Il viaggio di Marco Polo e il Milione
I 24 anni centrali della vita di Marco trascorsi in terre straniere devono aver segnato il suo modo di rapportarsi alla quotidianità, nel compiersi delle opere e nel passare dei giorni. Nella Venezia da cui era partito e nella quale era poi ritornato egli poteva solo avvalersi del ricordo nel trascorrere banale degli anni scanditi dalla routine mercantesca.
Memoria è allora la parola che dice troppo poco, perché essa era diventata esperienza da spendere in ogni istante di quel che restava del suo tempo terreno. Il mistero che circonda la sua opera non è ancora del tutto risolto. Sicuramente il mercante veneziano deve aver tenuto un taccuino di appunti, necessari per fermare in maniera precisa le esperienze e le conoscenze di quel mondo nuovo, ma questo non basta a tramutare un'esperienza personale in patrimonio di tutti; ecco allora il momento magico, affidato ad una circostanza in sé drammatica, cioè l'incontro nelle carceri genovesi, di Marco con Rustichello, il narratore pisano.
Ecco allora che nasce il Libro, elemento fondamentale a tramutare un'esperienza umana in tesoro di tutti. Sgrombrato il campo dal dubbio sull'autenticità del viaggio e dalla supposizione di un racconto scritto a tavolino, il campo è aperto a discussioni filologiche ed etnografiche. Le pagine sui costumi del popolo mongolo rappresentano il fulcro del libro e servono da verifica alle affermazioni su un mondo nuovo, strano perché ignoto, del quale Marco racconta soprattutto ciò che stupisce e meraviglia.
Nel presente lavoro di Alvaro Barbieri sono raccolti nove saggi sul Milione, nel tentativo di impostare un discorso incentrato su due fuochi principali: la questione testuale e la materia etnografica. Il titolo scelto per questa raccolta potrebbe sembrare inappropriato: sappiamo infatti che il Milione non è strettamente una relazione di viaggio, ma si inserisce piuttosto nel filone delle scritture didattico-oggettive, a metà tra i manuali mercantili e le suggestioni del romanzo arturiano.
Ma la funzione di resoconto, apparentemente secondaria, costituisce in realtà l'asse portante delle sue procedure espositive. I capitoli geografico-descrittivi, che formano l'ossatura dell'opera, corrispondono esattamente alle tappe del cammino realmente seguito dal Veneziano e le informazioni raccolte si collocano lungo la linea tracciata dalle peregrinazioni poliane sulla doppia curva del tragitto Europa-Cina-Europa.
Il viaggio
Un veneziano nel Catai: sull'autenticità del viaggio di Marco Polo
Una sorte curiosa quella di Marco Polo: da un lato è considerato il modello esemplare dell'homo viator nel Medioevo e il suo libro viene visto come paradigma delle relazioni di viaggio; dall'altro però si alza la voce discorde di pochi scettici che tentano di negare l'autenticità del viaggio del Veneziano in Oriente e l'attendibilità del suo resoconto.
Nel presente articolo si cercherà proprio di respingere le tesi avanzate dal partito dei dubbiosi. 1 Il libro di Marco Polo, conosciuto sotto il titolo di Milione, si caratterizza per l'eccezionale
1 Composto nelle carceri di Genova nel 1298 e scritto in un francese ricco di italianismi, il Milione si presenta come opera biautorale frutto della collaborazione di un viaggiatore-narrante, Marco Polo, e di un letterato-redattore, Rustichello. La tradizione manoscritta è assai vasta, ma la redazione che rispecchia più fedelmente i lineamenti della stesura originaria è quella franco-italiana, tràdita dal manoscritto fr. 1116 della Biblioteca nazionale di Francia, contrassegnato con la lettera F. Imparentati con F sono FG, una riscrittura in buon francese, TA una riduzione toscana, VA una traduzione veneto-emiliana. Tutte queste versioni formano insieme il gruppo A. Ma esiste un altro gruppo di testi che documentano uno stato più conservativo del libro e che costituiscono un gruppo B, tra cui il più autorevole e contenutisticamente più completo è Z, una redazione latina conservata dal ms. Zelada 49.20 dell'Archivio Capitolare di Toledo.
ricchezza documentaria e costituisce una miniera di dati relativi all'Oriente, soprattutto per quanto riguarda l'impero mongolo. Nella stragrande maggioranza dei casi, le notizie fornite da Marco concordano coi dati e le fonti cinesi, accertando così la genuinità del racconto. Questa massa di informazioni veritiere non solo fa del Milione un testo di riferimento per gli orientalisti e gli storici delle scoperte geografiche, ma ci assicura che Marco Polo ha davvero percorso le immense estensioni del continente asiatico, lasciandoci un reportage su quei paesi lontani.
