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Telmo Pievani e il paradosso di Fermi

Telmo Pievani, filosofo ed epistemologo italiano, ha curato la presentazione di questo libro. Egli afferma che le tesi contenute in questo libro fanno ricordare il celebre <<paradosso di Fermi>>, proposto dal fisico Enrico Fermi nel contesto della probabilità di contattare forme di vita intelligente extraterrestre.

La risposta più plausibile risiede nelle enormi distanze di anni luce e nelle contingenze evolutive che rendono l’eventuale contatto estremamente difficile.

Non sono mancate soluzioni più inquietanti al paradosso. Per esempio alcuni affermano che forse non vengono a trovarci perché non esistono …

Invece una delle risposte più pessimiste ipotizza che tali civiltà esistono o siano esistite ma non sono in grado di raggiungerci perché ciò implicherebbe uno sviluppo enorme delle loro capacità intellettive e tecnologiche.

Quindi nessuna di queste civiltà riuscirebbe ad accedere a questo stadio elevato di progresso in quanto esse avrebbero una durata limitata: nascono, si trasformano e prima o poi scompaiono. Ciò non accade solo in queste civiltà ma anche nell’homo sapiens.

L’annientamento di sé prima o poi arriva e la specie sarà destinata ad estinguersi.

In questo libro gli autori individuano il responsabile dell’annientamento della specie umana: il linguaggio articolato.

Lo definiscono vicolo cieco evoluto, inguaribile morbo consegnatoci perfidamente dalla selezione naturale …

I professori smontano gli argomenti antropocentrici che da sempre accompagnano il pensiero sull’uomo, restituendoci così una grande lezione di umiltà e rileggendo la storia dell’evoluzione biologica e culturale dell’homo sapiens in chiave strettamente naturalistica.

Anche se il ‘900 sia stato denominato da Richard Rorty il secolo della svolta linguistica, pochi, tra cui Noam Chomsky, hanno saputo intuire la vera grandiosità insita nel linguaggio.

È per lo più prevalso il pregiudizio che esso fosse un mero strumento di trasmissioni di contenuti cognitivi preesistenti, un componente modulare del cervello. Nella fase attuale, in cui le scienze cognitive cominciano a misurarsi con la biologia evoluzionistica, inizia a diventare chiaro che il linguaggio affonda le sue radici nella cognizione animale e, quindi, che l’uomo non può più essere considerato intellettualmente <<unico>>.

Da un lato ha azzerato la capacità biologica di speciarsi.

Dall’altro ha favorito la capacità di moltiplicare la frammentazione culturale.

Dall’altro ha favorito la capacità di moltiplicare la frammentazione culturale.

Capitolo primo

Evoluzionismo e scienze cognitive

Scienze cognitive. Oggetto di studio: natura e funzionamento della mente in qualunque sistema pensante, naturale o artificiale.

Il programma di ricerca mira a spiegare in maniera trasparente i processi mentali:

  • Inferire
  • Dedurre
  • Argomentare
  • Essere consapevoli
  • Credere
  • Immaginare
  • Desiderare

La natura delle scienze cognitive: etica cooperativa della ricerca.

Essa ha avuto il merito di risolvere problemi che erano divenuti misteri nel chiuso delle singole discipline.

Essa ha avuto il merito di risolvere problemi che erano divenuti misteri nel chiuso delle singole discipline.

La riflessione sulla natura delle scienze cognitive si è ormai estesa a tutte le scienze umane e naturali, per non parlare del contributo decisivo che sta dando tutta intera la biologia evoluzionistica.

L’idea che le abilità cognitive siano simulate interamente da procedure algoritmiche appartiene alla preistoria delle scienze cognitive: mente-computer.

Con il contributo della biologia evoluzionistica il cervello si colloca dentro l’organismo vivente: mente-organismo.

Si studia il cervello nei suoi rapporti con i piedi e le mani, con l’apparato muscolo-scheletrico, digerente, respiratorio, circolatorio e nervoso, insomma con l’insieme delle strutture e anche delle funzioni cerebrali.

Mente umana: è l’esito di una storia evolutiva lunghissima delle strutture e funzioni cerebrali.

Il paradigma disincarnato

Alan Mathison Turing: nel 1936 propone al mondo scientifico una macchina formale, le cui regole di funzionamento appaiono molto semplici ma che sarebbe in grado di simulare qualsiasi funzione calcolabile.

La sua affidabilità è altissima perché opera attraverso procedure totalmente deterministiche.

