nato in Gironda da pastore protestante, divenne anarchico e fu esiliato. Viaggiò nel Regno Unito, in U.S.A., in America Centrale e Colombia. Nel 1869 pubblicò “La Terre”. In Svizzera scrisse i 18 volumi della “Nouvelle Geographie universelle”. Si tratta della descrizione geografica della Terra più completa che sia mai stata pubblicata, con qualche passo deterministico. “Gli antichi Liguri sul versante sud dell’Appennino avevano la propria storia già tracciata dalla configurazione del territorio. Quelli che non avevano più spazi da sfruttare, erano spinti verso il mare, diventando navigatori e commercianti”. Si osserva anche una facilità di esposizione nella descrizione della Alpi Elvetiche.

Nella descrizione dell’Alsazia, si ha un corretto approccio al problema della mescolanza di gruppi etnici: “Sulla cresta dei Vosgi, l’idioma alsaziano è certo arretrato: in effetti i due versanti erano abitati da contadini germanici”.

Ferdinand von Richthofen (1833-1905) seguì i corsi di Ritter a Berlino, ma rimase a lungo un naturalista e un geologo. Visitò molti paesi dell’Oriente e in particolare la Cina (“La Cina. Risultati dei propri viaggi e delle relative ricerche” in 5 volumi”).

Nel 1883 dà una delle prime definizioni della geografia moderna, intesa come scienza che studia il costituirsi sulla superficie terrestre di una molteplicità di fenomeni in una unità.

Oskar Peschel (1826-1875) si dà a ricerche di geografia fisica: in “Nuovi problemi di geografia comparata”, applica allo studio dei fenomeni fisici della Terra il principio ritteriano per cui la Terra è da considerare un organismo vivente, e i fenomeni della superficie terrestre vanno studiati, nelle loro reciproche connessioni, come manifestazioni della vitalità del globo terrestre legate fra loro. Con Peschel nasce la morfologia terrestre. William Davis elabora la teoria del ciclo dell’erosione, Albrecht Penck con “Morfologia della superficie terrestre” spiega come i pendii ripidi mantengano durante l’erosione la loro acclività, senza degradare come dice Davis.

I primi geografi di spicco in Italia furono Adriano Balbi, di Venezia (1782-1848) e Francesco Marmocchi, di Poggibonsi (1805-1858).

Balbi nel 1808 pubblica il “Prospetto politico dello stato attuale del globo”. Dopo un volume di statistica sul Regno di Portogallo (1821) e un atlante etnografico del globo (1826), pubblica a Parigi la sua opera fondamentale, l’”Abregè de géographie” (1833), un grosso volume contenente la sintesi delle conoscenze geografiche del tempo (l’edizione italiana, “Compendio di geografia”, esce a Torino nel 1834).

A Marmocchi si devono invece l’”Abregè de la géographie de la Corse” (1852), lucido e ordinato compendio della geografia isolana, e il “Dizionario di geografia universale” in 5 volumi nel 1857, nella cui introduzione si afferma che “la geografia è il centro comune delle cognizioni della fisica e delle cognizioni morali”.

Nel 1867 fu fondata a Roma la Società Geografica Italiana, cui seguirà nel 1895 la Società di Studi Geografici, con sede a Firenze. I fondatori della geografia italiana possono essere considerati Giuseppe Della Vedova e Giovanni Marinelli.

Dalla Vedova (Padova 1834-Roma 1919) fu il primo docente della materia nelle università italiane, impegnandosi anche nell’organizzazione dei primi due Congressi Geografici Italiani (Genova 1892, Roma 1895). Rifacendosi ai concetti fondamentali di Humboldt e Ritter, nel 1880 afferma che il compito della geografia è di accertare la distribuzione e le reciproche connessioni casuali fra le forme, i fenomeni e gli esseri che hanno sede sulla superficie terrestre.

Marinelli (Udine 1846-Firenze 1900) fu autore di una grande opera di geografia generale, “La Terra” (1885-1897), in sette volumi. Il primo è dedicato a problemi di geografia matematica ed astronomica e gli altri ai diversi continenti, con particolare riguardo per l’Italia. Ecco un passo sul problema della separazione fra Alpi e Appennini: “Si considera il tracciato di separazione una linea segnata dal Letimbro verso il Mar Ligure, poi dal Passo d’Altare o di Cadibona (436 m)”. Per quanto riguarda il versante padano, Marinelli propende per l’opportunità di indicare come limite “la strada nazionale che va da Savona a Ceva” e quindi di non considerare le Langhe e le colline di Asti, Casale e Torino come propaggini delle Alpi Marittime.