Nel Milione si trova un'accurata presentazione del palazzo imperiale di Shang-tu (capitale superiore, oggi in rovina) che collima con le recenti scoperte di un'equipe di cinesi sul sito interessato. I brani del Milione relativi a usi e costumi, norme, consuetudini, rituali, oltre a essere un deposito di notizie preziosa, rappresentano un'ulteriore prova della veridicità del viaggio, per l'esattezza e la ricchezza di particolari.
Ciò che infatti colpisce il lettore è l'attenzione al dettaglio: come ha rilevato lo studioso cinese Yang Chih-chiu, Marco Polo è l'unico ad annotare che presso i Mongoli i piccoli furti venivano puniti con sette, diciassette, ventisette colpi di bastone, e così via, fino ad un numero di centosette.
I capitoli 18-19 del testo franco-italiano contengono il racconto del viaggio di ritorno di Marco, marittimo questa volta (perché all'andata aveva percorso la Via della Seta), sulle acque dell'Oceano Indiano, per le rotte della Via delle Spezie. Dopo quasi 17 anni trascorsi nell'Impero mongolo, il Veneziano si imbarca, insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo, sulle navi che conducono in sposa la principessa Cocacin (“azzurra, celeste come il cielo”). Delle 600 persone partite dalla Cina solo 18 sarebbero arrivate a destinazione.
Fino al 1945 quest'episodio era noto solo attraverso la testimonianza di Marco, in seguito però sono emersi importanti documenti che confermano per filo e per segno il racconto del Veneziano. Del fatto che il viaggio sia realmente avvenuto siamo certi anche grazie ad una testimonianza scritta di notevole importanza: si tratta dell'inventario della sostanza mobiliare di Marco Polo, compilato alla sua morte, di cui abbiamo copia autentica datata 13 luglio 1366.
In questo lungo elenco figurano molte voci che rimandano all'orizzonte asiatico, come stoffe pregiate. Fin qui certo nulla di schiacciante: prodotti e tessuti orientali affluivano in grandi quantità a Venezia attraverso i normali canali commerciali. Tuttavia in questa lista di averi spiccano alcuni pezzi unici, come cinture preziose tipiche dei gerarchi feudali e militari (çentura darçento), copricapi di pietre e perle utilizzati nelle parate (boqtaq), un vasetto contenente del muschio e un sacchetto con la pelle di mosco (bosolo .j. di muscio e sacheto .j. De pelo che dila bestia).
Il capitolo 62 del Milione, riguardante il regno di Erginul, racconta che il mosco si presenta come una bestiola grande all'incirca come una gazzella e una delle versioni venete del testo, quella siglata VB da Benedetto (di cui ci sono pervenuti solo due esemplari completi: il ms. 224 Donà delle Rose del Civico Museo Correr di Venezia [VB1] e il ms. Sloane 251 della British Library di Londra [VB2]), presenta nel passo in questione una notizia supplementare: l'animale era bello a vedersi e Marco ne avrebbe portato con sé a Venezia la testa e i piedi, e il muschio da quello secretato.
L'informazione è ripresa da Ramusio nella sua edizione italiana del Milione (verso la metà del 500 Ramusio volse in italiano il testo latino di fra' Pipino e vi innestò passi attinti da altri manoscritti. Tra le sue fonti c'era anche la redazione veneta VB).
A questi oggetti si aggiunge la tavola d'oro del comando (paizas), piastre d'oro o di bronzo che svolsero una funzione chiave nel sistema di governo dei Mongoli. E qui va ricordato che in un altro documento notarile relativo alla famiglia dei Polo si fa esplicito riferimento a queste piastre, di cui una viene consegnata a Niccolò e Matteo in occasione del loro primo viaggio (1266) e altre due conferite a Marco, Niccolò e Matteo, quando lasciano definitivamente la Cina.
Come si vede i documenti d'archivio confermano il contenuto del libro, ma tuttavia resiste tenacemente, in una minoranza di studiosi, la convinzione che il Veneziano non sia mai stato in Estremo Oriente. Il soggiorno alla corte di Khubilai sarebbe pura invenzione, una trovata per incuriosire i lettori, e il libro un montaggio di materiali ricavati da guide arabe, orientali o persiane.
Già nel 1829 Hullmann avanzava ipotesi sull'autenticità del soggiorno di Marco, e proponeva di collocare il Milione tra le opere geografiche di compilazione scritte a tavolino camuffate da relazioni di viaggio: le peregrinazioni del Veneziano nel Catai non sarebbero altro che un espediente letterario. In seguito, le tesi e gli argomenti di Hullmann sono stati ripresi e riformulati da altri studiosi che hanno espresso dubbi e riserve sull'attendibilità del racconto poliano.