Per funzionare è necessario che i problemi siano risolubili.

Il problema dell’arresto (l’halting problem) è Turing-indecidibile ovvero non è prevedibile a priori.

I suoi principi di funzionamento sono la ricorsività e la finitezza del numero degli stati logici in cui può trovarsi e del nastro su cui scrive e legge i risultati delle elaborazioni.

Nel 1950 Turing proietta il suo progetto scientifico di meccanizzazione del possibile sul pensiero stesso. Sfida il mondo a dimostrare la capacità di distinguere dalle sole manifestazioni esterne se un ragionamento proviene da una macchina o da un umano.

Il test di Turing: simbolo della prima fase delle scienze cognitive.

L’intelligenza umana simulata attraverso i computer.

IA intelligenza artificiale.

Turing non esclude gli elementi impredicabili della cognitività umana.

È il caso dell’<argomento della autocoscienza> dove secondo Turing il solo modo per assicurarsi che una macchina pensa è quello di identificarsi con essa e cercare di descrivere introspettivamente le sensazioni che si provano.

La neurologia, la fisiologia e la morfogenesi furono alcuni dei suoi maggiori interessi e nel 1952 tenta di applicare i suoi modelli formali allo sviluppo degli embrioni.

Sviluppo degli embrioni come l’evoluzione degli individui è un evento simulabile da macchine che apprendono. Come Lorenz, Turing utilizza il caso di Helen Keller per sostenere la tesi della sostanziale indifferenza del problema della corporificazione delle funzioni cerebrali.

La piccola cieco-sorda dimostrerebbe la possibilità di apprendimento in assenza delle funzioni percettive elementari come udire i suoni o vedere oggetti.

IA forte macchina pensante. Fondata sulla tesi della riducibilità della cognizione umana alla manipolazione di simboli arbitrari.

Secondo Turing qualsiasi cosa che un cervello facesse, lo faceva in virtù della sua struttura in quanto sistema logico e non perché fosse nella testa di una persona.

Le neonate scienze cognitive sono orientate a esplicitare sistemi, relazioni e processi operatori della mente.

Relegano in secondo piano le loro implementazioni in un qualunque genere di hardware artificiale o biologico.

Dalla svolta linguistica alla svolta cognitiva

L’espressione svolta linguistica è del filosofo americano Richard Rorty.

Negli anni ‘60 avanza l’idea che l’analisi del linguaggio costituisce il metodo per risolvere tutti i problemi filosofici. Si tratta della formalizzazione dell’idea centrale della semantica di Wittgenstein, secondo cui l’unica realtà cui i filosofi possono accedere è la grammatica di una lingua.

La tradizione analitica si trova a condividere con lo strutturalismo saussuriano e postsaussuriano la centralità delle lingue come strumento della conoscenza.

Dalla seconda metà del ‘900 si afferma una terza eccezione della svolta linguistica: la grammatica generativa di Noam Chomsky.

Pone al centro dell’universo il mentalismo, l’innatismo, la ricorsività delle sue procedure sintattiche e la specie-specificità della sua forma di intelligenza e conoscenza del mondo.

Le tre versioni delle scienze del linguaggio del ‘900 presentano un elemento comune: assenza di qualsiasi interesse per la corporeità dei processi linguistici.

Dalle neuroscienze alla biologia della mente

Con la progressiva biologizzazione della teoria della mente si manifesta una incompatibilità delle scienze cognitive con quelle del linguaggio.

Questo processo si è delineato con l’indiscussa egemonia scientifica raggiunta dalle neuroscienze negli ultimi vent’anni.

L’idea di fondo che ha accompagnato la conversione delle origini computazionali delle scienze cognitive verso i lidi neuroscientifici è quella della naturalizzazione della mente.

Cervello = mente.

Associare sedi neuronali a comportamenti; completare la matrice causalistica delle funzioni con le strutture; ricostruire la mappatura completa del rapporto tra fatti mentali e fatti cerebrali.

Su questa ipotesi si radica la tendenza a naturalizzare tutti i saperi connessi alle scienze cognitive.

Il programma di naturalizzazione delle conoscenze è ai suoi inizi e sembra un metodo non privo di problemi e interpretazioni contraddittorie.

Le scienze cognitive sembrano intendere con questo termine approcci diversi tra loro.

L’assunto che sembra comunemente condiviso è trattare i fenomeni mentali come fenomeni naturali.