Il figlio di Giovanni Marinelli, Olinto (Udine 1876-Firenze 1926) pubblica l’Atlante dei tipi geografici, costituito da numerosi stralci di carte topografiche commentate, per illustrare i diversi tipi di insediamenti, la morfologia del paesaggio, etc., e l’Atlante internazionale del Touring Club Italiano.

Renato Biasutti (San Daniele del Friuli 1878-Firenze 1965), influenzato dal pensiero di Ratzel, esegue ricerche sulla casa rurale e sul paesaggio, anche se si dedica soprattutto a studi e ricerche di carattere etnologico, in particolare sulle razze (“Le razze e i popoli della Terra, 1941”). Ha anche aderito al “Manifesto sulla razza” redatto da dieci scienziati italiani e pubblicato sul quotidiano “Il Giornale d’Italia” nel 1938.

Friedrich Ratzel (1844-1904) è con Ritter uno dei fondatori della geografia umana, per la quale matura interesse dopo alcuni viaggi in qualità di giornalista. La sua formazione naturalistica e le dottrine evoluzionistiche ne influenzano la concezione della scienza geografica, caratterizzata dall’ambientalismo e dal determinismo. Fu autore di “Anthropogeographie”, in due volumi, che tratta del ruolo dell’ambiente e della configurazione del territorio sul destino dei popoli; di “Politische Geographie”, “Volkerkunde” e “Die Erde und das Leben”.

Ratzel ritiene che la geografia non può fare a meno della storia e viceversa, poiché “i fatti che essa contempla hanno bisogno di un teatro dove avere svolgimento”. Il compito più importante della geografia, però, rimane sempre quello “di studiare, descrivere e rappresentare la superficie terrestre”. Dunque “la geografia deve innanzitutto studiare e descrivere la Terra, indipendentemente da qualsiasi considerazione dell’elemento umano o storico”.

Ratzel concepisce la geografia come scienza descrittiva, ma non ne sminuisce il ruolo: “Non compie un lavoro di indagine profonda, ma l’essere descrittiva non è un difetto”, se non si limita al lavoro di descrizione, ma questo serve a preparare le conclusioni dell’opera scientifica.

La geografia umana deve “descrivere e rappresentare cartograficamente tutti quei territori dove si nota la presenza dell’uomo. Studierà inoltre la diffusione dell’uomo e fisserà i risultati del proprio studio su carte della densità di popolazione, poleografiche ed itinerarie. Ordina infine la propria materia in base a classificazioni e giunge alle sue conclusioni per via di raffronti”.

Autori come Paul Claval (1972) affermano che le posizioni deterministiche di Ratzel emergono più nei suoi corsi universitari che nei suoi scritti. Ma alcuni passi della “Geografia dell’uomo” lasciano pochi dubbi a riguardo: “Come la Terra si presenta assai varia, così pure sono varie le influenze che essa esercita sui popoli e sugli stati. Il mare è uno, ma i popoli sull’Oceano Atlantico fruiscono di condizioni naturali diverse da quelli che si trovano lungo il Pacifico. La diffusione geografica dell’uomo subisce dunque l’influenza di condizioni esterne, per cui anche la volontà dei popoli deve tenere conto delle condizioni che la Terra impone all’esistenza umana e che rappresentano per essa volontà una limitazione. Ciascun popolo reca in sé le caratteristiche del proprio territorio, e la geografia umana deve individuare le leggi che regolano la vita dei popoli”.

In particolar modo, Ratzel batte molto sul ruolo dell’articolazione delle coste, dell’insularità e del clima sul diverso sviluppo delle civiltà e dell’indole dei popoli.

Ratzel attribuisce l’indole “più gaia dei Germani del sud alla serenità del cielo meridionale e l’indole seria degli Anglo-Sassoni alle nebbie del loro clima”, e osserva che “Galiziani e Catalani, in Spagna, sono più intraprendenti d

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-GGR/01 Geografia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gerson Maceri di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Geografia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof Bartaletti Fabrizio.
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