L'accesa controversia si è riaccesa di recente con l'uscita di un libro di Frances Wood: Did Marco Polo go to China? Ecco in breve le conclusioni della studiosa inglese. È possibile che Niccolò e Matteo Polo abbiano davvero attraversato i deserti dell'Asia centrale, al contrario Marco non sarebbe mai andato oltre Costantinopoli.
Dunque non avrebbe mai raggiunto la corte del Gran Khan dei Mongoli, e per redigere il Milione avrebbe messo insieme un cospicuo numero di dossier sulle regioni asiatiche servendosi delle notizie dei suoi familiari, di mappe e manuali di mercatura, di guide persiane contenenti descrizioni della Cina. La sua opera si sarebbe costruita a partire da questi ingredienti, sapientemente mescolati ed aggiustati dall'esperto Rustichello da Pisa, capace di conferire alla narrazione un gradevole tono romanzesco.
Gli argomenti contro Marco Polo
Tra i classici argomenti contra Marco Polo un posto di primo piano spetta all'omissione di determinate singolarità cinesi.
1. Nel Milione vengono passate sotto silenzio certe peculiarità che, secondo i detrattori del Veneziano, avrebbero dovuto colpire e impressionare chiunque avesse visitato la Cina: la Grande Muraglia, il rimpicciolimento forzato del piede delle donne mediante fasciatura, il tè.
Va detto subito che questi possono essere tutt'al più considerati indici ma non possiamo aspettarci che Marco abbia registrato la totalità delle realtà orientali, né siamo in grado di stabilire quali fossero per lui le cose più interessanti. Al tempo di Marco infatti per quanto riguarda la Grande Muraglia, essa doveva avere un aspetto molto meno imponente di quello attuale, probabilmente in stato di abbandono; quanto alle altre due lacune relative all'usanza di fasciare i piedi e di bere tè, esse diventano comprensibili quando si consideri che Marco frequentava soprattutto i conquistatori mongoli e doveva condividere le loro abitudini e propensioni.
E i Mongoli, su questo non c'è dubbio, non avevano alcuna di queste usanze. Si aggiunga poi che i piedi fasciati erano una prerogativa delle aristocratiche, mentre Marco poteva più facilmente vedere le donne del popolo e inoltre in un passo tràdito dal ms. Z si parla dell'andatura aggraziata delle fanciulle del Catai senza far cenno alle fasciature.
Quanto all'omissione del tè essa poteva basarsi su varie ragioni: ad esempio il fatto che le coltivazioni di tè si concentravano nelle regioni meridionali descritte da Marco solo di passata, o ancora il fatto che mentre l'imposta sul riso fu abolita, il tè continuò ad essere tassato, o infine la volontà di Marco di citare solo prodotti che sarebbero potuti piacere agli Europei (essi a quel tempo non conoscevano il tè).
2. Un altro argomento avanzato dagli scettici è la poca chiarezza della ricostruzione dell'itinerario in alcuni punti. In realtà ci sono svariate ragioni che spiegano l'esistenza di percorsi problematici e di località di dubbia identificazione. Innanzitutto va considerato che il Milione non è solo un resoconto di viaggio, ma un trattato geo-etnografico, concepito e realizzato con intenti didattici.
Marco non volle registrare solo le sue personali esperienze ma si propose di redigere, insieme a Rustichello, un grande affresco dell'Asia. Nel capitolo esordiale viene subito introdotta la distinzione tra fatti riferiti per visti e fatti riferiti per uditi, ma poi nel corso della narrazione le informazioni che derivano dall'esperienza del viaggiatore si trovano generalmente mescolate con quelle ottenute per sentito dire.
Ne risulta un'interferenza tra cose viste e cose udite che complica la ricostruzione del tragitto effettuato da Marco, il che si va ad aggiungere alla vaghezza dei riferimenti cronotipici: la direzione di marcia è indicata mediante il ricorso alla rosa dei venti (levante=E, scirocco=SE, mezzodì=S, garbino=SO, ponente=O, maestro=NO, tramontana=N, greco=NE), mentre la misurazione delle distanze è espressa in giornate, ma è ovvio che questa unità di misura è soggetta a oscillazioni, perché la velocità degli spostamenti varia a seconda delle stagioni, delle condizioni meteorologiche, del tipo di terreno in cui ci si muove.