Per chi si occupa di fenomeni naturali questa asserzione è abbastanza ovvia: dal neuroscienziato, lo psicologo e ai linguisti.

L’integrazione fra neuroscienze, neuropsicologia, neurolinguistica è, oggi, del tutto soddisfacente nella prassi di ricerca delle scienze cognitive.

Essa opera attraverso una sinergia metodologica: la circoscrizione delle aree sub e neocorticali nella topografia neuroscientifica sarebbe impossibile senza il riscontro dei comportamenti effettivi, linguistici e della loro interpretazione “immateriale” in termini di una teoria esplicativa del funzionamento interconnesso dei sistemi di competenza.

L’applicazione del termine naturalismo appare problematica quando ci si allontana da un mestiere originariamente centrato sulla natura materiale del proprio oggetto di studio e più vocazionalmente incline a maneggiare interpretazioni e ipotesi.

Domanda: per un filosofo che ha a che fare con le idee e i concetti, che cosa vuol dire considerare i comportamenti mentali comportamenti naturali?

Per Quine, Goldman, Dretske: formulazione del naturalismo filosofico.

Eutanasia filosofica: la filosofia deve dissolversi nella conoscenza scientifica adottando i metodi delle scienze naturali, in particolare della fisica.

Per McDowell, Millikan, Sellars: sostenitori del naturalismo liberale.

Una formulazione più moderata che sostiene la divaricazione tra i problemi filosofici che possono essere trattati attraverso i metodi delle scienze naturali e quelli che non appaiono riducibili ad essa.

La svolta linguistica non è esente da responsabilità filosofica: non tutti i problemi filosofici sono problemi linguistici e né il sapere linguistico è l’unica forma di certezza su cui possiamo contare.

L’attuale tendenza delle scienze cognitive e della filosofia della mente è banalizzare il ricorso alla naturalizzazione della conoscenza interpretandola come una riduzione alle funzioni prelinguistiche dei sistemi cognitivi.

Core knowledge: insieme dei moduli fondamentali di qualsiasi forma mentale animale, come riconoscimento dei volti o l’orientamento spaziale.

Capacità che preesistono rispetto alle capacità linguistiche umane.

L’insieme di queste capacità, che si sono evolute a partire da forme strutturali precedenti, subisce certamente all’interno dell’organismo adattato una trasformazione.

L’evoluzione riguarda gli interi organismi viventi e le singole specie.

Obiettivo naturalistico è opposto all’obiettivo dell’attuale filosofia.

La funzione linguistica naturalizzata è il focus della variabilità evolutiva introdotta non in moduli astratti ma in complessi organismi biologici.

Il programma di Gerald Edelman

Includere la biologia nelle teorie della conoscenza e del linguaggio, che spieghi alla luce dei fatti dell’evoluzione e della biologia dello sviluppo come conosciamo e come abbiamo consapevolezza.

Per una storia naturale della mente.

Secondo Edelman:

  • La percezione non funziona con le regole della categorizzazione, delle logiche booleane o dell’IA;
  • Il pensiero, la memoria e il linguaggio scaturiscono dal corpo e dal cervello e operano attraverso contrattazioni semantiche prodotte dall’interazione con i conspecifici e con i processi di incorporamento delle conoscenze.
  • Importante quanto la riscrittura delle gerarchie genetiche dei complessi neurali è la considerazione che dovrebbe assumere la modalità di apprendimento interattivo con i conspecifici.

Secondo Edelman (1992): modello della <autoeleazione semantica>.

Riconoscere sotto una comune forma fonologica l’oggetto comunemente percepito sia dal bambino che dalla madre.

Secondo Tomasello (1999): modello dell’<attenzione condivisa>.

Processo di focalizzazione del senso che coinvolge, in un atto di cooperazione comunicativa, due o più conspecifici appartenenti a una medesima forma di vita.

Per definire una “teoria biologica generale della funzione cerebrale” occorre entrare nel cuore delle prospettiva evoluzionistica attuale.

La teoria dell’evoluzione nasce ufficialmente nel 1859 con L’origine delle specie per selezione naturale, di Charles Darwin.

Philosophie zoologique di Jean-Baptiste Lamarck, sosteneva che gli organismi sono il risultato di un processo graduale di modificazione che avviene sotto la pressione delle condizioni ambientali. Celebre è il suo esempio dell’evoluzione del collo della giraffa.

Lamarck propone la teoria dell’adattamento tramite l’uso.