3. Ma veniamo ad un altro punto: Marco afferma nel prologo del suo libro di aver fatto carriera nell'apparato burocratico imperiale e di aver svolto delicate mansioni di tipo amministrativo, ispettivo e diplomatico per conto del Gran Kahn, ma nota Wood, né i registri prefettizi né le cronache locali fanno parola di lui.
È però possibile che il suo nome fosse omesso o che Marco, volendo guadagnare prestigio agli occhi dei lettori, si fosse attribuito un incarico superiore rispetto a quello che effettivamente ricopriva presso la corte imperiale (Giovanni Orlandini ha infatti notato che Marco Polo ha in sé una certa forma di protagonismo e vanità, forse stimolati dall'incontro con Rustichello; e Leonardo Olschki ha aggiunto che esisteva in lui una sorta di vanità militare).
Ma questa tendenza di Marco a gonfiare certi fatti a scopo autocelebrativo non ci autorizza a dubitare del suo viaggio in Cina.
4. Un ulteriore elemento per mettere in dubbio la veridicità del viaggio di Marco è la netta prevalenza della toponomastica persiana. In effetti toponomi, antroponomi, e vari termini indicanti titolti e oggetti sono per la maggior parte modellati su forme persiane. Tutto però si spiega pensando che il persiano era, al tempo dei Polo, la lingua franca del continente asiatico, la parlata utilizzata dal Mar Nero alla capitale della Cina.
Il mongolo era invece parlato dai dominatori della Cina ed era la lingua ufficiale dell'amministrazione imperiale. Nella redazione franco-italiana del Milione si afferma che Marco in poco tempo si appropriò della lingua e delle scritture dei Mongoli e che conoscesse quattro lingue e quattro scritture.
In realtà il primo quattro è un'integrazione risalente a Benedetto, perché la riscrittura in buon francese (versione FG) parla di un Marco che in poco tempo imparò diversi linguaggi e le lettere delle loro scritture. Le altre due redazioni del gruppo A, la riduzione toscana TA e la versione veneto-emiliana VA, omettono il passaggio in questione che manca anche in Z.
Nel testo di Ramusio invece si legge che in poco tempo Marco imparò i costumi dei Tartari e quattro lingue, che sapeva leggere e scrivere. Quali saranno allora queste quattro scritture? Secondo Cardona si trattava di quella arabo-persiana, quella greca, quella uigura e forse anche quella Phags-pa, entrambe usate dai Mongoli. Dunque anche in questo caso non emergono elementi capaci di mettere seriamente in dubbio la permanenza di Marco in Cina.
C'è solo un punto del Milione che continua a suscitare perplessità, perché alcune notizie in esso contenute sono smentite dalla documentazione orientale, cinese e persiana: ci si riferisce al capitolo sulla presa della roccaforte di Sanianfu da parte dell'esercito di Khubilai, episodio chiave della conquista mongola della Cina meridionale, svoltasi negli anni 1268-1276.
Nel passo in questione si riferisce che, nonostante un lungo assedio, le armati imperiali non riuscivano a sbloccare la situazione e questo blocco venne superato grazie all'intervento di Marco, Niccolò e Matteo Polo, che fecero costruire delle potenti catapulte che potevano lanciare a notevole distanza pietre del peso di 300 libbre.
Ora, le fonti cinesi e persiane che trattano di questo argomento, concordano col Milione nell'attribuire il successo dei Mongoli all'uso di speciali macchine da guerra, ma non fanno menzione dei Polo. In effetti essi lasciarono Acri e partirono per la Cina verso la fine del 1271 e il loro viaggio durò, come risulta dal Milione, circa tre anni e mezzo, dunque fino alla fine del 1274.
Sulla base di questi dati si può escludere che Marco e i suoi abbiano preso parte all'espugnazione di Sanianfu; tuttavia i dati essenziali dell'episodio militare sono esatti (la resistenza a oltranza, l'iniziale scacco dell'esercito mongolo, la fabbricazione e l'impiego di potenti macchine da guerra che costrinsero gli assediati alla resa), mentre l'unica seria alterazione della verità consiste nell'aver attribuito ai Polo un ruolo nella vicenda.
Probabile che Marco avesse piuttosto appreso la notizie della presa di Sanianfu mentre si trovava in Oriente, e anni dopo nelle carceri di Genova cedette alla tentazione di mettere se stesso in primo piano.
Esiste inoltre un'altra possibile spiegazione: si può infatti pensare che l'intervento dei Polo nella conquista della roccaforte cinese non sia altro che una coloritura narrativa di Rustichello, la cui mano è evidente nell'intensificazione di effetti romanzeschi sia sul piano stilistico, sia a livello di registri tonali e atmosfere.
Alla luce
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