Oggi sappiamo che la selezione naturale opera sulla base della maggiore adattività all’ambiente che la struttura genetica delle diverse specie determina. Lamarck sosteneva anche la tesi della trasmissione dei caratteri acquisiti.

Tutto ciò che durante la vita di un individuo si modifica viene lasciato in eredità ai propri discendenti.

Il merito principale delle teoria darwiniana è quello di aver capito che la nascita di nuove specie, la differenziazione dipendono dalla selezione naturale di variazioni causali congenite, e che l’uomo discende in continuità dagli altri primati.

Il neodarwinismo: oggi la selezione naturale opera nel quadro delle restrizioni imposte dalla fisica e dalla chimica.

In questo contesto evolutivo moderno entro cui le scienze cognitive potrebbero rientrare è l’asimmetria del rapporto tra evoluzione delle strutture e quella delle funzioni.

L’assemblaggio fisiologico delle strutture anatomiche negli organismi viventi è governato dal più assoluto continuismo: “natura non facit saltus” è il principio più antico delle scienze naturali.

Per le funzioni, il primo passo di una trasformazione funzionale è contenuto nella storia della struttura anatomica che la esercita ed è un adattamento vero e proprio, i successivi passi possono essere lontani dalle funzioni originarie per cui una data struttura si evoluta: non si parlerà di adattamento ma di exaptation, ovvero una funzione che si innesta in una componente dell’organismo per la quale non era stata precedentemente selezionata.

Le scienze cognitive non possono fare a meno di strumenti esplicativi che tengano conto della dialettica tra continuità strutturali e realizzazioni funzionali.

La tesi di fondo di questo libro: esiste solo una dimensione della ricerca che permette di tenere tutto insieme, senza riduzioni semplificatrici degli oggetti di studio e senza allentamento dei vincoli scientifico-argomentativi, e questa dimensione di ricerca è la dimensione linguistica.

Capitolo secondo

Il negazionismo linguistico e le scienze cognitive

In base a quanto esposto sinora, ci aspetteremmo che la scienza che ha lo scopo specifico di illustrare come funziona la mente umana debba porre al proprio centro ciò che distingue l’essere umano dalle altre specie animali: il linguaggio. Certamente con un occhio rivolto al passato, a suo sviluppo evolutivo.

Certamente al quadro di una precisa ricognizione di tutte le altre funzioni, cognitive e motorie.

Ma tutto ciò considerato è una scienza cognitiva che non si fonda sulla centralità del linguaggio per descrivere il funzionamento specie-specifico del sistema cognitivo umano. Ciò che non viene riconosciuto al linguaggio è il suo statuto cognitivo fondazionale della conoscenza e della stessa natura umana.

L’argomentazione principale quando è esplicata è che il linguaggio serve a trasmettere pensieri, sentimenti, stati mentali che gli uomini provano indipendentemente dalla sua esistenza. Le parole sarebbero solo una nomenclatura, un insieme di etichette che applichiamo a concetti che preesistono ad esse.

Questo genere di argomentazioni infierisce in molti settori delle scienze cognitive. Non viene poi tollerato da molti cognitivisti attuali l’idea che attraverso l’interazione linguistica sociale la mente crei proprie versioni, soggettive e collettive, della realtà: come se davvero ne potessero esistere altre di ordine superiore o trascendente.

Si arriva così, per questo strano percorso, a conclusioni sconcertanti. Insomma, si corre il rischio che il paradigma delle scienze cognitive diventi un vero e proprio paradigma negazionista del linguaggio.

Che cos’è e come funziona il negazionismo

Sorto negli anni cinquanta come un movimento ideologico teso a minimizzare le responsabilità morali della Germania nazista, il negazionismo riflette oggi un insieme di posizioni che esprimono dubbi circa la storia dell’Olocausto.

Secondo queste ipotesi la portata del genocidio nazista degli ebrei sarebbe stata inferiore rispetto a quanto riportato dagli storiografici, alcuni si spingono a sostenere che la shoah non sarebbe mai avvenuta.

Molti per rafforzare le loro tesi, si addentrano in questioni tecniche: per esempio la difficoltà di stimare l’esatto numero di ebrei morti: non sei milioni ma solo cinquecentomila; la presunta impossibilità di bruciare un certo numero di cadaveri in un determinato lasso di tempo. Chi sostiene queste posizioni esige un maggior numero di prove, ritenendo le evidenze trovate ne

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giulia92s di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Pennisi Antonino.
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